L’oro della California – 1

Una vita d’alpinismo – 78 – L’oro della California – 1 (AG 1978-006)

Lascia che gli altri girino attorno alla luna inospitale… Io me ne sto con i miei amici giganti e lascio che loro dirigano i miei pensieri verso le verità eterne (John Muir)”.

La fine dell’estate
Come non fosse neppure incominciata, l’estate aveva dato luogo all’au­tunno. Per la quarta volta in quattro anni infatti mi ero proibito di arrampicare. Per la verità qualche eccezione c’era stata, ma non tale da poter negare che io ero rimasto a secco per tutto quel tempo. In mezzo a contraddizioni, rinunce, entusiasmi trovavo sempre qualcuno che incontrandomi mi chiedeva come mai avessi «rallentato» l’attivi­tà oppure perché io avessi mollato. Non mi è mai piaciuto spiegare a parole i motivi che mi spingevano alla rinuncia, lo sentivo inutile; ma soprattutto era dannoso perché, spiegando, avrei dovuto dire che lo facevo volontariamente, con la conseguenza che o l’ascoltatore non avrebbe capito e avrebbe pensato che io mentivo oppure, capendo, non mi avrebbe commiserato più. Volontariamente evitavo di muo­vermi in quanto avevo bisogno di quella commiserazione o, meglio, dello scherno che leggevo negli occhi di qualcuno o che nelle mie notti insonni m’immaginavo serpeggiare nel loro intimo.

Ornella Antonioli e Marco Preti con lo sfondo dell’Half Dome

Lo scherno infatti è uno specchio ed io dovevo imparare ad usarlo. Quale arma migliore dello specchio per vedere, registrare ogni movi­mento che si fa, ogni più piccola increspatura delle labbra o degli occhi?

Come avrei potuto eliminare quel mio troppo lucido atteggiamento nei confronti della montagna, delle imprese, soprattutto dei progetti senza sfruttare le bassezze e la semplicità altrui? Ero sterile e occorre­va che qualcuno mi cospargesse di fertilizzante, ecco tutto. Per il quarto anno avevo sopportato dunque, avevo represso e ingoiato e purtroppo non vedevo ancora la fine di tutto ciò, nell’inquietante e morboso e continuo dubbio che stessi in realtà sciupando il mio tempo; la sensazione di vedere sfuggire il tempo della mia gioventù era sgradevole.

Forte dell’esperienza del Sikkim, in luglio assieme a mia moglie avevo organizzato un viaggio turistico nella Groenlandia del Sud-ovest che, se per alcuni versi si rivelò bello e ben riuscito, per altri fu disastroso. Spogliami oggi, spogliami domani, di fronte alla gente ormai ero nudo e quasi nessuno resisteva alla tentazione di farmi dei male in qualche modo. E d’altronde ci furono alcune circostanze che non mi permisero una difesa efficace.

Pareti sud-ovest e sud-est del Capitan, separate dal Nose.

A complicare le cose, con Messner si era parlato di una mia eventuale partecipazione al K2. Ma certo non avrei mai voluto tornare all’alpinismo vero e proprio con una banale motivazione, quella del­l’allenamento. Alle Fate Nere, in settembre, correvo tutti i giorni, ma senza mai strafare, forse più per il gusto tutto da imparare di divertirmi correndo che per l’ansia della prepara­zione fisica. Non voglio comunque sostenere che il mio fosse il metodo migliore: ad ogni caso il proprio rimedio.

La realtà più immediata era però che il Mias dei primi d’ottobre (una fiera degli articoli sportivi che si apre due volte all’anno a Milano) aveva definitivamente chiuso con il sole e con l’estate. Nei padiglioni artificiali, negli stand, recitavo la mia parte, come sempre fatta di saluti, anche a chi fai finta di riconoscere, frasi insulse, promesse, luoghi comuni.

Parete sud-ovest di El Capitan, delimitata a destra dal profilo del Nose. Foto: Steph Davis.

Unico diversivo fu l’incontro con Yvon Chouinard, il notissimo alpinista americano. Yvon era uno di quei pochi che, a quanto potessi accorgermi, era lì in fiera a suo agio, proprio come può succedere solo alle persone che non ci credono, ma che si prestano al gioco con signorile noncuranza. Abile commerciante, ingegnoso fabbricante, Yvon era sempre superiore a ciò che lo circondava. Una mattina lo portai al Pilastro Rosso sul lago di Como: superò la prima fessura completamente in libera, evitando di attaccarsi al cuneo di legno. Per riuscirci dovette incastrare tutto il braccio sinistro nella fessura. Ten­tai di imitarlo, ma avrei dovuto aspettare ancora un po’ prima di imparare i rudimenti della tecnica di incastro. Nel frattempo era ospite a casa mia e quando se ne andò ci scambiammo le solite promesse: se vieni in California… promesse tipo quelle che si fanno in fiera ma che mi dispiaceva non poter mantenere.

Yosemite Valley, Bridalveil Fall. Foto: Mario Verin.

Però i risultati di tanto tempo duro cominciavano a vedersi. Senti­vo infatti che sarei andato volentieri in California e quindi che mi sarebbe piaciuto arrampicare laggiù, ma questo «progetto», se posso chiamarlo tale, era diverso da tutti i miei progetti di un tempo, perché si basava su un genuino affetto, su un vero trasporto verso qualcosa.

L’affetto era per Yvon, non per le pareti di granito, ma questo non ha importanza! Di sentimento si trattava, questo era il punto. Era risolu­torio che io guardassi a qualcosa con amore e non perché questo qualcosa era «giusto», «bello», o «conveniente». Non perché fosse un «problema da risolvere». In questo dolce contrasto passarono alcuni giorni, non mi sarei mai deciso di mia iniziativa, volevo che il mio affetto si sviluppasse in piena armonia con ciò che mi succedeva, senza che io cercassi. E in quella, puntuale, arrivò la telefonata di Marco Preti.

Yosemite National Park, Nevada Fall. Foto: Mario Verin.

Visioni possibili. Solo per chi ama
Gli americani dicono che tutto ciò che di più pazzo e svitato il loro mondo produce alla fine scivola sempre a ovest, come se gli States fosse­ro inclinati, e va a depositarsi in California, dove trova ambiente adatto alla sopravvivenza. Le dolci spiagge della West Coast, il surf, il mite rock di Neil Young sono il quadro esportato di una realtà assai simile in superficie. E siccome per lo più ci si ferma al primo strato che si incontra senza indagare oltre, anche l’arrampicata ha subito lo stesso trattamento. Negli anni sessanta si faceva un gran parlare delle gigan­tesche pareti granitiche dello Yosemite, ma nessuno in Italia pensava neppure alla lontana di recarsi là a curiosare un po’. Le città e le cittadine continuavano ad organizzare spedizioni in Asia, nelle Ande, al circolo artico con propositi non altrettanto bellicosi quanto le parole, ma nessuno pensava all’America della roccia, al sole, al vuoto. Era diffusa la convinzione che quello fosse un alpinismo di serie B perché là non c’erano problemi di maltempo e di quota, perché non c’erano neve e ghiaccio, non c’era l’alta montagna. L’ignoranza che era alla base di questi preconcetti e che ancora oggi sussiste era abissale e colposa. Abissale perché era sviluppata almeno quanto il dislivello di capacità tecniche esistente e colposa perché non si faceva il minimo sforzo per approfondire una «verità» comoda. Si diceva: «Se provassero a venire qui nelle Alpi, quegli americani, vedrebbero! E se andassero in Himalaya!». Hanno provato, hanno provato. E abbiamo avuto, tanto per citare quelle del 1979, il Cerro Torre in stile alpino in un giorno e mezzo, la Torre di Uli Biaho nel Karakorum, sempre in stile alpino, in una settimana e il gigante himalayano ancora inviolato, il Gauri Sankar, per più di metà salito senza corde fisse. Ma non voglio insistere ancora su queste precisazioni, delle quali nessun ra­gazzo di vent’anni ha oggi bisogno. Resta il fatto che fino al 1974 lo Yosemite rimase terra vergine per buona parte degli europei, non solo per gli italiani quindi. La mentalità californiana era riuscita a sfonda­re, alla fine. Molta responsabilità dell’attuale successo l’ebbe un artico­lo di Doug Robinson, che fece scalpore perché per primo affrontò l’argomento «visione» e quindi «alpinismo visionario». In sostanza la permanenza prolungata in parete, a volte fino a dieci giorni, magari da soli, con poca acqua e tanto caldo, secondo l’autore poteva provo­care nell’individuo delle «visioni» spontanee, cioè non favorite dal­l’uso di allucinogeni. L’autore poi si spingeva a precisare che le «visio­ni» erano soprattutto un modo di «vedere» la realtà o un oggetto così da percepirli nella loro totalità e ciò che variava massimamente dal comune modo di osservare le cose era l’intensità.

Sequoia National Park: Inyo National Forest. Foto: Mario Verin.

La lezione di Carlos Castaneda nel frattempo si era diffusa e così l’uso di stupefacenti leggeri e pesanti. Si spiega così perché lo Yosemi­te diventò il paradiso terrestre di quelli che nel loro alpinismo hanno sempre lasciato prevalere l’aspetto romantico e di sogno, relegando in secondo piano la realizzazione e l’exploit. Infatti le montagne extraeu­ropee, assaltate da ogni parte da legioni di «spedizioni» esplorative, scientifiche e fanfarone, imbastardite dai colossal alla Monzino, non rispondevano più alle esigenze di quello sparuto gruppo che nell’azio­ne cercava in fin dei conti una riflessione. Nella gazzarra generale delle Alpi e in mezzo allo squillo delle fanfare non era più possibile alcuna avventura, men che meno quella dello spirito.

Forse non sono la persona più indicata per parlare di questi argomenti, lo so bene. Anch’io ho preso parte a spedizioni, a spaccona­te; anch’io ero nel baraccone delle scimmie. Nonostante ciò mi sento oggi autorizzato a far la parte del peccatore pentito e portare il mio giudizio dalla parte di chi sempre si è visto mutilato e bollato dal grup­po dominante, conservando però tutto ciò che non dev’essere buttato alle ortiche. Per fare questo ho bisogno di discernere con l’uso di ciò che di più soggettivo posseggo, anche affrontando il pericolo di espormi alla condanna di chi invece non è capace di rinunciare ai suoi comodi preconcetti.

Yosemite National Park: tronchi di abeti giganti dopo un incendio. Foto: Mario Verin.

Non sono infatti così illuso da credere fermamente nel nuovo mito della Yosemite Valley. Se purezza c’è stata, di certo è durata poco. Se genuinità c’è stata, ormai non è più così evidente. Ma questo è bene se si vuole evitare che i valori e i miti si cristallizzino in formalina e quindi esistano solo imbalsamati. Le «visioni» ci possono essere anche oggi ma sono più rare, non possiamo sperare ch’esse si produ­cano così a buon mercato. Non basta ripetere un’impresa con le stesse condizioni per poter rivivere l’esperienza vissuta da altri ed è una fortuna che le visioni non si possano acquistare al supermercato della valle.

Nessun mito dunque, ma solo amore per ciò che si va a fare. L’oro della California sarà per me la scoperta che l’amore costa. Credevo fosse sufficiente la mia piccola rivoluzione dei sentimenti per poter essere diverso e felice su una parete. Invece stavo partendo per scopri­re, a mie spese, che ciò che si ama non si può mai conquistare…

Greyhound
Da conquistatore era invece tornato Franco Perlotto: solo pochi giorni prima con Marco Corte-Colò aveva brillantemente salito la diretta alla Nord-ovest dell’Half Dome e una via sulla Washington Column. Franco è di quelli che quando sono in parete vanno per le spicce e non perdono tempo ma che in compenso, quando sono in pianura, esitano a staccarsi con lo spirito dall’avventura appena trascorsa. Una luce strana brillava nei suoi occhi, sembrava impaziente di tornare laggiù per poi tornare qui per desiderare di tornare laggiù… Era contagioso, comunque. Come un ciclone, sapendo d’essere atteso e sapendo di portare notizie utili in quel momento, entrò in casa mia. Marco Preti moderava appena quella vitalità scatenata. Vicentino, di statura media, tarchiato ma sottile, Franco faceva la parte del leone. Labbra carnose, occhi moderatamente in fuori, capelli in via di lento ritiro ci racconta­va le cose di laggiù e noi desideravamo sapere tutti i particolari. Quando voleva sottolineare qualcosa, un «osti» ben calibrato riempi­va la frase e ci precipitava nel suo senso. Ma come tutte le persone estremamente sensibili rideva poco pur facendo ridere gli altri.

Alessandro Gogna e Marco Preti, Yosemite National Park.

Marco invece era molto meno tormentato, più disposto all’attesa e ai piccoli compromessi che il viaggio ci avrebbe imposto. Nato a Brescia, meno umano di Franco, era tuttavia a suo modo più saggio: alto, biondo e con occhi azzurri sembrava un figurino d’alta moda e certamente era il «bello» di tutti noi. Quando stavamo per imbarcar­ci sul bus per la Malpensa, i due scomparvero. I loro bagagli erano lì abbandonati e io mi domandavo perché dovevo sempre scegliermi degli irresponsabili come compagni. Mentre adirato spiavo il loro ritorno, Nella mi disse: «Allora, vuoi proprio fare il papà?». Erano andati in pasticceria. Sotto sotto mi dispiaceva che noi due «genitori» fossimo stati esclusi.

Sul charter per Londra uno scultore valtellinese ci raccontò che andava a lavorare qualche tempo in Inghilterra. Non sapeva una parola d’inglese, ma diceva che là sarebbe stato aiutato da qualcuno: emanava un ottimismo un po’ rassegnato, ottimismo di chi sa che dovrà continuare a sfacchinare per avere qualche piccolo successo che finora gli è stato negato. Mi fece pena e simpatia al tempo stesso e mi ricordò la figura di Pascal, un guardaparco di Rhêmes-Notre-Dame. Anche lui portava un barbone gigantesco e lo stesso tipo di ottimismo e di inserimento in una realtà rassegnata e naif. Perché dubitare che anche per questi «fuori dal mondo» il mondo avesse spazio? Mi si affacciò la convinzione che sia Pascal che lo scultore erano troppo insignificanti e nello stesso tempo troppo esemplari per non significare qualcosa il loro incontro. Un primo risultato infatti c’era, se con gratitudine mi univo per un momento a loro.

Marco Preti e Ornella Antonioli, Yosemite National Park.

L’aeroporto di Luton era di molto fuori Londra. Ci accolse a sera tarda. Fuori, file di passeggeri aspettavano in coda di salire sull’auto­bus per Londra. Tra quelli anche il mio scultore. Noi prendemmo un taxi che ci portò ad una stazioncina ferroviaria di una linea sperduta nella notte della periferia della megalopoli londinese. A disagio trasci­nammo i nostri zaini affardellati nella sala d’aspetto. Cercammo di dormicchiare quella mezz’oretta, in mezzo a scritte d’ogni tipo, poi il treno arrivò. All’una di notte eravamo nel centro di Londra.

Sull’Atlantico Franco si fece portare più razioni di volo e spazzolò con disinvoltura anche i nostri avanzi. Era uno spasso vedere come si divertivano, pensando in fondo che le hostess erano lì una tantum e che anche per loro era bello ridere e scherzare invece di lavorare.

Yosemite Valley, traversata aerea alla Lost Arrow.

A San Francisco arrivammo stanchi e la coda ai banconi d’immi­grazione fu lunghissima. All’uscita ci attendeva l’America, con le sue dimensioni così insolite per noi europei. Con fatica rintracciammo un bus per il centro, più esattamente per la stazione Greyhound, una rete di autolinee che in pratica sostituisce le ferrovie. Franco voleva girare di notte per la città, noi non avevamo intenzione di perdere altro sonno. Così c’imbarcammo subito su una corsa notturna per Merced. La stazione era a dir poco un posto orrido: convegno di sballati, ubria­chi, drogati e sconvolti d’ogni genere, non era per nulla rassicurante. Qualsiasi luogo affollato di una qualunque città asiatica avrebbe in­cusso meno timore e ribrezzo. Dopo un po’ ci si faceva però l’abitudi­ne, sempre tenendo le debite distanze. Con aria svaccata i bigliettai si comportavano come se tutto ciò non li riguardasse e tutto sembrava normale. Qualche poliziotto con la faccia da bull-dog e i piedi piatti ogni tanto dava un’occhiata. Per tre volte tre persone diverse urlarono qualcosa in uno slang incomprensibile per poi riabbattersi borbottando sulle loro panche o nel loro angolo. Ogni dieci minuti partiva una corriera per destinazione diversa, Los Angeles, Sacramento, Seattle, New York. Alle 23 salimmo sulla nostra. Cercammo subito di dormire e ci accorgemmo appena di passare sul famoso ponte di San Francisco. Su queste corriere l’autista è il capo incontrastato, a me europeo sembrava che si fosse conservato lo spirito delle diligenze. L’unica gentilezza prevista era una scritta, posta sul gradino d’entrata: Mind your step, attenti al gradino. Per il resto tutto era affidato all’umore del momento. Il pubblico era costituito da negri, messicani, meticci, qualche donna bianca e grassa, due o tre giovani bianchi. Di solito tutti quelli che non posseggono automobile o che non possono guidar­la. Data l’ora nessuno parlava e tutti sonnecchiavano, solo un negro ritmava sommesso la musica di una sua radiolina. Ma la pazzia era in agguato, lo sentivo: un’impressione che doveva accompagnarmi per tutto il mio soggiorno negli States.

Yosemite Valley, Alessandro Gogna su Commitment.

Notte a Merced
Alle tre di notte arrivammo in una cittadina addormentata, Merced. La corriera si fermò alla stazione e non c’era anima viva. Per evitare che il guidatore ci buttasse per terra la nostra roba, ci affrettammo a prendercela dal bagagliaio. Un minuto dopo comparve un taxi. L’autista sembrava seccato che ci fossimo solo noi e ci chiese dove «goddamn» volevamo andare a dormire. Ma noi volevamo solo sbatterci su un prato, in un posto tranquillo. E quello voleva ad ogni costo portarci da qualche parte o magari voleva solo parlare con qualcuno. Ad ogni modo fece in tempo a raccontarci che la California è un paese pieno di rapine, omicidi, furti, che avremmo fatto bene a non stare all’aperto perché «c’è pieno di pazzi in giro». Riuscì a terrorizzarci a tal punto che cercammo un asilo lì vicino. Il Tioga Hotel aveva le luci accese, così entrammo. Un grande salone cosparso di una lurida moquette rossa, un soffitto a otto metri, guarnizioni barocche dappertutto. Sullo sfondo, barricato dietro un ampio bancone e un paio di spessi occhiali, un custode alto e magro, gli occhi da folle squinternato, ci accettò gentilmente. Ci indicò un divano semicircolare, però ci avvertì che alle sei avremmo dovuto sloggiare.

Yosemite Valley, Camp 4. Jim Bridwell, ottobre 1978.

Sul divano erano già due inquilini: una donna grassa che dormiva a gambe larghe e appoggiate per terra. Aveva la bocca spalancata e russava forte. A cinque metri giaceva un uomo con barbetta e berretto da benzinaio. Il divano era semicircolare e posto di fronte ad un televisore, sotto il quale era un cartello che pregava di non cambiar canale, cosa che avrebbero fatto volentieri gli impiegati della recep­tion. Spostai con ribrezzo un portacenere straripante mozziconi, che­wing gum masticati e altre schifezze. Marco e Nella erano già sdraia­ti su altre due poltrone di velluto sudicio. Mi accomodai sul divano, ma la finta pelle mi scricchiolava sotto e l’odore era insopportabile. Rimasi immobile a guardare il soffitto, fuori i treni si susseguivano sferragliando e anche gli aerei. Incapace di dormire, pur morendo di sonno, afferrai qualche rivista. Lessi un editoriale dal titolo «Emo­tions maturity», sulla rivista Plain Truth, Pura Verità, con sottotitolo «rivista di conoscenza». La radiolina del custode gracchiava canzoni alla Nashville, ma meglio quelle che il russare della mia vicina. L’ultimo disagio della serie riguardava i miei impellenti moti intestina­li: chissà perché la toilet era chiusa; non volevo fare ulteriori richieste al custode e quindi soffrivo in silenzio.

Yosemite Valley, Camp 4. Jim Bridwell parla con Alessandro Gogna e Franco Perlotto, ottobre 1978.

Alle 6 ero già fuori, mentre Marco girava con aria inebetita. Alle 7 entrammo nella «cafeteria», e il gestore messicano ci servì caffè bollen­te e frittelle piccanti. Ma prima avevo dovuto entrare come un bolide nella toilet.

La mattina fu spesa ciondolando di qua e di là, curiosando in giro nella cittadina abbastanza sonnacchiosa. Il supermarket era enorme e offriva tutto, per esempio 40 tipi diversi di latte, 50 di biscotti e tutto era addizionato con uno sterminio di vitamine e proteine. I prezzi però non erano cari.

Telefonai a Yvon Chouinard, cinquecento km più distante. Fu realmente sorpreso di sentirmi e ci demmo un successivo appunta­mento in valle, cioè in Yosemite. Nel primo pomeriggio arrivò anche Franco e assieme attendemmo pazientemente la corriera. Difficilmente avrei potuto resistere un minuto di più.

John Bachar, campo 4, sale Midnight Lightning sul Columbia Boulder.

Ai piedi del gigante
Ondeggiavamo dolcemente lungo una stupenda strada asfaltata, attra­verso una valle che fino ad allora non sembrava essere la nostra. Oltre la sbarra, inizio del parco nazionale, Franco e Marco si agitavano al finestrino additandosi l’un l’altro le pareti che s’affacciavano qua e là. Senza ostentarlo troppo allungavo il collo anch’io, in attesa che appa­risse Lui. Avevo visto centinaia di fotografie di quella parete, centinaia di immagini dell’enorme muraglia liscia emergente dai boschi di pino. Avevo letto racconti, relazioni che parlavano di vuoto, di roccia a picco, di fessure lunghe dozzine di metri. Avevo visto anche dei film. Ebbene, la realtà superò ogni previsione perché quando la parete apparve, illuminata da un sole quasi al tramonto, ci emozionò. Il pensiero che avrei dovuto salirla venne solo in seguito: subito ci fu l’incontro con il Capitan, un incontro che colpisce anche chi d’alpi­nismo non ha mai inteso. A dispetto di una squadrata solidità e di vertiginose dimensioni, certe linee verticali creavano un disegno d’as­sieme per nulla tozzo; erano i colori, era la vita stessa che sembrava emanare quel gigante. Sì. Lui respirava, anche se in modo così diver­so: ero sicuro che alitasse una brezza calda, un moto lento e costante fatto di sola espirazione. Mai di fronte ad una montagna mi ero sentito così portato ad amarla, mai avevo provato quell’attrazione che ti rende schiavo della totalità e mai ancora avevo vissuto un momento di così piena concordia con ciò che Lui mi celava. Durò poco. A fugare questa immagine di gioia spirituale, di contemplazione raffinata insorsero le urla e i commenti degli altri turisti. Le esclamazioni si succedevano e bombardavano quell’isolamento mio così duramente conquistato. Presto ebbi anche paura.

Yvon Chouinard

Un quarto d’ora dopo il bus ci scaricò vicino al campo. Franco ci aveva già spiegato tutto su come sistemare i viveri: occorreva appen­derli agli alberi, a molti metri da terra e dal tronco. Allo scopo c’erano delle funi di metallo tese tra una pianta e l’altra, così i procioni e soprattutto gli orsi non avrebbero potuto fare scempio di viveri nella notte. Il campeggio era bene organizzato e alla fine di ottobre non era più al completo. Ogni posto tenda aveva il suo focolare e un tavolino di legno, il luogo era delizioso e tranquillo. Tornavano alcuni ragaz­zi con corde e materiale sferragliante quando stava diventando buio: ci affrettammo a sistemare le tende.

Il giorno dopo, consumata una rapida colazione, ci dedicammo ai blocchi di granito che circondano il campo. I miei compagni erano ben allenati, io non arrampicavo da mesi, però ne sentivo una gran voglia e così in breve ritrovai una certa sicurezza. In seguito noleg­giammo delle biciclette e ci spingemmo fino a Curry Village e oltre, sotto l’Half Dome. La valle era nel pieno di uno splendore autunnale, un sole radioso illuminava le pareti della Washington Column, i Royal Arches, la Lost Arrow e la grande cascata accanto. E al tramonto la mezza luna dell’Half Dome era infuocata. Solo le pareti di Glacier Point Apron rimasero per tutto il giorno in ombra.

Yvon Chouinard in arrampicata nei pressi di Camp 4, Yosemite Valley

A Yosemite Village un supermercato ben fornito provvede alle necessità di chi vuol campeggiare a lungo, peccato che noi siamo abituati a cibi più genuini. Il pane era solo in confezioni che durano due mesi, il pane fresco era sconosciuto e non solo nel parco, perché «antiigienico».

In giro c’era una gran confusione ma, appena fuori dai centri di acquisto, la gente diluiva e già nella zona di residenza si respirava la pace. Piccoli villini offrivano una privacy eccezionale, sommersi da abeti giganteschi e qualche sequoia.

La nostra vita di campeggio non funzionava bene. La legna era difficilmente reperibile perché già da tempo nelle vicinanze del bosco era stato razziato tutto il possibile dalle centinaia di alpinisti che ci avevano preceduto durante l’estate. Marco e Franco erano assoluta­mente incapaci di prepararsi qualcosa di caldo o di cotto. Preferivano panini a lunga conservazione imbottiti di prosciutto alle spezie, for­maggio senza sapore e torte alla crema, burrose e di pessima qualità. Appena si decideva di mangiare qualcosa, si buttavano sui sacchetti e ne facevano scempio peggio dei procioni. Con sei cucchiaiate Franco dava fondo ad un barattolo di marmellata. Nella ed io tentavamo di arginare queste abitudini selvagge, lei costruì anche qualche piatto decente, ma presto dichiarò che non poteva cucinare con così scarsi mezzi a disposizione. Un primo timido tentativo al self-service ebbe un insperato gradimento. I cibi che servivano non erano un gran che, ma almeno erano caldi e abbastanza economici. Inoltre evitavamo di avere tanto freddo per star dietro alla cucina da campo. E infatti faceva freddo: la mattina fino alle 10 si gelava e c’era molto umido in fondo valle. Bastava salire qualche metro e si avvertiva subito scompari­re l’umidità delle piante e del torrente. La sera, il sole andava via presto e si ripeteva la stessa storia.

I pugni di Yvon Chouinard a dimostrazione della tecnica d’incastro

Al self-service Franco, forte delle sue esperienze precedenti, riuscì a non pagare un giro di caffè per tutti. Quella sera ci sedemmo accanto al fuoco, dopo aver racimolato una magra provvista di legna. Presto apparve uno strano giovane. Aveva un bastone e procedeva un po’ curvo e gli occhi dilatati. A fatica riuscì a chiederci se poteva sedersi accanto al fuoco, dopo un po’ si informò da dove venivamo e accolse la risposta con un ghigno agghiacciante. Nel cuore della notte mi alzai e mi diressi al casotto dei gabinetti. Al di là dell’entrata giaceva riverso un altro poveraccio. Da qualche movimento capii che non era morto. Un’ora dopo urla terribili echeggiarono nel campo, frasi sconnesse e mozze, quasi rantolate, colpi sordi: ancora un tramestio soffocato, qualche richiamo, poi più nulla.

Salathé Wall
Dopo qualche altra arrampicata sui sassi, decidemmo di non aspettare oltre. Inseguiti dai fari di qualche auto mattiniera camminammo sulla strada che riporta all’uscita della valle. Era l’alba e, in un rettilineo, il profilo del Capitan fendette il bosco, giusto a perpendicolo sul nastro asfaltato. Una grossa auto passò in quel momento e le luci rosse posteriori scomparvero nel buio della foresta come divorate dalla bocca del Capitan. In breve fummo alla base. Avevamo con noi solo la roba per arrampicare perché è consuetudine che si spenda una giornata per attrezzare le prime lunghezze di corda: alla sera saremmo ritornati al campo.

Warren Harding, ottobre 1978

L’inizio fu violento. Franco si trovò subito impegnato a piantar chiodi e sistemare nut nella fessura della prima lunghezza. La rela­zione parlava di A2, oppure di 5.10 in arrampicata libera. In artificia­le erano saliti i primi salitori e così tanti altri, americani e stranieri. Poi qualcuno era riuscito ad arrampicare quella fessura. Questa dop­pia valutazione era in ogni lunghezza, fino alla fine, tranne il grande tetto e la placca seguente. Ci dimenticammo subito di ogni velleità e ricorremmo sempre all’artificiale, superando in libera solo ciò che anche i primi salitori avevano fatto. Questo fu una lezione. Da una parte ci insegnò a fare le cose con umiltà e cioè ci insegnò ad essere contenti di ciò che riuscivamo a fare, senza pretendere di essere tra i migliori. La montagna è sempre stata scuola di vita per questo e di certo il Capitan non fa eccezione. D’altra parte ci spronò a migliorarci, ci costrinse a proporci di spingere più a fondo le nostre possibilità, specialmente imparando la tecnica di arrampicata ad incastro. Ci costrinse a dimenticare che il chiodo è lì a portata di mano e ci suggerì di non toccarlo dopo averlo moschettonato. Questi proponi­menti mi si affacciarono subito fin dal primo tiro e, anche se per ciò che riguardava la Salathé il nostro comportamento sarebbe stato quel­lo classico, capii che occorreva fermarsi ancora in Yosemite e impara­re sulle vie brevi. Eravamo venuti in tre per la Salathé ed era la prima italiana. Dopo tutti i soldi spesi, non potevamo fallire. E così non ci potevamo permettere di fare evoluzioni più rischiose, dovevamo anda­re sul sicuro e alla maniera classica.

Ottobre 1978. Da sinistra, John Bachar, Jim Bridwell, xy, Dale Bard, wz.

Così procedemmo per tre lunghezze e mezza, conducendone una per ciascuno, fino alla fine delle due corde da 50 metri che avevamo. A fine mattinata scendemmo, lasciando le due corde in posto.

La mattina seguente piovigginava. Si era sempre detto che in California non pioveva mai… Di partire neppure parlarne, però non si poteva neppure arrampicare su qualcosa di breve perché non avevamo corde. Per due giorni non accennò a migliorare. Continuammo a salire sui sassi, e girellare per il parco e a cibarci al self-service.

Da Glacier Point panoramica al tramonto sull’Half Dome. Foto: Mario Verin.

Franco era ossessionato dalla perdita dei capelli e così ogni due giorni andava alle docce e prima di tutto si lavava la testa. Nel frattempo telefonammo anche in Italia. Il terzo giorno sembrava me­glio e decidemmo così di andare a bivaccare sotto la parete. Venne pure Nella e facemmo un gran fuoco. Fu una bella serata, divertente e rilassata. Il tempo non prometteva molto, ma ugualmente verso le undici di sera ci addormentammo sulle ghiaie di una terrazza alla base del Naso. A mezzanotte ci fecero sloggiare le prime gocce. Non c’era il minimo riparo e precipitosamente con le pile frontali scendemmo per il bosco fino ad un masso che avevamo adocchiato la sera prima. Un enorme strapiombo ci fornì un buon rifugio, dove continuammo a dormire fino all’alba, fino a che un urlo di Franco ci fece rizzare di soprassalto: – L’orso, l’orso!!

All’attacco della Salathé Wall, da sinistra: Franco Perlotto, Marco Preti e Alessandro Gogna.

Feci a tempo a vedere il sedere dell’orso che si allontanava, mentre Franco farfugliava che prima era proprio accanto a noi. Era una bella bestia, non gigantesca, con un’aria possente e simpatica. L’incontro con l’animale selvaggio ci aveva scossi e così, acceso un focherello per asciugare qualcosa e dopo un accenno di colazione, ce ne ritornammo al campo piuttosto umidi, a trascorrere il resto di una giornata piutto­sto uggiosa tra self-service e tenda. Facemmo qualche conoscenza: Bill Price e John Bachar, gentili e cordiali; Dale Bard e Ron Kauk in birreria; Jim Bridwell che viveva nel suo pullmino. Intravvedemmo anche Warren Harding e Ray Jardine. Poi chiacchierammo con qualche giapponese. Ma non c’era molta gente, ormai la stagione era finita. Anche noi volevamo finirla, sentivamo che la neve era vicina.

(continua)

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L’oro della California – 1 ultima modifica: 2021-08-12T05:54:00+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “L’oro della California – 1”

  1. 4
    Riva Guido says:

    Nella stessa foto si vede che Jim con l’utilizzo del piede destro e di sole tre dita della mano destra, sta inclinando uno a uno alcuni alberi di Camp 4. Che fisico di bestia!
    PS. Secondo me invece Franco si è appisolato.

  2. 3
    Stefano Vecchiatti says:

    E’ buffo che guardando ”  oggi ” la foto di Bridwel che parla con Gogna, sembrerebbe che Perlotto stesse usando il cellulare. Ma per fortuna allora non cerano. Bel  racconto. Aspetto la prossima puntata.

  3. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    Bel racconto gustoso e di interessante lettura! 

  4. 1
    Kostola says:

    Sembra veramente di rivivere quella atmosfera. 

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