Fino a soffocare

Il biatleta Sivert Guttorm Bakken è morto mentre si allenava per Milano-Cortina. È stato ritrovato con una maschera ipossica per simulare l’allenamento in alta quota, «un’asfissia controllata».

Fino a soffocare
(impresa sportiva senza limite)
di Luca Vettori
(pubblicato su ilmanifesto.it il 2 gennaio 2026)

La Federazione Internazionale di Biathlon il 23 dicembre 2025 ha riportato la notizia della morte del ventisettenne Sivert Guttorm Bakken. Il biatleta norvegese si trovava a Lavazè, in Val di Fiemme in provincia di Trento, in preparazione delle prossime Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. La stessa Federazione Norvegese ha reso noto che il giovane, al momento della scoperta, indossava una maschera ipossica creata per simulare l’allenamento in alta quota e capace di regolare il flusso di aria alle vie respiratorie.

Sivert Guttorm Bakken in gara ai Giochi olimpici giovanili invernali di Lillehammer 2016

La maschera ipossica è un attrezzo utilizzato per allenare la respirazione sotto sforzo ed è nota anche come Etm (Elevation training mask). Consente di limitare, tramite dei filtri regolabili, il flusso di aria nei polmoni, provocando una sorta di «soffocamento controllato». L’obiettivo è rinforzare i muscoli respiratori e aumentare la propria resistenza aerobica e anaerobica in condizioni di ipossia o di ipercapnia, ovvero l’aumento nel sangue dell’anidride carbonica. Discostandosi dalla tragica vicenda, rispetto alla quale si dovrà attendere l’autopsia e gli accertamenti da parte degli inquirenti, ci si può interrogare sulle implicazioni che questa notizia pare sollevare, in particolare sullo stato di salute dello sport in rapporto alla dimensione di limite, a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi Invernali.

La pratica sportiva, nella quasi totalità delle sue discipline, oltre ad accelerare all’estremo i ritmi performativi richiesti dallo spettacolo, sta trasformando il proprio presupposto basilare – l’antico spirito olimpico che ammoniva «l’importante è partecipare» – in una necessità categorica e seducente che fino a poco tempo fa veniva parzialmente rimossa: superare se stessi fino allo sfinimento, fino al dolore, diffidare del proprio limite biologico, smettere di accettarlo.

Non si contano solo i casi di alcuni atleti che scelgono di utilizzare sostanze dopanti per incrementare le proprie performance, per velocizzare il recupero e disporre quindi di maggiori energie per stagioni più incessanti, più prestigiose, più sfrenate. La pratica sportiva sembra essersi piegata a una tossicità socialmente e mediaticamente accettata, dentro e fuori gli spazi sportivi: atleti e atlete, professionisti e dilettanti, ragazzini e ragazzine non praticano sport se non per sondare la propria futuribilità, il proprio primato, il proprio record, il proprio sacrificio. In modo speculare a un’appendice sorella del capitalismo neoliberista, lo sport insegue la medesima scia valoriale. Si sceglie di investire su di sé, sul proprio talento, su quello dei propri figli; si diviene imprenditori dei futuri campioni che forse saremo. E allo stesso tempo, se il mercato del talento concede pochi posti disponibili alla sua tavola imbandita, nulla vieta di concedere a tutti il desiderio, la speranza: si trasforma l’assenza di quello specifico talento in una pratica di ossessione disciplinata, una meticolosa, stringente abnegazione. Self-made talent. Siamo tutti una promessa nel mercato dei talenti, dipende solo da noi, dalla nostra inflessibile resilienza.

«Il neoliberismo – scrive Byung-Chul Hanha modellato, a partire dall’operaio oppresso, un libero imprenditore, un imprenditore di se stesso. Oggi, ciascuno è un operaio che si sfrutta da solo, un dipendente di se stesso. Ciascuno è al contempo servo e padrone, per cui la lotta di classe si è trasformata in una lotta interiore. Chi oggi fallisce si dà la colpa e si vergogna: individuiamo il problema in noi stessi, piuttosto che nella società».

Burnout lavorativo, stati di apnea emotiva, fasi depressive anedoniche, «infarti dell’anima», di questi tempi attraversano le vite della maggior parte delle persone e vengono considerate normalità, piccoli incidenti di percorso nella parabola di una carriera. «Il lavoro alienato estrania all’uomo il suo proprio corpo, gli estrania tanto la natura di fuori quanto il suo spirituale essere, la sua umana essenza» scriveva un giovane Karl Marx nel 1844. Non accadeva solo agli operai descritti con dovizia da Simone Weil, ai quali non restava altro che una routine di lavoro alienato sino alla morte, ma accade anche oggi ai working rich, coloro che continuano a lavorare senza sosta nonostante l’enorme ricchezza accumulata, che interpretano la competizione economica come se fosse un’eterna e incessante gara sportiva. Le numerose crisi che stiamo vivendo lo dimostrano, il capitalismo ci ha abituati a convivere con un processo di morte. Lo sport sembra seguire al traino la medesima scia mortifera. Il 6 febbraio 2026 inizieranno i XXV Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina, di cui già si anticipa il devastante impatto economico e ambientale pagato con risorse pubbliche. Anche la Val di Fassa, come la Val di Fiemme, è un hotspot olimpico.

Per secoli in queste geografie ladine, nel cuore delle Dolomiti, si è narrato il mito di Fanes, un mito precristiano che ha come protagonista un popolo mite e pacifico, guidato da regine, che manteneva un rapporto speciale con il paesaggio, con la montagna e con le creature viventi che abitavano quei luoghi. A determinare la caduta del Regno di Fanes e il genocidio del suo popolo fu l’arrivo di un re straniero che, una volta impadronitosi del potere, mise in atto politiche di sfruttamento del sottosuolo, guerre per la conquista dei popoli vicini, ricerca del profitto a ogni costo. Non ci può essere benessere, non ci può essere vita quando l’unico obiettivo è oltrepassarsi, sconfinarsi, eccedere. Oltre l’oltre si trova il soffocamento controllato – il decesso – di sé, del mondo.

Fino a soffocare ultima modifica: 2026-01-24T05:42:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

57 pensieri su “Fino a soffocare”

  1. Qui una interessante analisi non della prestazione estrema, diciamo così, ma della sua spettacolarizzazione come “format” televisivo. Uno dei condizionamenti ambientali che possono spingere a pagare certi prezzi anche personali per essere protagonista dello spettacolo e’ proprio il ruolo dei media. Non è una novità ma le tecnologie attuali mettono a disposizione un’ampiezza e una capillarità che certamente non erano disponibili nell’epoca del cartaceo o della radio. Un giorno da leoni di fronte al mondo e’ certamente attrattivo tanto forse quanto i sodi che se ne possono ricavare, e’ una forma di immortalità nella memoria collettiva, ancora piu’ forte se finisce male. 
     
    https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2026/jan/26/alex-honnold-taipei-101-skyscraper-live-netflix-potential-death-entertainment?CMP=Share_iOSApp_Other

  2. Ovviamente la pericardite nn può essere stata la causa di morte ma una concausa o anche un reperto occasionale….io credo che sia svenuto a causa  dell’ ipossia e poi si morto soffocato…per questo dico che se ci fosse stato qualcuno avrebbe potuto finire diversamente 

  3. Sul self doping et similia operato da atleti anche di altissimo livello, guardatevi il documentario su Alex Schwartz, se non l’avete già fatto.
    Gli sport minori non hanno la stessa “assistenza” tecnica (allenatori, preparatori, fisioterapisti, ecc) e quindi economica, degli sport di primo piano. Tra sci alpino e biathlon, per esempio, ce ne passa…

  4. Per chi fosse interessato metto anche un riferimento bibliografico recente:  JAMA October 1,2024 Volume332,Number13: P. Cremer, A Klein, M.Imazio – Diagnosis, risk stratification and treatment of Pericarditis. A Review.
     

  5. Scusate non entro nella discussione ma faccio solo una precisazione “tecnica” (da medico): la morte da pericardite non +è certo un evento frequente ma, soprattutto, non è un evento acuto in quanto prima di arrivare al decesso vi sono importanti segni clinici che aumentano fino ad arrivare all’exitus. Dubito quindi fortemente che la pericardite sia stata la causa. Potrebbe invece essere semmai una concausa.

  6. Non ho la più pallida idea del perché sia morto e non sarei certo capace di fare alcuna ipotesi, però mi sembra abbastanza palese che se non si fosse messo la maschera avrebbe avuto una buon possibilità di essere ancora vivo…

  7. Mah, non so, forse sono io che sono tonto, ma se qualcuno mi ficca un fazzoletto in bocca e contemporaneamente mi toppa le narici, prima di morire per asfissia o ipossia qualche tentativo di togliermi qualcosa di dosso lo farei, tu no?
     
    Può anche darsi che non abbia capito la dinamica della morte, ma chi lo sa con certezza? 
    L’unica certezza è la pericardite che non mi sembra cosa da poco

  8. appaione lacune di costruzione e qualche dimenticanza,non fateci caso,non è AI è ST. ..senescenza temporale

  9. Pericardite..senza dubbio un aggravante, e qui pone il soggetto nel campo in parte della sua ignoranza totale del corpo del quale era in suo possesso, e in parte, di quanto il mainstream, della prestazione,rincorre un atavico procedere del lo ha più sovradimensionato.E qui entra a pieno titolo il quesito del Sig.Matteo.E non è un quesito da poco,la risposta è molto più articolata della mia ultima equivoca riflessione.Mentre gli exploit di molti anni fà,in campo sportivo agonistico,viaggiavano su limiti,almeno accettabili,così come nell’alpinismo l’exploit era ciò che d’inviolato e arduo esisteva da violare, e un introspezione personale era la molla che spingeva,accanto ad una preparazione più o meno calcolata,oggi che i limiti si sono spostati in alto, e quasi tutto lo scibile si è consumato,bisogna utilizzare strumenti che tengano alta l’attenzione e catturino la stessa,incanalandola,a seconda dei temi o filoni,in un contesto di…estrema visibilità, tradotto si deve sapere ,si deve apparire,e qui chi è interessato del lato buisness,interviene e reclama la sua parte,poi vi il soddisfacimento del proprio ego, e più questo e ben proiettato,più saranno volte  iniziative da parte dello stesso a realizzarle.Poi vi è l’effetto diversificazione, intercettare filoni diversi e nuovi o rielabborarli per stimolare attenzione,curiosità e fidelizzazione.Buona parte di quanto accade in questa società spettacolarizzata avviene in questi scenari.Certamente le società, perchè ve ne sono molte e di molteplici aspetti, nell ambito umano in questi ultimi anni hanno prodotto tali e radicali cambiamenti che a stento si riconoscono tra di loro, e i soggetti che le stesse popolano fanno fatica a riconoscersi al punto tale  che alcuni modulano la risposta nelle stesse per meglio addattarvisi,altri le rifuggono, tanti prendono una deriva patologica, ed oggi forse più di prima sarebbero utili pscichiatri a vario titolo e indirizzo,che teoreti della società perfetta. Cordiali saluti

  10. Riassumendo , per quanto posso aver capito. 
    1. Non so se esistano dati attendibili ma  l’uso di  dispositivi per simulare l’ipossia è tutt’ora controverso.
    2. L’utilizzo di questi dispositivi in maniere fai da te risulta abbastanza pericoloso.
    3. La concomitanza di patologie ( anche non diagnosticate) eleva all’ ennesima potenza i rischi per ora salute durante l’utilizzo din gli i dispositivi, poi se lo fai da solo ….ti portano via nel sacco salma …garantito

  11. ?
    Certo che c’entra, è morto per essersela messa…il problema però è capire perché se la sia messa.

  12. Infatti, sono d’accordo con te… e quindi la maschera non c’entra niente

  13. Non sto parlando di controllo sociale, Ilfetido #8, o perlomeno non solo, ma della parte oscura del controllo sociale, la parte che deve essere combattuta ed emendata.
    Ogni società, credo, ha bisogno del controllo sociale, altrimenti non è una società ma un insieme di individualità.
    Ma ogni controllo sociale può diventare, e storicamente diventa sempre (forse) overcontrollo sociale, diventando oppressione, alienazione e alla fine fattore di disgregazione di una società.
    Non è che ai tempi dell’antica Roma fossero meno attaccati ai soldi e alla fama, o li cercassero di meno, anzi.
    Però i soldi non erano, e non pretendevano di essere, la misura di tutto.
     
    Oggi in realtà non sono nemmeno i soldi, ma l’essere riconosciuto come qualcuno, è “avercela fatta” la misura del controllo sociale.
    Che spesso e facilmente viene confuso con il fare i soldi, a scapito di tutto e di tutti (gli altri, la società, la natura, addirittura la salute, ivi compresa la propria).
    In questo delirio di successo personale io ci vede ben presente lo zampino di capitalismo e liberismo.
     
    Disclaimer: non voglio con questo sostenere che la società romana fosse migliore o che necessitiamo di valori come dio-patria-famiglia e cose così
     
     

  14. Seriamente. La pericardite sarà una concausa….poi il perché della pericardite lascio a te le dom ad base e le risposte….
    La vera causa è la solitudine….se non era solo si poteva saalvare

  15. @Fetido: cos’è, una battuta?E’ ovvio che la morte sia conseguenza della pericardite, o pensi che si sia suicidato per soffocamento?

  16. Non ho capito scusa cosa vuoi dire,che sia stato un gioco erotico finito male?

  17. Avevo sentito parlare di questo fatto di cronaca, senza approfondire, e ora leggo questo articolo, e mi chiedo: ma veramente è possibile che un atleta corre con una maschera che gli limita l’apporto di ossigeno e continua a correre fino a stramazzare per terra durante un allenamento, come il povero Dorando Pietri? 
    Ma non ci credo neanche se lo vedo in diretta…
    Poi faccio una breve ricerca su internet: soffriva di pericardite… Ma toh? E quindi la colpa è della maschera??

  18. Non lo so Matteo se è proprio così, in parte, però se analizzi la società umana prima del così detto capitalismo, ad esempio Roma, le tecniche di controllo del popolo erano praticamente identiche……
    Forse l’errore è accomunare capitalismo e consumismo che a mio avviso è un effetto collaterale del capitalismo. 

  19. “Qui vi entra poco la società capitalista o del profitto,bensì una povertà culturale e di connessione alla realta,che ampi strati sociali manifestano.”
    Se non che la povertà culturale e di connessione alla realtà mi pare, se non proprio figlia, fortemente auspicata, incentivata e fattivamente promossa dal capitalismo e dalla sua pretesa che tutto sia merce e ogni fenomeno debba essere monetizzabile

  20. D’altronde mi hanno detto che Bobo  Vieri fa la pubblicità per il sapone dei piatti… Del Piero fa la plin plin….e così via ….. Honnold fa finta di fare cose pericolose per un pubblico di cicciottelli…..ognuno vende la sua dignità al prezzo che ritieni opportuno….

  21. Anche per me è una caduta di stile di honnold….ma capisco benissimo che bisogna anche campare ….  

  22. Honnold se lo poteva risparmiare, che bisogno aveva di prestarsi a fare il gladiatore nell’arena? Forse per soddisfare il pubblico urlante, AFFAMATO dello spettacolo della vita e della morte in diretta? Mi domando come si sarà diviso il pubblico? Ci saranno quelli che avranno tirato un sospiro di sollievo perchè tutto è andato bene. E ci saranno altri rimasti delusi perchè speravano di vedere il gladiatore precipitare? Cosi da provare il bivido e l’emozione  della morte in diretta…
    Honnold rifletti, non ne hai bisogno!

  23. Con Freerider si era chiuso un cerchio. Come dichiarò Caldwell fu “l’allunaggio del free solo”. Ora potrebbe esser la volta di Silbergeier in freesolo, oppure, come aveva ipotizzato lo stesso Honnold, della Eternal Flame sempre in freesolo senza attrezzature. Forse però non sarebbe più una gran novità. Honnold infatti lo porta avanti in un altro contesto e incanta il mondo intero che ha bisogno di perdersi via un paio d’ore con una diretta da spipparsi. Nel 2014 la Clif Bar, uno dei principali sponsor di Alex, gli avrebbe ritirato il proprio sostegno a lui, a Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill dopo esser rimasti delusi dal film Valley Uprising: “queste manifestazioni si stanno spingendo troppo oltre, alzando il rischio a un livello tale che la nostra azienda non ha più intenzione di tollerare”. In quel caso prima aprofittarono del loro valore guadagnandoci sopra, per poi  scaricarli come merce da manicomio…

  24. Eh!! si il metodo comunicativo e i relativi mezzi odierni fanno la differenza.La differenza,inoltre alimenta proiezioni di wishful thinking nei soggetti proponenti che permette al loro ego di estendersi sino ad una improponibile e falsata realtà.Una specie di simulatore.La potenza comunicativa dei mezzi la rende attuabile e proponibile,quasi a chiunque.E chi realisticamente non ha i mezzi endogeni e culturali di discernimento,ricorre….e qui Sig.Matteo ha ragione..ai cosidetti aiuti per raggiungere( è un eufemismo) un consimile risultato.
    Qui vi entra poco la società capitalista o del profitto,bensì una povertà culturale e di connessione alla realta,che ampi strati sociali manifestano.Personalmente mai farò una pratica che per un immediata resa massima,in tutti i campi, mi comprometterà,maggiormente in tutto quello che mi resta,e che rappresenta la percentuale maggiore delle possibilità che ho a disposizione

  25. “Il problema vero è perfettamente delineato dal buon Crovella […]”.
    Ah, Matteo, eri partito cosí bene!
     
    Hai ceduto nel finale, come Dorando Pietri. 😀 😀 😀

  26. Alain Robert avrebbe arrampicato a Gaza su un rudere di 3 piani con la bandiera Palestinese in spalla intanto che l’IDF bombardava. Honnold non credo proprio che desideri farlo!

  27. Se Netflix ha fatto quell’investimento, perché una diretta di quel tipo costa un casino di soldi, e’ perché sapeva che teneva incollati gli spettatori fino all’ultimo, siccome poi c’erano una certa noiosità’ del movimento legata alla struttura dell’edificio ha sapientemente gestito gli intermezzi con interviste. Roba che richiede grande professionalità in diretta. Un nuovo format? 

  28. Leggo ora, Alain lo aveva già scalato ma con corda resa obbligatoria dalle autorità….. mi sembrava strano

  29. Mi sono stupito anche io che Honnold abbia deciso di fare una simile salita. Dopo aver salito Free Rider senza corda c’è poco da aggiungere. Questa sembra una trovata per fare soldi ( lui e gli sponsor) anche perché le difficoltà sembrano infime rispetto a quello che sa fare Honnold sia con sia senza corda. Tra l’altro molto diversa da come Alain Robert ha salito tutti i suoi grattacieli cioè di nascosto e con arresto finale. Sono infatti proprio curioso di leggere un commento di Alain se lo farà. Quanto al fatto che ci voglia più rispetto per la vita sono d’accordo in generale ma non credo che Honnold sia irrispettoso, ha scelto questa strada che sente sua, fine, non credo lo faccia per irridere chi muore di fame nel mondo ( e se non avete letto Spiderman di Alain fatelo perché è tutto tranne il libro di un menefreghista del mondo). Ripeto, quello che lascia perplessi è invece questo episodio da baracconi che, a mio avviso, nulla aggiunge ed anzi qualcosa potrebbe togliere a questo fuoriclasse.

  30. Qualche commentatore dei media specializzati ha ricordato che pochi mesi fa il regista di Free Solo ha girato immagini impressionanti di Morrison  mentre scende in sci sul versante cinese dell’Everest. In quel caso però si sapeva che aveva rischiato la pelle, ma era tornato casa sani e salvi. Qui c’è stato un salto: una diretta, come una corrida con il torero che può morire sotto gli occhi di tutti, bambini e famigliole che lo salutavano e lo fotografavano dalle finestre. Ho la sensazione che abbiamo assistito ad un salto nell’”intrattenimento” mortale in diretta in montagna, perché di questo si tratta. Si erano già visti altri esempi ma le tecnologie del passato non consentivano questo livello di impatto e di coinvolgimento di un pubblico di milioni di persone. E’ la modernità bellezza, e tu non puoi fare niente, niente…purtroppo. Però mi consola che i commenti che leggo sui media sono controversi. Non so se il suo agente, perché sicuramente ne ha uno, ha fatto la mossa giusta. Vedremo. 

  31. Vedi albertperth, non intendevo affatto metterla sull’ironia.
    Il problema vero, secondo me, non è che un atleta professionista si bombi per una medaglia olimpica, per un record del mondo, per avere altri due o tre anni al top.
    Il problema vero è perfettamente delineato dal buon Crovella:
    “Il contesto generale “spinge” in determinate direzioni, per cui le prestazioni sono oggi l’unica cosa che conta.”
    Il problema con cui fare i conti sono i millemila monsù Travet disposti a drogarsi, imbottirsi di steroidi o anfetamine per risultati di rilievo risibile da qualunque punto di vista. Per dei 6b+, appunto.
    Il problema è il mondo di valori e il modo di pensare, di rappresentarsi e di significarsi che porta a questo. Il professionista che si dopa o che si soffoca deriva da questo.
     
    Ovviamente Crovella, accecato dalla sua visione ideologica, non riesce o non vuole capirlo, dimostrando col suo patetico refrain “E’ il solito piagnisteo da bambini viziati.” raggiungendo il punteggio massimo di non consecutio logica!

  32. E’ l’entropia, ragazzi! La natura tende all’entropia, cui l’uomo (meglio: la specie umana) si oppone con il ripristino dell’ordine, specie addirittura aprioristico, cioè si organizzano a priori le cose con delle regole per evitare il casino cui spingerebbe la natura. Queste regole, di natura socio-culturale (a volte anche religiose, nell’uso strumentale della religione, non nel suo significato di “fede”) sono inevitabilmente stringenti. Il libero arbitrio sta nel decidere se “ficcarsi” o meno nelle varie fattispecie in cui la specie umana ha organizzato le cose per contrapporsi all’entropia. Una volta che decidi di entrare in un certo gioco, non puoi pretendere “fermate il mondo, voglio scendere”.

  33. Giovanni. Capisco il tuo punto di vista. E’ un tema antico di cui si è sempre parlato tanto. Io sono rimasto colpito dalla parte spettacolo in diretta sul grattacielo urbano. Anche qui non è certo il primo. Però così spettacolarizzato da arena o circuito automobilistico da lui, per le cose che aveva detto e scritto non me l’aspettavo. I personaggi, perché le persone devi conoscerle direttamente, a volte sono imprevedibili. 
     

  34. Giovanni. Capisco il tuo punto di vista. E’ un tema antico di cui si è sempre parlato tanto. Io sono rimasto colpito dalla parte spettacolo in diretta sul grattacielo urbano. Anche qui non è certo il primo. Però così spettacolarizzato da arena o circuito automobilistico da lui, per le cose che aveva detto e scritto non me l’aspettavo. I personaggi, perché le persone devi conoscerle direttamente, a volte sono imprevedibili. 
     

  35. Honnold dovrebbe avere un po più di rispetto per la vita, visto che c’è gente che la vita la rischia non nello scalare un grattacielo per soldi/divertimento, ma attraversando la strada per andare a prendere una pentola d’acqua per fare da mangiare, a Gaza.
    Deficiente!!!

  36. Sono d’accordo. I condizionamenti ambientali sono fortissimi. E’ pur vero però che alla fin fine è la persone che decide. Altrimenti le responsabilità individuali sarebbero soffocata dalle attenuanti. A questo proposito francamente l’ultima prestazione di Honnold mi ha colpito: c’era proprio bisogno? Mi pare cambiato in questi anni, non solo nell’aspetto fisico. Il ragazzo un po’ sociopatico ma simpatico, fuori dagli schemi, un po’ irriverente verso i miti montanari mi sembra diventato a tutti gli effetti un bel prototipo di testimonial e di attore del gran circo dei media. Sara’ che tiene famiglia anche lui…? 

  37. Nell’umana esistenza è pressoché impossibile sfuggire a delle gabbie, cioè a dei meccanismi dentro ai quali le regole prevalgono sulla volontà individuale. Al limite, il libero arbitrio sta nel passo a monte, cioè se scegliere o meno di entrare in quella particolare gabbia. Se la gabbia esistenziale sia poi il matrimonio, il mettere al mondo dei figli, un certo lavoro o il meccanismo tutt’altro che “decubetiniano” dello sport dei giorni nostri, poco rileva. In quest’ultimo caso, si sa benissimo che oggi è così: se scegli di entrare in “quel” mondo, puoi trovarti a subire regole, più o meno esplicite, che ti condizionano fino a bombarti o a metterti la maschera come in questo caso. Se le si accetta senza ribellarsi, significa che si accettano gli eventuali rischi.

  38. Emettere una sentenza e’ sempre un compito arduo, che richiede coraggio e anche un po’ di certezze, che a volte potrebbero anche essere frutto di presunzione…per questo molti preferiscono la più comoda posizione pilatesca….da lato….dall’altro…..però la storia non giudica bene i Pilato anche se la sua figura di mediatore agnostico e pragmatico è stata rivalutata ultimamente. 

  39. “Ai posteri che scriveranno la storia del XXI secolo la sentenza.”
     
    Ardua?
    😀 😀 😀

  40. La Dea Prestazione non ha confine o colore. Se poi si unisce alle sue sorelle Gloria e Avidità e sopra il tutto aleggia il fantasma della Morte in diretta l’effetto è fortissimo su attori e spettatori. Siamo nel’Arena dove combattevano i gladiatori davanti al pubblico eccitato ed entusiasta. Proprio l’Arena romana del Gladiatore mi ha ricordato il moderno gladiatore Honnold sul grattacielo in diretta mondo. I gladiatori erano pero’ schiavi. Non era un’opzione. Oggi forse è una libera scelta…ma quanto davvero libera? Ai posteri che scriveranno la storia del XXI secolo  la sentenza.

  41. Il contesto generale “spinge” in determinate direzioni, per cui le prestazioni sono oggi l’unica cosa che conta. Non ci piove, però le scelte individuali restano individuali: se scegli di allenarti in un certo modo (rischiando la salute e addirittura la tua vita), non puoi scaricare la colpa sul sistema. E’ il solito piagnisteo da bambini viziati.

  42. I giornalisti del Manifesto, nella loro ideologia dalla quale mai si spostano, riescono a parlare di K. Marx anche riferendosi ad una tragica notizia sul Biathlon, ma stavolta l’articolo è intelligente….

  43. Veda Sig.Matteo se la mette sull’ironia va beh..ci sta..ma il problema non credo,se presente,riguardi un exploit da falesia o consimili,mi riferisco a prestazioni impegnative di alto livello,specie fuori delle Alpi…senza entrare nel merito degli sportivi amatoriali,dove l aiutino è una prassi non consolidata certo,e dove non vi sono aspetti societari controllanti…allora si entra nella terra di nessuno.Anche se poi all interno di alcune società si interviene su soggetti prometenti

  44. Nono, Albertoaperto, sono sicuro che nel mondo dell’alpinismo c’è ne sono a mazzi che si sono bombati e si bombano.
    Come nel mondo dei climbers, del boulder e dei falesisti…pensa c’è gente che si bomberebbe per un 6b+!

  45. Bell’articolo
    le maschere per simulare l’ipossia non hanno  dimostrato l’efficacia nello stimolare l’eritropoiesi come un allenamento in quota.
    Vengono però propagandate come efficaci e pertanto probabilmente utilizzate per chi non può permettersi di allenarsi in quota.
    Giusto sanzionare i conportamenti che potenzialmente portano ad un aumento dei costi per il SSN visto che è finanziato con la fiscalità generale (fortunatamente per noi).

  46. Si è poi certi che nessuno nel circolo gran alpinismo si sia limitato allo stato di un Corona, bianchi rossi e via così discorrendo..certi e strasicuri che anfetamine o consimili non siano mai circolate?sicuri che non essendoci enti certificatori la parola basta?Non vi è da scandalizzarsi o reclamare patenti,in ogni prestazione sportiva specie se agonistica non è sufficente la molla motivazionale o la stracorsa del mi tengo in forma.Basta già un clenil per trovarsi in forma

  47. È di questi giorno che Honnold deve arrampicare sulla Torre di Qualcosa a Vattelapesca senza nessun tipo di sicurezza. Però io devo allacciare le cinture in macchina, sanzione da 38 a 332 euro e 5 punti in meno sulla patente e devo mettere le gomme invernali, la revisione obbligatoria e tra un po’ il casco obbligatorio in bici.

  48. Jarmila Kratochvilova, o le leggendarie nuotatrici della Germania Est erano vittima del liberismo sfrenato?
     

  49. La morte autoprovocata per errore in un allenamento evidentemente eccessivo e fuori controllo è semplicemente assurda.
    Come sono assurde le motivazioni che conducono un individuo a un tale allenamento. Che sono ragioni molto più diffuse di quanto si possa pensare: le palestre sono piene di gente che si bomba e fa diete assurde per alzare un chilo in più sulla panca (e non per un oro olimpico) e non è difficile procurarsi steroidi e porcate varie.
     
    La riduzione di tutto a mercato, la considerazione di se’ legata alla prestazione e all’immagine comunque ottenuta ne sono la radice
     
    “Non ci può essere benessere, non ci può essere vita quando l’unico obiettivo è oltrepassarsi, sconfinarsi, eccedere.”
     
    Molta gente è rapita dalla mistica convinzione che il liberismo e il capitalismo siano il bene supremo e che i limiti non devono esistere. 
    Pronta a essere ink**ata dai dazi e ideologicamente pronta all’inchino (al contrario, ovviamente!) 

  50. Non stupiamoci più di tanto! L’uomo è così da quando esiste: non pone limiti alla suo desiderio di prevalere, anche a costo di danneggiarsi. L’informazione che ci arriva attraverso i media rende solo più manifesta questa realtà.

  51. Nessun atleta si prepara per le olimpiadi solo “per partecipare” ma per vincere.
    Il detto di De Coubertin potrà consolare chi già sa che non vincerà ma sarà lì con i vincitori.
    È un po’ come l’escursionista fiacco che dice che va piano per godersi il panorama. Sono solo scuse.
    Trovo le moderne competizioni totalmente amorali e lontane dallo spirito sportivo, perché pur di vincere, l’atleta è disposto a fare qualsiasi cosa.
    Purtroppo quando ci sono di mezzo tanti soldi sparisce il ragionare.

  52. La competizione esasperata nello sport è di per sé sempre diseducativa, ha la funzione di favorire il business ad ogni livello e grado…partecipare per partecipare e basta è da egoisti… 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.