Un insolito invito alle Alpi Marittime

Scritto nel 1972 e previsto per la pubblicazione sulla Rivista Mensile del CAI, non fu mai pubblicato: io stesso emarginai il ricordo di averlo scritto perché conteneva affermazioni scomode. Per allora, ma forse anche per oggi.

Un insolito invito alle Alpi Marittime

Le montagne che hanno dato la possibilità ad un giovane di muovere i primi passi, di assaporare le prime gioie di un’arrampicata, di conquistare le prime cime, rimangono sempre nel cuore. E’ quindi l’amore personale che porto a questa zona delle Alpi che mi spinge a farla conoscere ed apprezzare. Quella fascia di montagne che si estende dal Colle di Tenda al Colle della Maddalena, le prime due lettere della frase “Ma con gran pena le reca giù” (che si impara e che per i più rimane un semplice ricordo dei banchi di scuola) furono per me l’inizio della vera montagna. E ancora oggi, dopo aver visitato tutte le Alpi ed anche zone montuose extraeuropee, spesso il loro ricordo mi riporta ad alcuni entusiasmi che ho vissuto e che non torneranno più.

Molta strada, o poca se si vuole, ho fatto da quando ritenevo il metter piede su una cima anche modesta una piccola conquista. Ho capito da allora, e c’è voluto tanto tempo e anche l’aiuto di alcune persone, che ogni vittoria non vale assolutamente nulla se riposta solo dentro se stessi, a parziale recupero di ciò che non si riesce a realizzare nella vita.

Massiccio dell’Argentera, versante ovest. Da sinistra, Catena delle Guide, Corno Stella, Monte Argentera, Catena Madre di Dio, Cima di Nasta, Cima Paganini.

Ho ricercato quindi la soluzione del mio alpinismo in una visione più corale di esso, nell’accettazione della coscienza di far parte di un movimento più totale e costruttivo. E dopo ancora ho compreso che vi erano dei limiti anche in ciò: l’alpinismo come ricerca di vittorie e sublimazioni anche corali non ha senso ugualmente.

Ed e in questo momento che entra finalmente in causa l’uomo. Non parlo dell’alpinista, che percorre con maggiore o minore abilità creste e pareti inseguendo la soluzione delle sue frustrazioni, non parlo dello scienziato che fa l’anatomia delle rocce e delle forme di vita, non parlo ancora dello zuccheroso turista che si bea della montagna e dei suoi ruderi umani come ritorno alla semplicità di una volta.

Parlo del montanaro che ha sempre vissuto su quelle terre aspre, che ha sempre strappato a quelle valli il suo sostentamento. Parlo di colui che per secoli ha mantenuto ciò che noi oggi chiamiamo l’equilibrio ecologico e cioè i prati verdi, i boschi sani, l’acqua pulita. Di chi con sudore ha dovuto piantare le patate, difendersi dalle valanghe, abbattere a volte un camoscio, far legna e costruire mulattiere.

Stiamo assistendo ad un generale spopolamento, all’abbandono. Guardiamo inerti la costruzione di bacini idroelettrici che tolgono acqua alla valle sottostante e tramite i canali di gronda anche alle altre valli; supinamente accettiamo il devastante turismo invernale che arricchisce pochi e lascia in miseria molti, sempre gli stessi, che proveranno con ancora più urgenza la smania della pianura.

Nelle Alpi Marittime il malessere dilaga a livello delle coscienze. Dai tempi in cui Vittorio Emanuele II cacciava nell’arcadia delle sue riserve, molte tempo è passato. Oggi le strade, lo sci, la televisione hanno fatto capire alla gente che bisogna farsi furbi, vendere e trasferirsi. Ed è disumano oltre che utopistico pensare che il fenomeno si arresti o si contenga. E’ irreversibile.

A questo punto, quindi, pubblicare una guida di queste montagne può essere giudicato da alcuni addirittura deleterio: – Ecco, così rovineranno anche l’ultimo paradiso!
Ma quale paradiso? Si può chiamare tale un mondo dove le più rare specie di fiori che una volta colorivano le ultime zolle spariscono per mancanza di animali e cioè di concime naturale? Un mondo dove la vita animale si spegne, dove l’acqua è ridotta ad alcune vene, pallido ricordo di torrenti e cascate, dove allignano erbacce ed ortiche perché nessuno più se ne cura, dove le valanghe senza controlli e protezioni travolgono e distruggono, dove regna la solitudine più spietata, dove con la morte dell’ultimo rapace le vipere strisciano indisturbate e sempre più numerose.

E in questo “paradiso” ecco inserirsi una folla sempre più chiassosa di alpinisti colorati, armati di piccozza, corda, chiodi e ramponi alla ricerca di emozioni.

Gli hippies vanno alla ricerca dei fiori in oriente, ma nessuno si accorge che il concetto di paradiso non è conciliabile con il salvataggio raffazzonato di alcune idee nostalgiche. Un paradiso lo si crea e lo si conserva con la fatica di tutti. Occorre che a livello statale venga riconosciuta l’importanza e la necessità del montanaro, come già succede in altri paesi più civili e che a questo riconoscimento corrisponda un altro economico e sostanziale. Il montanaro non deve essere considerato semplice guardiaparco, l’impiegato dell’operazione “salvataggio natura”, ma pedina insostituibile nell’ambito della sopravvivenza dell’intera società. Solo così egli non si sentirà più un emarginato.

Occorre sostituire alle belle parole “Alpe, Montagna, Purezza, Elevazione, eccetera” altre più terra terra ma solide, come “lavoro, comunità, benessere, serenità vera”. E il primo passo è smetterla una volta per tutte di nutrirci del dualismo “Montagna (purezza) – Città (schifezza)”, con il quale si favorisce nel modo più vergognoso l’esodo dei montanari, la speculazione più sfacciata e la disuguaglianza più sordida.

In tutto questo contesto un discorso su queste Marittime, o un articolo o un libro o una guida, si inseriscono solo se non contengono carezzevoli e languide malinconie del tempo antico, solo se denunciano con chiarezza la vera situazione. Quando nella descrizione di un alpeggio abbandonato ci si lascia andare a mielate esclamazioni di ammirato stupore per il “silenzio, solitudine, paesaggio” si cade nel tragico errore di assecondare e di affrettare la morte di una regione.

Un invito un po’ strano, dunque. Forse suona male sentirsi dire “Venite a vedere che desolazione, che squallore” quando in luogo vi siano tutti gli elementi tradizionali per poter dire il contrario, per poter invogliare chiunque ad una visita. Io rispondo che non si può per sempre ficcare la testa sotto terra come gli struzzi.

Un insolito invito alle Alpi Marittime ultima modifica: 2025-11-18T05:53:00+01:00 da GognaBlog

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18 pensieri su “Un insolito invito alle Alpi Marittime”

  1. Alberto certo che no ma era per significare una sproporzione tra dove “Nevica firmato” e dove no. 

  2. Oggi sul cime come il Brec de Chambeyron o sull’ Oronaye anche a ferragosto è molto probabile di trovarcisi da soli. 

    E non è mica una cosa negativa.

  3. vivo la realtà e le conseguenze dello spopolamento delle Alpi marittime da più di trent’anni. Ed è davvero triste trovarsi in luoghi abbandonati dai nativi. Ma purtroppo dagli anni 70 a oggi un modello di economia locale è mano a mano diventato sempre più utopico. Ad occidente un lavoro sicuro che non facesse piegare la schiena ha spopolato le valli e le aziende dell’ indotto Fiat hanno accolto tutta questa manodopera. Oggi in una realtà oramai post industriale ci troviamo di fronte a dover ri disegnare un sistema economico alpino e qualche esempio virtuoso vedasi la citata val Maira cè. Ma davvero non riesco ad immaginare di rivedere ettari di prati a segale a patate o grano, sarebbe bello ma quantomeno a fronte di un sistema economico come quello attuale improponibile. Il riferimento poi a una fruizione consumistica della Montagna da parte di un turismo mordi e fuggi prendo come esempio la valle Stura. Le piste da sci sono chiuse, le piste da fondo sono chiuse la ricettività alberghiera consta in un numero di posti letto ridicolo e altrettanto la ristorazione. Le orde poi di alpinisti colorati che tappezzano le pareti di chiodi e catene e quant’altro francamente non le ho mai viste se non sul Corno Stella o sulla Provenzale. Oggi sul cime come il Brec de Chambeyron o sull’ Oronaye anche a ferragosto è molto probabile di trovarcisi da soli. 
     

  4. Purtroppo ho fatto poche salite nelle Alpi Marittime (con partenza da Castelfranco Emilia, anche da solo).

    Le conservo tutte nel cuore.

  5. Il y a encore, et heureusement, de très beaux endroits sauvages dans les Alpes Maritimes. J’espère qu’ils resteront préservés de toutes sortes de pollution le plus longtemps possible.

  6. @ Gianni Battimelli

    E’ un articolo scritto più di mezzo secolo fa

    -> Ho notato, ma l’autore afferma: “affermazioni scomode. Per allora, ma forse anche per oggi”.

    E la miseria! Mai utilizzati “modi di dire” che non è il caso di prendere alla lettera?

    -> I modi di dire, da sempre, riflettono la cultura dominante.
    @ Giuliano Bosco

    se scomparissimo tutti sicuramente la natura tornerebbe a regnare incontrastata e chissà quanta bella “biodiversità” fiorirebbe. Per caso qualcuno vuol cominciare a dare l’esempio rinunciando alla sua “occidentale” vita terrena a beneficio di una sana e rigogliosa “biodiversità”?

    -> La biodiversità effettivamente rifiorirebbe. L’attività umana sta causando la cosiddetta “sesta estinzione di massa”. È un dato oggettivo.
    -> Personalmente credo che il primo passo sia analizzare l’argomento nella sua complessità, cosa che nell’articolo non avviene. Il secondo passo è mettere in atto politiche che restituiscano i diritti alla vita non-umana. Il terzo passo è porsi obiettivi diversi da quelli dettati dal realismo capitalista. Le rinunce sembreranno meno difficili.
    -> L’articolo, in sostanza, sostiene che il montanaro dovrebbe sfruttare la montagna a proprio piacimento. È ciò che il contadino ha già fatto in pianura, e sappiamo come è finita. La montagna, per fortuna, è più difficile da addomesticare.

  7. Per quanto riguarda l’articolo, anche se un po’ datato (ovviamente …), si riconosce il solido pragmatismo del Capataz.

  8. In questa faccenda mi pare che qualcuno si comporti come un elefante in una cristalleria…

  9. “Segnalo inoltre che gli struzzi non mettono la testa sotto la terra. Reiterando questo modo di dire errato, l’autore dimostra una certa ingoranza sul regno animale. E il suo occidentale atteggiamento di superiorità.”
    E la miseria! Mai utilizzati “modi di dire” che non è il caso di prendere alla lettera? Oppure anche dire di qualcuno che è “ignorante come una capra” è segno manifesto di un “occidentale segno di superiorità”?
    Più seriamente. E’ un articolo scritto più di mezzo secolo fa (anche se sembra che qualcuno non se ne sia accorto). E circoscritto alle Marittime. Sarebbe interessante sentire un  confronto competente tra le Marittime di cinquanta anni fa e la situazione dell’oggi, quando la val Maira è universalmente additata come esempio virtuoso di “turismo sostenibile”. 

  10. Mi sembra che qualcosa si stia facendo sul tema “sviluppo e valorizzazione dei territori montani”. Proprio sull’ultima rivista del CAI ho letto un’intervista al ministro Calderoli in cui si parla di un “DDL Montagna” che pare ispirato da buone intenzioni.
    Per quanto attiene all’affermazione che “ … con la scomparsa dell’uomo occidentale, la biodiversità esplode” non si può che essere d’accordo. “In senso stretto” se scomparissimo tutti sicuramente la natura tornerebbe a regnare incontrastata e chissà quanta bella “biodiversità” fiorirebbe. Per caso qualcuno vuol cominciare a dare l’esempio rinunciando alla sua “occidentale” vita terrena a beneficio di una sana e rigogliosa “biodiversità” ?

  11. Segnalo inoltre che gli struzzi non mettono la testa sotto la terra. Reiterando questo modo di dire errato, l’autore dimostra una certa ingoranza sul regno animale. E il suo occidentale atteggiamento di superiorità.

  12. Ennesimo articolo antropocentrico che non riesce ad immaginate una natura diversa da quella controllata e soggiogata dall’uomo. Alcune considerazioni sono sacrosante (sugli alpinisti della domenica alla ricerca di un paradiso incontaminato). Ma in generale è un po’ sbilanciato e superficiale. È lampante che quasi sempre, con la scomparsa dell’uomo occidentale, la biodiversità esplode. Il montanaro ha bisogno della montagna ma la montagna non ha bisogno del montanaro. Lo stesso vale per la magior parte degli ecosistemi.

  13. Io rispondo che non si può mai mettere la testa sotto terra come gli struzzi.

  14. Quando nella descrizione di un alpeggio abbandonato ci si lascia andare a mielate esclamazioni di ammirato stupore per il “silenzio, solitudine, paesaggio” si cade nel tragico errore di assecondare e di affrettare la morte di una regione.

    Allora è giusto quello che il comune di Groscavallo vuol fare nel vallone di Sea?
    Una pista agro-pastorale per far rinascere gli alpeggi.

  15. Tutto vero e molto triste. Ho letto questa mattina come ulteriore conferma la notizia che vengono sciolte alcune associazioni montane tra cui quella del Gran Paradiso perché il numero degli abitanti non raggiunge il quorum. 

  16. E in questo “paradiso” ecco inserirsi una folla sempre più chiassosa di alpinisti colorati, armati di piccozza, corda, chiodi e ramponi alla ricerca di emozioni.

    Qui forse andrebbe aggionato ai giorni nostri, aggiungendo: trapano, tasselli, ferle, catene e gruppi sosta,  tubi di resina e vernice.

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