Una stanchezza che cura
di Riccardo Panattoni
(pubblicato su Almanacco Doppiozero, 2 luglio 2015
Nel suo libro La società della stanchezza (Nottetempo, 2012, pp. 81, traduzione di Federica Buongiorno), il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non può più essere intesa come una società di tipo disciplinare, ma una società della prestazione. I soggetti infatti che la compongono non sono più sottoposti, attraverso determinati dispositivi, a forme di obbedienza, come magistralmente ci ha insegnato Michel Foucault, si caratterizzano piuttosto come imprenditori di se stessi.
Le patologie cui tali soggetti incorrono non sono più di tipo batterico o virale, a istanza immunologica, quanto di tipo neuronale. La depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome di burnout, derivano da un eccesso di positività. È il terrore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, qui ed ora, immediatamente, nella situazione di performance che ogni singolo individuo sente di dover offrire, ma che in effetti pretende prima di tutto da se stesso.
Questo non significa che il cambiamento di paradigma dalla società disciplinare alla società della prestazione sia in perfetta discontinuità, anzi, persiste una profonda continuità. Il soggetto di prestazione rimane a suo modo disciplinato, obbediente, ma la sua capacità produttiva introduce una risorsa in più: il proprio desiderio. Si tratta di una risorsa perché desiderio e prestazione non trovano mai il loro perfetto congiungimento, anzi rimangono semmai l’uno l’alimento della mancanza dell’altro; in modo tale che il sentimento di fondo che permane nel soggetto è la necessità di rispondere positivamente al timore di non riuscire a reggere la pressione. Il permanente stato depressivo latente con cui il soggetto di prestazione si misura non deriva allora da un eccesso di responsabilità e di iniziativa, ma dalla sensazione di non riuscire a corrispondere all’obbligo assunto con se stessi. Nonostante il fondo di insoddisfazione latente da fronteggiare, tale soggetto rimane un individuo che fondamentalmente non fa altro che lavorare, in qualsiasi momento, anche quando è alla ricerca del proprio godimento. È l’animal laborans che sfrutta se stesso in modo del tutto volontario, senza alcuna evidente costrizione esterna, divenendo così al tempo stesso vittima e carnefice della propria autoreferenzialità.
Il lamento interiore di questo soggetto non corrisponde a un “niente è più possibile”, ma alla paura della propria inadeguatezza a fronte del fatto che “niente è impossibile”. Il non riuscire a essere a questa altezza conduce il soggetto a una guerra intestina con se stesso. Libertà e costrizione coincidono, o meglio, si arriva alla paradossale costruzione di una libertà costrittiva, dove risiede il desiderio incolmabile di massimizzare la propria prestazione. Lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Le malattie psichiche della società della prestazione sono appunto le manifestazioni patologiche di questa libertà paradossale.
Dunque, che fare? Non si può certo contrapporre a questa iperattività un altro contromovimento, che non farebbe altro che aggiungere altra attività, si tratta piuttosto di fare un buon uso della stanchezza che tutto questo comporta. È sentire la stanchezza come una forma di cura, mantenendo attiva la consapevolezza che al fondo di un’attenzione contemplativa è insita una forma profonda di staticità. Se il sonno infatti è il culmine del riposo fisico, il sentimento di un’immobilità profonda è il culmine del riposo spirituale, tanto è vero che, come ci ricorda Walter Benjamin, è solo l’uccello incantato che può covare l’uovo dell’esperienza. La capacità di posare uno sguardo incantato su ciò che ci circonda, è una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha più alcuna via d’accesso.
Il soggetto preso da questo sentimento di immobilità profonda può allora passare da un’andatura lineare, retta, incentrata sul passo di corsa, a una danza statica che si sottrae completamente al principio di prestazione. L’atmosfera fondamentale che lo circonda diviene lo stupore per l’essere-così delle cose. Un’attenzione contemplativa posa infatti il proprio sguardo incantato sull’incerto, sull’impalpabile, su ciò che rimane fugace, ma che al tempo stesso è esattamente lì, davanti ai propri occhi. Le forme e gli stati della durata non possono che sottrarsi all’iperattività della comprensione. Nello stato contemplativo ci si ritrae fuori di sé e ci si immerge nelle cose, imparando a guardarle. Questo per Nietzsche significa assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza, a lasciar venire le cose a sé. Significa rendere l’occhio abile a un’attenzione profonda e contemplativa, uno sguardo lento e prolungato nel tempo che perde il senso del proprio tempo.
Si tratta di un momento in cui il soggetto introduce, rispetto alla positività del fare, quella particolare forma di negatività espressa dallo scrivano Bartebly di Melville: “preferirei di no”. È grazie a questa interruzione che il soggetto può misurarsi con tutta l’estensione che lo spazio della contingenza comporta e sottrarsi alla dinamica di una pura attività. L’indugiare, l’esitare, il non rispondere immediatamente alle sollecitazioni, è certamente un’attività fattiva e tuttavia non permette che l’agire degeneri necessariamente nel lavoro. Uno dei problemi che il nostro vivere comune comporta è che viviamo in un mondo troppo povero di interruzioni, di spazi intermedi, di intervalli. D’altronde la prima cosa che la frenesia performativa elimina è proprio ogni forma di intervallo.
Esistono allora due forme di potenza: una potenza positiva, quella che ci permette di fare qualcosa e una potenza negativa, quella che ci permette, di fronte a un’immediata realizzazione, di dire di no, grazie. Questa potenza negativa si distingue tuttavia dalla mera impotenza, dall’incapacità di fare qualcosa, è una stanchezza profonda che si aggiunge insieme a una sottrazione di Io. È ciò che fa dischiudere un tra, uno spazio della cortesia in cui niente e nessuno domina o è anche solo predominante. Mentre la stanchezza dell’Io è solitaria, è priva di mondo, questa stanchezza profonda è invece fiduciosa di mondo, rende infatti possibile soffermarsi, indugiare, non tanto su ciò che dobbiamo fare, ma su ciò che ci circonda. Questa stanchezza fondamentale è allora tutt’altro che uno stato di esaurimento, nel quale ci si sente incapaci di fare alcunché, essa diviene piuttosto quella particolare facoltà che è l’ispirazione, un elevarsi dell’anima.
Una stanchezza che ci permette di abbandonarci e che risveglia in noi una particolare capacità di guardare. È ciò che indica Peter Handke quando parla di una “stanchezza dagli occhi limpidi”. Si tratta di accedere a un’attenzione completamente diversa, a forme prolungate e lente che si sottraggono alla tipica iperattenzione breve e veloce della nostra società. Questa stanchezza profonda allenta l’identità dell’Io e lascia che le cose sfavillino, risplendano e tremino oltre i loro margini; lascia che si facciano indefinite, permeabili e perdano qualcosa della loro nettezza, per ritrovare così tutta la loro realtà. Per questo la stanchezza profonda è disarmante e nel lento sguardo di chi è stanco sorge incantata la risolutezza della quiete.
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NO!!
Perdona Marcello, è proprio quello che volevo sottolineare.
Non è che se da qualche attività viene fuori qualcosa di buono, allora quella attività è buona o esente da critiche e tantomeno desiderabile
Il fatto che le automobili abbiano tutte l’ABS non rende apprezzabile la F1 e men che meno la guerra.
E lo stesso vale per lo sport o per lo meno per lo sport come è concepito, si realizza e viene percepito e usato in questa società.
Per cercare di spiegarmi meglio faccio un link a un altro post.
Lo spit ha indubbiamente alzato di molto il livello dell’arrampicata di punta ma anche dell’arrampicatore medio.
Perciò lo spit è un bene e quindi la conclusione logica dovrebbe essere spittiamo tutto lo spittabile.
O no?
Non è che il modello della felicità’ attraverso la sottrazione sia privo di pericoli. Se portato all’estremo può condurre a forme di “anoressia” mentale, emotiva e sociale. Come sempre è una questione di misura ed equilibro, quell’equilibrio che è una conquista continua nelle diverse fasi evolutive della nostra esistenza che ci pone problemi di adattamento sempre diversi. Saluti
Matteo, mi sembra ora fuori luogo stabilire chi e cosa abbia per primo stabilito certi standard tecnici. Volevo solo fare un esempio citando la Formula Uno, oltre che come sport, come innovazione tecnologica al servizio di tutti. So anch’io che il campo in cui maggiormente si sviluppano le tecnologie più raffinate è quello militare perché purtroppo è quello più ricco economicamente, ma quello è un altro discorso.
Per assurdo, anche gli esperimenti di Mengele sui gemelli hanno innovato la medicina, ma i sistemi utilizzati non sono stati dei più etici. Altro discorso ancora. Ciao.
Si fa con quello che si ha. Tutto.Sarà che sono stato educato così dai miei genitori fino dalla più tenera età ma il concetto che “di meno è di più” per me è sempre stato la norma.Certo che per chi per una vita ha creduto che solo incrementando guadagni e possedimenti sarebbe sopravvissuto in maniera corretta, è dura rendersi conto in età avanzata che aveva sbagliato tutto. O quasi. Ma se questa differenza non l’hai mai avvertita arrivi sereno fino alla fine gustandoti quello che hai senza rimpianto alcuno.
Per me questa è normalità, ma mi rendo conto che per la maggior parte non è così e quindi mi spiego tante assurdità della nostra vita. Aiuta.
“l’abs, i freni a disco, i pneumatici radiali…tutte innovazioni derivate dal mondo delle corse”
Marcello, permettimi, queste sono tutte innovazioni che derivano dal mondo aeronautico ed esistevano almeno quarant’anni prima che il mondo delle corse se ne accorgesse…non che con questo voglia sostenere che una guerra mondiale sia meglio di un evento sportivo, però. 😉
Matteo. Scusa mi è scappato il correttore: “senza acqua corrente”. Ne approfitto per condividere un’esperienza sul tema. Paolo Legrenzi, uno dei maestri della psicologia italiana, ha scritto un libro “Quando il meno diventa più”. Parla della storia e delle pratiche della “sottrazione”. Si vede che invecchiando diventiamo tutti più attratti da questo ritorno ai fondamentali, Chissà, forse è un ciclo naturale di evoluzione della nostra energia psichica. Ciao. Adesso anch’io mi sottraggo per un po’. Ogni tanto c’è bisogno di tornare ad un’epoca senza social e depurarsi.
La “colpa” ce l’ha avuta Telleschi con il suo commento numero uno. A cui poi ne sono seguiti altri influenzati da una visione a dir poco “parallela”.
Per arrivare ai piloti di Formula uno, ritornando alla Greggio, che non dovrebbero essere pagati.
Magari costoro guidano un’automobile con l’abs, i freni a disco, i pneumatici radiali…tutte innovazioni derivate dal mondo delle corse, in cui la ricerca opera intensamente a vari scopi.
È curioso che nessuno abbia fatto notare come e quanto, oltre agli scandali e truffe varie conseguenti, siano pagati i calciatori. Un amico di mio figlio gioca in una squadretta di provincia come riserva e lo pagano dodicimila euro al mese, ha 20 anni e invidia i suoi coetanei perché vorrebbe una vita “normale”, da studente, che per vari motivi non può avere. Queste sono situazioni anomale sul serio.
Sarò ripetitivo ma questa ragazza volante dovrebbe avere più attenzione e privilegi (si! Privilegi!) perché fa una cosa unica e preziosa.
Inoltre si dipinge come una normalissima sportiva, non se la tira, nonostante alcune domande provocatorie dell’intervistatore.
“andò a vivere in una casa sul lago senza casa”
Questa frase comunque mi rimane un po’ oscura… 😊
Oggi essere rivoluzionari significa togliere /più che aggiungere, rallentare più che accelerare /significa dare valore al silenzio, alla luce, /alla fragilità, alla dolcezza.
(Franco Arminio)
E’ legittimo e naturale che ciascuno si “accontenti” delle cose che ha, cioè che sia felice con quello che ha. E’ anche naturale e bello che queste “cose” possano essere diverse da individuo a individuo, per cui ciò che fa felice me magari è indifferente/fastidioso per un altro e viceversa.. Assodato che nessuno è roso dall’invidia, non c’è motivo di continuare sistematicamente a “vedere” l’invidia come motore della vita degli altri. Siamo tutti sereni, magari “diversamente” sereni, ma sereni e ciò che è incomprensibile per uno non è detto che sia cosa sbagliata o strana in assoluto. Quindi mettiamo definitivamente agli atti che non c’è nessuno che vive come la volpe con l’uva e che le scelte altrui sono solo frutto di stili di vita diversi e non conseguenza dell’invidia o di frustrazioni (inesistenti)
La strategia del “sottrarre” e “semplificare” è una strategia che può funzionare. Lo dico anch’io per esperienza personale oltre che per letture. Gli svedesi ne hanno fatto un rito: più invecchiano e più tolgono il superfluo, la ragione ufficiale è per non lasciare grane agli eredi ma in realtà è anche per se’, per semplificare e concentrare l’energia. Jung da vecchio, andò a vivere in una casa sul lago senza casa e senza corrente elettrica, facendosi il pane da solo. E’ tuttavia una strategia che fa fatica ad adottare chi è vissuto tanti anni dentro uno schema basato sulla felicita’ come accumulo e ne è rimasto invischiato. Quando queste persone si rendono conto che l’accumulo seriale, e non mi riferisco solo al denaro, non è più possibile spesso crollano e questo succede non solo agli individui ma anche alle comunità. Il senso di girare a vuoto e’ spesso il segno premonitore che il sistema vacilla e che prima o poi un nuovo schema emergerà. Le crisi “spirituali” spesso precedono le crisi materiali.
Eccome se funziona, e mi dispiace per chi non ha queste passioni. Con i gatti soprattutto.
A parte che i commenti di tal Fausto “ci crescono come l’acqua nel vino” ci siamo un po’ tutti fatti influenzare dal recente articolo (secondo me) sulla sciatrice di velocità Valentina Greggio, i cui commenti si sono deteriorati nel crescendo del loro numero. Andate a vedere.E’ chiaro che associare alla prestazione lo sport è banale e limitante ma, visto il clima, è venuto a molti spontaneo, me compreso.Ho tirato fuori l’aspetto dell’invidia (sentimento a me sconosciuto, mi spiace per Crovella e i suoi collegamenti un po’ sempliciotti) proprio a causa degli ultimi commenti all’articolo di cui prima sulla Greggio. Perché non mi davo altra spiegazione di tanta banalità e cecità verso un tema che andava considerato con forse più distacco e conoscenza.L’ossessione e quindi l’ansia per la prestazione si enfatizzano sicuramente con la vita inurbata e nei social dove un confronto continuo con l’altro ci influenza comunque, anche quando vogliamo fare gli asceti metropolitani: impossibile.Personalmente, vivendo quasi come un eremita tranne quando lavoro, ma lavoro poco, provo piacere in piccole cose autentiche che non importa se sono antiche o moderne. Mi impongo di fare la spesa ogni giorno e non fare scorte al supermercato perché così scendo in paese e mi relaziono un minimo con qualcuno. E’ l’unica scusa che mi concedo. Per il resto mi accontento delle mie passioni senza tempo che sono l’alpinismo, la mia famiglia, i gatti e un paio di altre semplici cose. Giuro che funziona.
Io ritengo di essere stato ossessivamente appassionato di alpinsimo, di scalata, di arrapicata sportiva. Ho detto ossessivamente appassionato, non ossessionato. La cosa meravigliosa è che mi sono ossessivamente appassionato di qualcosa che non implicava un avversario ma solo il mettermi in gioco con me stesso, per salire vette, montagne, vie. Non ho remore ad usare il verbo al participio passato ossessionato. Ho fatto bene? ho fatto male? chi lo sa. Oggi se potessi cambierei qualche mia decisione del passato dettata da questa ossessiva passione ma è anche vero che, oggi, se ho qualcosa da ricordare, se ho qualche paletto messo lì che nessuno e nulla può smuovere è perchè mi sono comportato in un certo modo.
Tutto ha il suo prezzo e lo devi pagare diceva un pezzo famoso di Giovanna Marini, anche un saluto, anche farti rispettare. Tutti i giorni leggiamo dei crolli verticali di persone famose. Le altre non emergono ma le vedono bene gli operatori della salute mentale. Identità fragili, tenute insieme dalla prestazione straordinaria e dalla gratificazione del riconoscimento sociale e del successo, magari pure con qualche aiutino chimico, che si schiantano nelle tenebre della depressione appena nascono le delusioni, legate magari alla vecchiaia, alla malattia, al rifiuto, all’abbassamento inevitabile della luce dei riflettori. Patologie moderne che hanno sostituito altre legate ad altre epoche o ad altre strutture sociali. Ho in mente un libro sul Giappone ad esempio “Anatomia della dipendenza” sulle conseguenze di quella cultura della dipendenza affettiva sull’individuo. Poi nel ricordo tendiamo a rimuovere il passato e a vederlo colorato di rosa, ma è un inganno del cuore più che della ragione. Molto classico e tradizionale peraltro, e profondamente umano, vista la sua ripetizione nel ciclo delle generazioni.
Agnese , non ci perdere troppo tempo, sei una vox clamantis in blog. Forse non ti rendi conto del misero livello culturale di alcuni interlocutori (almeno che tu non la metta a promesse di cazzotti, alcuni in questo eccellono)
Non si tratta di idealizzare un tempo che fu, ma di vedere la realtà.
Non è ne banale ne generalizzante. Una volta c’era poco e con quel poco si faceva tanto. Adesso c’e tanto, c’è tutto, ma siamo annoiati, non ci basta, vogliamo sempre di più.
Di tedium vitae se ne parlava più di 2000 anni fa…si può scegliere di idealizzare un tempo passato o accettare che oggi ci siano ancora persone che giocano nella terra con le biglie, magari tra un selfie e l’altro.
Non è ne banale ne generalizzante. Una volta c’era poco e con quel poco si faceva tanto. Adesso c’e tanto, c’è tutto, ma siamo annoiati, non ci basta, vogliamo sempre di più.
Questa faccenda che, se siano discordi e critici, significa che siamo rosi dall’invidia verso chi critichiamo è un pregiudizio che va corretto una volta per tutte, sennò torna fuori ogni volta e non si procede oltre. Se non ci piace un modello socio-culturale o addirittura un singolo personaggio (m/f) non significa che siamo come la volpe con l’uva. Piuttosto mi sorge il sospetto che chi tira fuori sistematicamente questo pregiudizio sia proprio lui quello roso dall’invidia di NON essere veramente libero dai condizionamenti della società. Cioè proietta sugli altri ciò che, in realtà, accade dentro di lui…
Il libro e l’articolo hanno un impianto sociologico. Individuano un fattore chiave che muove il mondo moderno, la ricerca della prestazione e del miglioramento continuo focalizzata sull’individuo più che sul collettivo e ne indicano le ricadute anche patologiche sulle persone. Il caso degli atleti di punta che hanno pagato prezzi elevati per seguire ad ogni costo questa spinta è’ emblematico ma non è solo il caso degli atleti. Si potrebbero citare artisti, imprenditori, manager, politici, professionisti, persino artigiani e persone comuni. E’ una trappola nella quale è facile cadere perché ha i suoi risvolti gratificanti essendo socialmente rinforzata. Bisogna anche dire che non è così per tutti, non tutti si sono “squilibrati” a tal punto di perdersi per strada. Molti riescono poi a uscire dalla dipendenza della prestazione e del piacere del “successo” e a ritrovare la strada della “normalità” senza cadere negli estremi della maniacalita’ ossessiva protratta oltre ogni limite fisiologico anche di eta’ o della depressione da disillusione. E’ un po’ un mito molto impegnativo quella di riuscire a realizzare l’equilibrio nell’unita’ di tempo e di luogo. Succede ma in momenti “magici” , attimi fuggenti. L’equilibrio per la maggior parte delle persone è frutto del lavoro di una vita e si realizza nel tempo. E’ qualcosa che si valuta a saldo più che nel bilancio quotidiano. Poi ci sarebbe il tema dei fattori chiave che muovono le masse nelle diverse epoche e società e delle conseguenze che ricadono sulle vite individuali ma qui il discorso diventa troppo complicato.
Grazie Agnese, un faro in mezzo a questi praticoni-banalizzatori (performance = sport). Grazie anche Matteo (una volta tanto sei saltato al di qua della barricata dello spessore intellettuale, pur con evidenti limiti retorici). E grazie Bruno, che non ha paura di dire il vero e non si nasconde dietro a false retoriche post mortem.
Sono d’accordo con Agnese, è quello che ho cercato (malamente) di dire anch’io.
Il problema non è tanto la prestazione atletica, quanto la “prestazione” umana.
La valutazione che fa la società di questa prestazione umana e la ricaduta sulla società stessa.
L’atleta (come è visto, come lui vede se’ stesso e che conseguenze genera) è solo un caso particolare o un possibile esempio esemplificativo.
Credo che il focus dell’articolo non abbia nulla a che fare con le prestazioni sportive, amatoriali o agonistiche che siano, ma si riferisca piuttosto alle “performance” che tutti noi affrontiamo ogni giorno nelle relazioni interpersonali, agli obiettivi che ci poniamo per raggiungere la rappresentazione migliore di noi stessi, a volte imposta a volte autoimposta.
Il commento sul fatto che adesso non sappiamo divertirci con poco lo trovo banale e generalizzante: una volta c’era poco e si usava quel poco. La società cambia e così le persone e i loro bisogni, sogni, paure, desideri.
Questa è purtroppo è una realtà. Tra gli amatariali ci si dopa per vincere un prosciutto.
È colpa degli atleti di punta?
No è colpa nostra.
Secondo me si sta facendo confusione.
Il mio definire squilibrati gli atleti top aveva una connotazione negativa mentre Matteo ne fa un uso “di differenza”.
Conosco molti atleti di punta, specie nel mondo dello sci ma anche nell’arrampicata e nell’alpinismo e devo dire che ogni comportamento dipende dall’obiettivo che nella vita ci si pone. Logico che se vuoi diventare la sciatrice più veloce del mondo o lo slalomista numero uno, la tua esistenza sarà finalizzata a prepararti e non potrà esistere null’altro. Diverso è se corri la maratona parrocchiale (come diceva Pitruzzella) la domenica e i tuoi interessi sono molteplici. Un’atleta di punta può rappresentare un esempio di dedizione per i giovani che magari non raggiungeranno neppure lontanamente risultati simili al loro modello/mentore. L’esempio eclatante resta: mi impegno e ottengo un risultato. Lo trovo positivo. Diversa è l’ossessione dell’amatore che soffre la concorrenza e ricorre a ogni stratagemma per arrivare prima dell’altro. Forse è l’esempio trattato nell’articolo che si propone a uno spettro di utenti vastissimo.
È che la menzogna fa da padrona nella più parte della vita delle persone. Considero menzogna i gioielli, i profumi, il trucco e l’abbigliamento ricercato. Tutte esteriorità che denotano falsità e mascheramento di realtà non accettate che irrimediabilmente si ripercuotono in ogni aspetto della vita. La città, più che la vita nei piccoli centri urbani, esaspera il confronto condizionando a vicenda la vita di ognuno. Poi lo credo che servono le valvole di sfogo e gli altari…
Di ossessioni oggi ce ne sono tante, non solo nella prestazione sportiva, ci sono nel lavoro , nel sesso, nel gusto della violenza per la violenza. Il problema non sono la Greggio o Zanardi o le prestazioni spoetive di atleti super. E logico e naturale che un atleta cerchi di superarsi. Il problema siamo tutti noi, che siamo un branco di annoiati che non ci sappiamo più divertire con poco. Da ragazzo io come i miei simili ci si divertiva con nulla.
Cominetti e Benassi? Prova a rileggere l’articolo di Panattoni o addirittura il libro di Han. Non si tratta di invidia né di recrudescenza polemica: bisogna piuttosto comprendere le conseguenze provocate dalle ossessioni della prestazione sportiva nel contesto della società moderna.
“Altrimenti tutti gli atleti di alto livello sarebbero degli squilibrati “
Non so se il termine squilibrato sia proprio il termine corretto, ma mi pare ovvio che gli atleti di alto livello siano squilibrati.
E non solo quelli di alto livello, peraltro.
Chiunque si applichi a una sola cosa, esclusivamente (ossessivamente quasi) e per la maggior parte del suo tempo è squilibrato. Atleti, ma anche imprenditori, artisti, politici o studiosi che siano.
Forse piuttosto che di squilibrio si dovrebbe parlare di un equilibrio diverso e fuori dal normale comportamento umano…che poi in fondo è solo una differente definizione di squilibrio.
Penso semplicemente appartengano a una delle possibili frange estreme dell’infinita varietà di comportamento umano.
Comunque non ritengo siano di per sé un esempio o indice di un valore intrinseco e anzi il problema nasce proprio perché vengono additati come esempi.
Io non credo che l’autore si riferisca ad atleti di punta come Valentina Greggio o Alex Zanardi , ma ad una tenaglia che stritola tutti noi , che siamo al tempo stesso il dito stritolato nelle ganasce della tenaglia e la mano che la serra.Io in questa descrizione mi ci ritrovo , e la capacità di dire di “No” e di allontanarsi di qualche passo per avere un quadro migliore di questa situazione autoinflitta , credo sia una delle risposte appropriate.Per qualche ragione il fatto di tacciare di scarso impegno chi decide per un attimo di uscire dalla ruota del criceto del “Niente è impossibile”, mi fà venire in mente un riferimento patologico.Spesso , secondo me impropriamente , si celebra chi combatte contro malattie terribili come “Un guerriero” , da ciò trasuda che chi è devastato dal male , dalla frustrazione o dal senso di impotenza , sbaglia qualcosa…Per me la testa per un atleta è una molla potente , ma se ci si dice che :”Niente è impossibile” ci si racconta un’eroica bugia.
Certo dare dei malato mentale Zanardi, per altro Zanardi è appena morto dopo anni di sofferenze, manco il rispetto della salma e dei suoi cari.
E ci vuole un bel muso…
Mi sembra esagerato e fuori luogo il paragone con Valentina Greggio e Zanardi.
Altrimenti tutti gli atleti di alto livello sarebbero degli squilibrati e non mi sembra che sia così.
La più parte dei commentatori del gognablog mi sa che sia invidiosa e commenti sotto l’effetto di questa caratteristica che non è proprio sana.
Ultimamente trovo una recrudescenza che non è per niente simpatica.
Nella società della prestazione la frenesia performativa diventa una malattia mentale. Gli esempi non mancano: dal caso di Valentina Greggio ricordato in questo blog il 2.5.26 al caso di Alex Zanardi, cui il “Corriere della sera” per esempio dedica addirittura dieci pagine di cronaca il 3.5.26. Un caso di doloroso compianto che non dovrebbe però essere confuso con l’eroismo per non alimentare pericolosi miti e falsi modelli.