La voce delle foreste: quando gli alberi parlano di cooperazione. Commento e riflessione sul docu-film Quello che le foreste non dicono.
Quello che le foreste non dicono
di Filippo del Vecchio
In un periodo in cui il cambiamento climatico e la tutela dell’ambiente sono temi sempre più centrali nel dibattito pubblico, raccontare il valore delle foreste italiane e di chi ogni giorno se ne prende cura diventa fondamentale. È proprio questo l’intento di “Quello che le foreste non dicono”, il docufilm prodotto da Confcooperative, diretto da Tancredi di Paola e scritto da Luigi Torregiani che ci invita a guardare ai boschi non solo come patrimonio naturale, ma anche come spazi di vita, lavoro e cooperazione.
In soli, ma esaustivi 24 minuti, le telecamere ed i droni utilizzati per le riprese ci accompagnano lungo un viaggio da nord a sud tra le foreste italiane – dal Friuli- Venezia Giulia all’Emilia-Romagna, fino ad arrivare in Sardegna e Puglia – per parlare di cooperazione forestale, comunità e territorio.
Il fil rouge di tutto il documentario è la cooperazione, un sentimento importante che spinge a realizzare un’azione comune di più soggetti per raggiungere un obiettivo specifico e che qui lega tra loro diverse realtà, le cooperative forestali, impegnate ogni giorno nella gestione e nella cura dei boschi e foreste, le loro, quelle del loro territorio.
Le cooperative forestali, anello fondamentale della catena della filiera forestale, compiono quindi un lavoro silenzioso e fondamentale che rende le foreste più accessibili e resilienti; la loro opera è la risposta alle sfide ambientali che oggi stiamo affrontando e che la natura ci mostra quotidianamente. Queste sfide, hanno bisogno di responsabilità condivisa, cooperazione, dunque un impegno attivo da parte di tutti.
Le foreste ed i loro alberi, seppur così grandi ed imponenti, oggi si ritrovano inermi, come giganti dai piedi d’argilla, bisognosi di cura, gestione e salvaguardia. Oggi, un bosco gestito e curato è un bosco vivo e vitale, in grado di poter continuare a generare valore, sia per l’ambiente che per l’economia, oggi nemesi del benessere della natura.
Il documentario si intreccia perfettamente anche con il pensiero di Papa Francesco che ricordava al punto 36 della Laudato si’ che prendersi cura degli ecosistemi richiede una visione a lungo termine perché, quando l’unico obiettivo è ottenere profitti immediati e facili, la loro tutela viene trascurata. Tuttavia, i danni provocati da comportamenti egoistici hanno un prezzo ben più alto rispetto a quello di un’economia gestita in modo responsabile e sostenibile.
Tutto questo mi fa pensare anche ad una nota riflessione dello scrittore Erri de Luca: “Amo gli alberi. Sono come noi. Radici per terra e testa verso il cielo”. A pensarci bene gli alberi, oltre a permettere la vita, ne sono anche la perfetta
metafora. Bisognosi di solidità e libertà, voglia di crescere e di espandersi, reincarnano straordinariamente l’essenza dell’uomo.
Penso che quindi la voce delle motoseghe che per decenni è stata eco dei boschi nel mondo, oggi deve lasciare lo spazio alla voce delle foreste che provano a farsi sentire da tempo e che noi, da tempo, abbiamo ignorato.
Probabilmente, ascoltandole attentamente potremmo ritrovare il “nostro albero interiore” perché in fondo non prendersi cura di loro è un po’ come trascurare noi stessi.
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“Quello che le piante non dicono” di Riccardo Rizzotto, leggetelo ai vostri figli la sera, leggetelo ai vostri nipoti, regalatelo a vostri conoscenti e parenti che hanno bambini. Cresciamo una generazione di persone consapevoli e responsabili, perché mi pare che purtroppo con noi non ci riusciamo
Avete ridotto i boschi a campi di guerra. Vergognatevi.
Peraltro Marcello, nella cartina ReNature Italy mi pare che manchino almeno la foresta di Salbertrand e l’ultimo scampolo di bosco planiziale padano di Trino…non avranno le conoscenze giuste?
Le foreste dicono tutto, anzi lo urlano. Siamo noi che non sappiamo (non vogliano) ascoltare.
Quanto a voler eliminare la caccia, sono figlio di cacciatore, sono andato a caccia con mio babbo tante volte, ma non ho mai capito che divertimento ci sia ad ammazare un animale e poi magari farne un trofeo da appendere al muro del salotto.
Non è piu bello ammirarlo vivo in un bosco???
Come non essere d’accordo con le teorie di salvaguardia delle foreste, ma ho sempre un sospetto quando si fanno classifiche record e si parla di bollini UNESCO.
Questi riconoscimenti sono la linfa di cui si nutrono i mille enti ambientalisti che il più delle volte abbisognano di finanziamenti per sopravvivere, quando anche per generare utili o stipendiare dei pelandroni. Per usare un termine educato e lieve.
In Sardegna, per esempio ci sono molti alberi monumentali come gli ulivi selvatici (olivas tri) dell’Ogliastra che conta più di un esemplare ultra millenario.
Ma si vede che per rientrare in certe classifiche bisogna imbonirsi qualcuno. Come per le bandiere blu, le etichette verdi, bio, ecosostenibili, ecc.
Io sinceramente ne ho le palle piene.
Al mio paese, ad esempio, i cacciatori vanno nelle scuole elementari a insegnare il rispetto per gli ecosistemi e sono efficacissimi.
Eppure si vorrebbe eliminare la caccia…
1 @ assolutamente!
Libro da leggere: “La vita segreta degli alberi” di Peter Wohlleben uno stupefacente occhio aperto sulle piante davvero incredibile!
Gli alberi e le stesse foreste sono esseri altamente senzienti.