Palermo in love

Palermo in love
di Carmelo Ferlito*
(scritto nel 2014)

Un chiarore soffuso risvegliò la speranza. Credevo fosse l’alba. No, si trattava purtroppo del sorgere della luna. Il freddo pungente non mi permetteva di chiudere occhio. Lo sguardo abbracciava un orizzonte infinitamente lontano oltre il circo di cime. Sotto luccicava immobile il ghiacciaio. La fredda fissità delle stelle sottolineava il silenzio irreale. Decenni di racconti, libri e articoli ci hanno illuso e fatto credere che stelle, freddo e silenzio fossero i compagni duri e puri del bivacco in parete. Ma Desmaison, Buhl e gli altri, che ne potevano sapere loro di bivacchi. A Sferracavallo dovevano venire. Altro che Grandes Jorasses, altro che Nanga Parbat. Di caotico sotto i piedi avrebbero avuto non il bianco luccicante delle intricate seraccate ma il grigio opaco del cemento, profuso, con generosità tutta siciliana, sui lungomari e artisticamente forgiato in una selva di “villini”. Non algidi silenzi, ma musica napoletana a tutto spiano stile Stefano Rio in Gioia e Papà. E, a fare da contrappunto, il rombo affannato dei centauri metà palermitani e metà guzzibmwtriumph1100. Eppure bivaccavamo Massimo Flaccavento e io sopra Sferracavallo sulla parete del Monte Santa Margherita (Monte Gallo), mentre aprivamo Palermo in love (12 lunghezze, 6c+, 21-22 e 28 aprile 2007), un nome scelto per parodiare lo slogan elettorale di un politico palermitano e che, a sua volta, è la parodia di un film; un sicilianissimo gioco di rimandi, come nei romanzi di Gesualdo Bufalino. E avevamo anche la birra nel saccone da trasporto tirato su a ogni tiro come nelle big wall della Yosemite Valley, con la testa piena di sogni e i piedi dentro un intrico aromatico di voluttuose oscenità.

Monte Gallo

C’è molto di vero nell’affermazione di Wu-ming1 quando scrive nel suo bellissimo Point Lenana che l’alpinismo è l’unica attività sportiva che si fa per lo più leggendo. Solo lo spirito sensibile di un neofita estremo poteva cogliere tale estrema sintesi. Agli inizi degli anni ‘80 del secolo scorso ero in tante cose neofita estremo. Si è veramente neofiti di qualcosa solo quando si mette in gioco la propria identità. Questo è stato per me l’alpinismo e uso spudoratamente questa parola perché con il pudore si finisce per non raccontare nulla. Le letture, si sa, smettono presto di soddisfare curiosità per diventare nutrici di nuove irrequietezze. Così l’urgenza di passare dal verbo stampato ai fatti cristallini si scontrò con l’irresolubile destino geografico di chi risiede nella regione italiana più distante dalle Alpi, sogna avventure sulle pareti ghiacciate mentre vive tra fichi d’India e agavi. Forse con un po’ di fantasia qualcosa di simile alle Alpi si poteva trovare anche da noi. Cosa è l’alpinismo d’altra parte se non ricerca ed esplorazione?

Cima di Pino Sud, parete ovest, tentativo di via nuova alla “X”. Carmelo Ferlito capocordata sulla 4a lunghezza: nei delicatissimi 3-4 m al di sopra non ho avuto il coraggio di fotografarlo…!

Cominciai con la speleologia. Come appresi nella Storia dell’alpinismo della Engel, grandi alpinisti come Emilio Comici o Giusto Gervasutti avevano cominciato scendendo nelle grotte. E poi era un modo per prendere a prestito delle corde e trovare dei compagni di avventura disposti a seguirmi in improbabili ascensioni nelle cave del siracusano. La Sicilia baciata dall’ombra si ricopre di fantastica vegetazione, così più che di ascensioni si trattava spesso di giardinaggio esposto. I sogni e le emulazioni divennero roccia vera, compatta e dura, sui basalti dell’Acqua Rocca. Nascosta tra i faggi dell’Etna questa bellissima parete, solcata da un reticolo di fessure e lisciata dal continuo scorrere dell’acqua, era il mio Pilone Centrale. Su quella parete, nella prima metà degli anni sessanta, Luigi Biffo, meteora solitaria dell’alpinismo catanese e ispiratore del Parco dell’Etna, tracciò con chiodi e staffe una linea audace. L’unica. Scalata da me innumerevoli volte usando gli stessi chiodi, marci di acqua e di tempo. Il sangue freddo sviluppato in centinaia di movimenti e manovre su questi piccoli monumenti alla ruggine sarebbe venuto utile quando con lo stupore di Ciaula che scopre la luna viaggiai in autobus a Palermo e venni in contatto con Giuseppe Maurici, Marco Bonamini, Maurizio Lo Dico, Roby Manfrè. Era ora. Potevo finalmente parlare delle mie letture favorite con qualcuno che fosse, come me, allevato a pane e Bonatti, ma soprattutto incontrai il calcare panormide. Bellissime pareti alte centinaia di metri. E vie, vie di tutti i tipi, con i chiodi di metallo non arrugginito e poi il profumo. Perché a Palermo le scalate erano prima di tutto viaggi dentro i profumi di Monte Pellegrino. Timo, Elicriso, Seseli, Euforbia e cento altre essenze. Ogni via aveva la sua impronta olfattiva che dipendeva dal versante o dalla stagione e alla fine quel profumo ti restava nei vestiti e nelle mani ancora ignote alla magnesite. E i compagni di scalate. I palermitani sono i siciliani più chiusi del mondo, tuttavia la mia vicenda di aspirante scalatore, solitario ed entusiasta che veniva dalla città più levantina del remoto oriente siculo doveva avere toccato il cuore degli arrampicatori locali che mi accolsero con grande amicizia. Essi formavano un bel gruppo raccolto attorno alla figura di Roby Manfrè. Quando lo conobbi, Roby mi fu indicato sulla parete dell’Addaura. Era un puntino che saliva slegato a più di 200 metri da terra. Laconico e freddo Roby scalava come un angelo, spesso senza corda. Conosceva ogni anfratto dei monti attorno a Palermo. Parlava poco Roby e non diceva nulla di sé, ma disegnava i suoi sogni sulle pareti di roccia, chi voleva sapere di Roby doveva scalarli quei sogni, passare dov’era passato lui. Roby era un anno più grande di me e mille anni più esperto. Non sono sicuro che la parola amicizia avesse per lui lo stesso significato che aveva per me, ma di sicuro lo avevano ammirazione, rispetto, passione. E credo che a modo suo ammirasse la mia passione e forse per questo in un anno percorse con me tutte le vie più interessanti della Conca d’oro e mi propose di fare assieme a lui, a Maurizio Lo Dico e a Leo Rapisarda il corso del CAI che ci fece diventare nel 1985 istruttori di alpinismo.

La prima lunghezza di Palermo in love è caratterizzata da una bellissima fessura interamente da proteggere a friend.

Così, in poco meno di un paio d’anni, da stupefatto principiante divenni, almeno sulla carta, esperto istruttore d’arrampicata. E come tale frequentavo Palermo, stavolta con l’autobus rimborsato, durante i corsi della scuola di Alpinismo Costantino Bonomo. Naturalmente di esperto avevo ben poco ma macinavo tutti i possibili itinerari rocciosi a Palermo e “ghiacciosi” sull’Etna. In quegli anni approfondii la mia amicizia con Maurizio Lo Dico, una delle figure in assoluto più interessanti del panorama arrampicatorio siciliano. Maurizio era un artista, con le sue mani forgiava gioielli, con la sua tromba suonava jazz, con la sua testa sognava le scalate di Walter Bonatti. La tromba gli diede l’opportunità di vivere suonando nei jazz club di New York, ma nei canyons delle infinite notti newyorkesi fece quello che pochi avrebbero fatto, si lasciò andare alla nostalgia dei calcari assolati e abbandonò il jazz’ e New York. Maurizio era un visionario, scalava usando i cliff-hanger e la notte di Natale dell’86 partimmo insieme nell’ingenuo tentativo di scalare lo Sperone della Brenva.

Intanto la calata di Gogna e dei suoi formidabili scalatori erranti, da Marco Bernardi a Manolo, aveva lasciato in Sicilia un segno che esigeva i confronti del caso. Così tra l’86 e l’88 percorsi le vie tracciate da Gogna e compagni. Sulla più lunga delle vie siciliane, lo Sballo di San Vito, con due scalatori di Giarre, una cittadina a nord di Catania feconda fucina di arrampicatori, mi accorsi di quanto veritiero fosse il detto “la forza di una cordata è la forza del più debole”. Con Andrea Adornetto e Rosario Patané raggiungemmo la cima alla luce dell’unica frontale che avevamo, alle due del mattino, dopo 18 ore di estenuante e pericolosa scalata. In quegli anni le mie attenzioni tornarono alla roccia degli esordi e tracciai sulla parete dell’Acqua Rocca usando il pianta spit alcuni itinerari bellissimi all’epoca e belli ancora oggi. Intanto anche a Catania il “parterre” degli scalatori divenne consistente: Giuseppe Martinico, Alessandro Mambelli, Giuseppe Cutrona, Luca Catalfamo, solo per citare i più assidui, l’allenamento consisteva in lunghi pomeriggi sugli scogli o su pareti di mattoni lavici. Nel 1990 conclusi i miei anni di arrampicata con la prima ripetizione e forse la più veloce (7 ore) di Fata Morgana, un itinerario di 370 m sul versante orientale di Monte Pellegrino. Il capolavoro di Roby Manfrè, da lui stesso definita la più dura via di roccia in Sicilia. Dura era dura. La scalai senza relazione, con pochissimo materiale e sempre da capocordata. Poi la vita mi portò lontano dalle arrampicate e dalla Sicilia. Ritrovai Monte Pellegrino negli odori dei calcari della Split Mountain in Wyoming ma per scalarla bastavano solo un paio di gambe allenate. Intanto, nella Sicilia assolata di un altrimenti anonimo giugno del 1994, Roby Manfrè e Giuseppe Cutrona andarono incontro al loro destino volando sulle rocce, accompagnati da Maurizio Lo Dico stroncato da una malattia. Un anno terribile per la piccola comunità isolana, sparirono importanti punti di riferimento e ci trovammo di fronte alla morte di amici coetanei. Quell’estate lasciò un segno anche sulla mia salute, presi la rickeziosi da una zecca delle montagne del Colorado infilatasi a curiosare sotto i miei vestiti.

Palermo in love: la difficile fessura della quarta lunghezza.

Tornai a scalare in Sicilia solo molti anni dopo, agli inizi di questo secolo e mi ritrovai nel bel mezzo di quello che gli americani chiamano “cultural shock”: il numero degli arrampicatori era decuplicato, non c’era più nessuno dei vecchi amici; per scalare non si prendeva l’autobus per Palermo, tutti avevano l’automobile e andavano a Taormina o nelle cave del siracusano, adesso liberate dalla vegetazione e ben chiodate. L’avvento degli spit aveva reso possibile lo sfruttamento per l’arrampicata di placche e grottoni altrimenti impensabili. Il livello tecnico e l’allenamento degli scalatori dai fisici forgiati nella resina, che ora si chiamavano tra loro climber, era decisamente molto alto. Certo nessuno di loro ha letto 342 ore sulle Grandes Jorasses e i loro miti si chiamano Sharma e Ondra. Non sognano bivacchi sotto le stelle, ma sognano di raggiungere un numero seguito da una lettera e con questo classificarsi, chiamarsi, viversi. Un popolo di marinai in grado di costruire bellissime navi, ma senza la nostalgia del mare ampio e infinito.

La nostalgia per l’avventura è però pianta subdola e quando credi che sia morta per sempre rinasce più aspra, più forte; dai suoi rizomi è fiorito Massimo Flaccavento, classe 1979, un arrampicatore nato nelle falesie del ragusano che a soli 21 anni apre sui 400 metri di Monte Monaco Orient Express. Un capolavoro che porta, per la prima volta in Sicilia, le difficoltà della falesia su un itinerario d’avventura. Questa capacità di sintesi sarà la cifra originale di Massimo che si muove con disinvoltura sugli 8a, ma guarda con attenzione e rispetto, quasi maniacale, le vicende del passato. La dimensione storica, cioè l’asse verticale che manca alla maggioranza dei falesisti siciliani, orfani di ogni lettura alpinistica, è per Massimo il motivo conduttore delle sue arrampicate, sia in Sicilia che sulle Alpi. Si pone come obiettivo di aprire itinerari su ogni gruppo montuoso della Sicilia, e lo fa. Diventa il più prolifico chiodatore di falesie e soprattutto di vie a più tiri. Vie aperte usando protezioni veloci e tirando al limite gli spit.

Intanto la Sicilia rivive, a trent’anni di distanza, una nuova “calata” dal nord: la comunità degli scalatori scopre le rocce assolate anche in inverno e raggiungibili con i voli low cost. Maurizio Oviglia, autore di vie stupende come Il mio scanto libero, è il Garibaldi che promuove il secondo sbarco in Sicilia, i mille però vengono dal mondo e sono molti di più. Alcuni tracciano con fantasia e passione interessanti itinerari: Rolando Larcher, Roberto Vigiani, l’austriaco Albert Leichtfried, l’americano Tommy Caldwell, solo per citarne alcuni. Lo slovacco Jan Smolen e il ceco Lucas Cekmack in Sicilia si stabiliscono per molti mesi e chiodano settori e vie a più tiri proiettando il livello di difficoltà ed esposizione in una dimensione da Europa dell’est. Il novello “picciotto” per questi garibaldini alla conquista delle crode sicule è il generoso Daniele Arena che, chiodando innumerevoli vie, ha trasformato San Vito Lo Capo in mecca dei falesisti.

Carmelo Ferlito

Per una strana legge del contrappasso, tutta siciliana, l’aumento di falesie chiodate, di vie a più tiri, il gran via vai dei climber globalizzati non ha prodotto una spinta propulsiva alla crescita. Il numero dei falesisti isolani rimane costante, in città come Palermo o Catania è addirittura in calo. Fuoriclasse come Mirto Monaco, poliedrico e dotatissimo climber catanese o Chiara Cianciolo e Livia Guarino splendidi esempi di come l’arrampicata non conosca categorie di genere, rimangono, purtroppo, delle meteore isolate, scintillanti traiettorie che affascinano nel buio ma non illuminano la notte.

Più di tre decenni sono trascorsi da quando ho toccato le prime rocce con l’intenzione di salirci sopra. Sembra tanto tempo. Ma il tempo è una dimensione che non esiste in sé, ha valore per quello che ci facciamo o per quello che con esso cambiamo. Trenta anni fa c’era tutto da fare e ogni scalata era un piccolo viaggio, sempre diverso, dal quale tornavi trasformato. Oggi, i pomeriggi trascorsi nelle tante falesie sono troppo simili: un su e giù infinito, che non va da nessuna parte, certo mi diverto da matti a stringere appigli, ma mi rendo conto di avere fermato il tempo. Forse è una magia, forse è solo invecchiare.

*Carmelo Ferlito è nato a Palermo il 19 maggio 1962.

Palermo in love ultima modifica: 2022-09-09T05:11:00+02:00 da GognaBlog

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