Metadiario – 312 – Comfortably numb (AG 2024-001)
Di mano in mano che procedo nel racconto degli anni più recenti mi rendo conto della progressiva scomparsa degli argomenti relativi all’arrampicata. E quelli relativi all’alpinismo da ormai più tempo. Il lettore comprenderà che, anche se la passione è immutata, l’età impone questo rallentamento, che si voglia o non si voglia. Però sono ancora tanti gli interessi che rendono la vita degna di essere vissuta, sia nella gioia che nel dolore. L’ascolto degli altri, la condivisione dei loro successi e insuccessi, l’amorevole sguardo sulla corsa che ciascuno a suo modo fa, sono oggi per me sullo stesso piano di ciò che nelle settimane e nei mesi mi succede.

Un me che comprende assai più di prima la mia famiglia, oltre che gli amici. Il progressivo abbandono di speranze e di volontà dell’io si rivela in un perfino piacevole stato di assopimento, quel Comfortably numb che è il brano capolavoro nell’album The Wall dei Pink Floyd (1979).
Vediamo quali sono, fatti ed evoluzioni, che più mi hanno permesso di continuare questa transizione. Di certo la scomparsa di nonna Marisa il 26 gennaio (vedi Metadiario-313) è stato un duro colpo alla famiglia. Seguito non molto tempo dopo da un altro lutto, per certi versi quasi altrettanto doloroso, quello relativo a Lea, la Rhodesian Ridgeback compagna di vita di Bibi e Andrea.
Mia figlia Elena, intensificando le sue presenze in Lifegate, riuscì a ottenere rubriche fisse di comunicazione in trasmissioni come E-Planet di Italia Uno, che l’avrebbero portata nel 2025 anche a Geo di Rai 3 (condotta da Sveva Sagramola); sempre più spesso, inoltre, si trovava a fare da moderatrice in convegni o eventi dedicati all’ambiente, alla sostenibilità e al risparmio energetico.
A giugno avemmo la grande notizia che mia figlia Petra era incinta, una vera e propria bomba. A questo, purtroppo, seguì un’estate abbastanza problematica per lei che, pur essendone ben felice, prendeva forse con eccessivo puntiglio il proprio futuro ruolo di madre.

In luglio casualmente venni a sapere che a Milano il cambio di destinazione d’uso e categoria catastale di un immobile, se inferiore ai 250 mq, ha solo i costi dell’allestimento pratica. I nostri locali di via Morimondo 26, da ormai quasi vent’anni classificati come C3 (laboratorio), avrebbero finalmente potuto diventare “abitabili”! Con entusiasmo affidai la pratica all’architetto Claudia Gugliotta. Questa fu conclusa entro l’anno, cosa che ci permise di fare immediatamente il cambio residenza. Finalmente Guya ed io non eravamo più i “clandestini” ospiti a Besana in Brianza di Luisa Raimondi. Quest’ultima, intanto, era stata operata a giugno alla trachea. Nella degenza estiva c’erano state altre complicazioni, tali da autorizzarci a parlare di una vera e propria odissea nello svolgimento della quale ciò che più stupiva era la forza di volontà di questa donna, imbattibile. Odissea che oggi si può considerare conclusa, pur dovendo lei accettare di dover parlare con un laringofono elettronico.

A fine luglio, durante le abituali conversazioni via whatsapp con Simona che abita a Dallas in Texas, Guya si accorse di alcune stranezze nei discorsi della cugina. Queste presto si risolsero in un’evidente demenza che purtroppo affligge la poveretta ancora oggi. Nei primi tempi c’era pure la complicazione di ripetute infezioni alle vie urinarie. Il marito Brady fu molto bravo (e lo è tuttora) a gestire la malattia, che ancora oggi non ha una definizione precisa.

Per amor di pietra
Decisi di intraprendere un serio tentativo di pubblicazione del mio romanzo Per amor di pietra del quale ho già riferito. Dopo un primo incontro, il 21 maggio inviai a Giovanna Canton, rights & acquisitions manager della casa editrice Solferino, il file con il mio testo completo.
Il 17 luglio mi arrivò il suo giudizio:
“Ciao Alessandro, ho letto a fine maggio il tuo Per amor di pietra, e volevo che sedimentasse un po’ prima di parlarne. Poi le cose sono precipitate. È vero che il personale non dovrebbe entrare nel lavoro, ma è stato un periodo brutto e soffocante, ho trascurato parecchie cose e adesso rincorro da tutte le parti. Mi riprometto di mettermi in pari con (quasi) tutto approfittando di agosto. Prima di parlarne a voce volevo un po’ riassumere le mie sensazioni/pensieri sul tuo testo, in poche righe. È scritto piuttosto bene. Qua e là c’è qualche ingenuità e passaggi troppo didascalici e qualche dialogo che si potrebbero risolvere diversamente per evitare “cali di temperatura” e luoghi comuni. L’ansia di totalità provoca sovraccarico, laddove l’accennato o la sfumatura – in un romanzo – danno respiro al testo.
Sono forti: le arrampicate della protagonista, con i particolari, le prese, i passaggi; i riferimenti alla storia dell’alpinismo, i luoghi noti, scalatori famosi e vicende altrettanto, dunque, la montagna; il sesso, che prende sempre più piede a mano a mano che si va avanti. L’ho trovato abbastanza “maschile” (qua e là mi sono chiesta se la protagonista – da donna – ne scriverebbe così), ma comunque scritto con trasporto e talvolta addirittura meglio delle arrampicate.
La parte più introspettiva e psicologica mi è sembrata meno convincente nel suo sviluppo narrativo, oltre ai sogni più o meno svelatori o premonitori.
Se ricordo bene, Per amor di pietra è un progetto su cui stai lavorando da tempo, e questo ha prodotto a mio parere un lavoro intimo e personale, modellato su tuoi desideri, gusti, passioni, bisogni e fantasmi. Direi anche che ci sia un po’ di ansia di totalità, e un eclettismo ambizioso.
La domanda che mi faccio, da editore, è se tale eclettismo riesca a riflettere anche desideri e passioni di un certo numero di lettori.
D’abitudine, quando leggo un libro che penso di poter pubblicare, provo a preparare il testo dell’aletta, o della quarta e con Per amor di pietra sono in difficoltà allo stato attuale, perché non identifico il lettore a cui mi sarei rivolta per stuzzicarlo e convincerlo a comprare il libro.
La conclusione è che c’è molto da tenere, ma anche da tagliare, limare, cambiare: insomma, un lavoro di (ri)scrittura da intraprendere a valle di una riflessione sull’identità del tuo romanzo. Un lavoro impegnativo e che devi voler fare.
Come forse ti avevo detto quando ci siamo incontrati, sono abbastanza diretta nell’esprimere quello che penso: appunto, un mio pensiero, totalmente sindacabile e anche cestinabile.
La stoffa di romanziere in Alessandro Gogna c’è, si tratta di sfruttarla al meglio, come farebbe un grande sarto…
Ci sentiamo quando vuoi. Grazie dell’attenzione. Giovanna”.
Il 19 luglio le risposi:
“Ciao Giovanna! Intanto grazie della tua sincera esposizione, certezze e dubbi compresi.
Quando misi l’ultimo punto al testo giurai che mai avrei più toccato neppure una virgola… Da allora è passato qualche anno e mi sono di certo ammorbidito. Le tue considerazioni sono puntuali, vanno al cuore e dentro di me sento che devo accettare anche ciò che di “spiacevole” mi scrivi. E’ vero, c’è ansia di totalità e sono assolutamente d’accordo che l’accennato e la sfumatura diano sempre respiro a un testo.

Sto pertanto considerando di seguire il tuo consiglio, ma è ovvio che prima di iniziare avrei piacere e necessità di un altro dialogo con te a quattr’occhi, sempre che tu me lo conceda. Vorrei soprattutto chiarire la questione dell’ecclettismo e del possibile lettore.
Ti ricontatterò a settembre, quando magari starai un po’ meglio e sarai forse riuscita a recuperare nei tuoi impegni. Ancora tante grazie e buone vacanze, se le farai”.

Il 27 settembre ci fu nel suo ufficio il secondo incontro, cordiale e assai utile. Mi si chiarirono alcune cose e mi risolsi a rivedere il testo. Dopo un bel mese di riflessioni iniziai il lavoro, intervenendo più che altro sulla struttura del romanzo. La semplificazione riguardò soprattutto la parte onirica che, pur rimanendo inalterata, diventò la trama di una scrittura parallela cui Alessandro Gogna, conosciuto dalla protagonista, stava lavorando. Il risultato fu che il romanzo ora si svolge solo su due piani, e non su tre come prima. Ma ancora, ad oggi, non l’ho sottoposto a Giovanna… forse serve altra sedimentazione.

Le poche salite
Il fatto più importante dell’anno fu certamente il mio inserimento nella Chat Arrampicata, un gruppo whatsapp costituito in prevalenza da diversamente giovani cui mi aveva portato l’amico Salvatore Bragantini. In genere pianificavamo uscite in falesia o il sabato, o la domenica e/o il mercoledì. Le salite a più tiri furono ben poche.
Cominciai con Matteo Pellegrini il 3 gennaio, con Mondo smascherato e Tutta di Traverso (con Variante dello Zio) alla Costa di San Martino sopra Lecco. Roccia meravigliosa.
Citerò qui, anche se ben lontana dall’arrampicata, un’escursione al Ponte Sospeso di Becetto, con partenza da Sampeyre (21 gennaio): questo perché fu davvero una bella gita fatta con Ugo Manera e condotta dal New Ciampornia Club di Valentina Villa, Sabrina Marsili, con anche Laura Boschis e Anna De Rosa. Guya era ospite, ma non avrebbe mai potuto diventare socia perché il club doveva essere limitato a 5 in modo che si dovesse coinvolgere ogni volta solo un’auto (la quinta era Erica Ribetti).

L’11 febbraio alla Parete del Segnale, le vie Guerrieri non si nasce e L’ultimo dei Bagolari (fatte con Elia Loda e Matteo Pellegrini) sono trad e particolarmente divertenti. La lunghezza chiave di L’ultimo dei Bagolari è davvero impegnativa.
Ancora con Matteo andai il 17 febbraio alle Placche di Mese (nei pressi di Chiavenna): lì salimmo Insiemese e Dissesto antropologico. Con l’aggiunta di Salvatore Bragantini, il 24 febbraio tornammo in Valle di Susa per salire alla Rocca Bianca di Caprie la combinazione Il Ritorno dei Narcisi + Echnaton (alle Paretine di Rocca Bianca). La giornata freddina e l’ambiente selvaggio crearono una certa atmosfera di ostilità che ricordo con particolare timore.
In seguito ci fu un bellissimo weekend a Innsbruck: Guya ed io, assieme a Mario Pinoli, Katja Roediger ed Elena Ghisleni, eravamo ospiti degli amici Christine Schneider e Bernhard Uldrian. Grandi risate e grandi bevute. In particolare ebbi modo di approfondire la conoscenza con Leo, il figlio di Bernhard e Christine: un ragazzo di grandi qualità, oltre che provetto sciatore estremo. Il 2 marzo con Guya, Katja, Christine ed Elena scendemmo a piedi nella neve dalla Stazione alta del Patscherkofel fino a Igls, passando per la Patscher Alm. Il 3, invece, con l’aggiunta di Mario, Leo e Bernhard salimmo in passeggiata da Innsbruck fino a Brunnen am Steinbruch (Arzl alta), vicino al poligono di tiro, in una mattinata grigia e ventosa.
Il 16 marzo, assieme a Erio Grillo, Giovanna Moltoni, Federico Giudes, Elia Loda e Salvatore Bragantini, ancora alle Placche di Mese, via Fedele.
Da qualche tempo avevamo adocchiato in Valle di Susa le Placche di San Valeriano. Descritte nella guida di Maurizio Gandiglio (Multipitch nelle valli torinesi) come il non plus ultra della versione piemontese dell’arrampicata in aderenza mellica, a Salvatore e a me facevano un po’ paura, mentre Matteo non vedeva l’ora di cimentarvisi. Il 23 marzo finalmente ci andammo: con Nicola Pesenti, Elia Loda e Matteo eravamo in quattro. Salimmo due vie, Caio e il Doc e La Carica di Valerian Mello: su quest’ultima cademmo tutti sul primo tiro… Io me ne guardai bene dal salire da primo (a parte la prima lunghezza di Caio e il Doc), ma tutto sommato, se lo avessi fatto, non sarebbe andata malissimo…

Quindi ci fu l’avventura del Monte Cusio (Mottarone). Il 7 aprile, raggiunta dall’alto la sommità del precipizio, con Salvatore, Matteo, Elia ed Erio Grillo, iniziammo la discesa a corde doppie per raggiungerne la dirupata base. Seguivamo le non chiare indicazioni della recente monografia Mottarone Rock di Massimo Bodi. E, infatti, alla terza doppia, ci trovammo nelle peste perché non trovavamo la successiva sosta. Ci furono goffe manovre e arrampicate in traverso per raggiungere un altro ancoraggio. Da lì con 60 metri di calata arrivai a una ventina di metri dalla base. Lì fui colpito da una gragnuola di sassi che qualcuno aveva smosso di sopra, per fortuna solo ad una gamba e di striscio. Avevo a disposizione un’altra corda per cui riuscii, grazie ad un provvidenziale alberello, a calarmi in fretta e furia alla base.
L’inizio della calata non era per nulla comodo. Salvatore arrivò all’alberello, mentre gli altri tre, recuperate le due corde che erano servite a noi, sceglievano un’altra linea di discesa più a destra. Salvatore armeggiò a lungo nella preparazione per la discesa, con il risultato di incasinarsi senza letteralmente potersi più muovere. Assicurato da lui, risalii per aiutarlo a districarsi. In tutto quel casino avevamo perso un bel po’ di tempo, con gli altri non ci si capiva a dispetto delle urla che il selvaggio vallone rimandava sinistramente. Finalmente, giunti entrambi alla base e recuperata la corda, risalimmo il canale roccioso ed erboso fino a rivedere gli altri che intanto stavano attaccando la via che volevamo tutti fare (Il Lupo è sempre al Mottarone). Diedi un occhio all’orologio e al mio stinco ferito: decisi che non era giornata.
– Salva, io torno su a piedi per il canale. Non ne ho più voglia.
Lui fu incerto se salire uno zoccolo e raggiungere gli altri tre, ma alla fine si accodò alla mia decisione. La risalita non fu comunque elementare. Usciti sul sentiero di accesso, mi domandavo se era ancora davvero il caso di fare ancora delle cazzate del genere.
Il 3 maggio ci fu la gradita occasione di scalare ancora una volta con Rocco Ravà. Dato il meteo decidemmo di andare a Guardamonte, nell’Oltrepo Pavese. Fu una giornata piacevole, con un uomo ben più giovane di me con il quale (lui quattordicenne) avevo condiviso la salita alla via De Toni-Pollazzon alla Torre di Valgrande.
Il 2 giugno andai per la terza volta a Boschettiera, alla manifestazione nel Vallone di Forzo per la Montagna Sacra.
Al termine della manifestazione, nella piazzetta di Molino di Forzo ci fu l’ormai consueto concerto di “celtic rock” del gruppo LabGraal, con l’impressionante carica della cantante Rosalba Nattero.
Il 22 giugno ancora una volta mi lasciai tentare da una salita di più lunghezze e con accesso non proprio brevissimo. Mi ritrovai con Matteo e sua figlia Elena a salire a piedi da Pescegallo in Val Gerola fino ai Denti della Vecchia. Quell’accesso non mi stancò, però arrivai all’attacco una bella decina di minuti dopo gli altri. Salimmo la bella Impossibile Florens, con Elena quasi sempre da capocordata.

In un’uscita (11 luglio) con Salvatore, e con un caldo micidiale, decidemmo di scalare alla Scala dei Sogni (sopra Ballabio), una paretina all’ombra tutto il giorno. Mentre salivamo tranquilli, vedemmo arrivare un gruppo di una decina di climber, che subito si dispose sul lato destro del risalto e occupò con le loro corde tre itinerari. La cosa non ci indispettì fino a che non finimmo di salire le vie che erano libere e che rispondevano alle nostre capacità. Poi, però, ci trovammo nella condizione di avere a disposizione solo gli itinerari “occupati”. Questi non erano saliti da nessuno, perché il gruppetto era in realtà un corso di roccia e in quel momento tutti ascoltavano il capo che parlava e dimostrava. Così a occhio mi parve che quello fosse niente meno che Paolo Caruso, che con elegante padronanza spiegava il suo famoso “metodo”. Salvatore chiese il permesso di salire l’itinerario dei tre più a sinistra, cioè il permesso di utilizzare i loro rinvii in posto.
Ci risposero che non c’era problema. Attaccai io e, come mia abitudine quando il primo chiodo o spit è troppo basso, per ridurre il pericolo di caduta fino a terra, passai la corda non nel moschettone inferiore ma in quello superiore del primo rinvio. Ciò provocò il malcelato fastidio di uno degli istruttori, che sosteneva che lo scorrere della corda, specialmente in caso di caduta, avrebbe danneggiato la fettuccia di collegamento del rinvio. A parte il tono, la sua osservazione evidentemente tradiva il suo maggiore interesse per un pezzo di fettuccia che per le caviglie di un climber. Risposi che quella era la mia abitudine e proseguii. La stessa cosa fece poi Salvatore quando toccò a lui salire da primo, sempre sotto lo sguardo di disapprovazione dell’istruttore. Subito dopo Salvatore mi confidò a bassa voce di essere stato tentato di dire al tizio la classica frase “Tu non sai chi è lui”. Lo ringraziai per non averlo fatto…
Dopo altri minuti decisi di guardare su Google se trovavo qualche immagine di Paolo Caruso: ne trovai una in cui non solo appariva chiaro che ci avevo azzeccato, ma dove addirittura Paolo indossava gli stessi vestiti!
A quel punto decisi di andare a salutarlo. In realtà ci eravamo già incontrati qualche volta, ma mai frequentati più di tanto.
– Ciao Paolo! – gli dissi vicino a lui. Mi squadrò per un attimo, poi sorrise e mi abbracciò con un sonoro “ciao, Alessandro”. Dopo quattro serene chiacchiere, tornai da Salvatore evitando di guardare in faccia il famoso istruttore, per non calcare ulteriormente la mano.
Dopo la terza edizione a Sagron-Mis del Personaggio dell’Anno, in cui premiammo Mauro Corona (vedi Metadiario-314) e dopo la festa del suo compleanno, con Guya andammo nelle Marche, in un casolare sotto a Montefiore dell’Aso, di proprietà di Carlo Cossignani, il fidanzato di Alessandra Thiele (in arte Joan Thiele, ormai quasi una indie pop star). Simpaticissima la mamma di Carlo, Sabrina Lepri Cossignani. In quella settimana riuscii anche a portare tutti al magazzino della E9 ad Ascoli Piceno, dove Mauro Calibani e Daniela Feroleto, assieme al figlio Dario, ci fecero un sacco di feste e ci omaggiarono di qualche capo.
Il 3 settembre ero con Luca Calvi nella sua casa estiva di Domegge di Cadore. Decidemmo di andare a scalare dalle parti del Passo Falzarego e partimmo con la sua auto. Così Luca raccontò, in un suo articoletto su facebook intitolato Degli Spalti e del fosforo (sfalesiata dall’aria schubertiana):
“Cronaca di una mattinata tra speranze falesistiche e passeggiate nel Bello, con il Capo, Alessandro Gogna.
Partenza antelucana, stamane, per due intrepidi ed arzilli giovanotti (140 anni secchi in due), che sprezzanti del pericolo hanno attraversato il Cadore con una sosta krapfen&caffè a San Vito di Cadore per arrivare ad osservare la triste devastazione della fu perla ampezzana e lì… Proprio lì… ricordarsi di aver dimenticato a Domegge nella macchina del Capo (senza il buco nella gomma) corda, imbraghi, scarpette, rinvii, scarpe da avvicinamento, caschetti e salcazzi vari… Dopo risate omeriche ed un rientro con la coda tra le gambe via Passo Tre Croci, i nostri eroi hanno così optato per una sana visita al Cadin de Toro dove il Capo era da decenni che non faceva ritorno… La magia della Val di Toro e degli Spalti ha così rinfrancato gli animi facendo rapidamente dimenticare la sfalesiata mancata e incompiuta…”.
Il giorno dopo tentammo di rifarci a Laggio classica (Monte Tudaio), solo per prendere sonore bastonate a livello di grado.
In occasione del concerto di David Gilmour al Circo Massimo di Roma, Guya ed io ne approfittamo per fare una seconda piacevole visita dai Verin a Poggio Mirteto. Arrampicammo all’Eremo di San Michele al Tancia: con noi era anche Domenico Mimmo Parri, ormai il mio fornitore d’olio d’oliva. Il 2 ottobre c’era anche la coppia di Alessandro Fassio (figlio del famoso Willy Fassio, uno dei primi ideatori di trekking in Italia, assieme a Beppe Tenti) con la moglie Karla.
Bellissima fu la passeggiata dall’Alpe del Vicere alla Baita Patrizi, per andare a trovare l’amico Glauco Bianchi e farsi una sana mangiata di pizzoccheri. Con Guya, c’erano Petra e Ruggero. Petra se la cavò benissimo, a dispetto dell’ormai evidente pancione.
Il 27 dicembre ci fu una particolarmente gradevole uscita in un posto per me nuovo, Sorisole in Val Brembana. Mi ci portò l’amico della Chat Arrampicata, Lutz Kühn, tedesco di Amburgo da decenni residente in Italia. Assai impegnato nei problemi della società cittadina, mi raccontò di aver partecipato ad almeno cinquanta manifestazioni pro Gaza: questo spiegava perché lui al sabato non era mai disponibile.
Dolorose perdite
Il 18 aprile, dopo una tremenda malattia decennale, a 85 anni cessò di soffrire Franco Ribetti, mio compagno in tante giornate di ascensioni e di libertà. Non mancherà solo a Erica, Marco, Marvi e agli altri suoi familiari: saranno in tanti che non riusciranno più a vedere allo stesso modo i posti condivisi o a ricordare ciò che hanno vissuto assieme. Perché una persona speciale come lui riusciva a trasformare posti e momenti solo con il suo esserci.
Il 24 aprile fu la volta di Augusto Azzoni (65), geologo, accademico: ricordo la sua presenza discreta ma efficace, anche nel suo ruolo di presidente del Gruppo Centrale del CAAI.
Adriana Valdo, ingegnere, una delle primissime donne ammesse nel CAAI, morì il 20 giugno a 93 anni: l’avevo incrociata di sfuggita solo qualche volta.
Poi il 14 luglio ci fu la tragedia sul Mont Greuvetta in cui morirono gli accademici torinesi Marco Bagliani e Luca Giribone, che non conoscevo ma che lasciarono un enorme senso di vuoto.
Il 24 agosto ci lasciò a 89 anni Andrea Mellano, il grande alpinista classico che seppe essere aperto ai cambiamenti, tanto da essere giustamente considerato il “papà” dell’arrampicata sportiva in Italia. Lo ricordo, con il suo sorriso conciliante e comprensivo, nel suo presenziare ai tanti eventi culturali relativi all’alpinismo come pure nel volere sempre essere al corrente di ciò che i giovani riuscivano a combinare sulle montagne, sulle falesie e sulle prese sintetiche delle sale di arrampicata.
Conferenze e convegni importanti del 2024
Mi è sempre piaciuto andare ai concerti rock e, nel 2024, riuscii a partecipare a ben tre grandi eventi. Il primo fu il 30 marzo con i Depeche Mode al Forum di Assago (Milano): Elena, Guya ed io vi arrivammo con un leggero ritardo per via della mancata partecipazione di Petra e Ruggero. Fu magico, forse anche perché Dave Gahan e Martin Gore, entrambi magnetici a loro modo, seppero più del solito smuovere quelle corde assai sensibili per la perdita di Andrew Fletcher, il terzo storico componente della band.
Il secondo fu il 26 giugno con i Garbage al Circolo Magnolia di Milano: ero con Guya, Elena e la sua grande amica Angelica Lato. Non un concerto di grandissime dimensioni, ma comunque indimenticabile per la spaccante figura di Shirley Manson.
Il terzo fu il 1° ottobre con David Gilmour al Circo Massimo di Roma, solo con Guya. Fu ipnotico, quasi catartico: nella sera d’autunno a Roma forse più che a Pompei.
Particolarmente riuscita fu la mia serata, col tema “La libertà del limite” a Loano, organizzata dall’ottimo Maurizio Palazzo (13 gennaio). Il 5 febbraio partecipai assieme a Enrico Camanni e Ruggero Meles al seminario “Homo Horizontalis” presso l’Università di Firenze. Il 20 febbraio, nei locali di Green Media Lab a Milano, presentai al pubblico l’Eagle Team, con la presenza di relatori speciali: Alessandra Prato, Matteo Della Bordella e Antonio Montani (presidente del CAI). Il 21 maggio, invitato da Franco Brevini, ero all’Università di Bergamo con il tema “Scrittura e comunicazione dello sport”. Il 6 giugno, ancora nei locali di Green Media Lab a Milano, presentai Marco Albino Ferrari che tenne un avvincente monologo su “Assalto alle montagne”. Il 16 luglio, invitato dalla mia vecchia conoscente Annabella Cabianca (che non vedevo dai tempi degli anni Sessanta quando ero segretamente confuso dalla sua presenza), mi ritrovai a Courmayeur a rievocare assieme ad altri relatori la figura di suo marito, il grande Ottavio Bastrenta, scomparso giusto venti anni prima. Ebbi modo di conoscere le splendide figure dei loro figli, il notaio Mathias e la neonatologa Petrina. Ho già riferito della mia presentazione a Mauro Corona (a Sagron-Mis, 28 luglio) in occasione della sua premiazione a “Personaggio dell’Anno”.
Assai intenso fu il concerto nella chiesetta parrocchiale di Sagron tenuto da Glauco Bertagnin, del quale presento qui un momento.
Il 6 maggio tenni una lezione di storia dell’alpinismo ai corsi riuniti della SEM di Milano: in sala erano presenti perfino mia figlia Elena, con Bibi e Andrea. Condensare 250 anni di storia in novanta minuti circa (più le domande finali) non è impresa facile. Come è pure difficile non annoiare con date ed elenchi. Speravo di riuscirci e tutti me lo confermarono. Quasi quasi ci credo anch’io…
Infine, il 6 ottobre, fui al Teatro Grande di Brescia a parlare con Andrea Lanfri di “Rischio e felicità”.
Quanto al Calendario Ande 2025, fu complicato. Data l’impossibilità da parte mia di collaborare con Rolando Garibotti, fui “salvato” dal grande fotografo americano Tyler Lekki, con splendide immagini ottenute con l’uso del drone.
Sherpa
Già a gennaio 2024 iniziò l’affannosa ricerca di un valido project manager per il progetto Calendalp. Lo volevamo con conoscenza del mondo sportivo e ambientalista. Full time. Con esperienza di almeno 3-4 anni, sia sul lato commerciale che sulla comunicazione. Retribuzione annua lorda massima di 30k. Gradita esperienza in associazioni.
Volevamo che si occupasse della creazione e definizione nei particolari del progetto Calendalp (il sito che vorrebbe riunire e pubblicizzare tutti gli eventi che hanno per tema montagna e ambiente e che si svolgono in territorio italiano, suddivisi per tipologia, data e location, con circa 50.000 eventi stimati all’anno); inoltre, che perfezionasse il programma informatico a supporto, che completasse il database (elenco, recapiti e nomi degli organizzatori, cioè associazioni, enti o privati: dagli attuali 6.000 già censiti si prevedeva di giungere a 10.000); che contattasse gli organizzatori di eventi allo scopo di avere le informazioni per popolare Calendalp con gli eventi di montagna e ambiente (culturali e sportivi): per il primo anno riservato in via dimostrativa alla sola provincia di Milano; che ricercasse sponsor e pubblicità; e infine che tenesse relazione continuativa con i clienti per fidelizzarli. Idealmente il PM, trascorso il primo anno di preparazione, avrebbe dovuto poi anche assumerne la gestione. La mission era quindi quella di colmare l’attuale e ben sensibile vuoto d’informazione al riguardo, dato che ciascun organizzatore fa i suoi programmi e li pubblicizza, ma nessuno li riunisce e li cataloga.

Altro tema sensibile era la gestione dei siti. Chiesi un parere all’amico Luca Rota che il 13 gennaio mi rispose:
“Buongiorno “Capo” Gogna, in primis ti ringrazio ancora di cuore per la telefonata di qualche giorno fa e per avermi reso partecipe dei tuoi pensieri, assolutamente intriganti.
Proprio per questo ci ho riflettuto sopra, e ti elenco di seguito quanto ne ho elaborato. Sono ovviamente pensieri personali che ti propongo per quel che sono – da te ho solo da imparare e cogliere insegnamenti, non viceversa.
Dunque…
1) Tu dici di sentirti solo in merito alle recenti circostanze e posso ben capirlo (almeno ci provo), però mi viene anche da pensare che tu devi essere solo, inteso nel senso di “unico”: il GognaBlog (uso questa definizione per comprendere tutto ciò che sul web fa capo a te) è a ben vedere un unicum nel panorama dell’informazione sulla montagna on line, proprio perché fa capo a una figura di riferimento alpinistico e culturale in genere tra le più grandi in Italia. Credo che, qualsiasi evoluzione deciderai di applicare al tuo web, questa peculiarità debba essere mantenuta, ovviamente senza che possa sembrare una forma di personalizzazione eccessiva dei contenuti. Ma è importante e significativa, io credo: quanti altri grandi alpinisti italiani e/o figure della cultura montana possono vantare questa presenza diretta sul web? Non mi viene in mente nessuno, a dire il vero.

2) Istituire un “comitato scientifico”: ottima idea, inutile dirlo, per come darebbe ancora più prestigio al Gogna Blog e credibilità ai contenuti. L’importante tuttavia penso sia trovare una forma, per tale comitato, che non sembri una copia di quanto c’è altrove, a partire dalla sua definizione; inoltre, sarebbe importante se non esistesse solo immaterialmente (come formalmente per ora è quello de L’Altra Montagna) ma i suoi membri producessero contenuti di spessore, da pubblicare in una sezione apposita che possa diventare una sorta di “regola culturale” in costante progresso (proprio per l’altrettanto costante apporto di contenuti) che faccia da riferimento riguardo i temi dei quali in tutti gli altri articoli si potrà leggere.
3) “Assumere” collaboratori che producano articoli: sì, ma chiedendo loro una continuità in ciò. Ovviamente il fatto che non vi sia retribuzione rappresenta un inesorabile freno al dedicarvi un impegno che non sia troppo banale, ma di contro il poter pubblicare qualcosa in un portale web così prestigioso è (dovrebbe/potrebbe rappresentare) uno stimolo importante.
4) La collaborazione con Il Fatto Quotidiano: ottima idea, sicuramente da tentare e da promuovere anche in forza di quanto ho espresso nei precedenti punti, soprattutto nel numero 1. Comunque potresti anche tentare di farlo con il da me citato Il Post: tra i quotidiani on line è tra i più letti e considerati in assoluto in Italia (anche per come si ispiri al rigore giornalistico dei quotidiani anglosassoni/americani), e non ha una sezione dedicati ai temi della cultura ambientale (intendendo in ciò anche quanto concerne la montagna) che inserisce insieme ad altre cose in questa sezione: https://www.ilpost.it/tag/pianeta/. Potresti provare a contattarli e proporre la stessa cosa che proporrai al Fatto – rispetto al quale è anche meno schierato ideologicamente – anche se manifesta sensibilità rivolte più alla manca che alla destra.
5) L’eventuale presenza di altri collaboratori che ti sgraverebbero almeno in parte del lavoro su GognaBlog ti potrebbe anche dare l’opportunità di curare maggiormente la visibilità dei suoi contenuti sui social media i quali – piaccia o meno – portano un sacco di traffico e lettori ai siti web, rendendoli più visibili anche ai chi non li frequenta e utilizza unicamente i social come veicoli di informazione sulle cose della montagna.
Ecco, questo è quanto volevo scriverti. Naturalmente, per qualsiasi altra dissertazione comune al riguardo, sai dove e come trovarmi”.
Scrissi a Il Post, ma ottenni un cortese rifiuto. Sull’onda di quello, evitai di contattare Il Fatto quotidiano.
Altro problema, quello dei commenti provocatori, dunque invasivi. Con una mail del 22 ottobre, Roberto Pasini mi consigliò:
“A puro titolo di documentazione ti invio le regole che Il Post si è dato. Questo è uno dei motivi per i quali mi sono abbonato e li sostengo. Si possono contrastare il degrado e la violenza verbale, anticamera della violenza fisica. Anche se richiede lavoro, ne sono consapevole. Poi giustamente ognuno a casa sua fa ciò che può o ritiene giusto e/o fattibile: ‘Sono suscettibili di non pubblicazione i commenti che contengano espressioni o toni che abbiano l’obiettivo o il risultato di prevalere personalmente su qualcuno, che suonino aggressivi nei confronti di singoli individui o di comunità di individui, che esibiscano disprezzo nei confronti di persone invece che discutere di singoli o generici comportamenti. L’obiettivo dello spazio dei commenti è mantenere il rispetto reciproco e la complicità nella comprensione delle cose e nello scambio delle opinioni e delle conoscenze, e la capacità di proficua convivenza tra le persone: e possibilmente di aumentarli’”.
Nella stessa giornata gli risposi a caldo:
“Grazie Roberto della segnalazione. Queste regole sono altamente condivisibili e potrebbero tranquillamente convivere con la mia mania di dare voce anche agli impresentabili.
Nella pratica sono però inapplicabili. Totem&Tabù e GognaBlog ricevono una media di 150 commenti al giorno (90 solo questa mattina, e sono le 13.11). Se dovessi leggerli tutti per fare la censura obbligatoria (dopo la pubblicazione di quelle regole) non avrei certo il tempo di fare altro… Io sono SOLO a fare questo lavoro, ho qualche aiuto nella selezione, cioè ho qualcuno che gentilmente mi propone degli articoli già pubblicati in rete o in cartaceo.
Forse se anch’io chiedessi sostegno, come fa Il Post, avrei magari qualche euro da dedicare a un più o meno feroce lettore di commenti. Tu cosa faresti?”.
E immediatamente Pasini rispose:
“Capisco benissimo il tuo problema. Arginare la violenza verbale richiede lavoro che impegna tempo. D’altra parte noi della nostra generazione sappiamo bene che la violenza verbale precede e sostiene la violenza fisica e psicologica. Lo abbiamo visto con i nostri occhi negli anni di piombo. La sensibilità su questo tema non nasce dunque da buonismo senile ma dall’esperienza dei “reduci” che hanno visto cosa può succedere lasciandogli spazio. Non saprei proprio cosa suggerirti, ma mi sono venute un paio di idee. È vero che tu hai meno risorse lavorative dei ragazzi del Post ma hai una grande risorsa “immateriale”: il tuo prestigio personale. Potresti giocartelo quando si esagera ricordando le ragioni per le quali hai aperto una sezione commenti nel tuo quotidiano, che non è un forum. Qualcuno ogni tanto confonde i commenti con un forum. Potresti anche ricordare che il valore dei contributi al confronto viene vanificato dai comportamenti aggressivi, di offesa, attacco, colpevolizzazione di individui o gruppi.

Ti giro il testo completo del Post su questo tema che mi sembra interessante. Inoltre, visto che certi atteggiamenti sono abbastanza limitati ad alcune persone potresti anche esercitare una moral suasion individualizzata. Potrebbe funzionare, almeno per un po’, proprio nell’ottica di perseguire l’obiettivo comune di proteggere la qualità del blog e favorire la partecipazione di chi resta intimidito dalle risse. Il tema risorse economiche per magari prenderti come collaboratori un paio di ragazzi svegli per fare il lavoro di base e magari anche qualche ulteriore modernizzazione è importante. Io credo che molti sarebbero disponibili a fare i “sostenitori”. Le forme potrebbero essere diverse: da una qualche sorta di “abbonamento” ad altre soluzioni come la “vendita” a offerta di qualche pubblicazione. Non me ne intendo, ma forse parlando con qualcuno che ha esperienza sui social ti può dare qualche dritta. Alcuni amici giovani qui in Liguria che facevano un sito di itinerari gratuito adesso hanno raccolto qualche risorsa introducendo la versione “sostenitore” e vendendo le cartine cartacee che mettono in rete. Il lavoro che fai di informazione è prezioso nel misero panorama italiano, anche se a volte non condivido qualche scelta editoriale, e sarebbe un peccato venisse “contaminato” da una deriva selvaggia dei commenti. Ciao e buon lavoro”.
Altro fatto importante fu l’ingresso in Sherpa del nuovo socio Mario Pinoli, che rilevava le quote degli uscenti Marco Furlani e Federico Bernardi. L’atto fu formalizzato a Milano il 10 settembre presso il notaio Mathias Bastrenta, ormai amico.
Il totale delle visualizzazioni dei siti Sherpa nel 2024 fu di 4.440.741 (12.166 al giorno in media), con un aumento del 20,10% rispetto al 2023.
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Sarà, ma io sinceramente non vedo profilarsi all’orizzonte tutte ‘ste torme di “conquistatori”, meno che mai giovane o addirittura giovanissimo. Mi sembra di esser il tenente Giovanni Drogo che, sui bastioni della Fortezza Bastiani. scruta l’orizzonte in attesa dei tartari che mai si vedranno, se non quando lui sarà in disparte ad affrontare in solitudine la propria morte. Nel frattempo, uscendo dall’intrigante similitudine letteraria, nel mondo di oggi vecchi e i vecchiacci (es Trump ha 80 anni!) banchettano allegramente e tutti ‘sti giovani arrembanti non si vedono proprio. Né sul lavoro, né in politica e neppure in un risvolto estremamente collaterale con la stesura di validi articoli di montagna.
tranquillo Crovella che noi ce le stiamo conquistando nei fatti, solo che qui si fa pulizia verbale “pro senibus”, e quindi avete l’impressione che nessuno si faccia avanti. Fa tutto parte dell’autoreferenzialità di cui in molti commenti qui e altrove.
Declino cognitivo
Ricordatevi che in fondo c’è il muro
“anzi li avete viziati voi, voi sostenitori della società dei diritti”
…e mi pareva che non si arrivasse alla cazzata ideologica gratuita…
Mah ….forse i blog e i Forum si segmentano da soli…vedi Brocchi sui Blocchi che ha un altro pubblico e altri contributori, infatti mi pare che siano poi davvero poche qui le incursioni fuori “target”. Esattamente come su Brocchi sui Blocchi. Ognuno sta nella sua nicchia. PS. A proposito di linguaggio. Quando ho visto il podcast Vorrei ghisarmi manco sapevo cosa significa quel verbo.
Interessanti annotazioni, sulle quali a titolo personale ritengo di esserne completamente estraneo, per motivi miei troppo lunghi da raccontare. però la mia osservazione in merito al Blog è su un tema collaterale, magari vi sono dei collegamenti, ma restano due tematiche autonome. Se i “giovani” trovano questo “luogo” troppo da vecchi, allora si tirino su le maniche e diano il loro contributo per svecchiarlo.! Invece si legge, reiteratamente, la ricorrente lamentela e l’implicita pretesa che “qualcuno” si attivi per svecchiarlo o cmq per render piacevole questo luogo ai giovani. Si mettano in gioco, perdinci! Invece vedo in generale tirarsi indietro (fenomeno che va ben oltre il blog e anche la montagna). Se vogliono, come pare che sia legge viennese, “uccidere il padre”, devono scendere nell’arena e ucciderci. Invece se ne stanno su una specie di Aventino a frignare, pretendendo che noi “padri” ci uccidiamo da noi, ma solo dopo che abbiamo “fatto” il mondo come piace a loro, così possiamo lasciarglielo senza che loro fatichino. E’ fenomeno generale, su temi ben più rilevant9i che gli articoli di montagna. Ma questo tema riferito a questo luogo diventa metafora del loro tirarsi indietro salvo frignare. Li abbiamo viziati, anzi li avete viziati voi, voi sostenitori della società dei diritti: a forza di riconoscere diritti anche alle gambe delle sedie, adesso da loro è dato tutto per “scontato” e nessuno immagina più di doversi “conquistare” le cose.
Ovviamente parlo per me e per persone che appartengono al mio mondo. Osservo che è stato più facile il rapporto con i mitici “nonni” e ora lo è con i meravigliosi “nipoti”. Affetti più semplici, arcaici, oserei dire primitivi. Mi ha colpito il racconto di Gogna sulla nonna. Anche per me i nonni sono stati un mito affettivo e spirituale. E non parlo solo dei “nonni” biologici. Più complesso quello coi “padri” e non penso di essere il solo. Ciao
La consapevolezza riguarda l’ambivalenza e la complessità dei sentimenti che a volte ci può essere nei rapporti tra “padri” spirituali e “figli” spirituali. Non sempre, come un po’ meccanicisticamente pensava il viennese che ne fece una sorta di “legge”, ma ci sta. Molti di noi l’hanno vissuta da giovani ribelli verso i “padri” e ora magari la vivono da vecchi nostalgici verso i “figli”.
Che c’entra la “consapevolezza”? Io sono consapevolissimo della mia contestualizzazione personale e storica. Infatti non mi spaccio per giovane e lo faccio per scelta lucida: ho 64 anni. Se scrivessi come un ventenne sarebbe ridicolo. Tecnicamente potrei farlo, ma sarebbe una finzione, come scrivere un testo teatrale. Il punto è un altro: reiteratamente vengono lasciati messaggi di (sedicenti) giovani che storcono il naso perché si imbattono solo in “cose vecchie”, ma di loro pugno non scrivono una riga che sia una. Si facciano avanti e sicuramente troveranno spazio. Ma questi (sedicenti) giovani sbagliano se pensano che tocchi agli autori anagraficamente vecchi scrivere da giovani. Sarebbe una finzione ipocrita.
A proposito di “linguaggio” e della sua evoluzione segnalo il sito Brocchi sui blocchi. In particolare leggere l’articolo “Arrampicare negli anni ‘20”, di un trentenne di oggi che si confronta con l’arrampicare negli anni ‘80 stimolato dalla lettura del libro di Bassi. Adesso basta. Ciao a tutti.
C’è sempre uno più giovane o più vecchio di te che spesso parla un’altra lingua e verso il quale inevitabilmente secondo il maestro viennese i sentimenti non possono che essere ambivalenti. Un po’ di consapevolezza non guasta.
“Belle parole e poca sostanza per i soliti”
Può anche darsi, con una differenza però.
Ivan aveva qualcosa da insegnare al Capo e riconosceva di dovergli qualcosa.
Tu pensi di sapere tutto e di non aver nulla da imparare e non sai certo insegnare nulla.
Per tradurre è importante comprendere il modo in cui si presentano gli alpinisti, il loro background, la storia che c’è dietro. Penso ad Alex Honnold: aldilà del suo complicatissimo accento californiano, io non avrei saputo riportare i concetti da lui espressi se prima non avessi conosciuto uno dei suoi miti: Dean Potter, quel grandissimo personaggio della Yosemite Valley con la quale ho avuto la fortuna di essere in amicizia per un bel po’ di tempo e che ancora adesso mi manca tantissimo. Se io non avessi capito lui, non avrei potuto capire poi lo sviluppo di Alex Honnold. Questo l’ho preso dall’intervista di Calvi che invita a contestualizzare le “narrazioni” alpinistiche e a vedere il loro legame con una realtà storica e persino geografica specifica. Quelle parole di Gogna, nel loro valore personale ma anche “universale” sono legate ad un certo clima, a certe letture ed esperienze, per questo magari parlano di più a qualcuno che non ad altri, esattamente come un quadro dell’epoca romantica del sublime. o una foto “essenziale” del maestro di Albert Perth.
Matteo. Mi riferivo allo stile, non al contenuto. Non sono un linguista ma qualche cosa ho imparato da chi lo fa per mestiere. Ogni volta che leggo testi di 50 anni fa, non parliamo di 100 anni fa, mi colpisce sempre come la lingua evolve. Anche la nostra, se magari abbiamo conservato cose che abbiamo scritto privatamente in epoche giurassiche. E la lingua non è solo stile come ben sai, ma è un modo di rappresentare il mondo. Non parliamo poi della lingua parlata. Quando ho letto quel pezzo l’ho accostato al libro di Sgarbi del quale abbiamo discettato (guarda che termine arcaico uso volutamente) altrove e alla storia della rappresentazione della montagna e dell’andare in montagna: stili, forme, tempi…Anche Calvi in una recente intervista su l’Altra Montagna, se non ricordo male, ha detto cose interessanti sui cambiamenti delle “narrazioni” in montagna nel corso del tempo e lui come traduttore maneggia con perizia tecnica le parole quasi come appigli e appoggi.
Grande Gianni, come al solito. E’ sempre evidente chi ha veramente amore per cultura e montagna.
Grazia ti consiglio caldamente di leggere “la parete”.
“difficilmente un trentenne di oggi sulla cresta dell’onda si esprimerebbe con quello stile”
Può ben essere Roberto, ma secondo me anche negli anni ’70 del secolo scorso non erano poi molti capaci di mettersi in gioco come Alessandro e disposti all’introspezione e all’analisi dei motivi che ci muovono e in particolare che muovono gli alpinisti.
Infatti Gogna è stato decisamente un caso e credo abbia inciso profondamente.
Il pezzo che ho riportato credo sia uno dei più belli e continua a rimanere attuale, dice qualcosa di importante del rapporto giovane leone-vecchia gloria che docente-discente. Ma anche descrive un possibile confronto con se’ stessi, con l’invecchiamento, con le capacità che diminuiscono mentre i desideri no.
Tutt’altro livello insomma che cannibbali e veri montanari o “i bei tempi andati, quando gli uomini erano uomini e le donne stavano a casa”
Un mio caro amico più grande di me e mi olto sportivo mi diceva sempre che la vita è un po’ come un giro in bici in cui per arrivare a traguardo in maniera dignitosa bisognava essere molto allenate perché benché messo in discesa ad un certo punto no in si può più pedalare e quindi chi arriva con maggior inerzia arriva più lontano …..
Da qualche anno il mio amico ha scoperto che in fondo c’è un n bel muro……. e purtroppo lui di inerzia ne ha accumulata tantissima
L’autore del testo citato è nato nel 1946. Avere 31 anni nel 1977 non era come avere oggi quell’età oggi. Un mondo completamente diverso, dentro e fuori. Molte cose sono cambiate: difficilmente un trentenne di oggi sulla cresta dell’onda si esprimerebbe con quello stile e non penso farebbe quelle considerazioni sui dilemmi della transizione verso un’età matura suscitati dal confronto con un ragazzo di 23 anni (tanti ne aveva Guerini). Probabilmente si sente lui stesso ancora un ragazzo. Non bisogna mai dimenticare che ci sono problemi e adattamenti evolutivi che non cambiano nel ciclo di vita degli umani ma il modo di viverli è molto legato al tempo. Nel 1977 un uomo di 79 anni, tanti ne ha oggi l’ex trentenne, era nato nell’ottocento e probabilmente aveva partecipato a due guerre mondiali. Un sopravvissuto. Sicuramente la sua percezione dei temi dell’invecchiamento era molto diversa dalla nostra. Penso che forse prendere un po’ le distanze, vedere le cose in prospettiva, aiuta ad essere più lucidi, forse ripeto, non ne sono sicuro, ma sono abbastanza convinto invece che può consolare e aiutare anche a lenire il dolore della nost-algia e a vivere il presente anziano come un completamento e non come una perdita. Una consolazione laica alla Hillmann, che può funzionare. Almeno ci si può provare. Facciamoci gli auguri a vicenda noi che stiamo affrontando la sfida di questa via “matura” d’arrampicata che come dicono gli inglesi non è per deboli di cuore e di animo.
Cmq la tesi che qui ho esposto nei due commenti 6 e 18 non è nuova, la sostengo da tempo immemore e anche qui sul blog l’ho esposta ben più di una volta
Crovella, concordi pienamente con il tuo commento 18.
Caro Gianni, sono una fervida lettrice, ma non ho letto nulla del Gogna, a parte il metadiaro. Recupero presto! Promesso!
Se ti sembra interessante, perché non proponi ad Alessandro di pubblicare la parte che hai condiviso?
“La sfera di cristallo”, numero 78 dei Cento nuovi mattini, è una creazione del 1977. Il libro “La parete” è del 1981.
E’ passato quasi mezzo secolo. E già ci si accorgeva di invecchiare… ‘vecchi e imbecilli come tutti gli accademici’. “E la sera qualcuno mi scopre il primo capello bianco”.
Mezzo secolo dopo, i capelli sono diventati bianchi tutti, e forse saremo ancora più vecchi e imbecilli, ma siamo ancora qui.
“Grazia, mi hai deluso! Libro molto bello e iconico di un passato recente ma per alcuni importante. Secondo me ti sa rispondere anche qualcun altro, qui.Aspettiamo un po’, se nessuno riconosce libro e autore tra un po’ te lo svelo”.
Dai che abbiamo aspettato abbastanza. Vero anche che per dei matusa come noi l’indovinello era facile…
“La sfera di cristallo” in “La Parete”, di un certo Alessandro Gogna.
Vabbè, ma che c’entra? Se entri in quella logica lì, allora facciamo che chiudere tutto, mezzi di informazione compresi, anzi come primi della lista
Caro Carlo, nessuno è in grado di restituire una visione oggettiva e tantomeno asettica: ognuno di noi vede con lenti differenti.
Temo che, come al solito, parliamo di due “cose” diverse fra loro, senza capirci reciprocamente. Certo, è vero in assoluto che l’avanzare dell’età noi aiuta, in tutti i risvolti, compresi quelli che nulla hanno a che fare con la montagna. Ma io stavo elaborando un altro pensiero.
Al netto dell’effetto invecchiamento individuale, mi sento però di confermare, dopo 45 anni circa di coinvolgimento nell’editoria di montagna, che ho maturato la convinzione che essere un po’ “distaccati” dall’agone diretto dell’alpinismo fornisce una visione asettica e oggettiva dei fenomeni. E’ come assistere dalla tribuna a una partita di calcio e non esserci sempre dentro, come invece i calciatori. “Dentro” vivi le emozione, non ci piove, ma “dall’alto” (o dall’esterno) vedi meglio lo svolgimento della partita. Sono due punti di vista molto diversi: il secondo è complementare al primo, non subalterno. Mi è capitato che persone molto “dentro” all’alpinismo mi abbiano confidato che le mie osservazioni li hanno fatti riflettere, proprio perché elaborate guardando i fenomeni senza coinvolgimento emotivo.
Dai Crovella, vuoi palesemente parlarti il culo da eventuali dimostrazioni di incompetenza in cui sei ogni tanto caduto. Non siamo tutti inseribili in schemi precostituiti secondo i tuoi canoni e modelli. Ci sono mille e mille sfaccettature. Anche nei cannibali.
Io concordo con te quando più o meno affermi che l’esperienza serve e fs la differenza. Io la chiamo attitudine. Una cosa che si fa col tempo e il pensarci su molto. Ma va tenuta in esercizio. Lo vedo anche su di me che in montagna ci vado praticamente ogni giorno e quando ne salto uno soffro.
Più avanza l’età e più serve esercitarsi, tenersi sul pezzo. Non come ventenni monotematici ma come alpinisti-arrampicatori-sciatori maturi. Che sanno e che danno un colpetto qui e uno là per non cadere sotto al livello di guardia dal quale non si risale più e nel quale bisogna accontentarsi. Se ci si riesce. Perché accontentarsi a volte più duro che sentirsi come a vent’anni per qualche secondo. Può succedere, ma perché accada bisogna darci dentro.
Allora rispondi alla semplice domanda di alpinismo generale posta da Grazia invece di continuare a tediarci con le tue interpretazioni di sociologia alpinistica d’accatto.
La nuova generazione, Fabio, ci ha provato, ma dai puntini di sospensione penso che non fosse sicuro nemmeno lui.
Guarda che sei tu che non capisci, anzi che non “vuoi” capire per partito preso. Se è rivolto a me, io non ho niente di cui “giustificarmi”. Sostengo da tempo immemore che l’assioma per cui si è legittimati a parlare di montagna e in particolare di alpinismo solo se si è dei alpinisti provetti, quello sì che una puttanata e che, in genere, si usa per delegittimare le tesi che infastidiscono (“cosa parli tu, che fai a stento il III…”). Esistono schiere di persone ampiamente accreditate come esperte di montagna e di alpinismo e che, a titolo personale, sono o sono stati alpinisti modesti se non addirittura modestissimi. Non faccio i nomi, perché alcuni sono viventi e non mi va di coinvolgerli.
Quindi uno può avere, per scelta (magri fin dai proprio 20 anni) mille interessi e, siccome le giornate sono solo 365 ogni anno, la diversificazione del tempo fra i mille interessi ti porta a non dedicare molti giorni in montagna (cmq meno rispetto a chi è monomaniaco). Questo inevitabilmente limita le performance sul piano tecnico, ma non esclude che si possa parlare con cognizione di causa sia di montagna in generale che di alpinismo/scialpinismo/arrampicata.
Una vita d’alpinismo…
Grazia, mi hai deluso! 😢
Libero molto bello e iconico di un passato recente ma per alcuni importante. Secondo me ti sa rispondere anche qualcun altro, qui.
Aspettiamo un po’, se nessuno riconosce libro e autore tra un po’ te lo svelo 😉
Matteo, da dove vengono le parole che hai condiviso?
Autoassolutorie, Crovella, autoassolutorie.
Autogiustificative, se preferisci
Ti fai dei film senza nessuna base concreta. Ma di che “puttanate assolutorie” vai farneticando? La maggioranza dei partecipanti è stata coinvolta nel n. 5. Difatti chi va in montagna alla kazzo, lo fa anche se la frequenta 3-4 gg a settimana (circa 150-200 g/anno). Viceversa può esistere benissimo che uno vada una sola volta a settimana (e magari una domenica sì e una no) e, ciò nonostante, mastichi adeguatamente i temi di montagna.
Io non ho fede, non ho amore, neppure per me stesso. Sono in attesa di qualcosa che non viene, di un treno che forse non è mai partito, di una carrozza, di un cavallo, di un ciuco. Ma quello sarà il mio ciuccio e non posso cederlo a nessuno. Per il fatto che dunque sono un egoista non passo in libera dove invece riescono gli Illusi. La sera qualcuno mi scopre il primo capello bianco.
La dura lezione di oggi è stata la prima di un lungo corso di “lettura di ciò che a chiare lettere è scritto nella sfera di cristallo”. La caduta alla Piramide è stata un avvertimento, ascoltato. Ora il confronto con gli altri, illusi allo stesso modo di come lo ero io. Ma la sfera di cristallo non mente.
Così propongo che si chiami la nostra via sullo sperone, anche se non vedo nulla di magico, c’è solo la lotta dura per aguzzare gli occhi, per forare l’opaco della materia, alla debole luce di una candela che lentamente si spegne.
Agli ultimi scherzi, alle ultime soffocate risate, con echi che rimbalzano sul soffitto ombreggiato dai sussulti della candela morente, segue un silenzio pauroso e un’ombra buia si spande piano sui cigolii delle nostre brandine.
Secondo me , se ami veramente andare in montagna, con l’età al massimo puoi solo cercare di ritardare l’inevitabile.
Altro che cannibbali, veri alpinisti e tutte le altre puttanate autoassolutorie per giustificare l’incapacità di essere.
Fa caldo quando nel primo pomeriggio scaliamo le placche basali dello sperone, il sudore ci cola sul naso, le bende di Ivan e Guido sono intrise. Alla prima sosta, con i piedi appoggiati su misere protuberanze, Guido dà una martellata ad una mosca che lo tormentava da un pezzo. “Dio caro!”. Ivan sghignazza e ricama subito l’episodio con colorite espressioni tratte da un vocabolario fanta-scientifico mentre Guido lo guarda e sorride con gli occhi azzurri. Vittorio finalmente sta facendo ciò che per tutta la mattina ha desiderato fare: arrampica. La notte infatti non ha dormito, mentre prestava servizio di infermiere all’ospedale di Niguarda, sfogliando ogni tanto il testo di un esame di medicina. Ora si sta sfogando e, leggero come uno scoiattolo, non c’è nulla che gli si possa opporre. Io ho scattato qualche bella immagine, Guido a torso nudo, Ivan in dulfer sorridente. Ora voglio andare avanti anch’io. Vittorio mi assicura mentre, girato uno spigolo, m’impegno su di una fessura orizzontale, per traversare ad un diedro. Pianto due chiodi, poi salgo nel diedro fino alla fermata. Ho fatto un buon lavoro, mi dico, mentre il sudore mi cola sulla fronte; ma gli altri non me lo riconoscono. Passano in libera, dove io mi ero attaccato ai chiodi. Ivan, con espressione tra il meraviglioso e l’ovvio, mi butta li: “Alessandro, guarda. In libera!”.
Come dire, potevi farlo anche tu, ma non l’hai fatto perché… sei vecchio. Vecchio e imbecille come tutti gli accademici. O forse non potevi farlo neppure perché sei vecchio e hai fatto troppi bivacchi e poi perché sei prigioniero, guardati, hai le sbarre attorno al corpo e non te ne accorgi perché sei pure un po’ cieco. Ma io ti voglio bene e ti libererò. Tu mi vedi come un missionario, ma io predico solo la libertà. Fate come me e vi sentirete come me, cioè voi stessi.
Impotente e taciturno, questi rimproveri silenziosi e irreali mi calano nelle pieghe più intime. Ogni più riposto angolo di me è invaso da queste corpose e inesistenti, ma sibilanti e terribili affermazioni mute. Dio, come lo odio.
Lo odio perché non ho un modello da proporgli e lui lo ha. Ho creduto troppo, io, in ciò che feci per poterne ancora spremere il sugo. Mentre invece quel ragazzo che ora mi sta raggiungendo, qui accanto a me, ha fede e soprattutto ha amore.
[cont.]
La baita di Ivan (Guerini n.d.r.) è invasa di luce estiva, gli angoli più scuri vivono una penombra calda, alcuni mosconi ronzano per posarsi su appiccicosi avanzi di colazione. Fuori, la val di Mello è un euforico divenire di colori, di rumori che s’intrecciano, qualche nuvola in cielo non è una minaccia per questo mattino inoltrato. Il granito delle strutture che ci sovrastano dev’essere ormai tiepido, da qualche zolla di qualche cengia spurgano strisce nere d’umidità. Vittorio Neri è impaziente e saltella di qua e di là, spostando materiale d’arrampicata senza apparente senso, Guido Merizzi lo osserva sornione, ogni tanto si solleva con un braccio solo sull’anello appeso al soffitto ed esclama “Dio caro!”. Poi si lascia andare sul pavimento cercando d’evitare i moschettoni e i chiodi che Vittorio gli ha nel frattempo messo sotto. Ivan è in attesa e questo attendere ha accenti mistici o panteisti di contemplazione della natura o forse di estatica convivenza con le cose che lo circondano, nella fede in un’armonia totale dell’individuo con ciò che sta per fare. Intanto però si spalma un gomito di Lasonil, quello stesso tubetto che la nonna tanto gelosamente gli ha conservato e sul quale nessuno di noi è ancora riuscito a mettere le mani.
Ora che il materiale è sistemato, ammesso per certo che io non riesco a tirarmi su con un braccio solo e non avendo la più pallida idea di come si possa, a comando, vivere in sintonia con la natura e le imprese in programma, sono un po’ a disagio. Sento che non vorrei mai rivivere quelle tante ore in cui fremevo nell’attesa dell’azione e della vittoria: anche se qui non c’è la partenza eroica con la pila frontale, nell’errore ci si può cadere lo stesso.
L’ospitalità della famiglia Guerini è stata bella, ma ora sento che ho superato un certo limite. Bisogna che me ne vada, per non compromettere le cose del tutto. E se oggi piove? Addio salita, addio risultato. Oggi vorrei fare delle fotografie ai miei compagni, ho preparato le macchine e le pellicole. Sono proprio pronto, ma non c’è quell’atmosfera magica, quella dolcezza delle cose sconosciute, quell’inesprimibile senso di mistero che tanto ci affascina, accarezzandoci ora con la paura ora con i brividi di piacere. Invece c’è una valle che vive, con un torrente che scorre, con un fieno che profuma, con baite di pietra di granito. Una forza di terra, di senso che mal s’adegua con la mia voglia di mistero e di magia. Entrambi vorrei generarli io, contrapporli alla femminilità di questa natura che mi circonda e mi allaccia. E nella quale tra poco, nonostante il vuoto, sarò ancora più immerso, sempre più in lotta con me stesso.
[cont]
Eh certo, purtroppo quelli cui tu fai riferimento sono i famigerati “cannibali”, in vistoso e incontrollato aumento dal 2000 in poi. Nessuno si contrappone efficacemente al loro aumento, perché numeri umani “ampi” alimentano il modello economico che gira sull’andar in montagna (es: aziende costruttrici di attrezzatura/materiale oppure operatori vari che lavorano in montagna ecc). Le mie precedenti riflessioni sono esclusivamente riferite ad alpinisti/scialpinisti “veri”, ancorché “amatoriali” (= che vanno in montagna una volta alla settimana, facendo lo slalom fra i mille impegni della vita) e anche di £livello medio£ in termini di capacità tecnico-atletiche.
Tuttavia, questo assunto ideale viene puntualmente smentito dalla maggioranza dei praticanti…
Vado ben oltre l’esperienza personale ed esclusiva di Gogna. Non necessariamente l’emergere di altri interessi e/o il piacere di diversificare la propria gamma di interessi è esclusiva conseguenza dell’invecchiamento anagrafico. Per la diversificazione, l’invecchiamento è condizione necessaria (spesso “costruttiva”), ma non da sola sufficiente, nel senso che la diversificazione può avvenire anche in precedenti età anagrafiche, per scelte individuali o propensioni personali. Però qui si innesta un altro tabu tipico di molti invasati di montagna: che essa debba essere totalitaria nella testa degli appassionati, sennò non è vera passione e soprattutto non è collegata a una vera competenza in materia. Il fatto che la “montagna” per un individuo possa essere una delle sue tante passioni non significa che costui sia superficiale e incompetente nell’analisi delle questioni di montagna.
Una specie di “manuale di istruzioni” per condurre al meglio gli anni d’argento.
Grazie !
Ringrazio Alessandro per il suggerimento. Alle soglie degli ottanta anni bisogna evitare che la vecchiaia sia un’età di ricordi e nostalgia.
Fat old sun.