Campionato mondiale di Mountain Bike al Nivolet
di Toni Farina
(pubblicato su montagnasacra.it il 1° settembre 2026
Arrivo al Col Leynir. Per la categoria Cicloalpinisti (tranquilli, esiste) arrivo sulla cima del Taou Blanc.
A quasi 3500 metri di quota, con vista d’eccezione sul Gran Paradiso.
Una suggestione? Un sogno (come il Tour de France al Colle del Nivolet)? Una follia? Un incubo?
Dipende. Intanto il Col Leynir è da tempo meta di molti biker, alcuni dei quali in vena di imprese a uso social osano la vetta della vicina, panoramica montagna. Su Internet è ormai quasi un classico del ciclo-alpinismo, con grandi evoluzioni sul ghiaino sotto il colle (alla faccia del regolamento del parco che invita a “non abbandonare i sentieri”). Per cui sono abbastanza convinto che la proposta sarebbe accolta con largo favore.
Nel frattempo, dopo il Giro d’Italia nel 2019, una corsa ciclistica internazionale è tornata nel cuore del Parco Nazionale Gran Paradiso. Come nel 2019 traguardo posto alla diga del Serrù, in alta Valle dell’Orco. A differenza di allora però l’evento è filato via liscio, nessun consigliere dell’ente parco ha messo i bastoni fra le ruote sollevando fondate perplessità su un evento così impattante (in una stagione delicata per la fauna come la primavera).
I tempi però sono cambiati (come il paesaggio intorno), ma non cambiati nella direzione di una maggiore consapevolezza sui problemi ambientali come sarebbe lecito attendersi dopo questa estate (che neppure a settembre vuole saperne di cedere il passo). Anzi, si rilancia, si alza il limite, si vuole andare più in alto. Sempre di più.
La bicicletta d’altronde è un mezzo “sostenibile” e allora perché fermarsi alla diga: a luglio non ci sono problemi di sgombero neve e dunque la Grande Boucle al Colle del Nivolet. Per ora è poco più di una battuta, (un “sogno”), ma intanto la macchina mediatica si è messa in moto. E anche una “macchina da guerra (mi si passi il termine)” come il Tour de France si ipotizza che possa arrivare ne cuore di un’area naturale “protetta”.
Il Tour de l’Avenir nel Gran Paradiso. Singolare correlazione in questo periodo in cui “l’avenir” è carico di incognite. E mi chiedo: il giovane Lorenzo Mark Finn, nella trance atletico-sportiva avrà avuto modo dai tornanti dopo i Chiapili di Sopra di gettare uno sguardo ai ghiacciai moribondi?
Sono pedalatore assiduo, appassionato di ciclismo e quando posso non mi perdo le Grandi Salite del World Tour. Ciò nonostante, nel 2019 il mio ruolo di consigliere dell’ente di gestione del parco mi impose un diverso atteggiamento. E formulai una proposta alternativa: arrivo ufficiale a Ceresole e prosecuzione verso il Serrù con modalità non agonistica da parte di cicloamatori. Una pedalata “riflessiva”, di pace fra Uomo e Natura. Perché questo dovrebbe essere il ruolo di un parco naturale, soprattutto di un Grande Parco come il Gran Paradiso che si approssimava allora a tagliare il traguardo dei 100 anni di vita.
Un segnale insomma, a mio avviso un bel segnale. Ovviamente non si fece. The show must go on, sempre e ovunque. E così è ancora oggi.
La bicicletta sostenibile? A vedere le sconcezze che si fanno nel nome di questo mezzo molti dubbi sono leciti. Mulattiere secolari trasformate in piste per biker, muscolari o meno (sempre più “meno”). Accade in molte località delle Alpi. Ruspe al lavoro per livellare sedimi sterrati, rimuovere ostacoli, insidie. Accadrà anche sulle mulattiere reali del Gran Paradiso?
Dal Bastalon al Gran Piano di Noasca, che sarà mai…
Una suggestione? Un sogno? Una follia? Un incubo?
Intanto sarebbe bene farsi domande sul ruolo dei parchi naturali: enti deputati alla conservazione e alla costruzione di consapevolezza ambientale? O luoghi ideali per performance sportive? Il Nivolet ha davvero bisogno di essere “rilanciato”? Soffre di scarsa frequentazione? Da un lato si fatica a definire una regolamentazione all’accesso, dall’altro si lanciano proposte in direzione opposta.
Da pedalatore “ambientalista” (orrore!) mi farebbe piacere scambiare due opinioni con il giovane Finn. Lui, già campione, lanciato perso l’empireo ciclistico, prossimo duellante con il giovanissimo Paul Seixas in una riproposizione dei duelli franco-italiani di un tempo. Entrambi impegnati a riscattare l’accumularsi di tempi grami (ciclisticamente parlando. Per Italia e Francia che da tempo arrancano sul palcoscenico ciclistico è una bella prospettiva.
Ma da pedalatore molto poco sportivo (pedalatore “curioso”, come titola Davide Cassani in suo libro) ho un desiderio: Lorenzo Finn testimonial per una singolare iniziativa. Una pedalata non agonistica di pace fra Uomo e Natura. Senza tutto quell’ambaradan intorno.
Solo il clangore del ruotare dei pedali e amichevoli chiacchiere. Per resto fischi di marmotte. E silenzio…
Una follia? Una suggestione? Un sogno? Quel che so è che “l’avenir” ne avrebbe bisogno.
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È inutile e dannoso cercare giustificazioni per il ciclismo in montagna. Si tratta di un sport che non aggiunge nulla alla contemplazione del paesaggio. Consiglio vivamente ai ciclisti di andare a piedi!