Roberto Mazzilis

A colloquio con uno dei più forti scalatori carnici. Con un carnet di 535 vie nuove e un’etica semplice che sfida il tempo.

Roberto Mazzilis
(unica regola la libertà)
di Riccarda de Eccher*
Foto di Ulderica Da Pozzo
(pubblicato su Meridiani Montagne n. 139, marzo 2026)

Passione o ossessione? Due parole che mi ronzano in testa mentre vado a incontrare Roberto Mazzilis. Mi chiedo quale delle due descriva meglio il suo rapporto con la montagna. Penso a tutte quelle vie nuove, aperte con una dedizione certosina, senza lasciare nulla d’intentato: un’esplorazione metodica, vorace. Pareti scandagliate palmo a palmo. Le ripetizioni, nell’ordine delle migliaia.

Classe 1960, Roberto Mazzilis si è formato sulle pareti delle Alpi Carniche, che ha iniziato a scalare a 17 anni.

Roberto mi accoglie in calzoncini corti e canottiera, in una calda giornata di fine estate. Esibisce un corpo muscoloso e tonico, che non ti aspetti in un uomo di 65 anni. Le mani, solide e nodose, raccontano quanto le abbia usate. Il piede destro è fasciato in un gesso fino a metà polpaccio: una frattura al tallone e al quinto dito, conseguenza di una caduta sulla via che Ernesto Lomasti aveva aperto in solitaria, nel 1978, al Piccolo Mangart di Coritenza.

«Mi ha tradito il mio istinto», dice. Non si accusa di mancanza di logica o di non aver letto la parete. Gli indizi non c’erano, come non c’era alcun modo di capire che la grossa scaglia di roccia su cui era salito (lui, e tutti quelli che lo avevano preceduto) si sarebbe staccata. Accusa, invece, se stesso di non aver sentito il pericolo che un animale, ancora dotato del suo istinto, avrebbe riconosciuto.

«Se penso a tutte le giornate passate a scalare, ho avuto ben pochi incidenti. Ma a distanza di 46 anni, sono caduto due volte a cinquanta metri di distanza, sulla stessa parete alta quasi 900». È andato a portare due lumini a Lomasti, mi dice (nella sua voce c’è una dolcezza inattesa) e sulla sua tomba gli ha chiesto il perché di quelle cadute. Ma l’ha anche ringraziato: entrambe le volte ha portato a casa la pelle. Si interroga, e mi interroga, sulla possibilità che Ernesto abbia avuto una parte in tutto questo, che possa ancora muovere i fili del presente.

Saltella con le stampelle, attento a non poggiare il piede. Vuole guarire, e guarire bene, per tornare a scalare.

Gli chiedo quante vie nuove abbia aperto. Ne avevo ipotizzate qualche centinaio. «Sono 535», risponde. Mi sorprendono sia il numero, sia la precisione. «Con le vie nuove ho coperto la distanza Tolmezzo-Venezia, e ritorno», aggiunge sorridendo. Visualizzo trecento chilometri di autostrada comoda e pianeggiante, poi penso alle difficoltà delle sue scalate.

Roberto Mazzilis in apertura su No l’è facil, nencje un tic, sul Pilastro Centrale della Creta da Cjanevate, nel 2008. Foto: Fabio Lenarduzzi

Sul tavolo ci sono due quaderni. La prima salita annotata porta la data del 16 settembre 1977. L’ultima è di un mese fa. È un elenco minuzioso: giorno, compagno, lunghezza, difficoltà, materiale usato. Indica anche la sua posizione nella cordata, anche se non sarebbe necessario: con rare eccezioni, sulle vie nuove, è sempre lui a condurre. Solo recentemente annota qualche emozione, qualcosa che lo riporti a quella giornata. Non per arginare una perdita di memoria (ricorda con precisione fotografica passaggi scalati quarant’anni fa), ma per aggiungere bellezza ai ricordi. «Ho segnato le vie nuove e le ripetizioni su vie difficili. Se tornassi indietro non farei gerarchie: registrerei anche le normali e lo scialpinismo».

«Mi sono sempre mosso su terreni pericolosi», racconta quando gli chiedo dei suoi inizi. «Con i miei fratelli e mia sorella giocavamo a fare fortini sulle rocce, qui dietro casa, su difficoltà di secondo e terzo grado». Mi affaccio alla finestra, seguendo il suo sguardo, e vedo una parete di una quindicina di metri. «Potrei fare sicurezza dal mio letto», dice sorridendo.

«Se iniziava a piovere», continua, «ero io a costruire una capanna per dare riparo agli altri. Il rischio era affar mio, anche se ero il più piccolo».

«Mio papà mi aveva portato in moto verso Timau. Ero un bambino. Sulla parete del Gamspitz correvano nubi veloci. Tra il movimento della moto e quello delle nuvole per un istante avevo perso il riferimento spaziale. Avevo alzato istintivamente il braccio per ripararmi dalla montagna che sembrava venirmi addosso. Non sapevo, allora, che quella verticalità l’avrei poi abbracciata. Mai avrei pensato che proprio su quella parete avrei aperto la via Laura, il primo ottavo grado delle Alpi Carniche».

«Ho iniziato a scalare davvero a 17 anni. Non ho fatto corsi». Capisco dall’espressione del volto che quell’approccio istituzionale non faceva per lui. «Ho rubato le tecniche dai libri. Rébuffat, e quelle belle fotografie. Quelle immagini eleganti mi facevano sognare. E Comici! Comici era un asso!». Lo dice con ammirazione, come se fosse ancora tra noi.

«Andavamo a scalare ad Illegio. La chiamavamo palestra, perché il concetto di falesia ancora non c’era. Non andavamo ad allenarci: era avventura, non una pratica sportiva con le sue regole e la sua grammatica. Andavamo ad arrampicare e a fare manovre di corda, a capire come funzionavano le calate in corda doppia, sempre preoccupati che qualcuno andasse dai nostri genitori a dire che ci stavamo cacciando nei guai».

Il Torrione SAF 2300 m, nel gruppo del Peralba, su cui nel 2011 Roberto Mazzilis, con Fabio Lenarduzzi, ha aperto una nuova via (nell’immagine, il tracciato)

«Poi ho conosciuto Sergio De Infanti, di Ravascletto. Era più grande di me, ma ancora attivo. Un bravo scalatore che aveva anche scritto una guida. Qui era un punto di riferimento. Sapeva trasmettere la sua passione. Non che ne avessi bisogno: ero innamorato perso di quello che avevo iniziato. Ma proprio per questo volevo parlarne con qualcuno, e lui sapeva ascoltare. Aveva scritto una frase che suonava pressappoco così: “Ringrazio le montagne per il magnifico colloquio che ho avuto con loro”. Ecco, era proprio questo: quel colloquio con le montagne che lui aveva avuto per tutta la vita e che io stavo iniziando».

«De Infanti aveva un locale che fungeva da punto di ritrovo. Lì ho conosciuto Attilio De Rovere. Lui ed Ernesto Lomasti erano i più forti. De Rovere ha insistito perché provassi le scarpette. Gli “scarponisti” erano restii». Sorride. «Ho fatto la gavetta con gli scarponi, e sono bravo ad usarli. È una scalata di precisione, non puoi buttarli a vanvera. Le scarpette ti danno allegria: lasci che sia il corpo a creare il gesto».

«Noi», dice (e in questo noi include anche me), «la nostra generazione, è stata di transizione. Sono andato fino in Francia a comprare le Super Gratton per tutti. Ne ho portate un paio anche a Jacopo Linussio, allora già settantenne».

Linussio, in Carnia, è un nome importante. Il suo antenato, Jacopo anche lui, imprenditore tessile del Settecento con tremila dipendenti, è passato alla storia anche per l’invenzione della tela jeans. La Carnia è così: un luogo che, anche nei periodi di povertà, ha saputo generare eccellenze. I fratelli Solari con i loro orologi, per fare un altro esempio. Mi chiedo se sia azzardato considerare anche Roberto Mazzilis una di queste eccellenze.

Linussio non è l’unico “grande vecchio” nella vita di Mazzilis. Parla con affetto anche di Spiro Dalla Porta Xydias con cui ha scalato. Figure romantiche che in un mondo verticale sempre più sportivo e dissacrante, lo riportano a un’etica semplice e diretta.

Il versante ovest del Monte Duranno 2652 m visto dalla Valle del Piave.

Entra Marialisa Maraldo, me la presenta descrivendola come la più forte scalatrice, sulle nostre montagne. «Con lei ho aperto la via Strega alla Torre Trieste», dice, «per me le donne sono sempre state le migliori compagne di cordata. Sono flessibili, e se si fidano del compagno, salgono bene». Naturalmente del compagno maschio, penso io. Intravedo un giudizio un po’ sessista, ma lascio correre. Forse in realtà ha lo stesso rapporto anche con i compagni che si legano a lui. Anche con Fabio Lenarduzzi, con cui ha aperto un centinaio di vie nuove. Si tratta di fidarsi ed essere veloci, perché per Roberto arrampicare è sempre e solo salire da capocordata.

Quando gli chiedo se ha mai pensato di diventare guida alpina, nomina di nuovo Linussio. «Pensa che assurdo: non potevo farmi pagare per portarlo a ripetere una via che io stesso avevo aperto». Riemerge la sua idiosincrasia per le regole. Ma la ragione definitiva è un’altra: le guide devono inseguire i desideri dei loro clienti, non sono libere di fare la propria attività. E la libertà, per Roberto, non è negoziabile.

«Ho arrampicato con Luciano De Crignis, anche lui di Ravascletto. Un animo antico», dice, «anche se i valori non dovrebbero cambiare col tempo». De Crignis, antesignano dello sci estremo, aveva accumulato un’attività impressionante: con gli sci era sceso dalla Cresta ovest del Peralba, dal Pic Chiadenis, dalla Nord del Coglians e dal canalone sud della Chianevate. «E avevo scalato con Roberto Simonetti, carnico, come me. Con lui, rara eccezione, di tanto in tanto, sono salito a comando alternato».

Mi sono sempre chiesta perché Mazzilis non si sia spostato dalla Carnia. Altrove avrebbe ottenuto fama e sponsor, una vita dedicata alla montagna. Ma forse è una domanda che non gli appartiene, un pensiero che non è il suo. Avere sponsor significa accettare le regole. Per Mazzilis contano solo lui e la montagna, e la libertà di viverla senza compromessi.

«Ho arrampicato tanto in Dolomiti, e continuo ad andarci, ma non ho mai sentito l’esigenza di spostarmi», dice. «Perché qui abbiamo tutto. Quando ho iniziato ho esplorato ogni parete. Ho ripercorso le vie dei fratelli Luigi ed Emilio Pachner che, negli anni Trenta, nel Gruppo del Peralba, avevano affrontato e risolto problemi, per l’epoca, difficili».

Sergio De Infanti (1944-2018), guida alpina e scrittore di Ravascletto. Foto: Nadia Pastorcich.

«Poi ho iniziato ad aprire vie nuove. C’erano intere pareti dove era stato fatto poco o nulla. Prima le linee evidenti: i diedri, gli spigoli. Sulla parete nord dell’Avastolt avevo aperto la via più logica, il diedro che ho chiamato Enza e Fabio, i nomi dei miei genitori, e poi, parallelo, il diedro Teresina, dedicato a mia nonna. Avevo intuito altre possibilità, concatenazioni di fessure che davano adito a nuove letture. È sempre la parete a dirti dove salire. Mi interessa la logica, non il grado, che è incidentale e non ho mai cercato». Proprio sull’Avastolt, però, ha intuito che aprire una via accanto all’altra le sminuisse, togliesse respiro, bellezza. Mi fa pensare a una mostra d’arte con troppi quadri appesi.

«Nessuno ripeterà mai le mie vie», mi dice con una nota di rimpianto. «Per farlo dovrebbero aver fatto il mio percorso». Penso soprattutto alla sua familiarità con il rischio e alla conoscenza di quegli ambienti maestosi e severi. Un approccio difficile da replicare. È come aver dipinto dei capolavori che nessuno vedrà mai.

Spiro Dalla Porta Xydias (1917-2017), alpinista e scrittore triestino. Foto: Agnese Divo.

Nella conversazione torna spesso la parola “rischio”. «Non bisogna fargli pubblicità», dice, «bisogna lasciarlo a chi lo sente e a chi davvero se la sente». Per lui, l’essenza della scalata è lì: nell’emozione che ti prende guardando la parete dal basso, in quella paura che devi affrontare. Nella capacità di convivere con il rischio e nell’ebbrezza, quando riesci a dominarlo. «È quello il mio percorso, la spinta, il motore di tutto». Non è incoscienza, né ricerca del brivido fine a se stesso. Per Mazzilis, il rischio è ciò che rende l’esperienza autentica, vera. Senza di esso, non c’è scoperta, né della parete, né di se stessi. È come se dicesse: se elimini la possibilità di fallire davvero, stai solo facendo finta. «Non ce l’ho con gli spit», dice, «ma se li metti perché non ti senti sicuro, perché temi il volo, meglio tornare indietro. Vuol dire che non sei pronto, che non sei nel posto giusto».

«Anche l’arrampicata sportiva», aggiunge, «perché non farla direttamente con la corda dall’alto? Perché condire il gesto con l’illusione del rischio? Puoi volare quanto vuoi, anzi, devi volare per spingerti al limite. Bisogna separare l’alpinismo dall’arrampicata sportiva, non per metterli in competizione, ma perché se elimini il rischio resta poco in comune».

E le solitarie? «Quelle sono facili». La risposta mi sorprende. «Si arrampica leggeri, senza trascinarsi cinquanta metri di corda. Nessuna manovra: è scalata pura». Capisco: facili non perché meno rischiose, anzi, ma perché più pure, più essenziali. Il rischio non è un “extra”, è la cosa stessa. Toglilo e non rimane l’alpinismo reso più sicuro, rimane qualcos’altro. Per lui è inconcepibile passare mesi a provare e riprovare pochi metri di salita.

Roberto Mazzilis ai piedi della falesia casalinga

«Posso tentare due, forse tre volte. Ma se il mio corpo non è capace del gesto, lascio perdere. Vuol dire che devo prepararmi meglio». È un’etica semplice: o sei pronto o non lo sei.

Ripenso a passione o ossessione. Mi accorgo che mi ero posta la domanda sbagliata. Mazzilis vive in un mondo suo, un universo parallelo dove le categorie ordinarie non hanno senso. Non è passione, non è ossessione: è qualcosa di più totale, più assoluto, che le comprende entrambe. Ha abolito il confine tra sé e ciò che fa, tra il pensiero e l’azione. Gli altri guardano, misurano, giudicano con i loro parametri. Ma Mazzilis è già altrove, immerso in una dimensione dove ciò che agli altri sembra follia per lui è l’unica lucidità possibile.

*Riccarda de Eccher, scrittrice e artista, in gioventù ha svolto intensa attività alpinistica e partecipato a due spedizioni himalayane. Da oltre vent’anni si dedica alla pittura ad acquerello, con la montagna come soggetto. È impegnata nella riflessione sul rapporto tra donne e montagna, da una prospettiva femminista. Nel 2025 le è stato conferito il Pelmo d’Oro–Dolomiti Unesco per il contributo culturale e artistico alla valorizzazione dell’ambiente alpino.

Raffaele Carlesso, tra Carniche e Dolomiti
di Stefano Ardito

Gruppo defilato, le Alpi Carniche, e spesso conosciuto solo dai locali. Ma è stato palestra di molti illustri alpinisti, e tra questi il più illustre è stato Raffaele Carlesso (1908-2000). La sua fama è legata a due vie-capolavoro nel massiccio del Civetta: la parete sud della Torre Trieste e la Nord-ovest della Torre di Valgrande. Vive e lavora da lungo tempo a Valdagno, e per questo la Storia dell’alpinismo di Gian Piero Motti, lo definisce “vicentino”. Invece Raffaele Carlesso detto Biri (dalle auto sportive della casa torinese Chiribiri), uno dei protagonisti degli anni del sesto grado, nasce nel Polesine, e trascorre gran parte della vita a Pordenone.

Raffaele Carlesso

Studia alle scuole commerciali, lavora come impiegato, poi diventa commerciante di tessuti. Si iscrive al CAI di Pordenone a 17 anni, pratica lo scialpinismo, poi la sua agilità lo fa eccellere nell’arrampicata. Frequenta la falesia di Dardago presso Budoia (Pordenone), apre diverse vie, di cui non lascia relazioni, sulle pareti della Carnia. Nel 1931 compie la prima salita della Parete Rossa del Duranno, nelle Dolomiti Friulane, exploit che lo fa ammettere nel Club alpino accademico. Nel 1932 si trasferisce a Valdagno, dove lavora al lanificio Marzotto, e si lega in cordata con Gino Soldà, Bortolo Sandri e Mario Menti: le vie aperte insieme a loro sul Sengio della Sisilla e la Sibele hanno difficoltà oltre il sesto grado.

Nel 1934, Biri scopre le Dolomiti più severe. Ripete con Hans Vinatzer la via Comici-Dimai alla Cima Grande di Lavaredo. Poi, con Sandri, apre una via che fa storia sulla Torre Trieste, con altissime difficoltà in artificiale e in libera. Un anno dopo viene premiato dal regime con la medaglia d’oro al valore atletico. Nel 1936, insieme a Menti, supera la parete nord-ovest della Torre di Valgrande, vincendo un tetto di quattro metri. “Ho messo un chiodo sottile come un filo d’erba e mi ha tenuto su. Era una salita che non dava respiro”, racconterà. L’ultima via nuova di Biri è la fessura est del Campanile di Val Montanaia, ancora sulle Dolomiti Friulane. Scala sulle rocce di Dardago anche dopo gli ottant’anni. Scrive: “L’alpinismo è una educazione fisica e morale, è una grande scuola di vita”.

Roberto Mazzilis ultima modifica: 2026-05-04T05:27:00+02:00 da GognaBlog

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11 pensieri su “Roberto Mazzilis”

  1. Piacevolissimo scritto per un personaggio che abbia dimostrato e dimostra che per salire sulla roccia non servano obbligatoriamente gli spit…insuperabile il numero di vie su roccia aperte negli ultimi anni…UN PUNTO !!!!…come ha scritto Furlani !

  2. Uno dei pochi che non ha avuto la sua svolta plaisir, uno dei pochi che non ha paura di prendere posizione contro certe aperture (a differenza di alcuni commentatori qui sotto che, ignavi, preferiscono il silenzio, o peggio il relativismo di facciata, alla presa di posizione). D’altronde, per chi non ha progetti o una consapevolezza profonda delle proprie azioni, ogni strada è buona per andare da nessuna parte. Grazie Roberto per essere uno dei pochi fari alla nostra azione alpinistica, solitaria e tradizionale come i pochi coerenti come te ci hanno insegnato.

  3. Sugli episodi di Alessandro Beber di Dolomitiche su YouTube c’è quello con Roberto Mazzilis , piccolo contributo a questa bella intervista. 

  4. Che personaggio. 
    Complimenti a Riccarda per la splendida intervista. 

  5. Sempre al top il nostro cjargnel.
    Un vero esempio di come si può  fare del grande alpinismo con mezzi tradizionali
     
     

  6. Conosco Mazzilis solo di fama, lo stimo per il suo stile e la sua coerenza alpinistica.

  7. Nella piacevole chiacchierata al rifugio Giaf qualche anno fa (2006, era di ritorno da un apertura sul Cridola, premio Silla Ghedina) si concesse con consigli e simpatia, aperto ai giovani seppur nella sua natura selvatica. Mi parlò delle vie con la roccia di miglior qualità e con l’arrampicata più tecnica. Non mi sorprese sapere di recente che durante il lockdown tirò su il livello del suo grado sportivo, ha il nervo testardo e ha una sua eleganza, autentico.

  8. Bella intervista ad uno dei mostri sacri dell’arrampicata tradizionale su roccia.
    Questo passaggio

    Bisogna separare l’alpinismo dall’arrampicata sportiva, non per metterli in competizione, ma perché se elimini il rischio resta poco in comune.

    mi lascia però perplesso.
    Forse qualcosa è andato lost in translation, però mi sembra di poter dire che la separazione fra arrampicata sportiva e alpinismo sia assodata e consolidata da tempo… non capisco il motivo di ribadirne la necessità.

  9. «Nessuno ripeterà mai le mie vie», mi dice con una nota di rimpianto. «Per farlo dovrebbero aver fatto il mio percorso». Penso soprattutto alla sua familiarità con il rischio e alla conoscenza di quegli ambienti maestosi e severi.Non ho mai scambiato una parola con Mazzilis le rare volte che l’ho incrociato a S.Candido o allo Strabut , ma credo che questa frase lo descriva bene ; vive in luoghi dove spesso piove o la roccia è friabile , e ha una dimestichezza incredibile con protezioni chilometriche o roccia cattiva.Come bene evidenziato nell’articolo lui è una specie di “unicum” , capace si passeggiare a 66 anni sul VI e VII , magari marciotti , senza fare un plissè e senza spettacolarizzare o divulgare quello che fà.Non credo sia in competizione con nessuno , questa specie di nervo che cammina è mosso solo dalla sua passione.

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