“Mi stacco da me stesso e mi guardo: sono un puntino arancio, sbattacchiato dal vento, appeso per la pelle del naso ad un meccanismo sfuggente di metallo giallo, sovrastato da una muraglia di roccia e ghiaccio…”.
Perché scaliamo?
(trattazione superflua sulle ragioni che ci spingono in parete)
di Claudio Inselvini
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2022)
Complice, o forse galeotta, la domanda che mi porse un amico, mi ritrovo a digitare parole su una tastiera dissestata, attrezzo che mal si presta alla esternazione del mio confuso pensiero, ma del resto i miei pochi risparmi sono investiti in dadi e friend, dicevo quindi, in virtù, o forse in vizio, di quella domanda provo a mettere nero su bianco un po’ di riflessioni.
In realtà, la domanda (ma quale è poi davvero la domanda?) potrebbe avere mille risposte discordanti ed ugualmente valide. Ecco che, quindi, saltata a piedi pari questa doverosa quanto inutile premessa, vi racconto una cosa.
È novembre, la stagione della primavera, nell’emisfero australe intendo, io e Micky, che conosco da ‘ben dieci giorni’, stiamo scalando la Supercanaleta al Fitz Roy, stiamo… staremmo, ma abbiamo sbagliato la linea ed abbiamo quindi deciso di proseguire su terreno ignoto, molto ignoto direi. Dopo molti tiri, dopo che alcune ardite, o forse folli, scelte ci hanno portato ad un punto di non ritorno, mi ritrovo appeso ad un unico friend infilato in una fessura che ho precedentemente liberato dal ghiaccio, e sotto di me, per moltissimi metri, nessun’altra protezione; più sotto sonnecchia annoiato un abisso strapiombante.
Mi stacco da me stesso, in senso figurato, ovvio, e mi guardo: sono un puntino arancio, sbattacchiato dal vento, appeso per la pelle del naso ad un meccanismo sfuggente di metallo giallo, sovrastato da una muraglia di roccia e ghiaccio; mi stacco, dicevo, e mi guardo, ma soprattutto mi chiedo: sono veramente impazzito? La risposta mi coglie sotto forma di una diversa domanda: vorrei essere altrove? E stavolta la risposta alla seconda domanda, dentro di me, è chiara ed immediata: no, non sono impazzito perché non vorrei essere in un altro luogo al mondo, poiché, proprio qui, mi sento al mio posto. Naturalmente la scalata è molto di più che “sentirsi al proprio posto”, anche se questo già forse potrebbe bastare a giustificarne la pratica.
E del resto difficile sbilanciarsi nell’esame delle motivazioni, di solito si liquida il tutto con: ognuno ha le sue di ragioni. Affermazione tanto indiscutibile quanto sterile, perché in questo modo si evita sempre di dare voce alla parte più intima di sé, alpinisticamente parlando, e se da un lato è apprezzabile il pudore, dall’altro esiste sempre il timore che la reticenza, per così dire, nasconda una sorta di arroganza interiore che ci fa dire che gli altri non sono degni o non sono in grado di cogliere le nostre motivazioni, e che quindi tanto vale.
Ma è probabile che mi sbagli.
Per quanto mi riguarda, esistono senz’altro diverse componenti che spingono ‘in parete’, ossia esiste una sorta di alchimia fra elementi, che si combinano e prevalgono, o restano in sordina in base all’ambiente in cui si svolge la scalata oppure in base al compagno di cordata, e da ultimo in base all’obiettivo esplicito della scalata stessa, ossia la parete. Come puro esercizio teorico del tutto personale provo a mettere in ordine qualche confusa riflessione.
Il piacere
Il piacere della scalata è qualcosa di molto sottile, è un piacere che si sposa con la sofferenza, con il ritmo del corpo e con la fatica, con la paura e con la soddisfazione, con la gioia e con la delusione, con l’ambiente intorno e con l’ambiente lasciato a valle, con la tensione della lotta ed il desiderio di pace. È un piacere spesso non immediato, ma persistente, che scava solchi nelle vene, ma è anche un piacere che crea un vuoto popolato dalla necessità di altro piacere simile per rinnovarsi… detto così pare una droga, ed infatti, ammettiamolo: un po’ lo è. Esiste, poi, e questo differenzia la scalata da una droga vera e propria, esiste poi, dicevo, il piacere del ‘dopo’, il piacere delle dita che bruciano, il piacere del corpo che si è espresso, il piacere della mente svuotata, il piacere di avere conseguito un obiettivo desiderato, in poche parole il piacere dell’esperienza vissuta, piacere che, di fatto, è tuttavia meno intenso, a mio avviso, del piacere del ‘durante’. Il mio istruttore mi disse: le vie dure diventano belle il lunedì… mi spiace Mario, oggi, per la prima volta, oso dire che sono in disaccordo con te. Forse.
Il confronto con l’ignoto
Ignoto = non conosciuto = di cui nessuno sa nulla (dal vocabolario Treccani).
Quindi è ancora possibile, quindi non tutto è perduto, quindi non tutto si trova su Google, o si acquista su Amazon, o si vende su Subito.it, quindi esistono ancora margini per scoprire, per scoprirsi, per agire o pensare o muoversi senza che la situazione sia già tracciata, nota, codificata, stampata, uploadata, archiviata e resa pubblica in una storia di Instagram. E’ ancora possibile, è ancora possibile.
Orbene, si sa che in molte discipline questo accade, forse non moltissime in effetti, ma di certo l’alpinismo fa parte di queste. È ovvio, è necessaria una sottile ricerca. Non so, di fatto, se le decine di persone in coda all’Hillary Step (ok, ok, è crollato lo so), insomma non so se quello possa essere l’ignoto, ma a noi, a chiunque di noi scali, è dato accesso a situazioni ignote, dove il volo della scoperta ci è ancora possibile.
Sì sì, l’ho già detto, ma fatemelo ripetere.
Il piacere delle ‘piccole cose’
Pilone Centrale del Frêney, ora imprecisata di una notte d’estate, ora imprecisata di una notte che segue un lungo giorno in parete: ho sete. Anzi no, sono arso. Compio cerchi con la testa per illuminare il mondo intorno con la pila frontale e vedo granito, granito rosso che la notte rende greve di nero, granito ruvido, bello da scalare, perfetto per le dita, ma sempre e solo granito. Ho così sete che lo sento anche in gola il sapore del granito, mi raspa la faringe, scende giù nell’esofago. Mi intrappola dal di dentro.
Agguanto una fessura e scopro un’ultima, ridicola, sparuta, sporca, fangosa macchia di neve. La guardo con occhi sognanti, la raccolgo come fosse un dono del cielo (e forse lo è), la infilo nel padellino e la osservo mentre la fiamma del fornello la rende una sostanza scura ma liquida, di certo ben lontana dalla Perrier, ma anche dal liquido che esce dal rubinetto di casa. E mentre la bevo, sputando quarzi e terra, forse anche prima, mentre la bramo, capisco che sarà buonissima perché il bisogno me la sta rendendo tale. Questo, anche questo ci regala la scalata, il regresso (o l’elevazione) al sentire essenziale. La difficoltà ci rende nudi ed al contempo assoluti.
E siamo al vertice, alla componente più intensa, all’elemento che spesso tutto giustifica e spesso, purtroppo, talvolta vanifica: la cordata.
La cordata: questa parola è nostra, tutta nostra, tutta per noi che scaliamo. Altrove la gente si aiuta, si protegge, si soccorre, si unisce in un’azione, ma la cordata è l’alpinismo per antonomasia, la cordata, dio che suono dolce questa parola, la cordata, dicevo, è un sentire che richiama pressoché solo il gesto della scalata. La cordata è la condivisione del destino, la cordata è dipendere da una persona che dipende da te, in cordata si incita all’azione ed al contempo alla prudenza, si soffre come un sol uomo, si gioisce come una squadra.
Non saprei ritrovare altrove un legame così totale come quello che si crea in cordata, certo, come dicevo sopra, spesso le persone cooperano, ma la corda, che unisce, protegge, salda, rende due persone, sia pure per breve tempo, una sola, la corda, la cui presenza basta ad infondere sicurezza e ‘amore’, beh la corda, lo ripeto, è solo nostra.
E lì io ritrovo tutto ciò che la parola condivisione può intendere in ogni lingua del mondo.
L’ambiente, il luogo, la magia
Walter Bonatti disse: “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi“. Sento la necessità di essere in disaccordo anche con lui.
Le montagne sono strutture meravigliose di per sé, forse non sono i pilastri del cielo, per dirla alla Aste, ma di certo, per noi piccoli esseri radicati al suolo, sono un emblema di bellezza, di pace, di armonia, di vita, il solo accarezzarle con lo sguardo è un privilegio ed un onore, risulta quindi chiaro quanta emozione ci abiti quando siamo una cordata che affronta l’ignoto assaporando il piacere quasi Zen dell’essere presenti a sé, anzi per abusare di citazioni “radicati nel momento presente”, immersi, anzi, parte integrante del magnifico scenario che le montagne compongono.
Le montagne con la loro magia sono lì, indifferenti ma indispensabili a noi che, presuntuosi ed umili al contempo, ne ricerchiamo la magia mettendo a rischio la nostra incolumità.
Sconclusione
Tutto quello che potrei dire ancora è inutile, inutile davvero ed anche superfluo al superfluo. Aggiungo solo, come doverosa conclusione, che ciascuno di noi trova nella scalata tensioni e piaceri diversi, e che ovviamente ogni disciplina umana ha in sé tutte le cose, lontano da me quindi il pensiero che questo umile scritto abbia una valenza diversa dall’assolutamente soggettivo: conscio, come lo siete voi, che molte, moltissime cose sono state tralasciate.
Magari ci si ritroverà, come le star, a bere una birra o forse meglio un tè e discutere di queste cose, mentre un risotto precotto cuoce nel pentolino, magari su un terrazzino intagliato sulla cresta della Tour Ronde perché, si sa, al bivacco della Fourche non ci si va più. Che tristezza, che tristezza.
Epilogo
Al mio amico non ho mai risposto, così impara a farmi scomode domande.
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Ho iniziato tardi a 38aa e ancora arrampico a 71aa con molti stent coronarici e una protesi al ginocchio. Perché arrampico, perché vado su roccia in Dolomiti soprattutto (sulla neve solo sci alpinismo, fin quando ce la farò)?
Perché mi impegna la mente per 3 gg consecutivi (la preparazione, la scalata ed il riposo).
Perché mentre sono appeso con il vuoto sotto non posso sbagliare e penso solo a quello cancellando momentaneamente problemi, famiglia, lavoro, malattie e quant’altro.
Perché per farlo devo allenarmi e mi sembra, nonostante l’età, di migliorarmi sempre anche se è spesso un’illusione amorosa verso me stesso.
Perché ho un compagno, un amico di sempre, legato alla mia vita con una corda
“Una corda fatta di neve e di luce per sentirci meno soli nei quadri dell’inverno.
Una corda fatta di ricordi per non dimenticare noi, ragazzi di un tempo
Il tempo che non ritorna ma che ci fa strada
Il tempo che invecchia ma che non ci fa vecchi
Il tempo in cui eravamo ma è già domani”
La competizione è un momento naturale del percorso di uno scalatore nel quale vuoi dimostrare a te stesso e agli altri quanti vali. Ma arrampicare come ogni disciplina che richiede dedizione non può limitarsi a competere o a farsi dire bravo dagli altri. Per me che lo pratico quasi giornalmente da tanti anni, a volte anche soltanto su artificiale e spessissimo da solo, il “gesto arrampicata” e’ diventato, al di là del livello espresso, una sorta di “preghiera” giornaliera che mi fa stare bene con me stesso, con gli altri ed anche nel quotidiano.
Ciao Guido, non saprei dire se sono più importanti narcisismo e competizione….nel mio modo di vedere le cose le trovo disgustose…di chi fa una doppia vita…..io ho scelto un modello totalizzante, forse tossico, dove tutto è finalizzato e sacrificato alla scalata, con enorme appagamento. Direi una una forma civile di rifiuto verso schemi di vita prestabiliti da altri.
Non ho mai cercato il record, la velocità per la velocità in montagna, non l’ho fatto primo perchè non sono veloce, non ne sono capace, due perchè mi piace guardarmi intorno.
Quanto alla competizione con altri per aprire una via, come ho spegato è per la curiosità, per il gusto della scoperta, non per una classifica.
Certamente lo dico in primo luogo a me stesso, non mi siedo in cattedra! Credo però che il narcisismo e la competizione quando dominano l’alpinista portino a correre grossi rischi totalmente inutili e a non apprezzare più molti aspetti della montagna, che diventa quasi invisibile.
A proposito, per fare per primo una determinata via nuova in competizione con altri e per ripetere le vie più velocemente possibile, non perché arrivava il brutto tempo, ma per fare il record, quanti rischi in più si è preso e di quelle ascensioni che cosa le è rimasto?
In ogni caso massimo rispetto per il suo modo di andare in montagna, che non è molto diverso dal mio!
Non so se Merizzi parla anche di se stesso o solo degli altri, quando cita due grossi difetti degli scalatori: narcisismo e competizione. Comunque ha ragione non ci sono solo animi e motivazioni nobili che muovono lo scalatore. Per quanto mi riguarda l’ho già detto: poco talento compensato da tanta passione. Quindi zero narcisismo di cui me ne sbatto, ma una discreta competizione, con chi? Con me stesso, con la montagna, ma anche con gli altri. Si anche con gli altri. Ho aperto vie cercando di farlo io, con i miei amici, per primo. È brutto? Può darsi ma questo è, perchè sapere di essere stato io a fare per primo quella via, è una grande soddisfazione. Ma non per la classifica ma per il gusto della scoperta, perchè di lì non c’è passato nessuno e per avere visto quello che altri magari hanno guardato ma non hanno visto. Da qui il grande interesse alle nuove aperture, più che alle ripetizioni.
Sai Matteo, devo averlo conosciuto anch’io questo vecchio alpinista, oppure è una persona che ha fatto scuola perché nei rifugi davanti ad un buon bicchiere di vino, mi sembra di aver sentito la frase sullo “sputo” davvero un sacco di volte! In ogni caso se c’è gente che va in montagna per questo motivo, faccia pure per me personalmente c’è molto altro da apprezzare!
Mah, un vecchio alpinista mi disse una volta che scalava perché la cima di una montagna è il posto al mondo dove poteva sputare più lontano.
L’ho sempre ritenuta una motivazione validissima.
Tutte motivazioni nobilissime, condivisibili e che apprezzo molto.
Mancano però quelle, a mio personale parere, meno nobili e dark dell’alpinista, che sono spesso le più importanti.
Tra le principali citerei, un narcisismo spropositato, quella platea virtuale che ti accompagna mentre arrampichi e che dice piena di ammirazione: “ma guarda che figo Inselvini che sfida la morte stando appeso su un unico friend vecchio e difettoso inserito in una fessura di roccia marcia piena di ghiaccio e con pure sotto il baratro!” e la dannata competizione, che, con regole spesso arbitrarie e stupide, discrimina i grandi alpinisti dai poveri Peones!
Bisogna avere il coraggio di essere più sinceri e tirare fuori anche queste motivazioni, che poi erano anche quelle di Bonatti, Messner e tanti altri.
Non posso affermare che scalare è la mia forma di espressione perchè non sono particolarmente dotato ad arrampicare, diciamo che me la cavo, e mi sa anche fatica allenarmi. Però sono appassionato, ma non del grado e neppure del gesto, sono appassionato della scalata a 360° , da quella su roccia a quella su ghiaccio a quella su misto, vie facili e vie difficili, soprattutto aperture. Sono appassionato della scalata perchè è un modo, piacevole e appagante, anche se faticoso e pericoloso, di vivere la vita in maniera avventurosa a contatto con la natura.
Domanda esistenziale a cui spesso evitiamo di rispondere , a noi e agli altri. Forse ogni età ha una sua risposta ed ogni risposta contiene o deriva dalla precedente….attualmente sono arrivato alla conclusione che scalare è la mia forma di espressione….quando la vivo, quando la preparo ,quando la sogno e quando la evito….
Mi sono sempre sentito attratto dalla montagna, dai luoghi impervi. Da piccolo chiedevo a mio nonno, che aveva un oliveto alle pendici del monte Prana in Apuane, di portarmi in posti a vedere quel canale o in cima al colle. Pur non avendo tradizioni alpinistiche familiari, è stato per me naturale andare in montagna, prima a camminare ma quasi subito a scalare. La curiosità di avventurarmi in un luogo impervio che non conosco, è l’elemento principale che mi spinge, prima a fantasticare poi a scalare. Perchè scalando riesci ad entrare nel cuore della montagna.
Ho 63 anni,non mi sento vecchio, forse perché vado spesso in montagna senza scalare, ma facendo lunghe camminate spesso in solitaria ne giova all’ anima.Dopo 50 anni che vado nelle dolomiti ogni volta vedo,sento, ascolto qualcosa di nuovo e questo mi gratifica.Tanti anni fa assistetti ad una conferenza di Gnaro Mondinelli dove il moderatore gli chiese secondo lei chi è al momento il più grande alpinista,dopo averci pensato un po’ disse: il più grande alpinista è colui che “ruba ” il tempo alla vita di tutti i giorni sale una montagna mentre sale la mente si libera di tutti i pensieri e quando arriva in cima si volta e si sente appagato,non necessariamente deve essere il K2 o l’ Everest,in quel momento è il più grande alpinista
Bello.
Aggiungo l’esigenza di smarcare un codice. I nomi delle vie con le loro caratteristiche uniche, codificano tutto un insieme che le identifica.
La nostra vita, volenti o no, è tutta codificata. Chi più chi meno vi si attiene, pure inconsciamente.
Il maltempo pure, è un esempio, si è codificato con il nome (che si compra da un apposito elenco) per ogni perturbazione. I danni del ciclone Harry sono più presentabili a chi potrà risarcirli di un paio di giornate di brutto tempo qualunque. Codici a effetto.
Il trekking Selvaggio blu non è “vado a fare due passi in Sardegna”, a secondacdel nome (=codice) risquote più o meno consensi e motivazione.
Esaudire un codice scatena endorfine sociali. Non parlo dei social, troppo estranei a me, ma la liberazione ottenuta da il senso che cerchiamo nelle cose.
E se nel frattempo ci divertiamo, a me succede ancora, cerchiamo di ripetere, ripetere, ripetere, gelosi delle nostre sensazioni e pieni di stupido orgoglio.
Siccome ottenere tutto questo è tutt’altro che facile: insistiamo.
Forse non è un gran contributo ma così la vedo.