Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 6

Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 6 (SdA-48)
di Enrico Camanni
(dall’aggiornamento a La storia dell’Alpinismo di Gian Piero Motti)

La scuola polacca: Kukuczka, Kurtyka e Wielicki
Per comprendere l’alpinismo dell’Est bisogna comprendere i paesi dell’Est. Solo un retroterra economico e sociale stretto per decenni nelle maglie del comunismo di stato poteva produrre una motivazione e una determinazione così incontenibili. Qualche osservatore ha giustamente richiamato la predisposizione all’adattamento, alla sofferenza, alla disciplina di gruppo, qualcun altro ha messo in luce i benefici organizzativi di un certo «alpinismo di regime», ma è molto probabile che sia stata la molla psicologica a fare la differenza: «In Polonia la montagna ha preso il posto del mare. È lo spazio della libertà, dei grandi miti di liberazione», spiega il presidente della Federazione polacca della montagna Andrzej Paczkowski (Montagnes Magazine n. 104).

Krzysztof Wielicki

Senza il desiderio di realizzazione, senza il bisogno di evasione dagli angusti orizzonti materiali e spirituali, non sarebbero spiegabili i sussulti esplosivi di un alpinismo e di un himalaysmo che, almeno nei primi anni Ottanta, si sono sviluppati con mezzi poveri e antiquati, in assenza di sponsor e senza una radicata esperienza internazionale. Ma, paradossalmente, l’antica tradizione dei paesi capitalisti ha agito come un boomerang sugli sviluppi dell’alpinismo occidentale, sottraendo sul piano motivazionale quel di più che poteva offrire a livello tecnico ed economico. In altre parole, la disillusione di una storia che fatalmente andava ripiegandosi su se stessa ha disincentivato gli smaliziati depositari della tradizione, mentre i genuini protagonisti dell’Est hanno beneficiato di un clima psicologico simile a quello dell’ultimo dopoguerra, quando in Francia, in Italia e in Germania si risvegliava prepotente la passione per la montagna come rinnovata opportunità di riscatto.

Un giorno Jerzy Kukuczka regalò al Museo Nazionale della Montagna «Duca degli Abruzzi» di Torino l’attrezzatura usata sui primi Ottomila. Sembrava uscita, appunto, da un museo, e contrastava con i marchi dei tre sponsor italiani che da qualche tempo orbitavano attorno all’imperturbabile campione polacco. Era rimasto indecifrabile lo sguardo di Kukuczka, anche dopo aver eguagliato il clamoroso record di Messner. Trasformato in un curioso e inadeguato personaggio pubblico, era stato maldestramente etichettato come «il secondo uomo dei quattordici Ottomila» e girava i club alpini come la controfigura di una star. Ma non gliene importava.

Nato nel 1948 da genitori operai, nella regione minerario-industriale dell’alta Slesia, si era fatto una piccola posizione come tecnico elettronico e aveva abbandonato l’atletica (sollevamento pesi) a favore della montagna. Prima i Monti Tatra, cioè durissime scalate invernali con ogni tempo e ogni temperatura, poi le Dolomiti, con una direttissima sulla parete sud della Torre Trieste. Nel 1973 la prima salita invernale della via dell’Ideale alla Marmolada d’Ombretta, poi una via nuova sulla parete nord del Petit Dru. Nel 1974 la prima esperienza extraeuropea sul Mount McKinley, in Alaska, e l’anno seguente un nuovo itinerario sulle Grandes Jorasses, a destra dello sperone Croz.

Ma l’Asia è lontana e una corda, in Polonia, costa fino a due stipendi da ingegnere. Allora i più attivi esponenti della federazione alpinistica, tutti di origine cittadina e con prevalente formazione universitaria, si organizzano in imprese di lavoro acrobatico e offrono prestazioni ad alta remunerazione. Il silenzioso Kukuczka si dedica al controllo e alla manutenzione delle ciminiere. Si allena anche così, intanto fuma e beve regolarmente.

Nel 1977 fallisce di poco il Nanga Parbat, ma due anni dopo raggiunge il Lhotse per la via normale: il primo Ottomila. Il vero esordio di valore internazionale è il pilastro sud dell’Everest, con la spedizione polacca del 1980, seguito nel 1981 dalla salita solitaria del Makalu per una via nuova. Con Wojtek Kurtyka forma una delle più formidabili cordate del mondo: tentativo sulla parete ovest del Makalu, cresta sud-est del Gasherbrum II e parete sud-ovest dell’Hidden Peak, cresta nord-ovest del Broad Peak e conseguente traversata delle tre cime con cinque bivacchi. Sono tutte vie nuove, in quattro intense stagioni. Poi la progressione di Kukuczka continua impressionante, inarrestabile, mentre Kurtyka si dedica alle grandi difficoltà d’alta quota. In meno di un mese, tra il 21 gennaio e il 15 febbraio del 1985, Jerzy porta a termine le prime invernali del Dhaulagiri (con Andrzej Czok) e del Cho Oyu (con Andrzej Heinrich).

Infine, nello stesso anno, sale il Nanga Parbat per il pilastro sud-est, mai scalato. Il 1986 è tragico, perché la prima invernale del Kangchenjunga (con Wielicki e Czok) costa la vita ad Andrzej e alla disumana via nuova sulla parete sud del K2 consegue la caduta mortale di Tadeusz Piotrowski. Eppure il morale di Jerzy sembra inalterabile e in novembre c’è ancora tempo per una «prima» sul Manaslu, con Artur Hajzer. L’epopea dei quattordici Ottomila si conclude nel 1987 per buona pace dei giornalisti, ma con l’ennesima prima invernale (l’Annapurna) e l’ennesima via nuova sulla parete nord-ovest dello Shisha Pangma, sempre con Hajzer. Jurek Kukuczka commenta: «Perché posso realizzare i miei sogni meravigliosi? Semplicemente perché le montagne sono gentili con me».

Slavko Svetičič

Se la rosa dei colossi himalayani fosse stata il suo vero obiettivo, sarebbe stato lecito attendersi una battuta d’arresto. Può succedere intorno ai quarant’anni. E invece l’anno seguente ritorna con il fido Hajzer sulla difficile parete sud dell’Annapurna e lascia ancora una volta la sua firma. Gli è purtroppo fatale un’altra parete sud, quella del Lhotse, proprio la montagna dove aveva valicato nel 1979 la frontiera degli Ottomila. Sulla parete la competizione è ormai aperta da anni tra i massimi himalaisti di tutto il mondo e Jurek è uno dei candidati più quotati. Dopo quasi cinquanta giorni di permanenza alle alte quote e con una mole impressionante di lavoro sulle spalle, appronta un bivacco a 8300 metri con il compagno Pawlowski. Quando il 24 ottobre 1989 parte per la vetta è probabilmente molto provato, ma il tempo si è rimesso al bello e Kukuczka vuole salire, caparbio e determinato come sempre; scivola e precipita alle otto del mattino, a meno di 200 metri dalla cresta sommitale.

Di Wojtek Kurtyka alpinista non si può che rimarcare l’impressionante progressione himalayana, che dalle vie nuove sugli Ottomila lo ha portato alla «parete scintillante» del Gasherbrum IV e alle fughe di granito della Torre Innominata di Trango. Ma è l’uomo, affascinante e complesso, che desta ulteriore interesse. L’interprete più «moderno» della scuola polacca, il personaggio più sensibile alle tendenze dell’alpinismo occidentale, non ha mai accettato una piena sponsorizzazione, confessando di temere la schiavitù dello «star System». Ha sempre cercato dei compagni leali e appassionati, con cui dividere sensazioni autentiche (l’austriaco Robert Schauer, lo svizzero Loretan). Considera tuttora il rischio come l’essenza prima dell’alpinismo e l’impegno estremo come «una sorgente di purificazione inferiore». Non ama la frenetica sete di successo dei professionisti dell’Ovest e rifiuta «la competizione e la corsa all’exploit direttamente pilotata dai mezzi di informazione (Montagnes Magazine n. 104)».

Del piccolo e modesto Krzysztof Wielicki sono piene le cronache alpinistiche, ma il personaggio resta misterioso. Le sue imprese ai limiti della resistenza umana si esauriscono in poche righe sulle pagine delle riviste specializzate. Nato nel 1950 a Szklarka Przygodzicka, senza una montagna all’orizzonte, Wielicki scopre il club alpinistico di Wroclaw quando si iscrive alla Facoltà di Ingegneria elettronica. Così, in modo pionieristico e spartano, nei primi anni Settanta compie le prime ascensioni sui Monti Tatra, arrampicando d’estate ma soprattutto in inverno: «II materiale collettivo in dotazione al club era conteso da più persone; per l’unico paio di ramponi esisteva una lista d’attesa lunga mesi (Rivista della Montagna n. 158)». Poi giunge un fortuito e fortunato scambio di studenti con Chamonix – dove Krzysztof conosce il Monte Bianco e arrampica con qualsiasi tempo per incrementare il proprio punteggio a livello nazionale – e inizia un graduale apprendistato tra Caucaso, Hindukush e Pamir, dove sale e scende in tre giorni il Pik Kommunizma per la parete est. I russi non ci vogliono credere.

Nel 1980, finalmente, arriva l’affermazione internazionale con la prima ascensione invernale dell’Everest: «In un certo senso la lotta quotidiana per una vita dura e povera ci ha aiutati a proseguire senza troppi pensieri verso la cima (riv. cit)». Nel 1984 Wielicki sbalordisce il mondo alpinistico con la salita del Broad Peak in giornata: sugli Ottomila è caduto un altro mito. L’anno dopo apre una nuova via sulla cresta sud del Manaslu e l’11 gennaio 1986 è in vetta al Kangchenjunga con Kukuczka (prima invernale). Nel dicembre del 1988 si aggiudica sul Lhotse una terza prestigiosa invernale, ma questa volta è solo (a partire dal secondo campo) e indossa un corsetto ortopedico. Gliel’ha prescritto il medico per una seria lesione riportata sul Bhagirathi II, dove pochi mesi prima una caduta di pietre lo ha ferito alla spina dorsale e ha ucciso il suo compagno Jan Nowak.

Infine, nel maggio del 1990, un’altra solitaria da leggenda: il quarantenne Wielicki supera in 16 ore un nuovo itinerario sulla formidabile parete est del Dhaulagiri, raggiungendo sfinito la cresta nord-est. A 7800 metri è costretto a scendere sotto una copiosa nevicata, comunque ha già toccato la vetta due settimane prima, per un’altra via.

La scuola slovena: Knez, Česen e Svetičič
Anche considerando la recente fortuna dell’alpinismo nell’Europa dell’Est, un osservatore straniero non trova elementi per giustificare l’eccezionale concentrazione di talenti emersi nella piccola Slovenia, la patria storica e geografica dell’alpinismo iugoslavo. Si resta increduli e smarriti e occorre indagare oltre. Le realizzazioni di vertice dei vari Knez, Karo, Jeglič, Česen, Svetičič e Štremfelj risultano comprensibili solo come prodotto di un solido retroterra sportivo e culturale: severo, riservato ed esclusivo, ma con alcune peculiarità fondamentali. Come in Polonia e in Cecoslovacchia, infatti, anche nella ex Jugoslavia il regime ha steso le sue ali sulla pratica alpinistica, ma a differenza della Polonia e della Cecoslovacchia, dove l’alpinismo estremo è un fenomeno relativamente giovane e facilmente strumentalizzabile, la Slovenia vanta tradizioni antiche, assai radicate nel tessuto sociale; in questo secolo, le selvagge e affascinanti Alpi Giulie slovene sono state esplorate e percorse come poche altre montagne europee, con un’intensa frequentazione anche nei rigidi mesi invernali.

Così sono maturate le imprese extraeuropee e i campioni della montagna, pur assimilati, con punteggi e classifiche, agli atleti delle altre discipline sportive, pur sottoposti al benestare della burocrazia comunista sotto l’egida del Ministero dello Sport, hanno salvaguardato iniziativa, autonomia e rapporti di scambio con i colleghi occidentali. Oggi, in un clima di democrazia, cinque cittadini sloveni su cento sono iscritti ai vari club alpinistici (la più alta percentuale del mondo), la montagna gode di uno spazio privilegiato nei programmi scolastici e i personaggi dell’alpinismo beneficiano di singolare e giustificata popolarità.

Silvo Karo

La risonanza pubblica delle spedizioni nazionali risale ai tempi della parete sud del Makalu (1975) e della cresta ovest dell’Everest (1979); poi sono venute la parete sud del Lhotse (parziale) e la parete sud del Dhaulagiri, inaugurando i successi degli anni Ottanta. Nelle spedizioni, sempre più leggere e sempre più «occidentali», è gradualmente prevalso il singolo alpinista sulla militaresca mentalità di squadra, a partire dalla grande campagna del 1986 in Karakorum dove i tredici partecipanti, autofinanziati, si distribuirono con diversi obiettivi tra il Broad Peak, il G2 e il K2. Poi, con gli anni Novanta e con le trasformazioni politiche segnate anche dalla tragica parentesi della guerra, l’alpinismo sloveno si è arricchito di nuove possibilità finanziarie, attraverso l’intervento di sponsor pubblici e privati. E mentre la neo Commissione nazionale spalleggia la collezione di Viki Grošelj sui quattordici Ottomila, gli uomini di punta sono sempre più distanti dai rumorosi anacronismi delle vie normali.

Il fuoriclasse Franček Knez ha vissuto sulla propria pelle tutta l’evoluzione, dall’«insuccesso» in grande stile sul Lhotse nel 1980 – un’incredibile prova di volontà per lui e Matijevec, disperatamente soli verso la cima – alle solitarie alpine in velocità (Eigerwand in sei ore), alle scalate estreme su granito e su calcare (Petit Dru, Patagonia, Baltoro, Garhwal, Lavaredo). È stato uno dei massimi alpinisti mondiali del decennio, ma il suo nome non ha quasi varcato le frontiere nazionali, confuso nell’anonimato del collettivo iugoslavo. Conosciutissimo in Slovenia, ma spiantato finanziariamente, ha vissuto per anni in modo autarchico, costruendosi il materiale da scalata e ricorrendo a mezzi di fortuna per viaggiare e per arrampicare. Scriveva Piero Spirito nel 1984: «Ma ciò che colpisce di più, al di là della sua levatura come alpinista, è il suo stile di vita, un modus vivendi dettato da necessità contingenti e non frutto di libera scelta, un rapporto con la montagna vissuto con tanta passione e tanto sacrificio, quasi con fanatismo (Rivista della Montagna n. 64)».

La Patagonia è stata ricca di soddisfazioni. Dopo il difficile diedro nord-est del Fitz Roy (1983), nel gennaio del 1986 Knez ha partecipato all’apertura della grande via iugoslava sulla parete est del Cerro Torre, con Matjaž Fištravec, Silvo Karo, Pavle Kozjek, Janez Jeglič e Peter Podgornik. L’itinerario, classificato EX e attrezzato per 31 lunghezze con corde fisse fino alla congiunzione con la via del Compressore, è soggetto a forti pericoli oggettivi e ha richiesto ben 35 giorni di sforzi, tra una bufera e l’altra, con soli 14 giorni di tempo clemente. Ma nello stesso anno Knez è di nuovo in Patagonia per affrontare i 950 metri della parete sud-est della Torre Egger. I primi 550 metri vengono faticosamente risolti in stile himalayano, ma poi la mancanza di materiale costringe Knez, Karo e Jeglič a continuare leggeri, tentando l’azzardo di raggiungere la vetta e scendere in un colpo solo. Ci riescono arrampicando dalle 3 del mattino alle 8 di sera del 7 dicembre, su difficoltà di VII+, A3 e ghiaccio verticale. Ritornano al bivacco con una rocambolesca e fortunosa discesa notturna, alla luce delle pile frontali.

In seguito, tra il 1987 e il 1989, Knez ha realizzato un trittico che vale una carriera. Prima la via estrema sulla Torre Innominata di Trango (1250 metri), dove gli illustri ripetitori Wolfgang Güllich e Kurt Albert attesteranno difficoltà di VIII grado. Poi, nel 1988, Franček torna in Himalaya con Andreja e Martin Hrastnik e sale due vie sulla grande parete est del Meru Nord: 1200 metri di sviluppo e difficoltà di VII grado per la prima, 1000 metri e VIII grado per la seconda. Infine, nel 1989, si avventura ancora con Martin Hrastnik sulla pericolosa parete sud-ovest del Bhagirathi II: 600 metri, VIII grado superiore non confermato, permanente caduta di pietre. L’itinerario viene battezzato, appunto, Rolling Stones.

Tomo Česen di Kranj, classe 1959, è il più affermato alpinista sloveno. Più giovane di Knez di qualche anno, indipendente e determinato, non ha avuto molti punti di contatto con l’alpinismo «amatoriale» di Franček e ha preferito decisamente il severo cammino delle ascensioni solitarie. Brillantissimo arrampicatore su roccia come Knez, ma a suo agio su ogni terreno, Česen ha sfruttato il proprio temperamento introverso e individualista per portare avanti una ricerca temeraria sulle grandi pareti, che lascia increduli gli osservatori contemporanei e andrebbe giudicata a distanza di tempo. Sciolti i dubbi che oggi offuscano alcune sue realizzazioni, la storia gli dovrebbe riservare un posto di primo piano.

Si mette in luce verso la metà degli anni Ottanta con alcune difficili solitarie nelle Alpi Giulie e nel massiccio del Monte Bianco. Poi viene la classica trilogia, nell’inverno del 1986; con le tre celebri Nord non raggiunge la fama di Profit, ma dimostra di poter competere con i più forti alpinisti del momento: «Pensai che sarebbe stato meglio iniziare con le due pareti in Svizzera. Se il tempo fosse peggiorato non avrei potuto permettermi di fermarmi a lungo, le mie tasche non erano così ben fornite (T. Česen, Solo, Dall’Oglio, 1991)». Al ritorno il club alpino della sua città gli offre un rimborso spese.

Così inizia una progressione fantastica, via via incoraggiata dagli sponsor occidentali che lo scoprono, lo appoggiano e gli permettono di impegnarsi più a fondo. Ma andiamo per gradi. La prima esperienza himalayana, sullo Yalung Kang nel 1985, è drammatica e rivelatrice, una prova di iniziazione: in discesa il compagno Borut Bergant precipita e Tomo è costretto a passare una notte disperata a 8400 metri, senza ossigeno e senza attrezzatura da bivacco. Si salva e scopre i propri mezzi. Nell’agosto successivo apre una nuova via, senza compagni, sul pilastro sud del K2: in appena 17 ore di arrampicata raggiunge lo Sperone degli Abruzzi a circa 8000 metri di altezza (per di più, è uno dei fortunati alpinisti che tornano indietro dalla montagna, nella tragica estate del 1986). Si comincia a parlare di lui a livello internazionale, ma è soltanto nell’aprile del 1989 – dopo altre solitarie estreme nelle Alpi Giulie (Šite), in Marmolada (Tempi moderni, solitaria invernale) e sul Monte Bianco (via Gabarrou-Long al Pilastro Rosso del Brouillard, solitaria invernale) – che si rivela compiutamente il fenomeno Česen con l’ascensione della Nord dello Jannu, in perfetto stile alpino: 2700 metri di parete, 40 ore tra salita e discesa, difficoltà di VI+ e muri di ghiaccio oltre i 7000 metri di quota.

Sono cifre che non dicono molto a chi non conosce la gigantesca parete, mostro grifagno dalle ali spalancate, ma basta una considerazione: Česen passa senza compagni là dove si misura il talento delle migliori cordate del mondo. A questo punto, un po’ per paradosso un po’ per utopia, qualcuno comincia a pensare alla stregata Sud del Lhotse, dove hanno fallito – in équipe – Kukuczka, Messner e Profit. Česen ci crede seriamente e parte da Lubiana il 28 marzo 1990; si acclimata sulla vicina parete del Lhotse Shar e il 22 aprile affronta la Sud. Sale di notte la rampa inferiore, soggetta a scariche frequenti, riposa qualche ora a 7500 metri e poi riparte. Punta al grande sperone roccioso che indica la via d’uscita e ne raggiunge la base a notte fonda. Bivacca. All’alba affronta il pilastro, delicato, molto friabile, insidiosissimo; procede lentamente, impiegando tre ore per superare 60 metri quasi estremi (VI e AO) oltre quota 8000. Poi le difficoltà diminuiscono, ma interviene la neve, abbondante, a frenare la salita. Alle 14.20 del 24 aprile, con vento a oltre 100 chilometri all’ora, Tomo è finalmente in vetta, dopo 45 ore di scalata. Il mito del Lhotse non esiste più.

Come la salita di Maestri al Cerro Torre e come altre travagliate pagine dell’alpinismo, anche l’ascensione di Česen viene setacciata dai filtri del dubbio. I francesi, con in testa Ivan Ghiradini, reclamano con toni pesanti le prove, mettendo in discussione anche l’attività precedente dello sloveno. Ma Česen non ha prove certe da esibire, come almeno la metà dei grandi solitari. La loro storia si scrive sulla fiducia e evidentemente non può essere confrontata con i resoconti documentati delle spedizioni pesanti, tipo quella che ha salito, con certezza, la parete del Lhotse nell’autunno del 1990. Ma precisa a riguardo lo stesso Česen: «Con la loro squadra numerosa e con l’uso dell’ossigeno, i sovietici hanno dimostrato di aver compiuto un passo indietro rispetto all’attuale qualità dell’alpinismo e delle sue tendenze (Rivista della Montagna n. 128)».

Janez Jeglič

L’altro grande talento della «nouvelle vague» slovena si chiama Slavko Svetičič. È anch’egli un solitario, balzato agli onori della cronaca nel gennaio 1990 con la straordinaria ripetizione in 27 ore della diretta Harlin sulla parete nord dell’Eiger. Per la prima salita del 1966 era occorso circa un mese, in stile himalayano! Svetičič ha da poco superato la trentina e ha al suo attivo due vie sul tormentato versante sud dell’Aconcagua – la cresta sud-ovest e un nuovo itinerario in parete, a destra della via dei Francesi – e un tentativo all’Everest. Inoltre ci sono le invernali di prammatica sulle Alpi Giulie e alcune ripetizioni di rilievo sulle Alpi Occidentali, compresa la trilogia Eiger-Cervino-Grandes Jorasses.

Operaio, disgaggiatore, gestore di rifugio, operatore sulle piste di sci, Slavko si arrangia come molti suoi colleghi, mettendo da parte tempo e denaro per la montagna. Nel marzo del 1990 parte per la Nuova Zelanda, dove apre e ripete numerosi itinerari sugli scivoli ghiacciati del Monte Cook e del Monte Tasman. Nell’estate del 1991 ritorna sulla parete nord delle Grandes Jorasses, che conosce molto bene (due ripetizioni solitarie della via MacIntyre, via Rolling Stones e via Bonatti-Vaucher) e apre la severissima Manitua a sinistra dello sperone Croz (6c, A3). Giustifica così l’assenza di un compagno: «Da solo so di dover essere all’altezza di ogni elemento della parete. Se sono con un compagno, invece, conto troppo sull’amico sapendo che potrà venire in mio aiuto. Può essere un problema (Alp n. 70)».

Nell’autunno del 1991 affronta in piena solitudine la parete ovest dell’Annapurna, su un itinerario parzialmente inedito. Abbandonata la via Messner a quota 6200 circa, dopo un primo bivacco, prosegue per altri quattro giorni fino a raggiungere il versante settentrionale a breve distanza dalla vetta. Il vento fortissimo lo costringe al ritorno, dopo 2600 metri di delicata arrampicata mista. Nel 1993 l’Annapurna gli è quasi fatale: in compagnia di Knez è impegnato sulla parete sud, là dove è morto Béghin, quando una valanga li trascina entrambi nell’abisso. Si salvano per miracolo, ma con gravi conseguenze.

Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 6 ultima modifica: 2026-01-16T05:37:00+01:00 da GognaBlog

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9 pensieri su “Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 6”

  1. Ma tra gli sloveni e Tomaz Humar ?
    Dimenticato, oppure alla prossima puntata?

  2. Per gli alpinisti dell’est andare in montagna ha lungamente rappresentato l’unico modo di riscatto da una vita “costretta ” da rigidi schemi imposti dall’alto. È ovvio che l’esigenza di sfogo e evasione sia sfociata per alcuni in un’attività così anarchica e esigente come l’alpinismo. 
    Ricordo nell’88 alla base del Torre Karo e Jeglic mentre aprivano la loro incredibile via sulla sud, che ci chiedevano di cucinargli la pasta in cambio di un trasporto di materiale dal campo Maestri alla base della montagna. Una giornata lunga tra andata e ritorno su ghiacciaio e feride morene franose. Per noi uno scherzo (la pasta). Per loro anche!

  3. Ho frequentato per molti anni alcune note falesie slovene e conosciuto molti forti alpinisti: non vorrei generalizzare ma mi è parso di capire che di là la motivazione sia molto alta e che badino più ai fatti che alle parole. La quantità di ragazze e ragazzi sloveni che arrampicano ma che praticano anche alpinismo e qualsiasi altra attività sportiva che abbia a che fare con la montagna è impressionante se confrontato con gli altri paesi europei.
    Quando frequentavo Ospo vedevo spesso (anche perché eravamo allo stesso livello, quindi a volte sceglievamo le stesse vie), una ragazza slovena, apparentemente una tipica falesista, fino a quando non venni a sapere (non dalla cronaca delle nostre riviste perché le notizie non hanno mai valicato i confini) che si era sciroppata nel corso degli anni: la prima discesa femminile con gli sci dal McKinley,  Fitz Roy in cordata femminile, poi le tre nord di Eiger, Cervino e Grandes Jorasses tutte in invernale. Altro che falesista!

  4. caxxo  è il primo commento?
    spiegazione
    mi è piaciuto l’articolo perché ho ripercorso qualche anno della mia vita da himalaista, avendo avuto modo di conoscere diversi di questi personaggi dell’Est, ben descritti in un libro edita da Alpine Studio dal titolo I GUERRIERI VENUTI DALL’EST di Bernadette McDonald.
    ho un ricordo particolare per Slavco Svetich (non sono sicuro se si scrive così) perchè abbiamo avuto modo di conoscersi sulla parete Nord dell’Everest e poi siamo stati compagni di cordata nel tentativo della parete Ovest del Makalu nel lontano 1993.
    purtroppo  lui è scomparso mentre tentava la salita della parete Ovest del Garsherbrum 4, la parete lucente, in solitaria e a pochi tiri dalla vetta.
    grazie per avermi portato con i ricordi a quei bei tempi di avventura vera

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