Salviamo la Stalla Ovale

Il Club Alpino Accademico Italiano per la conservazione di questo straordinario manufatto.

Salviamo la Stalla Ovale
di Giuseppe Miotti

Chiunque abbia visto la Stalla Ovale della Val Qualido non ha potuto evitare la sua meraviglia di fronte a un’opera tanto monumentale quanto umile negli scopi e nei materiali usati: tipico esempio del più raffinato ingegno delle genti di montagna che sapevano ottimizzare quanto il territorio offriva loro e volgerlo in favore delle circostanze.

Giungere a visitare questo manufatto non è facile perché da qualsiasi parte si salga si devono superare ben mille metri di dislivello e due dei tre sentieri di accesso non sono facili. Ma le innegabili difficoltà rendono ancor più straordinario questo esempio di civiltà montanara sito a 2000 metri di quota nell’angusta Val Qualido, la minore delle valli che affluiscono al versante destro della Val di Mello. Già la risalita del sentiero “normale” è un’esperienza particolare e permette di apprezzare l’ingegno con cui si sono sfruttate le caratteristiche morfologiche dei ripidi pendii, superando le zone più esposte e rocciose mediante ciclopici gradini di granito e staccionate oggi purtroppo fatiscenti quando non scomparse.

Nessuna forzatura, ma solo l’adattamento, a volte estremo, alle condizioni poste dalla montagna. Dalle faggete di fondovalle il sentiero s’inerpica obbligato in una stretta striscia di monte compresa fra la muraglia di placche verticali del Qualido e il crinale spartiacque con un ramo minore della Val Qualido, la Val de la Mazza. Schiacciati da tanta imponenza non possiamo che domandarci come facessero i Della Mina, proprietari del monte, ad affrontare con la mandria un simile percorso già duro con tempo buono, figuratevi quando nella stretta valle si scaricano le acque dei violenti temporali rendendo il tutto ancor più pericoloso. Proviamo a immaginare il maestoso silenzio che gravava su queste montagne quando torme di turisti non erano ancora giunte ad invaderne ogni angolo. Tutti gli alpeggi del Masino sono remoti e lontani ,ma il Qualido era un vero mondo a sé, un nido d’aquile racchiuso fra massi enormi, pareti e creste frastagliate. Sforziamoci di immaginare la vita degli alpigiani quassù, tagliati fuori dal pur primitivo, ma domestico, mondo agreste della sottostante Val di Mello: niente radio, niente cellulare, niente elicottero per un’emergenza, sicuramente niente medicinali se non quelli ricavabili da qualche erba.

L’ingresso. Foto: Eraldo Meraldi.

Eppure in un luogo tanto remoto e difficile d’estate salivano i Della Mina con almeno una cinquantina di mucche e si acquartieravano verso i 2000 metri fra i blocchi di una grande frana sulla sinistra della valle. Portare le mandrie sul Qualido era un’impresa e gli incidenti non erano rari: bastava che una vacca facesse uno scarto e la caduta era fatale. Quindi per prima cosa fu migliorato il sentiero con rampe di muri a secco su cui si posero enormi gradini di granito. Nei punti più esposti le scalinate furono protette da robusti parapetti di legno e fu costruita una casera intermedia al termine del tratto più difficile della salita, quello iniziale. Un giorno, cercando una soluzione per proteggere le bestie dai frequenti nubifragi, il capofamiglia scorse un’apertura sotto il masso più grande dell’alpeggio, un pietrone dalle dimensioni ciclopiche, ed ebbe l’idea di realizzare quella che oggi è nota come la Stalla Ovale, ma il cui vero nome è Camarun, Camerone.

Intuendo che sotto il gigante di granito si poteva forse ricavare un riparo, agli inizi del XX secolo si diede il via agli scavi che in diverse stagioni di duro lavoro liberarono un ampio salone naturale. Era uno spazio di circa 20 metri di lunghezza, 4 di altezza massima e circa 7 di larghezza che avrebbe potuto ospitare tutta la mandria. L’opera fu poi rifinita con un pavimento selciato e scoline per i liquami, mentre su tutto il perimetro interno, delimitato a monte con un muro a secco, fu disposta una lunga mangiatoia di larice, con fori appositi ove legare circa 50 mucche.

Foto: Dario Spreafico.

Quando decenni più tardi il monte fu abbandonato il grande masso continuò la sua azione protettiva della stalla, che divenne una delle attrattive senza dubbio più curiose e caratteristiche della Val di Mello: un’opera unica nelle Alpi. Purtroppo da qualche decennio sono iniziati i guai. Una frana caduta dalle pareti del Qualido ha contributo a dissestare ancor più il “miracoloso” sentiero principale della valle e anche il Camarun, forse per effetto del riscaldamento globale che allenta la tenuta del permafrost, ha subito danni. Un iniziale piccolo crollo del muro interno ha dato il via ad un successivo franamento che ora ha sbarrato quasi completamente il varco di accesso.

Da tempo diversi soci del Club Alpino Accademico Italiano hanno segnalato il pericolo che questa importante testimonianza vada perduta e il sodalizio, non solamente preposto alla valorizzazione del grande alpinismo, ma ritenendo inscindibile da questo anche il terreno d’azione degli alpinisti e i suoi valori storici e culturali, vuol farsi promotore di un’azione di sensibilizzazione verso le amministrazioni locali affinché si corra per tempo ai ripari. Non sono necessari grandi interventi. ma più si attende e peggio sarà. Si potrebbe persino pensare ad un piccolo progetto di valorizzazione e recupero di tutto il sistema di alpeggio del Qualido, che oltre al restauro della Stalla Ovale comprenda anche la cura dei tre sentieri che ne consentono l’accesso, due dei quali veramente unici e ognuno con una piccola storia a sé stante.

Il CAAI è a conoscenza di un prossimo finanziamento Interreg Italia-Svizzera denominato con l’acronimo di APICI. Forse all’interno di questo progetto è già stato previsto un intervento simile a quello prospettato, ma se così non fosse lo si potrebbe inserire facilmente. Al di là di qualsiasi altra considerazione, se adeguatamente rimesso in ordine e valorizzato, il “Qualido” sarebbe comunque un ulteriore fiore all’occhiello nell’offerta turistica della Val Masino.

Salviamo la Stalla Ovale ultima modifica: 2025-04-23T05:38:00+02:00 da GognaBlog

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17 pensieri su “Salviamo la Stalla Ovale”

  1. Il Faina ha dato un ottimo consiglio.
    Miotti: vi mettete tu il Merizzi e il Masa con picco e badile, portate su costine,salsicce e una damigiana di Sassella. 
    Un vero peccato che non ci possa essere  il Tico a fare da capocantiere, sarebbe l’unico ad avere cognizione di causa e a lavorare per 3…forse anche a bere!

  2. Quelle che definisci “polemiche” non sono polemiche, ma punti di vista, dubbi, preoccupazioni,  supportati da precedenti.

  3. Ho letto con piacere di questo bel posto visitato qualche anno fa (partendo da mello in bicicletta per ripercorrere il sentiero di quelle mucche..). Sopporto meno le polemiche su ogni cosa, non credo proprio che un intervento di “valorizzazione” che non faccia perdere quello spazio sotterraneo porterà orde di turisti lassù, godiamoci le montagne e abbassiamo la voglia di discutere sempre e comunque

  4. Il problema sono i funzionari del tempo perso che si agitano nelle segreterie di associazioni di volontariato.

    Che vogliono lasciare traccia ben visibile e indelebile del loro nome ai posteri.

  5. Dietro il termine “VALORIZZARE” si nosconde spesso e volentieri il solo fine economico. Se anche così non fosse e lo vogliamo rendere visitabile al pubblico, ci sarà da fare delle opere di messa in sicurezza, non solo della struttura ma anche del sentiero di accesso che fu costruito dai Melat, sentiero che non è dei più agevoli per tutti.
    Cosa comporterà una eventuale valorizzazione? Sbancamenti e posa di cavi e scalette per rendere più facile e sicuro il transito sul sentiero?
    Già la val di Mello ha visto le ruspe al lavoro per rendere più accessibile il transito delle persone, con il risultato di rovinare il sentiero storico. E la val Qualido ha un ambiente che non so quanto potrebbe sopportare un eccesso di accessi.
    Quindi l’eventuale restauro di questa opere dei Melat può anche essere opportuna da un punto di vista storico e culturale. Ma tanti dubbi mi vengono su quello che potrebbe innescare.

  6. Una spelonca riattata ad uso stalla agli inizi del secolo scorso al più è una curiosa applicazione del genio contadino, ma non ha nulla di culturale.
    Non è una testimonianza di una civiltà passata, ma un rudere, come ruderi sono mille paesi alpini abbandonati nel tempo.
    Il problema sono i funzionari del tempo perso che si agitano nelle segreterie di associazioni di volontariato.

  7. A me la parola valorizzare di per sé non spaventa se intesa come “rendere sano” e quindi “salvare”. Che poi quel termine possa avere anche il significato di “generare profitto” è un’altra questione. E anche qui dipende cosa si intende per “profitto”: un manufatto che diventa un rifugio i cui gestori e fruitori sono rispettosi non mi pare una sciagura. Un palazzo di cemento con funivia e musica alta sì. 
     

  8. Si vuole aggiustare la struttura: si forma una squadra di lavoro e, consultando a voce la comunità che a questo luogo è legata (se esiste),  si va in silenzio a compiere l’impresa.  credo che le tecniche e le energie che non mettano a rischio la valle siano quelle usate dalla cultura contadina. Se nessuno vuole metterci questo tipo di fatica (totalmente comprensibile) meglio abbandonarla e raccontare alle future generazioni quanto fosse incredibile questa struttura. 

  9. Nel 21° secolo l’unica maniera per preservare un luogo poco frequentato è non parlarne pubblicamente.
    Popi Miotti: “hai già parlato troppo!”
    Aspettati code di turisti sui 1000 m. di dislivello di sentiero per farsi un selfie nel Camarun.
    Poi si faranno una birra al Gatto rosso

  10. Ma veramente c’è qualcuno nel 21 esimo secolo che pensa di intervenire su una frana sperando di consolidarla? Ma veramente?? Senza tirare in ballo il cambiamento climatico e il permafrost non più “perma” capire che le frane sono e saranno sempre instabili è troppo sforzo?
    O poveri i miei soldi mal spesi!

  11. Una stalla di pietra che tra un po’ manco si vede non la definire un abuso antropico. Oltretutto a 2000 metri con 1000 metri di dislivello da fare per raggiungerla penso sia la meta meno turistica che si possa offrire. Apprezzo e appoggio comunque l’impegno per il mantenimento di una struttura di interesse storico e culturale. Il fine turistico lo reputo infimo ma in italia solo di questo sembra si possa campare.

  12. Si potrebbe persino pensare ad un piccolo progetto di valorizzazione e recupero di tutto il sistema di alpeggio del Qualido, che oltre al restauro della Stalla Ovale comprenda anche la cura dei tre sentieri che ne consentono l’accesso, due dei quali veramente unici e ognuno con una piccola storia a sé stante.

    Qui si rischia di stravolgere totalmente questi luoghi. La valorizzazione (parolaccia) con  le regole di oggi presuppone la messa in sicurezza.
    Occhio a quello che si propone!!

  13. Effettivamente la Val di Mello non è più quella che ho conosciuto nei primissimi anni 80. L’aria di luogo d’altri tempi  che si respirava allora è scomparsa sotto il peso dello stravolgimento turistico. Questa stalla costruita dai Melat è un abuso edilizio come lo definisce Ratman? Potrebbe anche essere, ma certamente non è una colata di cemento armato, come oggi se ne vede tante, visto che se non sai dov’è non la trovi, tanto è inserita nell’ambiente naturale. La considerazione che fa Ratman ha sicuramente una sua ragione.  Questa struttura la dobbiamo restaurare e “valorizzare” (brutta parola piena di insidie)  facendola diventare una delle tante attrazioni turistiche allargando ulteriormente l’invasione turistica anche alla val Qualido?

  14. È curioso come una alterazione della natura commessa a fini di profitto privato, insomma un abuso antropico ante litteram del territorio, diventi dopo 100 anni un fatto culturale degno di nota.
    Non solo: come il tutto debba essere “valorizzato” – da “valore”, categoria iper mercantile – a fini turistici in luoghi già assediati dai turisti.

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