Stare
di Antony Risi
(pubblicato su Pietragrande – annuario del CAI di Bolzaneto, 2023)
Nella primavera del 2023 mi sono iscritto al 40° Corso di Speleologia di I° livello organizzato dal Gruppo Speleologico CAI Bolzaneto. Non avendo nessuna esperienza di speleologia o anche solo di arrampicata, ho dovuto educarmi a prospettive e movimenti completamente nuovi.
Questa premessa è importante perché in realtà l’introduzione all’attività speleologica mi ha fornito sensazioni contrastanti: fin dalla prima uscita ho capito subito quanto la speleologia, oltre che certamente affascinante, possa essere pericolosa e scomoda.
Dunque, la fascinazione è rimasta inizialmente solo come un rumore di fondo, poiché coperta dalla continua paura dell’altezza, di veder rompersi l’attrezzatura o di fare male qualche nodo e volare giù. Questo lato molto concreto della speleologia è stato un grande scoglio con cui familiarizzare, ma a motivarmi per continuare c’era la voglia di finire quello che inizio, la professionalità e leggerezza dei miei istruttori e istruttrici, dei compagni di corso e, per ultimo, ma non per importanza, la sensazione che paura e senso di completa inadeguatezza nascondessero qualcosa di piacevole e profondo.
Infatti, nei momenti di tregua tra una stressante risalita, l’arrampicata o la sospensione nel vuoto, intravedevo la bellezza nello strisciare in luoghi angusti, nello sporcarmi, nel fare meglio manovre, nodi, nella paura stessa. Il silenzio di una grotta è vibrante e il buio che la abita ha una massa, una sua densità reale, di cui godevo quando possibile spegnendo la luce e semplicemente stando. È bello Stare, senza avere la pretesa di essere altro, di dover muovere arti, compiere azioni, pensare; Stare così intensamente che, per qualche attimo, ti immedesimi con le rocce che ti circondano e non senti differenza fra te e l’ambiente circostante: potresti benissimo non esistere in quei momenti. Ed era in queste sensazioni che mi sembrava di intravedere delle risposte, non sempre traducibili a parole, alle perplessità che un po’ mi assillavano.
Ricordo che una volta eravamo al Buranco degli Alzabecchi ed ero sospeso nel pozzo di 80 metri circa (Pozzo della Cascata, NdR). La discesa è stata lunga, buia e silenziosa; gli unici segnali sensoriali erano dati dalla corda che scorreva nella mia mano destra, la vista dei miei piedi e di un lumino giù, sul fondo. Scendevo e intanto parlavo a me stesso: “Perché ora provo paura? E di cosa ho davvero paura? È la morte? No, non è la morte in sé, piuttosto di come ci arrivo. Ho paura di farmi male. Ho paura di cadere e, anziché morire, ferirmi, soffrire e urlare. Sto scendendo giù verso il fondo, e l’unica paura sta nel come ci arrivo, nient’altro”. Razionalizzare questo mi aveva smosso qualcosa dentro.
Eccolo, vedo il fondo, i miei compagni mi aspettano. Disarmo il discensore, sono libero; fra il vociare e la lieve sensazione di spaesamento dato dalla lunga discesa, fatico a capire dove sono, ma, grazie a un po’ di caffè e qualche orsetto gommoso, appagante premio d’arrivo, ritrovo la centratura. Dopo qualche chiacchiera sento il bisogno di isolarmi: mi metto seduto per terra a osservare il luogo in cui sono.
È una stanza circolare di 4 metri circa di diametro, pavimento ghiaioso, rocce, qualche stalagmite, stalattiti tutt’intorno e dall’alto gocce d’acqua come se piovesse. Tutto qua. Questa stanza non ha assolutamente nulla di eccezionale rispetto a conformazioni più eclatanti viste in precedenza: grandi vele di roccia traslucide che alla luce s’irradiano d’un bagliore alienante, stalattiti e stalagmiti che si uniscono in un unico grande e particolareggiato colonnato, stanze enormi e discese dalle prospettive non euclidee. Quando mi trovavo dinnanzi a queste eccezionalità, provavo sì un sentimento di piacevole scoperta, ma anche una sottile mancanza, come se non stesse in quel tipo di bellezza la ricerca mia, il senso del mio dedicarmi all’attività speleologica, affrontando e armonizzandomi con le difficoltà che incontravo.
Più osservo la stanza, più ne apprezzo la sua semplicità, intravedendo in essa un senso di completezza, quella completezza che forse si può cogliere quando si pensa che non si sta trovando nulla. Sorridendo, mi lascio bagnare dall’acqua che mi cade addosso. “Questo è il fondo” ho pensato. “Sul fondo c’è solamente il fondo, niente di più”. Dal piacere di contemplare sono fiorite queste parole, che hanno risuonato nella mia testa e nel petto per molto tempo dopo quell’esperienza. Ogni volta che le ripetevo avvertivo con quanta misteriosa forza risuonassero in me, come se recitando quel mantra stessi piantando dei semi o costruendo uno spazio interiore, un vuoto.
Mi sembra che il concetto di vuoto sia molto importante nella speleologia, e questo perché in effetti quel vuoto lo si vive: si entra nello spazio pieno e solido della terra in cerca del suo vuoto; ci si muove in quel vuoto, ci si districa, ci si contorce come insetti pur di avanzare e viverlo nella sua totalità, esplorandolo per scoprire dove porterà, se a un’uscita o a un vicolo cieco. Dentro di esso bisogna imparare ad apprezzare e abbracciare l’Assenza, che si declina nella mancanza di luce, di spazio, di comodità, di velocità e sicurezza.
Credo sia importante saper fare amicizia con l’Assenza, che nella sua semplicità, nella sua modestia è ricca, piena di se stessa. È uno spazio vuoto e allo stesso tempo pieno; uno spazio vuoto ma solido. L’Assenza in fondo è quella cosa che ci muove tutti quanti a Fare, a cercare qualcosa, che ci spinge a gettarci, consapevolmente o no, in un’avventura, con la tacita speranza di non Trovare mai davvero fino in fondo, o almeno di non Trovare troppo presto; altrimenti che storia avremmo da raccontare o raccontarci? Ad esempio: Romeo e Giulietta si incontrano, si innamorano e le famiglie, felici per la bella notizia, preparano una bellissima festa e tutti vissero felici e contenti. Fine. Più che una storia sembra un bollettino meteorologico.
A scanso di equivoci, credo che nessuno cerchi problemi di proposito, ma senza di essi e senza quei vuoti da colmare non esisterebbero storie così interessanti da essere raccontate, quelle storie che poi, dopo una vita, forse, se siamo fortunati, ci fanno addirittura intravedere un barlume di senso al nostro essere qua, all’aver scelto una strada piuttosto di un’altra; all’aver detto “sì” piuttosto che “no” e viceversa. Un senso al nostro essere vivi e proprio noi, proprio io che ho scritto e tu che leggi, addirittura dotati di coscienza, in questo universo dal cui misterioso caos sistematico siamo miracolosamente nati.
Quelle storie che, dopo una vita, fanno una storia, la nostra. È bello pensare a tutto questo e guardare come l’acqua cade sulla terra. Piove sotto tonnellate di roccia e, ogni volta che una goccia tocca il fondo, questa si rompe in gocce ancora più piccole fino a che tutte insieme, illuminate dalle nostre frontali, non riflettono tanti e piccoli punti di luce che danno al suolo un carattere diamantino. Guardo in alto e qui da dove sono non vedo la fine del pozzo, mi sento come divorato ma allo stesso tempo protetto dall’utero di pietra di questa montagna, anzi, mi chiedo addirittura se le sensazioni provate fino a ora abbiano cambiato qualcosa del modo in cui vedo le cose, e che dunque uscirò un po’ diverso da qui.
A posteriori, riflettendo su quest’esperienza, credo non sia stato un caso quello di aver provato sensazioni e pensieri simili: per tante culture, la grotta, al pari della foresta, è stato un luogo iniziatico e di culto dove avveniva la crescita dell’individuo che si addentrava al suo interno; anzi, le caverne fungevano anche da riparo, erano luoghi di procreazione e nascita, e proprio per questo rapporto primordiale hanno acquisito un valore tale per cui, parafrasando Cari Gustav Jung, la grotta è diventata una delle rappresentazioni dell’archetipo della Grande Madre: la divinità primordiale che esprime l’interminabile ciclo di nascita-sviluppo-maturità-declino-morte-rigenerazione delle vite umane e dei cicli naturali, e che con sembianze diverse è presente in moltissime culture, costellate di fiabe, miti, racconti o Sacre Scritture.
Chissà, magari… Oh, un brivido di freddo mi sale su per la schiena e comincio a tremare. Non mi sono neanche reso conto di essere completamente zuppo. Mi friziono il petto per scaldarmi un po’ e comincio a desiderare di tornare su, o per lo meno di muovermi di nuovo. Estraggo dalla tasca il taccuino per fare uno schizzo della stanza e annotare i pensieri fatti. Le gocce di pioggia rimbombano cristalline nel silenzio della grotta e si uniscono al vociare di alcuni compagni che scherzano fra di loro. Una mano si appoggia sulla mia spalla: “Risaliamo. Vai tu?”. Mi avvicino alla corda, sistemo l’imbrago e comincio a pedalare. La salita è lunga e difficile, ma questa, è un’altra storia.
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Bello, reale hai espresso benissimo le sensazioni intime di chi prova x la prima volta un’ avventura che tanto e’ grande quanto poco considerata. D’altronde
l’ ” assenza” e’ la splendida parola chiave.
Ho sbagliato posto.
63) Grazie Antoniomereu, vedo che hai capito. Il Pizzo delle Saette, estrema punta nord del gruppo delle Panie in Apuane, è, per me, una montagna importante. L’ho salito per tutti i versanti, ripetendo gli itinerari esistenti, aprendo vie nuove, d’estate e d’inverno, da solo e in compagnia. Insomma è una montagna del cuore.
Fosco Maraini era innamorato di quei luoghi, comprò casa lì, a Pasquigliora, un vecchio rudere che risistemò. E’ sepolto li vicino nel piccolo cimitero dell’Alpe di S.Antonio, in vista della Pania Secca, della Pania della Croce e del Pizzo delle Saette.
Oggi Casa Maraini è dimentata un museo, si può visitare.
Quello che invidio agli speleo, è il gruppo. E’ l’attività stessa che porta a fare gruppo. E’ un’attività più sociale rispetto all’alpinismo. In Apuane l’attività speleo è molto intensa, proprio per la loro geologia ne sono ricche. Il Corchia, la montagna che ho avuto sopra la testa di casa mia per 20 anni, è molto più conosciuta per le grotte (Antro del Corchia e tutte le sue diramazioni)) che per le vie d’arrampicata anche se pur numerose.
Era ora!Un bel racconto iniziatico di un (falso) parente povero dell alpinismo che appare poco e molto molto di nicchia ma che viste le emozioni che racchiude dentro e sa regalare auguro non imbocchi mai la strada del farci dei facili soldi…e resti in povertà,di quei pochi poveri fortunati, si fa per dir.
Antony buone esplorazioni dentro le cavità della terra e del tuo animo !
Ho fatto un po’ di speleologia, mezzo secolo fa circa, quando ancora si usavano le scalette e non si era ancora diffusa (almeno a Roma) la tecnica di discesa e risalita su corda…. Ho smesso perché non avevo il tempo di fare tutto, e la priorità è stata la montagna. Ma ho un ricordo vivissimo di alcuni dei momenti passati sottoterra, e questo scritto li ha fatti riemergere intensamente. Come certi testi di Andrea Gobetti, grande cantore degli abissi.
Anche io non ho mai fatto speleo. Mia moglie invece si, ha fatto anche il fondo del Corchia, restando nel ventre della montagna per più giorni. Ritornata su tutta bagnata, fangosa che puzzava di carburo. A detta sua si era pure divertita. Boh…? Non mi ha mai attratto il pensiero di stare al buio, di infilarmi in quei budelli stretti col pensiero di rimanerci incastrato. E se mi fosse fatto male? Insomma se devo schiattare lo voglio fare alla luce del sole.
Comunque bello e profondo il racconto .
Non ho mai fatto speleo, ma questo racconto affascinante un po’ di voglia la fa venire.
Molto bello e profondo.
D’altronde “non c’è avventura se qualcosa non va storta” (cit. Y. Chouinard), e sull’assenza che dire di Wish you where here?
Solo che lo speleologo è grazie all’assenza che crea il vuoto che fa la sua opera.