Tomo Česen, un uomo solo sullo Jannu

Tomo Česen, un uomo solo sullo Jannu
di Ines Božič
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 116, marzo 1990)

Il calore dell’aria e il calcare rovente ci costringono ad uscire dalla gola. Andiamo verso il mare: arrampicheremo mattina e sera, e il resto della giornata lo passeremo a mollo nell’acqua. Perché, nonostante tutto, Paklenica rimane sempre un buon posto per rilassarsi e riposarsi.

C’è anche Tomo Česen, che dopo la solitaria alla Nord dello Jannu, nell’aprile scorso, è corteggiato da tutte le riviste europee di montagna. Chiacchieriamo di un po’ di tutto, ma soprattutto mi sorprende una sua osservazione. Dice che dovrà cercarsi un compagno per arrampicare in Francia. Che strano: quando lui faceva progetti, di solito gli domandavo dove e quando, mai con chi volesse salire. Tomo comprende al volo la mia meraviglia, e non ha problemi a dirmi che per il momento ne ha abbastanza di sforzi bestiali tipo Jannu. Per un po’ arrampicherà in cordata, gli farà bene. Ma fino a quando? Conoscendolo bene, sono sicura che il bisogno di una nuova dose di… adrenalina non tarderà a farlo ritornare sui suoi passi.

Negli ultimi anni abbiamo collegato il tuo nome all’arrampicata solitaria. Tomo, come sei arrivato a questa pratica?
Ho cominciato con vie molto facili, ho continuato con itinerari di media difficoltà e alla fine sono arrivato alle salite estreme. Prima delle solitarie di alto livello, comunque, ho fatto un centinaio di vie non molto difficili. Fin dall’inizio mi sono reso conto che le solitarie ti spremono molto di più delle normali salite in cordata. Occorrono la massima concentrazione, una buona preparazione fisica e psichica, e anche molta esperienza. Alla fine, dopo aver arrampicato a lungo senza compagni, mi sono convinto di avere i nervi a posto.

Tomo Cesen su un tetto di VIII+, a Idrija (Iugoslavia). Foto: Archivio Tomo Česen.

Ai piedi di una parete non ti è mai capitato di rinunciare a causa di un qualche “avviso interiore”?
Due o tre volte. Sono ritornato al rifugio immediatamente: credo che sia molto importante sapersi ascoltare. E qualche volta anche utile.

Cosa rappresenta un Ottomila per Tomo Česen?
Fisicamente, oggi, l’altitudine non rappresenta niente di particolare. Ma è necessaria una puntualizza-zione. Secondo me non c’è una gran differenza fra i 7500 e gli 8000 metri. Invece le cose mutano rapidamente oltre quota 8000. Ed è chiaro che tra due pareti della stessa difficoltà, quando una termina a 7900 e l’altra a 8500 metri, c’è un grosso divario perché la quota gioca un ruolo importante. Da parte mia, comunque, preferisco cercare le difficoltà tecniche. Anche se la vetta di una montagna non raggiunge la fatidica quota 8000.

Com’è nato il progetto della Nord dello Jannu?
Era uno dei grandi problemi himalayani da risolvere. Mi sono sentito pronto ad accettare la sfida. Volevo semplicemente vedere cosa sarei stato capace di combinare su una parete come quella.

Al momento della tua partenza per il Nepal ho dato un’occhiata all’attrezzatura che avevi con te. Quando io vado a Chamonix ho più materiale. Com’è possibile?
ià a casa avevo deciso che in parete avrei dovuto essere leggero e veloce. Se non fossi riuscito a ; progredire in fretta, avrei fatto subito dietro-front. Perché? Perché uno zaino pesante rallenta la salita, perché se sei lento il tempo può cambiare, perché rimani esposto a lungo alla caduta di pietre e di ghiaccio, perché il tuo fisico si stanca… Sullo Jannu il mio zaino pesava solo cinque chili: sacco da bivacco, sacco piuma, due paia di guanti di riserva, un po’ di roba da bere e qualcosa da mangiare. Nient’altro. La corda là tenevo appesa all’imbragatura per ridurre il peso sulle spalle e per poterne disporre in ogni momento.

Raccontaci della salita.
Nel tardo pomeriggio del 27 aprile 1989 ho cominciato a risalire il ghiacciaio di Kumbakarna (Kumbakarna è il nome dello Jannu in lingua nepalese, ndr). La parte inferiore della parete, la più facile, l’ho liquidata in quattro ore.

E poi?
Mi sono riposato dieci minuti e ho attaccato l’enorme canalone che incide la parte centrale della parete. Per fortuna era notte, altrimenti non ci sarebbe stato troppo da scherzare: di là vengono giù di continuo sassi e ghiaccio.

Difficile?
70° – 75° con passaggi su roccia. Sono passato senza togliere i ramponi. È stato a quel punto che mi sono reso conto di cosa mi attendeva più in alto. All’alba, alla fine di un nevaio, mi aspettava il primo tratto davvero delicato: ghiaccio verticale e poi placche levigate di granito fino al nevaio successivo. Nessuna possibilità di proteggermi. Sono riuscito a riposarmi un momento solo nel ripido canalone che termina sui nevai inclinati sotto i seracchi. Più su ho dovuto fare i conti con una breve barriera rocciosa e col ghiaccio che ricopriva le placche. L’uscita era sbarrata da una placca molto inclinata.

Roba da divertirsi…
Senza guanti, con le scarpette da aderenza e qualche migliaio di metri più in basso, sarebbe stato più semplice. Lassù, invece, non potevo neanche levarmi i ramponi. Quando sono riuscito a piantare saldamente la picca nel ghiaccio, ho tirato un bel sospiro.

E la parete terminale?
Comincia a 7000 metri. Là ho dovuto far ricorso a tutto il mio bagaglio tecnico e alla mia energia psichica. Di lassù non è più possibile scendere. Ci si muove su terreno misto, con canaloni verticali e placche di roccia ricoperte da 10 centimetri di ghiaccio. A causa della quota non riuscivo a salire senza stop i tiri di 30,40 metri a 80° e 90° gradi. Ne ho superati una decina, e li ho sofferti abbastanza. Per quattro volte ho dovuto far ricorso all’artificiale, perché la roccia era troppo difficile.

E poi sei uscito dalle difficoltà?
Non ancora. Ho continuato lungo fessure piuttosto larghe, coi ramponi ai piedi. Poi su ghiaccio verde e fragile, fino a un canalino stretto che andava ad esaurirsi tra le placche. Allora ho piantato un chiodo e ho fatto un pendolo. Le difficoltà sono diminuite solo in cresta. Sono arrivato in vetta alle 15.40 del 28 aprile.

E sei sceso subito?
Il tempo stava peggiorando: ho cercato di scendere il più velocemente possibile per la via dei Giapponesi. Ho fatto un po’ di doppie su misto, poi ho continuato in arrampicata su nevai a 55° – 60°. Nei pressi della seraccata, in un crepaccio, ho trovato un posto buono per bivaccare. Mi sono fermato per un po’, poi ho continuato appena il vento s’è calmato. 40 ore dopo la partenza ero di nuovo sul ghiacciaio.

Con quale spirito ci si infila in passaggi dai quali non si sa esattamente come e se si potrà uscire?
Quando arrampico non penso a nient’altro che a salire. Sono concentrato al massimo, penso solo al passaggio successivo: allora tutto sembra più facile. Quando sei lassù, devi semplicemente passare.

In una salita come quella dello Jannu, fino a che punto è possibile controllare la situazione, e quand’è che invece la scalata entra nella “dimensione azzardo”?
Dipende da persona a persona. È chiaro che quando non riesci più a dominare la situazione, sei in zona rischio. Da parte mia, devo dire che quel tipo di sensazione non l’ho mai provata, non la conosco. Mi sono avvicinato alle difficoltà solo dopo essermi preparato a dovere.

So che hai degli sponsor. Come vedi la collaborazione tra alpinista e sponsor?
Ritengo giusto che un alpinista, dopo aver ricevuto materiale o denaro, collabori con consigli tecnici e procuri materiale pubblicitario alla ditta.

Secondo te, in che direzione sta andando l’alpinismo?
Il futuro sta nel trasferire le difficoltà dell’arrampicata sportiva prima sulle Alpi, poi sulle grandi pareti dei 7000 e quindi sugli 8000.

Una curiosità: Tomo Česen arrampica anche d’inverno?
Sì, soprattutto nelle Alpi Giulie. E tra l’altro devo dire che le vie più difficili di questo settore delle Alpi sono davvero impegnative. Riesce a capirlo solo chi ha arrampicato da quelle parti. Nelle Giulie c’è sempre molta neve, fa un freddo cane e la roccia è incrostata di neve dappertutto.

In tenda, dopo una giornata di salita himalayana. Foto: Archivio Tomo Česen.

Ed ora un parere: l’avventura secondo Tomo Česen.
Ti rispondo con un esempio. A Chamonix alcune riviste specializzate mi hanno offerto l’elicottero per le riprese d’azione. Ho rinunciato. E l’ho fatto proprio in nome dell’avventura, quella vera, una dimensione in cui l’allenamento da solo non è sufficiente e occorre usare la testa. Nessuno riuscirà mai a convincermi che la presenza dell’elicottero è un mezzo che esaurisce il suo compito con le riprese filmate. La sua presenza è un aiuto psicologico essenziale.

Spiegati meglio.
È presto detto. Se non ce la fai più, alzi le braccia e nel giro di pochi minuti sei lontano dal pericolo. Non ha proprio senso andare a fare solitarie, se di fatto puoi contare sull’aiuto di qualcuno, lo voglio andare da solo, sapendo di dipendere solo da me stesso e di dover far uso di tutta la mia capacità.

Tomo, tu hai moglie e due bambini. Qualcuno dice che con la tua attività è da irresponsabile avere famiglia…
L’alpinismo, come lo pratico io, non è poi così pericoloso. E che accidenti dovrebbero fare, allora, i corridori di Formula 1? La cosa più assurda sarebbe proprio non avere famiglia perché si pratica l’alpinismo. E allora io ti giro la domanda: secondo te, il fatto di andare in montagna implica di dover essere puniti?

La domanda finale, di rito. I tuoi progetti?
Qualche via di 8a, magari il Pesce in Marmolada. In Himalaya ancora niente di preciso, ma grandi problemi là ce ne sono ancora, e lo sanno tutti: innanzitutto la Sud del Lhotse, poi la Ovest del Makalu, il Gasherbrum IV, la Sud dell’Annapurna d’inverno. Sulle Alpi ci sarebbe anche una super trilogia invernale…

Il commento
di Carlo Crovella
È interessante rileggere, trentadue anni dopo, l’intervista a Tomo Česen, lo sloveno capace di soffiare la Sud del Lhotse a tutti i migliori himalaysti del momento. Esponente di quella scuola alpinistica “slava” un po’ bistrattata perché considerata marginale, quasi di Serie B rispetto ai Paesi alpini di blasone storico. Forgiato sulle aspre Giulie, Tomo volteggiava su difficoltà arrampicatorie (“sportive” si diceva già) in falesia e, poi, di salire vie nuove in altissima quota, anche sui terreni glaciali e di misto. Qualche passaggio (come quello sugli sponsor e sulla famiglia) denotano una mentalità diversa rispetto a quella tradizionale. Siamo già in uno scenario in cui il top climber tipo è ormai un player individuale, che contribuisce all’evoluzione dell’alpinismo completamente al di fuori da ogni contesto istituzionale. I vari Club Alpini sono ormai definitivamente distaccati da questi contesti.

16
Tomo Česen, un uomo solo sullo Jannu ultima modifica: 2022-06-12T05:07:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Tomo Česen, un uomo solo sullo Jannu”

  1. 2
    Matteo says:

    Poi bisogna essere fuoriclasse:
    “ho cercato di scendere il più velocemente possibile …ho fatto un po’ di doppie su misto, poi ho continuato in arrampicata su nevai a 55° – 60°”
    non è proprio da tutti liquidare en-passant come normale amministrazione la discesa da pendii sui 60° , a 7000 m poi!

  2. 1

    L’alpinismo si è evoluto tecnicamente grazie a dei personaggi originali e curiosi a cui di certo non importava molto avere in tasca la tessera di un club.
    L’alpinismo sloveno ha sempre avuto dei fuoriclasse che involontariamente offuscavano personaggi di nazionalità più “forti”.
    Tra tutti mi vengono in mente Janez Jeglič, Tomaz Humar e Silvo Karo, che con il suo recente libro “Rock’n roll on the wall” fa capire di che pasta siano fatti oltre Gorizia.

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.