Per John Bachar la gravità non era un limite

John Bachar è stato un’icona del free-solo, convinto del valore che ha la purezza del gesto arrampicatorio.

Per John Bachar la gravità non era un limite
di Martina Guglielmi
(pubblicato su avevolevertigini.com il 15 febbraio 2025)

Nell’universo arrampicatorio americano è impossibile dimenticarsi di John.
Senza corda e attrezzature, solo lui e la parete. Solo.

John Bachar è stato un’icona del free-solo, convinto del valore che ha la purezza del gesto arrampicatorio.
Nato a Los Angeles il 23 marzo 1957, temerario, contrario alla condiscendenza, non si è venduto al mainstream ed è stato leale al suo credo fino alla fine, sulla Dike Wall (Mammoth Lakes) con un volo di 30 metri durante le sue solitarie senza corda, non lontano da casa sua, il 5 luglio 2009. Per oltre trent’anni lui ha arrampicato per lo più senza protezioni.

John Bachar. Foto: The New York Times.

Era un artista”, ha detto Dean Fidelman, che ha scalato con lui per decenni, “John trascendeva lo sport”.

Tra le leggende degli Stone Masters (di cui ho parlato qui e tema che tratterò anche in un altro articolo), John Bachar, con le sue salite senza corda, ha lasciato il segno anche nella Yosemite Valley, punto di riferimento mondiale dell’arrampicata negli anni Settanta e oltre.

Non potevano mancare i critici, che gli hanno affibbiato aggettivi come testardo, presuntuoso, non incline ai compromessi (beh, quest’ultimo non è male!).
Ma di ammiratori ne aveva, Bachar, e per loro rappresenta quell’elemento che  un po’ si è perso: la purezza dei tempi semplici, quelli in cui le pareti erano salite da terra senza la nuova tecnologia, con le proprie mani e i piedi, con mente totalmente concentrata sull’azione, con quella condizione psicologica che solo il rischio e la paura possono plasmare.

Dopo Bachar, non credo ci sia stato nessuno che si possa definire il più grande e influente scalatore del mondo nel suo tempo (Pete Mortimer, noto boulderista)”.

In quei tempi, quelli che l’hanno visto all’apice della sua ‘carriera’, la sua reputazione era paragonabile a quella di Royal Robbins negli anni ’50.

All’inizio degli anni ’70, Bachar arrivò nella Yosemite Valley con un paio di scarponi, un sassofono e un fisico da urlo, e si è unito a un gruppo di giovani e sfrontati arrampicatori noti come Stonemasters (The New York Times)”.

L’arrampicata sulle grandi pareti, cui abbiamo assistito negli anni ’50 e ’60, stava lasciando spazio allo stile del free climbing, dove le corde erano utilizzate solo con lo scopo di proteggersi. 

John Bachar andò oltre.

Scalò senza corda, al limite dell’impossibile. Faceva quello che più amava: come dargli torto?

In quei momenti sei solo, ma consapevole che una compagna ce l’hai, lì al tuo fianco, e attende solo un tuo minimo errore: è sufficiente scivolare su un appiglio, trovare roccia instabile, non mettere la punta della scarpetta nel modo giusto, un soffio di vento nel momento in cui ti trovi in un equilibrio instabile… anche il tuo respiro, talvolta, può essere determinante. Lei è lì, con il suo fiato sul collo. Ma qualcuno non lo sente. E prosegue la sua scalata.

Ma arrampicare come John Bachar non significa mettere a rischio la propria vita in modo disinvolto e incosciente. Fin da ragazzo, l’allenamento metodico era parte integrante della sua quotidianità (il suo spazio a Camp 4 in Yosemite era pieno di attrezzature, una palestra di roccia che chiamò Gunsmoke), raggiungendo un livello che superava quello di molti suoi amici che praticavano questa disciplina. Scoprì l’arrampicata su roccia a Stoney Point, un ritrovo a Los Angeles di famosi scalatori degli anni Cinquanta come Yvon Chouinard. Iniziò con il boulder, per poi portare lo stile senza corda anche in pareti alte, molto più alte.

Divorando libri come Lo zen nell’arte del tiro con l’arco di Eugen Herrigel, Bachar lavorò sulla sua flessibilità fino a riuscire a fare la spaccata e studiò le arti marziali e la filosofia cinese, per trovare lo stato mentale perfetto in cui spingersi oltre i limiti del possibile. Nonostante il clima californiano dell’epoca, i migliori scalatori di tutto il mondo assorbirono con entusiasmo il suo approccio e le sue idee (The Guardian)”.
John Bachar era come un fratello maggiore per me. Facevamo parte di una grande famiglia di amici legati dalla comune passione per l’arrampicata e dal nostro atteggiamento filosofico nei confronti della vita. Ci sforzavamo di arrampicare in libera nel miglior stile possibile, facendo ‘il massimo con il minimo’, cioè spingendoci sulle salite più impegnative che si potessero immaginare con il minimo affidamento sull’attrezzatura. John era un perfezionista e l’arrampicata era il suo mezzo per raggiungerne la padronanza. Il free soloing era il suo modo di avvicinarsi il più possibile a ciò che considerava la perfezione (Lynn Hill)”.

Negli anni ’70 conobbe John Long, John Yablonski, Ron Kauk e Mike Graham e insieme praticarono l’arrampicata in free solo, a partire dalla classica via Double Cross (5.7), a Joshua Tree, dove Bachar ha anche salito famosi boulder come Planet X (V6 – 7A) e So High (V5 – 6C+). Il passaggio chiave di quest’ultimo boulder è a 7,6 metri da terra.

In Yosemite John Bachar ha salito senza corda (tra le tante altre) New Dimensions (5.11a – 6b+), The Nabisco Wall (5.10c – 6a+), Wheat Thin (5.10c – 6a+), Butterballs (5.11c R – 6c+) e Butterfingers (5.11a – 6b+).

Con Ron Kauk e John Long, Bachar ha salito in libera la parete est della Washington Column nel 1975: inaugurò una nuova era dell’arrampicata libera con la prima salita in libera di Astroman (via aperta da Warren Harding, Glenn Denny e Chuck Pratt nel luglio 1959, difficoltà 5.11c/7a). 
Bachar ha avuto un ruolo fondamentale nel realizzare la prima salita in libera del tecnico e difficile tiro ‘boulder problem’ nella parte bassa della via.

John Bachar su Potluck. Foto: Phil Bard.
John Bachar su On the Lamb. Foto: Phil Bard.
John Bachar su New Dimensions. Foto: Phil Bard.
John Bachar su Crack a Go Go. Foto: Phil Bard.

Nel 1981 aprì la via Bachar-Yerian (5.11c R/X, 91 metri e 13 spit in totale) a Tuolumne Meadows con Dave Yerian.

“Nell’estate del 1981, John Bachar, seguito dal suo compagno Dave Yerian, si lanciò sull’oceano di granito dorato e senza fessure sul lato destro del Medlicott Dome, nell’altopiano di Tuolumne, nello Yosemite. Quando Bachar si è trovato in cima alla parete di oltre 90 metri, ha fatto molto di più che fare una dura scalata. Aveva creato un monumento all’audacia.

Guardare John arrampicare era come ascoltare Coltrane’, ha dichiarato Yerian in un numero del 2012 di Rock and Ice. ‘Bachar era così avanti rispetto al suo tempo che nessuno poteva capire cosa stesse facendo’.

L’arrampicata era difficile e pericolosa. Bachar si arrampicava a vista da terra (ground up), forando di tanto in tanto per mettere degli spit. In quattro tiri ha piazzato solo tredici chiodi di protezione, quattro dei quali piantati mentre era appeso ad uno sky hook.

Le tecniche di Bachar non rispettavano l’etica della perforazione ‘stance only’ dell’epoca, in cui gli spit venivano piazzati solo dove si poteva stare in piedi sulla parete. Ma la via era più ripida di qualsiasi altra fino a quel momento, e Bachar pensava che, infrangendo le regole – un tema ricorrente nella storia dell’arrampicata – avrebbe potuto spingere questa disciplina verso un nuovo orizzonte.
Oggi la Bachar-Yerian è gradata 5.11c, R/X. Molti sostengono che sia più difficile. Comunque sia, il grado non parla molto della sua vera natura (le poche protezioni, infatti, la rendono molto temuta, NdR). La guida Tuolumne Free Climb di Supertopo la definisce ‘il più famoso testpiece psicologico degli Stati Uniti’. Sebbene la parte tecnica del primo tiro sia ben protetta, la seconda respinge il maggior numero di aspiranti pretendenti. Tra questi Wolfgang Güllich, “che ha rotto un cristallo di quarzo ed è volato per 15 metri mentre tentava la seconda salita (Pete Takeda)”.

Ho sentito più volte che tutta la mia vita si riduceva a un piccolo movimento, a un cristallo, e in quei piccoli spazi e momenti ho cercato di prendere le misure di me stesso (John Bachar, su Alpinist)”.

Nel 1981 Bachar pubblicò una nota in cui prometteva una ricompensa di 10.000 dollari per chiunque riuscisse a seguirlo per un giorno intero. Nessuno accettò la sfida.

Pochi mesi prima della sua morte, nel 2009, Bachar scrisse su Alpinist: “Più gli spit erano distanti tra loro, più potevo fare una dichiarazione artistica sul valore dell’abilità rispetto alla tecnologia”.

Nel 1986 Bachar e Peter Croft collegarono El Capitan e l’Half Dome in 14 ore di scalata.

Bachar e Croft sull’Half Dome. Foto: Phil Bard.
Bachar e Croft sull’Half Dome. Foto: Phil Bard.

Negli anni ’80 l’arrampicata si è frammentata in diverse specialità e furono molti gli arrampicatori che portarono lo stile di Bachar (senza corda) alle altezze molto più ridotte del boulder (e quindi alla maggior sicurezza). Altri hanno preferito corda, spit e altre attrezzature per superare vie difficili, spesso segnando in modo permanente la roccia: anche se riducendo al minimo il materiale lasciato in parete, per Bachar era comunque troppo.

John non ha mai imposto la sua etica a nessuno, ma dato che era così bravo e non si faceva scrupoli, è stato spesso attaccato semplicemente perché rappresentava qualcosa di tanto diverso dal mainstream. In questo senso era davvero molto zen (John Middendorf)”.

Negli anni ’90, Bachar salì in free solo Enterprise (5.12b/7b) nella Owens River Gorge e The Gift (5.12c/7b+) a Red Rocks.

E la visione della purezza di Bachar è tornata negli anni Novanta, quando una nuova generazione di arrampicatori si è opposta alla chiodatura. Trovò lavoro nella progettazione di scarpette da arrampicata e si affermò come un mentore.

Il nostro gruppo, noto come ‘Stone Masters’, era solito chiamare John il ‘punk monk’ (‘monaco punk’), poiché viveva da solo nel suo furgone Volkswagen rosso a Joshua Tree e l’arrampicata era l’obiettivo principale della sua vita. Questo soprannome si riferiva non solo alla sua esistenza da monaco, ma anche al suo atteggiamento punk nei confronti della società tradizionale. Nei giorni di riposo John trascorreva innumerevoli ore in solitudine dedicandosi a suonare il sassofono. Eravamo le uniche persone con cui usciva e lo raggiungevamo ogni fine settimana o vacanza possibile. John è stata la prima persona che ho conosciuto a decidere di diventare un arrampicatore a tempo pieno. 

Nel 1981 lui e Mike Lechlinski furono invitati a partecipare a un ‘incontro internazionale di arrampicata’ a Frankenjura, in Germania. Una delle salite più degne di nota di quel viaggio fu la prima salita in libera di una via chiamata
Chasin the Trane(dal nome di uno dei suoi musicisti jazz preferiti). John ha dimostrato non solo la sua fluidità e il suo controllo sulla roccia, ma anche il suo stile di arrampicata libera senza compromessi. John ha salito quasi tutte le vie a vista con una grazia sorprendente.
L’impressionante dimostrazione di John ebbe un impatto significativo sui vari partecipanti provenienti da tutta Europa e fu forse un importante input nel progresso degli standard dell’arrampicata libera in tutto il mondo.

Columbia Boulder (Yosemite Valley), John Bachar su Midnight Lightning, ottobre 1978

Durante il suo primo viaggio in America Patrick Edlinger si appostava tra gli alberi e guardava John Bachar e Ron Kauk fare dei giri sulla famosa via boulder Midnight Lightningal Camp 4. Quando Patrick tornò in Francia, iniziò un regime di allenamento ‘alla californiana’. Iniziò a fare jogging, costruì una ‘scala di Bachar’ e allestì una slack line nel suo cortile, sul modello dell’attrezzatura per l’allenamento che aveva visto al Campo 4.

Forse la via che meglio rappresentava l’impegno di John per lo stile e l’audacia era la via Bachar-Yerian. Molti anni dopo la sua prima salita di questa via, l’ho ripetuta e sono salita da capocordata nei due tiri più temuti (che avevano rispettivamente solo quattro e tre spit). Fortunatamente indossavo un casco, che mi ha dato un certo grado di rassicurazione quando mi sono trovata molto al di sopra dell’ultimo spit, perso in un mare piatto, senza alcuno spit in vista. La salita di questa via mi ha fatto apprezzare maggiormente la visione di John nel crearla e lo sforzo necessario per trapanare a mano ognuno di questi spit mentre stava appeso a piccoli ganci sulla roccia
(Lynn Hill)”.

Qualunque cosa tu faccia o dica, sarai sempre giudicato. Ma il bello è che succede anche con il silenzio. Quindi: viva la libertà. Ciò che conta è andare avanti per la tua strada, nella luce e nell’ombra, con o contro. Con la tua testa, senza tradire i tuoi principi e i tuoi ideali, che puoi cambiare, certo, perché le persone evolvono. Ognuno di noi si sta incamminando nel proprio percorso, che deve valere la pena di essere ricordato, innanzitutto da noi stessi.

John Bachar ha fatto quello che ha voluto: criticato come estremo e incosciente, amato e considerato tra i migliori arrampicatori di tutti i tempi, questo climber statunitense ha seguito il suo istinto, la sua essenza, fino alla fine.

Goodbye John, rest in rock!

Fonti
The New York Times
Outside
philbard.com (foto)
The Guardian

Per John Bachar la gravità non era un limite ultima modifica: 2026-01-08T05:05:00+01:00 da GognaBlog

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42 pensieri su “Per John Bachar la gravità non era un limite”

  1. In scelte così radicali, in cui la solitudine si fa estema, si insinua una dolorosa frattura tra sé e gli altri che può essere ricomposta a costo di estenuanti mediazioni tenute insieme da un fragilissimo concetto di libertà.
    La norma è la disapprovazione. L’approvazione è il singulto di una ribellione che non ha parole ma si affida a gesti estremi nella speranza del perdono.

  2. Io comunque rimango della vecchia scuola: consentire di coprirsi la faccia influisce sui comportamenti: protegge le persone ma al tempo stesso lascia più margini nell’esercizio della responsabilità verso gli altri. Non a caso si usa l’espressione “metterci la faccia”. 

  3. Vedi Albertoaperto, non è che tu mi stia sui coglioni, e come potresti? Non ci conosciamo.
    Mi sta sui coglioni come ti esprimi e cosa esprimi.
     
    Voglio dire, tu affermi “questo blog ha un valore solo quando tratta di eventi alpinistici” ma eviti accuratamente qualunque intervento, qualunque riferimento, qualunque opinione “alpinistica” e continui a ribadire l’inutilità del blog, la stupida superficialità degli interventi, la falsità del libertarismo del gestore e altre fesserie assortite.
    Il tutto, spesso, espresso in modo sgrammaticato, confuso e pieno di errori i tuoi (#23 e 27 ne sono un bell’esempio)

  4. Minchia Rat-Man….se tu scalassi come scrivi saresti da 8c lavorato forse 8a a vista…comunque elegantissimo
    Ultima frase direi azzeccatissima

  5. Polvere cosmica eravamo,  polvere cosmica torneremo ad essere.
    Nel frattempo,  per passare il tempo, abbiamo inventato la pesia.
    E fu sera e fu mattina.
    L’aldilà è una potente metafora che illumina l’aldiqua, e consiste nella memoria che i morti fanno vivere ai vivi.
    La pace che si augura ai defunti è quella che si desidera, che ci si augura continui o inizi a regnare tra i vivi: insomma che nel loro ricordo gli animi partigiani si pachino nel pensare al comune destino.
    Accade che , forse tranne rarissime eccezioni , nessuno possa riposare in pace: la malevolenza umana scopre nelle pieghe più riposte di vite esemplari vissute magagne più o meno piccole.
    L’inferno è quello del nostro perenne fraintendimento, che è normale, visto il morboso attaccamento alle nostre opinioni quasi che queste fossero noi stessi e noi loro.

  6. Pardon..scordavo e questo l’avevo già sostenuto,questo blog ha un valore solo quando tratta di eventi alpinistici.Bachar è stato un evento,importante,e solo a quello bisogna attenersi.Questo vale per salite exploit prestazioni descrizioni ambientali,riferitamente al terreno di gioco,per intenderci

  7. Sig.Pasini le regalo un sorriso,spontaneo,non un artefatto,non è necessario pensare di condividere una relazione in un anonimo blog tra anonimi anche se firmanti,vale solo se ci si incontra di persona,ma i social non sono posti ameni d incontri e il gestore,sul quale mi sono già espresso non è un benefattore ne un astuto ricercatore che poi analizzerà i dati etc etc e ne trarrà una summa.Dietro vi solo,una sua idea di finta libertarietà dove pensa che dal brain storm ne nasca un qualcosa,per questo il blog è una pesca a strascico di temi varii,che non sono produzione del blog ma da altri,il blog pesca e lancia poi guarda osserva ….embè..che succede?nulla vuoto pneumatico..Sig. Pasini di nuovo un sorriso

  8. Vedi Perth, come più volte detto da Gogna tenere aperto il Forum di un blog e’ una gran fatica. Capisco che più volte abbia pensato di chiuderlo. Io ritengo, come ho già detto in passato facendo una stima a spanne,  che perderebbe non più del 10% di accessi, che su un milione e passa sono abbastanza pochi. Però lo tiene aperto e anche questo lo capisco. Frequento pochi blog, perché Suor Maria dice che fanno male, molti sono senza Forum e devo dire che qualcosa manca.  Nei Forum c’è tanta fuffa, a volte scorie tossiche, a volte si sfiora persino il documento clinico ma in fondo c’è un lumicino di speranza che può giustificare il tenerli aperti. Gli articoli sono stimoli, a volte esche che fanno scoppiare incendi a volte però  smuovono pensieri, emozioni, collegamenti, libere associazioni un po’ diverse dai temini che potrebbe scrivere l’AI. Questa è la parte secondo me migliore, un’opportunità che, con la giusta misura, le persone hanno a disposizione di condividere contenuti mentali ed emotivi anche al di fuori del loro giro personale.  Qualcuno ne sente il bisogno continuamente, qualcuno ogni tanto, come succede a me. A qualcuno interessa relazionarsi con chi interviene a qualcuno no. Assolutamente normale. Se non interessa perché pensa che in realtà ciò che gira è di scarso valore, fa le sue scelte che possono comprendere anche il disprezzo. Se sente il bisogno di esprimerlo, non mi scandalizzo. Lo dice magari con un minimo di formalita’ e magari firmandosi come si fa tra persone reali e poi saluta. Tutto qui, piano e semplice e se ti sembra curiale lo prendo come un complimento.  Saluti. A me, con tutto il rispetto, non interessa relazionarmi con te, perché penso tu non sia interessato a ciò che io ho condiviso qui a partire dall’articolo stimolo e ne hai pienamente diritto. 
     
     

  9. Ok.per capirci In merito alla frase sugli ubriachi..il commento al Sig. Pasini apparso a risposta è stato poi cancellato,quindi la frase era riferita alla cancellazione,..poi riapparsa..in specifico …Sig. Matteo debbo riconoscere che le sto sui suoi attributi ed avendo una massa corporea di kg 70 su un h. di 1,73 auguri ai suoi gioielli,Lei è ingegnere e saprà ben distribuire la massa sulla superficie,Sig.Fetido.. a naso..lei non è stato minimamente coinvolto .Relax relax..tanto nel blog,in questo blog niente cambia,nulla succede, e se succede a minchiate finisce

  10. Albertoaperto, da come hai scritto il penultimo intervento l’unico palesemente sotto effetto di sostanza psicotropa sei tu…

  11. Fare delle curve a 50 gradi o anche 40 con sotto il vuoto non è poi tanto diverso da scalare slegati…lo scialpinismo ripido ed esposto espone agli stessi rischi del free solo….. Eppure lo praticano in molti…
    La guerra di solito la fanno i giovani per conto dei vecchi…..che fregatura… eppure….

  12. Mi pare di capire Sig.Pasini che Lei sia l unico autorizzato a citare la Repubblica dell Ossola,e quindi depositario della sua essenza..forse l unico Ossolano…vede in questa risposta vi è in parte l essenza di un blog che apparentemente dovrebbe discettare di Montagna Alpinismo,ma che in genere da la stura a chi l’ha più lungo,e quasi sempre in temi estranei,Lei dice ,.di la tua e basta…bravo  bel’imperativo,e cosa le fà capire che non sia la mia ma di altri?
    Mi,é anche simpatico,poichè lei non è un randellatore nel blog,ha un taglio definirei curiale,Suor Maria docet,ma ribadisco se il tema è una scelta di vita Bachar..lo ricordo ai Piani dei Resinelli,perchè impelagarsi in esercizi extra che ben conoscono coloro che hanno un apprezzabile curriculum di montagnard,non sono neccessari servono solo a deviare il tema principe,per aggiungere doccie innutili di concetti vetusti,il capitale il povero,lo sfruttamento e via blaterando.Attenersi al tema costa meno fatica e aiuta.

  13. Perth, lascia perdere la Repubblica dell’Ossola che è nella storia della mia famiglia. Li’ giocarono a scacchi sapendo che probabilmente avrebbero perso perché credevano fosse giusto dimostrare che potevamo farcela da soli. Una scelta di libertà e di sacrificio. Siamo partiti dalla riflessione sulle motivazioni che spingono le persone ad esercitare liberamente attività ad alto rischio. Da lì è venuto fuori il tema dell’istinto di morte. Un istinto che viene evocato anche nelle situazioni di guerra. Forse è stato l’inconscio, stimolato dal clima di questo periodo e dalle rinnovate passioni guerresche che iniziano a circolare non solo nei potenti ma anche nelle masse “popolari” a evocare questo spettro. Mio caro non siamo angeli, certi istinti fanno parte di noi, la consapevolezza però ci può dare una mano nelle nostre scelte, perché anche certe decisioni prese “a fin di bene” possono deragliare ed essere contagiate, come la storia putroppo insegna. Poi ovviamente le situazioni sono molto diverse e non bisogna fare confusione. Quello che non vedo necessario è questo bisogno di esprimere la propria posizione sempre e comunque giudicando e attaccando gli altri e la loro inadeguatezza.  Di’ la tua è basta. Probabilmente e’ un altro istinto irrefrenabile e indotto dai social. Meglio ridurre l’esposizione a momenti limitati. Saluti

  14. Non ricordo dove l’ho sentito ma rende l’idea. 
    A giocare spesso alla roulette russa, prima o poi trovi la pallottola.
    Questo prescinde da quanto detto giustamente da Benassi. È solo pragmatismo.
    Qualche solitaria (assicurandomi e/o senza corda) l’ho fatta anch’io e ricordo che in quel momento non ero preoccupato e mi sembrava la cosa più giusta e normale da fare.
    Quella dimensione di cui dice Massari l’ho attraversata per un tempo breve. So cos’è e mi va bene quindi averla conosciuta per capire cosa spinge altri a fare certe cose.
    Non si tratta né di condivisione (cosa che detesto), né di dare giudizi. Sono cose così intime di ognuno che è impossibile esplorarle.

  15. Forse non vi rendete conto delle evidenti stupide superficiali  riflessioni su un soggetto che aveva scelto un suo stile di vita,tutto qui,siete finiti invece a discettare su l’essere un soldato la funzione dell esercito e altre variabili da gogna blog,quella parte scadente,bastava limitarsi al soggetto e il suo agire,ma è più forte di voi formazione tipo benassi bertoncelli etc.etc.Sig. Pasini almeno Lei,mio zio partigiano nella brigata fratelli Di Dio..se avessero seguito il vostro filone la Repubblica dell’Ossola stava ancora da formarsi.E in ucraina basterebbe uscire da una trincea con la guida delle Appuane e i russi si ritirirebbero,salvo invocare l intervento dei Supremi Bevitori …begli esempi di stile..Sig.Crovella che ci sta a fare  nel blog?

  16. Roberto, la vita ci condizione sempre, in tutte le situazioni, in montagna come nel lavoro. Quello che posso dire per esperienza personale, quando sono andato per fare una solitaria, mi è capitato di rigirarmi. Non mi sentivo sereno e mi sono rigirato senza problemi. Il soldato che si rifiutava (giustamente) di uscire dalla trincea per andare allo scoperto all’assalto del “nemico” , non veniva solo trattato da vigliacco, veniva passato per le armi.

  17. Purtroppo la guerra mobilita gli istinti aggressivi e di morte anche dei soldati, non solo dei capi. Mio padre era in marina militare imbarcato su un cacciatorpediniere il giorno della dichiarazione della nostra entrata in guerra. Mi racconto’ quando fui chiamato a militare, a scopo educativo e preventivo visto che eravamo ancora nell’epoca della guerra fredda, che l’entusiasmo era generale sulla nave, pochi come lui erano spaventati, pensando a quello che li aspettava ma stettero zitti per evitare di essere emarginati come dei vigliacchi, dei cacasotto e non dei veri uomini e patrioti. I condizionamenti sociali agiscono sempre, sei comunque dentro un gruppo, virtualmente, anche quando pensi di essere da solo a fare certe scelte e il libero arbitrio, così come la libertà rispetto alle pulsioni primarie, e’ decisamente sopravvalutato, anche andando in montagna. 

  18. E comunque tra l’andare in montagna da soli e la roulette russa c’è una grande differenza. Il primo presuppone una preparazione tecnica, fisica, mentale e un’abilità. La seconda è solo culo e speranza di non beccare quell’unico proiettile. 
    Prova e poi ci racconti la differenza.

  19. Ratman, ogni tanto fai un po di autocritica, scendi dal trono e gusrdati allo specchio, ma ricordari che nkn sei il piu bello del reame. L’hai fatto te il militare? In guerra ti ci mandano e ti considerano carne da cannone per la gloria di re, reucci e generali. In montagna non ti obbliga nessuno ad andarci, è una scelta tua. 

  20. “Benassi, c’è differenza tra andare in guerra o praticare la roulette russa.”
     
    Beh, certo: per la stragrande maggioranza degli uomini, in guerra costringono con la forza ad andare, per motivi che con te c’entrano poco.
    In montagna invece, solitari o meno, ci si va per decisione propria, perché lo si vuole.
     
    E’ una gran bella differenza.

  21. Benassi, c’è differenza tra andare in guerra o praticare la roulette russa.

  22. Non si litiga sul belinone in quota, ma sul fatto che non si possa esprimere un giudizio, un’opinione diversa dai cosiddetti “propretari”.

  23. Che le “sensazioni” forti siano alla base dell’esercizio di attività che hanno una probabilità elevata di finire male, nonostante tutta la preparazione, la cura e la capacità, e’ un fatto assodato. C’è tutta una letteratura in merito. Non sono però l’unica motivazione. Anche il giocare a scacchi con la morte per vedere chi vince, come il famoso cavaliere svedese, non può essere trascurato come movente più o meno conscio. Poi ci sono anche i condizionamenti sociali..insomma il fenomeno è complesso e se ne è parlato più volte e ogni volta quando la famosa probabilità infausta di realizza non si può che rimanere sulla soglia….senza moralismi e atteggiamenti giudicanti. La questione, riguarda una parte dell’umanità, una parte perché la maggioranza ha altri bisogni prioritari e forse perché pensa che comunque anche in una vita normale la partita a scacchi te la giochi, anche non cercandola. Queste personalità sono dunque intriganti, anche sé minoritarie. Io in realtà ho fatto un collegamento improprio con l’osservazione di Cominetti relativa al racconto fatto da Gogna di un incidente in una situazione diciamo abbastanza normale, perché mi sono più immedesimato con quel tipo di situazione, che penso riguardi la maggior parte di noi. Un po’ come l’incidente sulla Pania. Dove comincia il puro caso o dove in realtà le cose non accadono per caso? Ah saperlo…forse è meglio tacere e riflettere su di se’, cosa che di solito accade, come racconta anche Gogna, dopo la “caduta” non prima. Magari è tempo speso meglio che non a litigare sul belinone colorato in quota, che con tutto il rispetto dovuto non mi sembra una questione così cruciale, anche se ognuno ha legittimamente i suoi interessi. E’ tornata suor Maria e così posso parlare con un essere umano di persona, quindi un caro saluto. A risentirci. 
     

  24. Bell’aarticolo su uno dei miei miti di gioventù insieme a Preuss e Winkler
    Io penso che arrampicare, dopo un percorso di dedizione e disciplina, sapendo che un errore non ti da scampo ti immerge in una dimensione del tutto particolare dove scavi nelle tue risorse fisiche e mentali per fare qualcosa che ti proietta fuori dalla realtà in modo del tutto egoistico e quasi onanistico.
    Cito la mia personale definizione di arrampicata solitaria integrale o free solo che avevo già scritto sui social e che riassume il mio pensiero:
    E’ una cosa che devi sentire come un’esigenza necessaria come probabilmente e’ l’arte per qualche individuo.
    In qualche caso è anche ricerca della performance ma spesso, quando non si fa per ottenere un risultato, è fusione tutale con la natura facendo una cosa che richiede disciplina e grande concentrazione e che quando riesce bene dà a chi la pratica la sensazione di essere in armonia con sé’ stessi e con l’universo, facendo poi ritornare alla normalità come rigenerati.
    In fondo chi non vorrebbe provare una sensazione simile?
    Tutto qui

  25. Era solo uno spunto di riflessione su quell’impasto di scelte, più o meno coscienti, casualità e imponderabilità, errori e chissa’ che altro …

    Roberto qjndo ci s’impegna in una ascensione si fanno delle scelte, sicuramente si cerca di farle giuste. Il problema è:  si ha la consapevolezza delle scelte che si fanno? Inoltre tutto dipende dalle nostre scelte? Oppure la sfiga, il caso, il destino giocano la loro carta? Io non lo so! Quello che so che un po di volte mi è andata bene.

  26. Alberto, la conosco bene da tutti i versanti e sappiamo tutti che le Apuane possono fregare d’inverno anche persone esperte come Fabrizio Banti. Era solo uno spunto di riflessione su quell’impasto di scelte, più o meno coscienti, casualità e imponderabilità, errori e chissa’ che altro che può toccare chiunque, anche chi non va a fare solitarie su vie ad elevata difficoltà. Una riflessione che ogni volta è forse più uno sfogo perché una risposta convincente e definitiva non c’è’. Almeno io finora non l’ho trovata. Quindi grande attenzione nel frequentare la Apuane, questo possiamo metterci, come sempre, poi che ne so, ognuno ha i suoi “angeli” sui quali conta con umiltà e consapevolezza che non siamo onnipotenti, una consapevolezza che forse sarebbe bene avere prima di verificarlo di persona. Comunque una rilettura delle considerazioni amare ma lucide scritte nel 1918  del vecchio Sigmund sulle pulsioni di morte presente in noi umani non è inutile. In tempi come questi dove gli istinti suicidi che potrebbero essere forse alla base di alcuni eventi in montagna sono sicuramente la manifestazione meno grave e rilevante di questa componente della nostra specie. 

  27. Quello che però non mi convince è la parola “responsabilità” usata da Ratman. 

    La parola “responsabilità” è fuori luogo, perchè altrimementi andrebbe messa in atto sempre e comunque e, l’alpinismo, di conseguenza, non andrebbe praticato. Personalmente ho praticato l’alpinismo solitario, alcune volte non mi sono protetto, ma per la maggior parte si. L’ho fatto per responsabilità? No, l’ho fatto perchè non avevo le palle per salire senza corda. Comunque ho avuto la sensazione di avere rischiato molto di più le volte che ero in cordata,  che quando ero da solo.

  28. Le Apuane centrano e non centrano perchè spesso, sono sottovalutate, sopratutto nella stagione invernale. Tieni presente che i versanti delle Apuane sono molto ripidi,  se una via normale alla Pania della Croce (molto frequentata!!), non ha particolari difficoltà tecniche, in certe condizioni ambientali NON ammette errori!!

  29. Caro Roberto, l’incidente tragico accaduto pochi giorni fa sulla via normale della Pania della Croce che sale da ovest  dalla Foce di Mosceta, purtroppo  è uno di una lunga serie. L’itinerario senza neve non presenta nessuna difficoltà, è una semplice camminata su sentiero in condizioni invernali le cose cambiano, il sentiero scompare e il versante si traaforma in un ripido pendio, spesso ghiacciato, perche il versante prende il sole e con le basse temperature trasforma la neve. Non ci sono particolari difficoltà tecniche, ma in queste condizioni, basta un minimo errore per cadere e fare una lunga scivolata quasi sempre inarrestabile e purtroppo fatale viste le rocce affioranti e salti. Quasi tutti questi incidenti avvengono in fase di discesa, nel tratto poco sotto al Callare il più ripido e ghiacciato.

  30. Caro Alberto (Benassi) mi ero ripromesso di tornare nella silenziosa pace della mia RSA (Villa Alzheimer la chiama Crovella) ma questa mattina il post di uno degli amici del gruppo Mufloni delle Apuane mi ha profondamente agitato e sento il bisogno di esternare visto che suor Maria oggi non è di turno. Due giorni sull’amata Pania della Croce e’ morto un alpinista/escursionista ben conosciuto dalle vostre parti. Niente di particolarmente estremo, una normale gita invernale innevata. Cominetti, riferendo anche un pensiero della Goggia, dice che molti incidenti non sono casuali. Lo dice commentando un incidente “banale” capitato a Gogna, che potrebbe aver avuto conseguenze ben più gravi. Credo che tutti noi potremmo raccontare (per fortuna) casi simili. Proprio sotto lo Zucco,  a Baiedo a me capitò una cosa simile. Ci ho pensato tanto, forse Cominetti ha ragione. Non lo so, probabilmente ci mettiamo qualcosa del nostro, magari inconsciamente. Con lo scorrere del tempo le domande aumentano e le certezze diminuiscono. Per qualcuno di noi, almeno, per altri avviene il contrario. Beati loro, mi verrebbe da dire. Quello che però non mi convince è la parola “responsabilità” usata da Ratman. Troppe implicazioni morali. Io direi meglio “scelta” delle proprie priorità e quindi dei livelli di probabilità delle conseguenze. Facciamo delle scelte, non sappiamo bene quanto libere e razionali,  e siamo in parte arbitri della nostra sorte, però da lì in poi inizia una terra incognita che la “ragion pura” del camminatore di Konisberg fatica ad esplorare. Ciao, le Apuane comunque non c’entrano, siamo noi che ci facciamo tante domande, forse i mufloni, quelli veri, non le se pongono quando cade uno di loro. Magari hanno ragione. Vivi e lascia vivere. 

  31. “Se il giocare puo dare spazio ad una colpa, tra il giocarsi tutto e il giocarsi tanto passa la differenza che se perdi nel secondo caso espii anche tu, nel primo solo gli altri.”
    Ben detto Ratto, ma falso e incompleto, perché semplicemente giocando si può comunque perdere tutto. Per caso o per sfiga, ma si può comunque perdere tutto e, anzi, prima o poi tutti sono destinati a perdere tutto.
     
    L’importante nel rispondere alla domanda di Fabio è come si gioca.
    E non potendo esserci la risposta ex-post, ognuno può e deve trovarla solo per se’ ora.
    Dare giudizi assoluti sugli altri e sulle loro vite è quanto di più piccolo borghese e squallido si possa fare.

  32. La domanda è questa: “Ne valeva la pena?”.
    Noi vivi non siamo in grado di rispondere.
    Solo i morti potrebbero farlo. Ma loro tacciono.

  33. Che differenza di “irresponsabilità” c’è tra chi si ammazza cadendo in cordata e chi lo fa in solitaria sciolto? La prima è una morte responsabile, quasi una sfiga, mentre l’altra  no?

  34. Se il giocare puo dare spazio ad una colpa, tra il giocarsi tutto e il giocarsi tanto passa la differenza che se perdi nel secondo caso espii anche tu, nel primo solo gli altri.
    Prima che una scelta di libertà,  quella del free solo è una scelta di irresponsabilità.
    Detto questo conoscendo – mutatis mutandi – la vertigine, il titanismo che fa vivere l’esperienza.

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