Per Gino Strada

Così ho visto morire Kabul
di Gino Strada

L’articolo Così ho visto morire Kabul, di Gino Strada, è stato pubblicato su La Stampa il 13 agosto 2021. E’ il suo ultimo.

Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. E’ difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar-Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto.

Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe.

Gino Strada

La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’Il settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali. Il Consiglio di Sicurezza – unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza – era intervenuto il giorno dopo l’attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato: gli Usa procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l’Afghanistan era stata presa nell’autunno del 2000 già dall’Amministrazione Clinton, come si leggeva all’epoca sui giornali pakistani e come suggerisce la tempistica dell’intervento. Il 17 ottobre 2001 l’aviazione Usa diede il via ai bombardamenti aerei. Ufficialmente l’Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla “guerra santa” anti-Usa di Osama bin Laden.

Così la “guerra al terrorismo” diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regi-me talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994.
Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione mili-tare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volonteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti.
L’intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York. Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più in-certe: secondo Costs of War della Brown University, circa 241mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. Solo nell’ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Umuna) ha registrato almeno 28.866 bambini morti o feriti. E sono numeri certamente sottostimati.

Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista.

Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa.
E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme. Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di Euro.

Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe.

Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di EMERGENCY – pieni di feriti- continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri “eroi di guerra”.

TESTIMONIANZE

Ho avuto nel 2000 la fortuna di conoscere a Islamabad Gino Strada. Grazie a lui riuscii poi a raggiungere avventurosamente il Panjshir, in Afghanistan, dove Gino aveva un ospedale: vi fui ospitato assieme al mio cameraman, mentre infuriava la guerra tra i Talebani e l’alleanza del nord. Quando poi l’America invase l’Afghanistan mi trovai in disaccordo con lui che condannava una simile azione vendicativa considerandola destinata al fallimento. Ora, a distanza di vent’anni, devo riconoscere con grande amarezza che aveva ragione lui: le nostre ottimistiche speranze in un futuro migliore per l’Afghanistan – imposto con le armi – stanno crollando miseramente. Penso con angoscia non solo alle ragazze che con tanto entusiasmo parteciparono ai nostri due corsi di Environment-friendly mountaineering, ma a tutte le donne di quel paese che dopo aver “respirato” la libertà stanno ricascando nel più umiliante medioevo (Carlo Alberto Pinelli).

Per Gino Strada
di Dino Greco

Le persone fanno la differenza, sempre. Ho avuto la grande fortuna di conoscere Gino Strada e mai dimenticherò la sua figura.

Eravamo nei primi anni Novanta quando la Valsella Meccanotecnica di Castenedolo (BS), controllata dalla Fiat, era leader nazionale nella produzione di mine anti-uomo, vendute all’Iraq in 9 milioni di esemplari. Vi lavoravano un pugno di ingegneri, pagati a peso d’oro, e 40 operaie, addette allo stampaggio, per 800mila lire al mese. In assemblea ponemmo in tutta la sua gravità il problema della corresponsabilità anche di chi lavorava alla costruzione di quegli ordigni di morte. La prima risposta fu: “Noi non abbiamo le mani sporche di sangue; se non facciamo noi le mine le farà qualcun altro“. Allora organizzammo un incontro in Camera del lavoro con Gino Strada al quale partecipò l’intero consiglio di fabbrica. La riunione fu introdotta da un documentario che Gino aveva portato con sé sui tragici e indiscriminati effetti delle mine, soprattutto sulla popolazione civile sui bambini, con mutilazioni permanenti, provocati da ordigni in qualche caso fatti a forma di bambole affinché suscitassero l’interesse dei più piccoli.

Lo shock fu potente e innescò nelle lavoratrici una catarsi, una presa di coscienza che avviò una delle più straordinarie battaglie sindacali e di civiltà che io ricordi. A quel primo incontro con Gino Strada ne seguirono altri, mentre maturava la decisione di chiedere l’interruzione della produzione delle mine e l’avvio di un processo di riconversione. Ma la Valsella non aveva alcuna intenzione di rinunciare ad una produzione lucrativa come nessun’altra. Cominciarono gli scioperi, via via più intensi, fino a trasformarsi in un blocco a oltranza dell’attività. Il prezzo era altissimo. Dopo mesi di lotta le operaie e le loro famiglie vivevano a credito. La lotta non aveva contenuti salariali o normativi. Era il grido di donne che dicevano all’azienda dove si fabbricava la morte: “Noi non saremo complici”.

Quelle operaie vinsero, perché la moratoria nella produzione di quegli ordigni infami ne bloccò la produzione. A quel punto si fece avanti un’azienda, la Vehicle Engineering&Design, che si candidò a rilevare l’impresa per produrre motori elettrici per automobili: indubbiamente un bel salto, dalle mine a motorizzazioni ecologiche. Ma la nuova azienda pose una condizione: potere vendere alla Spagna il brevetto dell’Istrice, un dispositivo per il disseminamento delle mine dall’alto, senza mappatura, con le conseguenze che ciascuno può immaginare. L’azienda promise che il denaro incassato sarebbe servito anche per saldare alle lavoratrici le mensilità arretrate. In assemblea intervenne la compagna più anziana, componente del consiglio di fabbrica e disse queste parole: “Ragazze, in questi mesi abbiamo fatto tanta strada insieme e siamo cambiate. So che è dura, ma non possiamo tornare indietro. Quindi, nessuna macchia. Se la nuova azienda vuole subentrare, nessuna condizione”.

Le operaie approvarono, tutte, con un grande applauso. A sera scrivemmo alla Vehicle Engineering&Design comunicando le decisioni assunte di comune accordo fra sindacato e lavoratrici. Per uno di quei rari casi che talvolta capitano, l’azienda rispose che rinunciava alla propria richiesta.

Seguì una grande manifestazione, in realtà una festa. I brevetti furono restituiti al ministro della Difesa e gli stampi delle mine bruciati in piazza.

Sono certo che a distanza di oltre vent’anni tutte le operaie ricordino questa vicenda come uno dei momenti più importanti delle loro vite e che il ricordo di colui che tanta importanza ebbe nella loro maturazione non sia mai venuto meno.

Ben fatto, caro vecchio Gino.  La terra ti sia lieve.

Un gigante di coraggio e umanità
di Antonio Gaspari (direttore di www.orbisphera.org)

Il 13 agosto 2021, all’età di 73 anni, è morto a Rouen in Francia Gino Strada, medico chirurgo fondatore e principale promotore della Ong “Emergency”. Gino Strada è stato un gigante di coraggio e umanità. Era il 15 maggio del 1994 quando il dott. Strada, insieme alla moglie Teresa Sarti e agli amici Carlo Garbagnati e Giulio Cristoffanini, diede vita ad “Emergency”, avente la finalità di «garantire cure di qualità e gratuite alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà» e di promuovere «pace, solidarietà, sviluppo e rispetto dei diritti umani». Nel corso di 27 anni Emergency ha curato 11 milioni di persone in 19 Paesi e ha costruito 18 ospedali e centri medici in Sudan, Afghanistan, Iraq, Repubblica centroafricana, Sierra Leone, Uganda e Yemen. Sono migliaia i volontari, medici, infermieri, operatori socio-sanitari che lavorano con Emergency. In Italia Emergency ha aperto 13 ambulatori per curare i migranti e i clandestini e gli italiani in difficoltà. Ha scritto in prima pagina Massimo Giannini, direttore de La Stampa, che Gino Strada è stato «Il gigante buono che metteva paura facendo del bene». Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato: «Ha operato con professionalità, coraggio e umanità. L’associazione Emergency è il suo lascito morale».

E il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha commentato: «Gino Strada ha invocato le ragioni dell’umanità dove lo scontro cancellava ogni rispetto per le persone». Carlo Petrini, fondatore e presidente di “Slow Food”, ha scritto: «Era un amico fraterno. Il Paese perde un personaggio che era l’incarnazione dell’altruismo». Lo scrittore, cantante e musicista Moni Ovadia ha detto queste toccanti parole: «Gino Strada mi ricorda i principi fondamentali dell’antropologia ebraica: noi tutti discendiamo da un solo uomo perché nessuno possa dire che il mio progenitore è meglio del tuo. Dunque chi salva una vita salva l’intero universo, e così progetta la salvezza di noi tutti». «Gino Strada – ha affermato il filosofo Massimo Cacciari – è stato un pezzo della nostra civiltà migliore. La sua è stata una missione universale, non predicava il bene ma lo faceva». L’architetto di fama mondiale Renzo Piano era amico di Gino e stava progettando un ospedale da costruire in Africa per Emergency, quando è arrivata la tragica notizia. In un’intervista pubblicata sul quotidiano La Stampa ha raccontato: «Gino era un poeta e un utopista. Le difficoltà lo rendevano ancora più forte. Mi ha chiesto: “Facciamo insieme un ospedale in Africa. Lo voglio scandalosamente bello”…». Quando si incontravano, Gino gli diceva: «Non la vedi la sofferenza del mondo? Non lo capisci che ti riguarda?». «Stare a fianco a Gino – ha confessato l’architetto Piano – mi ha aiutato a crescere e a diventare migliore». Ed ha aggiunto: «Gino Strada era un medico chirurgo. Un medico perché sapeva vedere l’altro. Conosceva la sofferenza. L’affrontava». Come chirurgo «era meticoloso, competente, preciso, sicuro, un uomo di scienza nel senso pieno del termine. Aveva sentimenti chiari e limpidi». In merito alle polemiche che sono state sollevate per il fatto che Gino Strada aveva curato anche i Talebani, Renzo Piano ha dichiarato: «Un medico non chiede soldi, provenienza, fede politica o religiosa. Un medico salva, un medico non lascia affogare le persone, un medico aiuta». «Penso alla sua visione», ha sottolineato Renzo Piano. «Quella sì che era politica. Insieme alla parola bellezza può trasformare tutto. Era un poeta e un utopista. Ma lui le utopie le realizzava e rendeva possibile l’impossibile». Nonostante i molti riconoscimenti internazionali per le sue opere umanitarie, Gino Strada è stato spesso criticato perché non aveva peli sulla lingua ed ha più volte denunciato l’industria delle armi ed i sostenitori della guerra. In diverse dichiarazioni pubbliche ha detto: «Non vi fate fregare, non esiste guerra giusta. Io non sono un pacifista, io sono contro la guerra». E a questo proposito, aveva chiesto di introdurre “l’abolizione della guerra” nella Costituzione italiana. Gino Strada è stato accusato di essere troppo duro, di essere troppo radicale, di non saper usare un linguaggio diplomatico, ma chi conosce i medici chirurghi, sa che non amano discutere, perché devono agire per salvare vite umane. Strada non era un personaggio da salotto, conosceva bene la sofferenza e le vittime dei conflitti armati, e non si faceva nessuno scrupolo a denunciare chi provoca le guerre. Nel suo ultimo articolo pubblicato da La Stampa circa la situazione in Afghanistan, dove è ancora operativo l’ospedale di Emergency e dove lui stesso è stato per sette anni, Gino Strada ha scritto parole di fuoco. Ha denunciato la follia della guerra di occupazione dell’Afghanistan, che è costata 241mila vittime civili e quasi 29mila bambini morti o feriti. Per finanziare quella guerra gli Stati Uniti hanno speso complessivamente 2mila miliardi di dollari e l’Italia 8,5 miliardi di euro. Denaro che è servito solo ad ingrassare l’industria delle armi. Se fosse stato utilizzato per la pace e lo sviluppo, oggi l’Afghanistan sarebbe una grande Svizzera. Negli anni dell’occupazione dell’Afghanistan Gino Strada ha scritto: «Credo che a nessun Paese, a nessun popolo piaccia essere occupato militarmente. Se domani mattina ci svegliassimo con mille militari, qui nel centro di Milano, che arrestano, bombardano, sparano, torturano, deportano, uccidono chi vogliono, penso che non saremmo felici. E trovo strano, invece, che quando siamo noi ad occupare altri Paesi, crediamo che quei popoli debbano accettarlo, anzi devono persino dirci “grazie!”. È questa una logica profondamente colonialista…». Considerando che l’asteroide 248908 è stato intitolato a Gino Strada, esprimiamo l’augurio che il suo coraggio e la sua umanità continuino ad essere un esempio che ci illumina dal cielo.

Gino Strada, una testimonianza personale
di Giovanni Cominelli

Ora che Gino Strada è uscito dalla cronaca, accompagnato dal flusso della Cloaca maxima dei social-media, nella quale si sono mischiati esaltazione, nostalgie, odi, insulti volgari e fake news, ne posso scrivere con la mente più distaccata. Distacco doloroso, perché per tutti gli anni ’70 le nostre strade personali si sono intrecciate. E’, per fare solo un esempio, nel ’72 che abbiamo scritto insieme un minuscolo pamphlet contro Comunione e Liberazione – Ed. Movimento studentesco, rigorosamente non firmato, come prevedeva la morale rivoluzionaria dell’epoca – il cui titolo, che ricordo vagamente, alludeva al carattere reazionario di quel Movimento, che veniva dato al servizio del Vaticano e della DC. La qualifica di reazionario o revisionista veniva distribuita con generosità eccessiva e giudicante a chiunque altro. Gino proveniva proprio da Gioventù studentesca, il Movimento diretto da don Luigi Giussani. Gettata sugli scogli del ’68, GS si era divisa in una parte minoritaria, fedele a don Giussani, che nel 1969 aveva preso il nome di Comunione e Liberazione. Il senso dei due lemmi era chiaro: la Liberazione non si conquistava con la Rivoluzione, ma, appunto, con la Comunione con il Cristo, presente qui e ora nella storia, attraverso a Chiesa. La “presenza” diventerà la parola-chiave. Diversamente dalla Chiesa istituzionale, il don Gius aveva compreso benissimo e per tempo che i Cristiani erano già minoranza nella società. Proprio perciò dovevano essere presenti “con ingenua baldanza”. Invece, la maggioranza di GS, incoraggiata da un altro prete, don Vanni Padovani, chiamato dallo stesso don Gius ai vertici, si era sciolta nel ’68 e nei gruppi extraparlamentari, che fiorirono come funghi già a partire dal 1969. E così Gino aveva aderito al Movimento studentesco di Medicina, articolazione del Movimento studentesco della Statale di Milano. D’altronde, la scelta rivoluzionaria era toccata a molti giovani credenti, che provenivano dal Cristianesimo rivoluzionario, la cui moderna Bibbia era Cristianesimo e marxismo, scritto da Don Giulio Girardi, La Cittadella Editrice, pubblicato il 1° gennaio del 1966, con introduzione del Card. Franziskus König, arcivescovo di Vienna. 


Il Cristianesimo marxista e il Marxismo avevano e hanno in comune l’idea che la Storia è storia della liberazione umana, è una storia di salvezza. Ma qual è il soggetto-motore della liberazione? Secondo l’Illuminismo è la Ragione, secondo Marx il Proletariato. Secondo don Giussani, la liberazione non è di questa terra e il Soggetto – il Cristo-persona – sta a cavallo tra il tempo storico e l’Oltre. In Teilhard de Chardin, nostra lettura di quei tempi, “il fenomeno umano” è attratto irresistibilmente dal punto Omega. Nessuna illusione terrena: la Terra promessa non è di questa terra. Questo però non precludeva la strada – da Costantino in avanti fino a don Giussani –  alla teologia politica, cioè all’uso delle strutture politiche di potere per affermare la presenza cristiana nella storia. Donde il rapporto privilegiato di CL con la DC, che invece il Movimento degli studenti e poi la sinistra rivoluzionaria avevano rapidamente individuato come l’architrave del sistema da abbattere. Secondo i variegati marxismi dell’epoca, la liberazione era possibile su questa terra, ma il Soggetto doveva essere costruito ex-novo, dato il tradimento socialdemocratico revisionista del PCI. Su quei feroci dibattiti si è stesa la cenere grigia dei decenni e delle illusioni/delusioni, sotto la quale ha continuato ad ardere, per una parte di quella generazione, la brace profetica dei “cieli nuovi e terra nuova”. Credenti tuttora o atei – Gino Strada si proclamava “ateo” – è rimasta quella inquieta ricerca di un Assoluto, che si deve necessariamente incarnare nella storia del mondo. 

E’ qui, ad ogni modo, che si è aperta la frattura nella generazione post-’68. Per una parte di essa, cui apparteneva Gino Strada, la visione soteriologica, debitamente secolarizzata, ha continuato ad alimentare l’impegno politico, ma soprattutto quello sociale, culturale, assistenziale, a favore dei “sommersi” e dei “dannati della terra”, come titolava Frantz Fanon già nel 1961. Caduta la fiducia nel soggetto rivoluzionario, necessariamente collettivo, per impraticabilità del campo, è rimasto pur sempre un lascito tipico del Cristianesimo, che anche don Giussani riproponeva spesso: la storia cambia, se cambia il cuore dell’uomo. Detto in modo più light e più traslato: proviamo a costruire qualcosa di nuovo nella società, persona con persona. Si direbbe, con il linguaggio di oggi: cambiamo la società civile, in vista del Regno, che deve comunque arrivare. 
Un’altra parte di quella generazione ex-rivoluzionaria ha invece operato una dolorosa rottura epistemologica. No, davanti a noi non c’è nessuna “terra nuova”, non c’è né provvidenza né salvezza, se non quella che riusciamo, forse, a darci. La Ragione e la Storia non sono destinate a ricongiungersi, come invece recita il teorema hegeliano del reale che coincide con il razionale. Di qui gli adattamenti opportunistici di molti, di qui un ridimensionamento dell’agire politico di parecchi, di qui un approccio laico e riformistico di altri, senza fanatismi, “alleati con il tempo”, direbbe Albert Camus, del tempo che ci è dato. Inutile aggiungere che per “i profetici”, tutti questi altri erano e sono degli “integrati”, rassegnati al mondo così com’è, moralmente spregevoli traditori…


Quella frattura si è resa visibile un giorno con Gino e Teresa Sarti – la moglie cui Gino aveva affidato la gestione di Emergency – di passaggio in Corso Vittorio Emanuele a Milano, davanti ad un ennesimo tavolo radicale di raccolta firme per un ennesimo referendum, all’inizio degli anni 2000. Argomento: i Talebani. Osservai che impiantare punti di assistenza sanitaria in territorio talebano, con il loro permesso, richiedeva inevitabilmente l’adozione di un atteggiamento agnostico e neutrale rispetto alle politiche e all’ideologia dei Taleb. Significava scendere ai compromessi del non vedere e del non denunciare. Si curavano i corpi e basta. La cosa non mi scandalizzava affatto. Ma, proprio in forza di questi necessari compromessi, non potevo condividere per nulla l’attacco politico-ideologico che Gino faceva all’Onu, al Consiglio di sicurezza agli Usa, alla Nato, al Governo italiano, che erano intervenuti militarmente contro un regime che proteggeva Al-Qaeda e che tentavano di costruire le basi di uno Stato di diritto. Né ero d’accordo con la trasposizione nel contesto politico italiano di queste sue scelte ideologiche, che lo portavano a promuovere, insieme ad altri, uno schieramento di sinistra estrema. Gino ribadì che l’intervento americano, sotto l’egida del Consiglio di sicurezza, era puro e semplice imperialismo, ultimo anello di una catena, il primo essendo stato forgiato all’indomani della Seconda guerra mondiale. Davanti a quel tavolo finì dolorosamente anche la nostra amicizia. Ero stato condannato al Nono Cerchio, il più in basso dell’Inferno dantesco, quello dei traditori… 
Sono passati quasi vent’anni, non ci siamo più sentiti. Certamente avrebbe detto – anzi ha fatto a tempo a dire – che il fallimento americano e occidentale in Afghanistan era stato da lui previsto ed era inevitabile. Si discute in giro per i media se il successo dell’azione di Emergency si debba all’ideologia di Gino Strada o più semplicemente alla sua dedizione totale alla causa, fino a perdervi la salute. Discussione oziosa: si deve a Gino così com’era, con le sue idee, con il suo carattere, con la sua antropologia.
Insorge, tuttavia, una domanda successiva: per dedicarsi agli altri è più motivante l’ideologia soteriologica o quella laico-liberale sui destini dell’umanità? Qual è stato il motore nascosto di Gino Strada?  Credo solo di poter testimoniare che sotto la superficie della langue de bois del primitivo marxismo-leninismo-pensiero di Mao, ha agito in lui una passione per l’uomo, che è l’imprinting più forte che un’intera generazione credente/oggi non più credente ha ricevuto dal Cristianesimo del Concilio Vaticano II.
In ogni caso, alla fine, ciò che conta sono i fatti. Gino Strada ne ha prodotti. E questi resteranno. 

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Per Gino Strada ultima modifica: 2021-08-31T04:34:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Per Gino Strada”

  1. Intervento 2. Verissimo. E piu’ che un Uomo Vero e’ stato un vero Uomo.
    Massimo Silvestri
     

  2. Certamente una cosa la dobbiamo imparare da Gino Strada. Come lottare quotidianamente e concretamente per la Pace. E’ molto difficile l’argomento Pace. E’ la nostra cultura che ci spinge quotidianamente alle scelte di guerra. Come dice Hilman siamo presi da un terribile amore per la guerra. E’ la pulsione primaria della nostra specie. La guerra è una forma pensiero e un desiderio dell’anima. Quindi difficile da sostituire con l’idea della pace perchè è un complicato percorso quotidiano che non abbiamo mai intrapreso. La vecchia talpa della pace dovrà scavare molto nelle nostre menti se vorrà convincerci a intraprendere la sua strada. Che santo Gino ci illumini.

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