L’ecologia ai tempi del caos

Due libri recenti offrono e favoriscono riflessioni nei diversi campi e dimensioni dell’ecologia.

L’ecologia ai tempi del caos
di Maurizio Sentieri
(pubblicato su doppiozero.com il 3 marzo 2026)

L’ecologia ha come oggetto lo studio delle relazioni tra gli esseri viventi e il loro ambiente naturale. Ambiente va qui inteso in maniera più ampia e differente dalla comune accezione perché considerato come l’insieme dei fattori chimico-fisici (clima, luce, nutrimento) così come l’insieme dei fattori biologici che influiscono sulla vita degli organismi.

In questo quadro di riferimento, possono rientrare nello studio dell’ecologia ambienti in scale di grandezza completamente diverse, può essere così per un sottovaso, uno stagno o l’intero pianeta.

Due libri recenti offrono e favoriscono riflessioni nei diversi campi e dimensioni dell’ecologia, dove comunque l’uomo è sempre protagonista o presente sullo sfondo, unico soggetto in grado di alterare ampiamente i sottili equilibri interconnessi tra ambiente e esseri viventi.

Una creatura chiamata terra di Ferris Jabr (Aboca 2025) ha come orizzonte l’intero Pianeta e, come oggetto, molti dei principali ambienti di cui si occupa l’ecologia e in cui l’azione dell’uomo ne compromette gli equilibri, minacciando conseguenze catastrofiche.

Un testo ben documentato scritto nello stile della saggistica frequente oltre oceano, dove riferimenti personali e un forte tono narrativo diluiscono e tolgono forse nitidezza alla riflessione in campo scientifico. Una visione divulgativa, quella di Jabr, e che in un certo senso privilegia la visione ottimistica delle problematiche che abbiamo di fronte nel presente e nei prossimi anni. Ad ogni criticità e ad ogni minaccia l’autore tende ad evidenziare le ricerche che potrebbero agire da rimedio, se non da salvezza. Una visione che può favorire l’approccio alla lettura ma in cui i problemi, enormi, restano per così dire in tentazione di assoluzione. Comunque sia, una vena ottimistica o in qualche modo consolatoria è sempre presente.

Ciò nonostante, il libro mette in evidenza come la rassegna delle criticità ecologiche che abbiamo di fronte sia impressionante; il ruolo del plancton sugli equilibri ecologici globali e i rischi di una sua alterazione per eutrofizzazione dei mari: il rischio di scioglimento del permafrost e la liberazione nell’atmosfera di enormi quantità di gas serra come anidride carbonica e metano; le impressionanti quantità di plastiche riversate negli oceani e negli ambienti in generale e i nuovi tentativi di degradazione enzimatica come speranza di degradazione radicale di alcuni tipi di polimeri. E poi il continuo incremento dei gas serra nell’atmosfera e i primi tentativi su larga scala – come per l’avveniristico impianto Orca, in Islanda – in grado di fissare, grazie all’energia geotermica, grandi quantità di anidride carbonica nel basalto rendendola inoffensiva. E ancora la complessità dei suoli e la loro devastazione in poco più di un secolo di economia industriale.

Sono molte le criticità ecologiche di cui temere e di cui tentare una soluzione.

Il suolo è anche il tema del secondo libro, Sillabario della terra di Giacomo Sartori (Piano B edizioni 2025), dove l’autore, esperto agronomo oltre che scrittore, ci accompagna nella conoscenza della fitta trama che si stabilisce tra i fattori ecologici e gli organismi che abitano il suolo e che condizionano la sua produttività agraria e alimentare. Sullo sfondo è sempre presente la necessità di una resa produttiva della terra che sia sostenibile sul lungo termine evitando, perciò, l’erosione dei suoli, il loro esaurimento, l’inquinamento loro e quello delle falde acquifere ad opera dell’agrochimica e di tecniche troppo intensive.

In una prospettiva storica e di responsabilità civile, l’autore ripercorre le principali tappe nella valorizzazione produttiva dei suoli fino all’attuale corruzione degli equilibri ecologici ad opera dell’agricolture industriale. Ne suggerisce azioni preventive e rimedi sul filo delle conoscenze scientifiche e della sua esperienza.

Comunque sia, alla fine delle letture, sull’onda delle riflessioni suggerite, rimane una sensazione di incertezza e fragilità che va oltre le tesi e il racconto dei due saggi, forse perché questa incertezza è figlia di una consapevolezza, quella dell’attuale criticità degli ecosistemi come dell’attuale momento storico. Persiste, cioè, una fragilità del lettore, consapevole di un destino a cui si sente appeso, largamente impotente rispetto alla possibilità di avere un ruolo se non sostanzialmente trascurabile; cos’altro è, infatti, il ruolo di consumatore consapevole o quello del lettore informato, se non un ruolo sostanzialmente da “spettatore”, elemento marginale di un contesto generale che ci sovrasta?

Del resto, come può essere diversamente? Al di là delle apparenze, l’ecologia non fa rima con demografia ed economia, né tanto meno fa rima con profitto o con la politica che oggi sembra prevalere. Basta guardarsi attorno per ritrovarsi in un panorama denso di pericoli e di incertezze. Una pressione demografica crescente pone sfide ecologiche enormi, le masse dei paesi in via di sviluppo che reclamano il nostro tenore di vita, la negazione del cambiamento climatico da parte dell’amministrazione ‎USA e il loro abbandono degli organismi internazionali di controllo, l’incubo delle plastiche e microplastiche come quasi certa prossima sostanza tossica globale, il fallimento sostanziale del loro riciclo, l’inquinamento elettromagnetico inarrestabile sono solo alcuni dei pericoli o anche solo delle ansie in cui inciampiamo ogni giorno… e ogni giorno andiamo avanti, indifferenti o resilienti.

Ma così è, forse perché siamo ancora legati al nostro antico cervello paleolitico, conosciamo i vantaggi della strategia, ma istintivamente siamo attratti da quelli immediati della tattica, prediligiamo il breve al lungo termine, la soddisfazione dei bisogni primari personali a quelli collettivi; l’occhio predatore del cacciatore sembra prevalere ancora su quello dell’agricoltore – pianificatore di tempo, oltre che di campi coltivati – e questo qualunque cosa facciamo.

Così il problema ecologico, pur ben presente, resta sullo sfondo dei nostri pensieri come su quello dell’agenda politica.

Mala tempora currunt è espressione famosa, ma di cui si ignora l’esatta origine storica, essendo l’espressione adatta a descrivere situazioni di grave crisi sociale.

Certamente si adattava perfettamente al VI secolo, quando venne fondato a Squillace, in Calabria, il primo monastero con annesso scriptorium, il locale in cui monaci amanuensi copiavano i testi classici. Quel modello di monastero sarebbe stato poi replicato nei secoli a venire, specie dall’ordine benedettino.

In un tempo in cui, di fronte al caos e alla rovina dell’impero romano e delle sue certezze, l’unica cultura degna di nota era quella dei giganti del passato, l’opera dei monaci amanuensi può oggi essere forse paragonata all’attuale ricerca pura e alla sua divulgazione, non legate strettamente a ricadute pratiche.

L’opera dei monaci conservava il sapere, l’attuale ricerca di base, anche in campo ecologico, esplora nuovi approcci e nuove forme di conoscenza, ma entrambe non miravano e mirano a incrementare la solidità del sapere, al riparo da ogni interesse? Non sono entrambe espressione di una strategia che guarda al collettivo e non di tattiche vantaggiose? Certamente sono e sono state argini all’inciviltà, al disordine e al caos.

Così, nonostante ogni fragilità, nonostante ogni odierna frustrazione, in attesa di tempi migliori, valga sempre e comunque conoscere.

Mala tempora currunt sed peiora parantur era la frase completa che descriveva la sensazione di impotenza di fronte a crisi economiche e sociali.

In attesa di tempi migliori, ora come nei giorni degli antichi amanuensi, può soccorrere la volontà di conoscere, atto di resistenza, conoscenza, speranza, sguardo più lungimirante su un futuro che non è solo nostro.

L’ecologia ai tempi del caos ultima modifica: 2026-04-07T05:43:00+02:00 da GognaBlog

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23 pensieri su “L’ecologia ai tempi del caos”

  1. Luciano dimentichi il fattore principale….Rat-Man intendi origini albanesi?

  2. @17
    Hai ragione.
    Polemos è padre di tutte le cose. Basta guardare alla natura.
    Quella pacifista è una ideologia tiranica.

  3. Ratman fossi in te mi proporrei per il prossimo viaggio su Marte, cosi lo potrai colonizzare in funzione della tua umanità. E poi su Marte mica c’è tutta questa scassa coglioni della natura terrestre e relativi fanatici  adepti.

  4. Molto probabilmente l’idea che l’essere umano sia dannoso al pianeta è utile perche la cultura ha sostituito l’istinto come fattore evolutivo.

    L’esposizione non la trovo corretta: al pianeta non cambia nulla, l’uomo è dannoso a se stesso, e non è un’idea ma una constatazione. La cultura è l’unica ancora di salvezza, purtroppo relegata ad intralcio da chi si preoccupa solo del suo conto in banca, dei suoi megayacht e dei suoi castelli sparsi in giro per il mondo.
     

  5. Riempire il mare di plastica è essere nemico del pianeta e contemporaneamente  degli umani. Perchè non solo avveleniamo il mare, ma poi anche noi stessi, visto che quella plastica entrerà nella catena alimentare di noi stessi.
    Fare i filosofii va bene, ma ogni tanto bidognerebbe guardarsi intorno.
    E comunque io non sono memico dei miei simili. Anzi sono per abbattere i confini geografici, culturali , politici e religiosi.

  6. Gli amici della Terra sono nemici degli umani.

    No!!  
    I nemici degli umani sono gli stessi umani. Infatti si fanno le guerre, sono violenti per il gusto di esserlo,  sono razzisti, fascisti,  nazzisti.
     

  7. Molto probabilmente l’idea che l’essere umano sia dannoso al pianeta è utile perche la cultura ha sostituito l’istinto come fattore evolutivo.
    Un mezzo di controllo della specie, come  l’apologia del  transessualismo e di tutte quelle idee simili.
    Essere solidali, riprodursi, come forma sommato di solidarietà , insomma tutti quei valori che nei secoli ci hanno permesso di progredire come specie, appaiono desueti.
    Gli amici della Terra sono nemici degli umani.
     

  8. Siamo sicuri che una  idea  di “Bene di un pianeta” – già la prospettiva è surreale – sia anche solo formulabile?
    Ovviamente no: tutta la questione è un paravento, una distrazione che blandisce buoni sentimenti per essere presentabile.
    In fondo al cuore dei pianetofili, perché l’idea in fondo maschera un sentimento e cerca di nobilitarlo via razionalità, in fondo al loro cuore ce un malessere indistinto – comune a tutti Ovviamente- che loro attribuisco agli Altri.
    In questo modo li odiano indistintamente: l’evoluzione del nazismo.

  9. Questo ha un ben preciso impatto sulle questioni di protezione ecologica, appunto perche’ l’uomo e’ l’unico essere vivente capace di rendersi conto delle conseguenze negative dei suoi comportamenti.

    Grazie Ezio.
    L’uomo se ne rende conto, ma l’avidità lo rende cieco.

  10. Una nota, che  Alberto Benassi potrebbe forse trovare interessante:
    Il racconto della Genesi e’ altamente simbolico e carico di significati. Il Paradiso Terrestre e’ essenzialmente la condizione della vita animale, visto che gli animali si sbranano, si incornano, si ammazzano l’un l’altro in mille modi ma sempre senza malvagita’, e sopratutto senza alcuna percezione di star commettendo il Male. L’uomo e’ uscito dal Paradiso Terrestre perche’ ha mangiato il frutto dell’ Albero probito, e ha cosi’ acquisito (in questo, il Serpente aveva ragione) la conoscenza del Bene e del Male: puo’ beninteso commettere il Male e magari goderne, ma sempre essendone consapevole, e mai piu’ con l’ innocenza di una faina che uccide tutte le galline in un pollaio per portarne via una sola.
    Questo ha un ben preciso impatto sulle questioni di protezione ecologica, appunto perche’ l’uomo e’ l’unico essere vivente capace di rendersi conto delle conseguenze negative dei suoi comportamenti.

  11. Ad essi no, ma a noi, a me, interessa.

    E lo spero. Il problema e che non sono tutti come Marco.
     ” a noi” è generalizzare e non a tutti di quei “noi” interessa. Almeno come dovrebbe.

  12. Come Terra esiste solo perché c’è l’essere umano, 

    Non condivido. Questo pianeta rotante dell’uomo se ne frega. Che si chiami Terra non cambia nulla alla sua esistenza, quello che cambia e incide è come agisce l’uomo .  

  13. È questo pianeta che ha dato la vita all’uomo come agli altri essere e gli ha permesso l’evoluzione.  L’uomo l’ha solo chiamato Terra, ma che si chiami Terra a Pinco Palla non fa differenza e non è importante. Infatti a un gatto, a un elefante, ad un batterio, ad un albero, ect. non interessa.

  14. Intanto, le guerre aumentano e si allargano; per noi che andiamo in montagna esse sono come dei nembi isolati sulle montagne, che in fine si uniscono e viene giù il finimondo. A Pescara, anni fa, ho assistito all’incontro estivo, direi apocalittico, tra i cumulonembi che dal Gran Sasso andavano verso il mare, e una perturbazione che dalla Russia andava verso il Gran Sasso.
    La Chiesa di fronte a questo non si mostra come una ong ma ha il realismo espresso da Alberto Benassi, realismo unito alla speranza che gli esseri umani, liberi di scegliere il bene, depongano le armi.
    In genere non si parla dei danni che l’ambiente riceve dalle guerre, evidentemente non conviene parlarne, per un motivo o per l’altro.
    Al momento sono molto preoccupato dal fatto che potremmo essere sull’orlo del baratro, un po’ meno della salute dell’ambiente, il quale, se nel baratro si finirà, sarà ancor più seriamente danneggiato e noi con esso.
    Quello che stupisce è che, sull’orlo del precipizio, in tanti ballano, bevono, gozzovigliano, tradiscono il coniuge, vendono droga, si divertono egoisticamente.
    Ricordo ciò che ha preceduto la Grande Guerra, l’epoca felice e spensierata.
    L’idea del futuro nero c’è sempre stata, ha ragione Ratman, anche quando esso nero non era. Adesso però la caligine si alza visibilmente di fronte a noi con un crescendo inquietante. Gente senza Dio, o con il dio sbagliato, gente piena di sé o di fede violenta, decide per noi, grazie alla ‘democrazia’ in un caso, grazie all’assenza di essa nell’altro.
    Spero che il futuro possa darmi torto.
     

  15. Mah!
    Come sasso rotante nel cosmo il pianeta esisterebbe come ne esistono miliardi. 
    Come Terra esiste solo perché c’è l’essere umano, essere che è una delle espressioni che nel corso della evoluzione ha assunto la vita.
     

  16. al culmine di ogni delirio, di essere noi stessi i distruttori del paradiso.

    È o non è il pianeta terra un paradiso?
    Se ragioniamo come dice la chiesa, la terra non lo è, perchè a differenza della terra,  nel paradiso della chiesa si vive eternamente felici, senza preoccupazioni, malattie e violenza. Mentre sulla terra l’uomo si deve adattare alla natura ma anche agli altri uomini che non la pensano tutti allo stesso modo.
    Quindi l’uomo non può essere definito distruttore del paradiso. 
    Però la terra, la natura, per vivere bene non ha bisogno dell’uomo, ne può fare tranquillamente a meno. 
    L’ uomo invece non può fare a meno della terra. Almeno per ora non può e quando potrà/dovrà comunque cercarsi un altro pianeta, che avrà la sua natura diversa da quella della terra: aria non respirabile, temperature estreme, ect. Natura che anchevqui può fare a meno dell’uomo, anzi l’uomo non ci doveva proprio essere. L’uomo per vivere su quel pianeta avrà mille difficoltà in più rispetto alla vita sulla terra. 
    Quindi l’uomo farebbe bene a considerare e trattare la terra, non dico un paradiso, ma di sicuro un bel posto per vivere a lui congeniale. E comportarsi di conseguenza perchè a volte gli equilibri sono precari e una volta fatto il danno è dura rimediare.

  17. Esistono, e sono in gran numero, teorici e sostenitori dell’idea dell’indifferenza delle specie. La vita secondo costoro è un flusso indifferente alle forme in cui si manifesta – curioso in tal senso è il libro di Emanuele Coccia “Metamorfosi”. Rovelli a modo suo sostiene una tesi simile.
    La cosa è suggestiva, ma confligge con alcuni momenit proprio della selezione e dell’affermazione delle specie; per i sostenitori del nuovo ordine naturale gli individui dei vari ordini dovrebbero interiorizzare senza nessun conflitto l’idea di levarsi di torno, di togliere il disturbo.
    ovviiamente le direttive del nuovo ordine sarebbero impartite da loro; questo futuro di ordine e giustizia ha un nome che lascio ad altri dire.
     

  18. Comunque non se ne esce.
    Ogni epoca ha avuto bisogno dei suoi predicatori. Oggi che Dio ha sgomberato tutti i campi possibili – anche la Chiesa a breve diventerà una ong dello spirito – la colpa che sentiamo non è più quella di essere stati cacciati dal paradiso, ma, al culmine di ogni delirio, di essere noi stessi i distruttori del paradiso.
    Fantastichiamo un paradiso che è tale solo perchè non ci sono più esseri umani ad abitarlo.
    LA negazione della negazione: è imabarazzante.

  19. Ma sì, ha ragione Ratman! Finché l’isola di plastica che galleggia negli oceani è grande solamente 3 volte la superficie della Francia, possiamo guardare ad un, come chiamarlo, dato che il futuro non esiste? Un domani radioso! Ne abbiamo del tempo prima che copra tutti gli oceani! E poi, come dice giustamente, tutti i popoli che ci hanno preceduto temevano il futuro! Basta guardare ai decenni del boom economico, tutti terrorizzati! O al Futurismo di epoca fascista. E potremmo discuterne per ore su questi periodi di disagio.

  20. Il futuro
    Si potrebbe partire dal fatto che il “futuro” è una invenzione eminentemente umana per chiedersi di chi altro potrebbe essere questo tempo inesistente, questa invenzione grammaticale, questo luogo immaginario per lo più pieno di presagi, desideri e speranze.
    Come è declinato in questo articolo, il futuro è pieno solo di sventure e apocalissi: espressioni per lo più delle paure nutrite  dal presente. Ci si dimentica che ogni presente del passato ha nutrito lo stesso disagio per il tempo a venire: il futuro ha gravato come una incognita su ogni spirito umano dal tempo dei tempi.
    Ma questi tempi paiono ancor più tetri, la speranza che nutrono è minata all’interno, è malata: è privata della solidarietà; o meglio  ha trasformato la solidarietà in una generica benevolenza verso il tutto, insomma verso il nulla.
    ora, per concludere in poesia: “chi vuol esser lieto sia” e non darei troppo spazio ai profeti di sventura, ai profeti del nulla

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