Una questione di cappello

Il 29 settembre 2026, dall’aeroporto Marco Polo di Venezia, rientreranno in patria Maria Rahim, Mehwish Syed e Mehrosh Akhtar, le tre neo-alpiniste pakistane invitate dall’ufficio asiatico di Mountain Wilderness International a prendere parte a un triplice stage di formazione alpinistica, scientifica, naturalistico/ambientale svolto in Valle d’Aosta e in Piemonte durante l’intero mese di settembre 2026.
Ieri 26 settembre erano a Pisa per documentare la loro esperienza, mentre domani 28 settembre 2026 saranno a Padova sempre per parlare dei corsi di Mountain Wilderness e della loro formazione ambientale alpinistica, come potete leggere a questo link https://acrobat.adobe.com/id/urn:aaid:sc:EU:7f99ec5c-c78a-42f0-a87a-e057c27f5a2d.

Lo stage rientrava nel “Progetto Swat” che Mountain Wilderness porta avanti da anni allo scopo di suscitare tra gli abitanti di quella regione pedemontana una reale consapevolezza dell’importanza di preservare l’integrità delle loro bellissime montagne. Negli ultimi tempi il progetto ha assunto una sfumatura sempre più decisamente femminile: offrire alle giovani del posto la possibilità di mettersi alla prova nell’incontro con la roccia, il ghiaccio, gli impervi sentieri che raggiungono i valichi più remoti, rappresenta una strada non solo per affacciarsi su rivoluzionari orizzonti di emancipazione, ma per favorire anche di conseguenza la diffusione dei temi ambientali e la volontà di combattere per difendere il proprio patrimonio naturale tra strati di popolazione fino ad ora reputati subalterni e ininfluenti: la cosiddetta altra metà del cielo.  Le tre giovani corsiste sono state scelte tra le migliori ex allieve dei corsi di “Environment Friendly Mountaineering- Girls in action!” organizzati in Pakistan da Mountain Wilderness. Sono loro che, di recente, hanno fondato in patria un’associazione alpinistica e ambientalista composta solamente da donne. Quanto hanno appreso in queste intense settimane darà un prezioso aiuto alla crescita del loro progetto. Il portale del CAI Lo Scarpone, ha dedicato all’argomento un ampio servizio, che però non ha incontrato il parere favorevole degli organizzatori.  Qui di seguito Carlo Alberto Pinelli spiega il perché.   

Una questione di cappello
di Carlo Alberto Pinelli *
“Il 12 dicembre 2022 venni invitato ad assistere al convegno “Il messaggio della montagna”, indetto dal Vaticano con la collaborazione di Mountain Partnership – FAO. Il tema portante del convegno era il ruolo delle donne in montagna. Vari enti, associazioni e testimonials si alternarono al microfono illustrando cosa avevano fatto in questo settore. Quando toccò al Club Alpino Italiano la vice presidente generale, senza fare una piega, raccontò che lo storico Sodalizio di cui era portavoce aveva organizzato in Pakistan, pochi mesi prima, “ con l’aiuto di qualche altra associazione” (letterale!) un corso di introduzione all’alpinismo per giovani donne locali, interamente declinato al femminile, corpo insegnante compreso. Molti tra i presenti, che sapevano di cosa quella signora stesse parlando, sgranarono gli occhi e si volsero a guardarmi. Perché in realtà quel corso era stato integralmente organizzato da Mountain Wilderness International, associazione con la quale il CAI aveva rotto recentemente i rapporti in seguito a vicende collegate al cambio di Presidenza. Unico aggancio un piccolo contributo in denaro che la precedente Presidenza aveva erogato a noi in segno di apprezzamento. Allora, per evitare uno scandalo di fronte a tanti alti prelati, mi mangiai la lingua e decisi di tacere; ma in seguito la presidenza del CAI fu costretta a scusarsi per quell’indecente scippo, compiuto inoltre proprio di fronte a chi il corso l’aveva proposto, organizzato e diretto.

Sono passati quattro anni ma non sembra che sia molto cambiata la tentazione del CAI di mettere le mani su iniziative che non gli appartengono. Prova ne sia un recente articolo apparso su Lo Scarpone (18 settembre 2026), organo ufficiale del Sodalizio, a firma del direttore, in cui si afferma, con una buona dose di faccia tosta, che la paternità dei corsi femminili Girls in action!, organizzati anche dopo il 2022 da noi in Pakistan, così come l’attuale stage in Valle d’Aosta e in Piemonte delle tre migliori ex allieve pakistane, vada attribuita al Club Alpino Italiano. Questo disinvolto salto mortale, che emargina dalla scena i veri promotori (appena vagamente citati e solo dopo le nostre proteste), prende a pretesto il fatto, incontestabile, che le istruttrici e gli istruttori invitati da Mountain Wilderness a prestare la loro opera, oltre ad essere soci di Mountain Wilderness, erano e sono anche istruttori nazionali o regionali del Club Alpino. Ciò ovviamente non significa che ci sia stato un accordo formale o informale tra le due associazioni e che il CAI abbia provveduto a prestare ufficialmente i propri istruttori, in cambio di una cessione o condivisione di paternità. La verità è che, a partire dal sottoscritto, siamo tutti anche soci del Club Alpino. Ma questo non autorizza il CAI a mettere il proprio cappello su qualunque attività venga da noi intrapresa.

Quest’anno, per ragioni legate fondamentalmente a preoccupazioni assicurative, abbiamo chiesto e ottenuto, in via amichevole, la copertura della Scuola di Alpinismo Franco Piovan della sezione di Padova del Club Alpino, con la conseguente iscrizione delle tre allieve alla stessa Sezione e la formalizzazione di un Corso di Alpinismo (A1) tramite il relativo nulla osta approvato.

Il Club Alpino Accademico Italiano, inoltre, ha dato all’iniziativa il proprio sostegno, anche parzialmente economico. 

Però a nessuno dei due soggetti è saltato in mente di non riconoscere o di mascherare la paternità di Mountain Wilderness. Di ciò siamo loro grati.  Invito il direttore de Lo Scarpone a prenderne atto e magari – bontà sua –anche a rimediare.

Carlo Alberto Pinelli * è Presidente onorario di Mountain Wilderness International. E, per dirla tutta, iscritto al CAI dal 1955, socio CAAI, ex consigliere centrale del CAI, ex presidente della TAM nazionale CAI, ex direttore de L’Appennino (organo cartaceo della sezione di Roma del CAI), ex direttore della scuola di Alpinismo Paolo Consiglio del CAI Roma.

Una questione di cappello ultima modifica: 2026-09-27T05:13:00+02:00 da GognaBlog

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7 pensieri su “Una questione di cappello”

  1. Mi fa piacere che il signor Massimo Sala stia dandosi da fare con una “iniziativa simile ma diversa”, di cui potrebbe farci sapere qualcosa di più, e glie ne sarei grato davvero.
    Ciò doverosamente detto, quando avrà fatto la metà di quanto ha fatto Pinelli nel campo, in Pakistan e non solo, avrà la metà dei ringraziamenti che spettano a Pinelli e potrà certamente essere riconosciuto come qualcuno che opera seriamente per cause meritorie.
    Non vorrei che dietro tale astio, quando la collaborazione sarebbe invece desiderabile, ci siano contrasti personali.

  2. Interessante, partecipo ad una iniziativa simile ma diversa, ho giusto chiamato il gruppo di pinelli per sentirmi rispondere che non volevano mischiarsi con noi. Loro, CAAI, MW, alla fine hanno un bel taglio colonialista, salvano le povere ragazze pakistane facendo un corso di roccia sul terreno. Poi selezionano (bontà loro) le migliori e le portano qui a fare un corso da allieve.
    Non essendo nulla, non possono erogare alcuna formazione devono usare gli istruttori CAI (potevano assumere delle guide) ma, Pinelli dixit, gli interessava formarle alla tutela dell’ambiente delle loro “belle montagne”, che però sporchiamo noi. Noi forniamo Ricercatori, Agostini, top climber vari e belle anime che periodicamente vanno in luoghi dove non hanno l’acqua in casa e non hanno i soldi per le scuole ma hanno gli hotel per gli occidentali.
    Proprio bravi, avete i soldi, i cappelli e nessun titolo salvo quello di dar aria ai denti.
    Beh sappiate che localmente le donne che vi premono tanto, supportate dal governo regionale del Baltistan sono già porter, sono già guide, portano già in giro spedizioni di uomini occidentali.
    Erano in contemporanea in spedizione femminile al K2 in parallelo alle “nostra” ma senza ritorno mediatico qui. Noi troppo presi a mettere le mani sui piani di gestione dei parchi.
    Senza soldi e senza banche ma in accordo con Alpine Club Pakistan a dare gli strumenti perché i professionisti pakistani divengano istruttori di loro stessi, speriamo che ci segua il CAI nazionale.
    Non è così vero che localmente alle donne sia precluso tutto basta visitare il sito di ACP. Sono poveri, non hanno materiali ma “noi occidentali” vogliamo solo andare da loro in vacanza ed averli a servizio
    E chiodare una falesia apartheid.
    Pinelli/cappelli

  3. Ai presidenti piace l’immagine.
    Gli istruttori cCAI fanno il lavoro , si sporcano le mani, si assumono mille responsabilità e rischi, ma gli onori se le prendono i vertici.

  4. Un modo vergognoso di appropriarsi del lavoro degli altri.
    Un plauso particolare a Carlo Alberto Pinelli , il vero ideatore ed instancabile costruttore (nonostante la sua “tenera” età) di questa impresa.

  5. Un modo vergognoso di appropriarsi del lavoro degli altri.
    Un plauso particolare a Carlo Alberto Pinelli , il vero ideatore ed instancabile costruttore (nonostante la sua “tenera” età) di questa impresa.

  6. L’arretratezza culturale dei vertici, e non solo, del CAI in generale non si smentisce mai. Incapaci di guardarsi intorno e tendenzialmente avulsi e refrattari al confronto con realtà, ormai consolidate, alternative al sodalizio in tema montagna, sotto tutti i suoi aspetti. Stucchevole e fastidiosa, inoltre, la invadente presenza in ogni dove, dell’attuale presidente, a cui piace molto piacere.

  7. Quando il dilettantismo vuole avere professionalità e non ci riesce. Naturalmente. 
    Povere ragazze pakistane. Se esultano è solo perché non sanno in che mani sono finite.

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