Kalymnos, 27 marzo 2026: non solo un incidente
di Lorenzo Lez Doria *
(pubblicato sul suo profilo fb il 30 marzo 2026)
(continua da Tragedia a Kalymnos – 1)
Il 27 marzo 2026 un arrampicatore ceco, Peter, perde la vita nel settore Jurassic Park di Kalymnos. Durante la calata, smontando la via St Savvas (7b+) appena salita in lead, la sosta cede. La chiodatura della via risale al 2002.
Non ero presente. Non ho elementi per giudicare l’operato di nessuno, e non è mia intenzione farlo. Il Kalymnos Rescue Team — un gruppo di volontari attivo dal 2013 con oltre 150 operazioni di soccorso alle spalle — ha pubblicato il proprio resoconto ufficiale. Chi vuole ricostruire la dinamica della giornata lo legga direttamente qui: https://www.facebook.com/kalymnos.rescue.team/posts/1262754359378425
Ho deciso di scrivere questo testo per un’altra ragione: conosco Kalymnos meglio di quasi chiunque altro tra gli arrampicatori italiani. Ho trascorso più di 750 giorni sull’isola, ho salito oltre 400 vie in quasi tutti i settori, in tutte le stagioni, ho vissuto lì in modo permanente e ho visto il lato che i turisti non vedono. Conosco bene l’avvicinamento e la falesia dove si è verificato il fatto.
Quello che voglio fare è guardare avanti. Una morte in falesia è sempre una tragedia. È anche un’occasione — rara, preziosa, non sprecabile — per cambiare qualcosa di concreto. Questo articolo parla di quello.
L’arrampicata sportiva: rischi che non si eliminano, ma si gestiscono
Qualunque praticante di arrampicata sportiva su roccia dovrebbe avere perfettamente chiara la natura dell’attività che svolge: non paragonabile per rischio all’alpinismo, ma comunque un’attività che comporta rischi intrinseci e oggettivi. Le falesie sono ambienti naturali non certificati. I rischi sono correlati sia alla morfologia del terreno che al materiale con cui sono state attrezzate le vie. A questi si aggiungono rischi soggettivi, dovuti a pratiche non corrette, scarsa competenza o comportamenti errati da parte del climber o dell’assicuratore.
L’obiettivo di qualsiasi sistema di sicurezza in arrampicata è ridurre questi rischi. Eliminarli completamente è impossibile. Ridurli a livelli accettabili è invece sempre possibile, a condizione di conoscerli e volerli affrontare.
In questo caso, almeno due fattori di rischio erano noti e documentati prima di iniziare la via: la collocazione remota del settore e l’anzianità della chiodatura. Su questi vale la pena soffermarsi, non per giudicare chi c’era, ma per capire cosa ognuno di noi può fare diversamente.
Jurassic park: bellissimo, remoto, esigente
Jurassic Park è uno dei settori più remoti di Kalymnos: circa un’ora di avvicinamento, con passaggi su roccia esposta e brevi tratti in arrampicata libera senza protezione. È uno dei settori meno frequentati dell’isola — selvaggio, tranquillo, bellissimo. Ci sono stato molte volte e continuo ad amarlo.
Questa collocazione ha però un rovescio della medaglia che chiunque lo scelga deve avere ben chiaro: in caso di emergenza, il terreno rende ogni operazione oggettivamente complessa. Non esistono zone di atterraggio per un elicottero nelle immediate vicinanze. È raro trovare altri arrampicatori che possano dare una mano. Queste non sono critiche al settore: sono informazioni. Scegliere Jurassic Park significa accettare consapevolmente questo contesto e prepararsi di conseguenza.
Chiodatura del 2002: il problema invisibile
La data di chiodatura della via St Savvas (7b+) a Jurassic Park è reperibile sulla guida: 2002. Ventitré anni. Non risulta nessuna notizia di richiodatura successiva.
Ma c’è un aspetto che va oltre la semplice anzianità: Kalymnos è un’isola esposta al mare, e l’ambiente marino accelera il degrado dei materiali in modo spesso invisibile. Lo stress corrosion cracking — la corrosione che avanza dall’interno del metallo — può rendere uno spit esternamente integro ma strutturalmente compromesso. Non è un rischio che si valuta a occhio: è un rischio sistemico che richiede interventi tecnici periodici.
Questo è esattamente il tipo di problema che non può essere risolto dal singolo arrampicatore, per quanto esperto. Richiede una risposta organizzata, continuativa, finanziata. Ed è qui che la municipalità di Kalymnos ha una responsabilità che non può più rimandare.
Kalymnos: una responsabilità che non si può delegare
L’economia di Kalymnos è stata completamente trasformata dall’arrampicata. Era un’isola in declino economico, e l’esplosione del turismo basato sul climbing — oltre 10.000 climber l’anno, secondo le mie fonti — ha fermato l’emigrazione, generato decine di attività commerciali, attirato investimenti, creato un indotto che tocca l’intera popolazione, direttamente o indirettamente. Kalymnos è oggi una delle mete di arrampicata sportiva più ambite al mondo.
Avendo vissuto sull’isola in modo permanente, amo quel posto e quella gente con cognizione di causa. Ed è proprio per questo che posso dire senza ambiguità: non è accettabile che un’isola che vive grazie agli arrampicatori non gestisca in modo strutturato la sicurezza delle sue falesie.
Le vie si deteriorano. Il tempo, il sale marino, il vento fanno il loro lavoro ogni anno, su ogni ancoraggio. La non-azione, in questo contesto, non è neutralità: è una scelta attiva di lasciare che il patrimonio si degradi fino alla prossima tragedia.
Cosa può fare la municipalità di Kalymnos
Regolamentare la chiodatura
Ad oggi chiunque può arrivare sull’isola, chiodare senza autorizzazione e senza standard qualitativi predefiniti, lasciare la propria opera e andarsene senza assumersene la responsabilità. I chiodatori chiodano per passione, per lasciare la propria firma, autofinanziandosi: un contributo enorme e generoso, ma che non può essere l’unico sistema di gestione. In un comprensorio come Kalymnos servono linee guida, standard sui materiali, autorizzazioni, e un registro che tracci ogni intervento.
Creare un registro pubblico delle vie
Data di chiodatura, materiale utilizzato, storico della manutenzione effettuata. Uno strumento semplice, consultabile da chiunque, che consentirebbe a ogni arrampicatore di fare scelte informate prima di salire su una via. Oggi questo non esiste in forma sistematica. La guida Kalymnos di Aris Theodoropoulos e Katie Roussos (2025) riporta la data di chiodatura, ma non è uno strumento di monitoraggio in tempo reale.
Istituire una tassa di soggiorno dedicata
Diecimila climber per una media di dieci giorni a testa: una tassa di 1 € al giorno genera 100.000 € l’anno, applicata ai soli climber. Estesa a tutti i turisti, l’introito sarebbe superiore. Queste risorse, destinate esplicitamente alla manutenzione delle falesie e al supporto del Kalymnos Rescue Team, trasformerebbero la sicurezza da questione volontaria a infrastruttura finanziata. Se la tassa esiste già, si può aumentare e vincolare l’incremento a questo scopo.
Sostenere il Kalymnos Rescue Team
Il KRT è attivo dal 2013, conta oltre 159 operazioni di soccorso, opera con personale addestrato sia sul terreno che a livello pre-ospedaliero. Esiste grazie all’iniziativa di privati e alla Fondazione Petzl, con un supporto della municipalità che non è mai stato all’altezza del ruolo che il team svolge. Il Comune può e deve fare di più: finanziamento stabile, attrezzatura adeguata, e, soprattutto, fare pressione a livello nazionale per risolvere il nodo strutturale che ha pesato anche in questo incidente: l’inadeguatezza del servizio di elisoccorso nelle isole greche per interventi in terreno alpinistico.
Attivare un conto donazioni pubblico
In parallelo alla tassa di soggiorno, un conto donazioni istituzionale, trasparente, dedicato alla manutenzione delle falesie e al KRT. Ci sono molti climber nel mondo con disponibilità e generosità che contribuirebbero volentieri, se sapessero dove e come farlo.
Cosa possono fare gli arrampicatori
Non tutto dipende dalle istituzioni. Gran parte della sicurezza in falesia dipende da scelte individuali: alcune semplici, alcune che richiedono formazione, tutte alla portata di chi arrampica con serietà.
Scegliere le falesie consapevolmente
Jurassic Park è meraviglioso. Sceglierlo significa, però, accettare consapevolmente che in caso di emergenza si è lontani da qualsiasi aiuto rapido. Questo non è un motivo per non andarci: è un motivo per andarci preparati, con il materiale giusto, con la consapevolezza che ogni decisione presa in quel luogo ha un peso maggiore che altrove.
Informarsi sulla chiodatura prima di salire
La guida di Theodoropoulos e Roussos riporta la data di chiodatura di ogni via. È un’informazione preziosa: usarla. Se la via risale a più di quindici anni fa, e siamo in un settore esposto al mare, vale la pena osservare con attenzione gli ancoraggi e la sosta prima di salire, e ancora di più prima di calarsi. Se qualcosa non convince, rinunciare è una scelta legittima e intelligente.
Imparare la manovra di calata da ancoraggi rischiosi
Questa è probabilmente la competenza tecnica più importante che ogni climber dovrebbe aggiungere al proprio bagaglio. Richiede pochissimo materiale e si impara in pochi minuti. La descrivo qui di seguito in dettaglio.
Conoscere la procedura di emergenza
In caso di incidente a Kalymnos, la procedura corretta è: chiamare il 112 e chiedere esplicitamente di essere collegati alla centrale operativa locale. La catena di attivazione prevede che i vigili del fuoco, responsabili delle operazioni fuori dal perimetro urbano, valutino il coinvolgimento del Kalymnos Rescue Team. È fondamentale fornire subito informazioni precise: nome del settore, posizione GPS, natura dell’incidente, condizione dell’infortunato.
Donare al Kalymnos Rescue Team
Il KRT vive di donazioni. Sul sito kalymnosrescueteam.org si trovano le modalità per contribuire. Ci sono cassette donazioni fisse nei bar, noleggi bici e negozi di tutta la zona Massouri–Armeos–Panormos. Si può anche acquistare la Alternet Rescue Card, che offre sconti in diversi esercizi e destina una parte del ricavato al team. Il 100% di quel che donate va direttamente allo scopo.
Donare al team Rebolt Kalymnos
Esiste un team che si occupa di richiodare le vie utilizzando fondi derivanti dalle donazioni. È il modo più diretto per contribuire al mantenimento delle vie.
Acquistare la guida locale
La guida di Theodoropoulos e Roussos destina una percentuale dei ricavi alla chiodatura. Non acquistare le guide se non dichiarano una ricaduta economica locale e il supporto alla manutenzione.
Non pagare in nero l’alloggio
Se venisse istituita la tassa di soggiorno, pagare in nero significa sottrarre risorse a un sistema che serve direttamente anche voi. La logica è semplice: chi beneficia dell’isola contribuisce al suo mantenimento.
La manovra di calata da ancoraggi rischiosi
Materiale necessario: un cordino in kevlar chiuso ad anello, un moschettone a ghiera, la conoscenza di un nodo autobloccante bidirezionale (Machard o Prusik). Non è tecnica avanzata: è gestione del rischio di base, che insegno regolarmente agli istruttori del Centro Sportivo Educativo Nazionale(CSEN) nei corsi di formazione.
La condizione necessaria per applicarla è riconoscere prima di caricare la sosta che quest’ultima è di dubbia affidabilità. Saper eseguire la manovra non basta: bisogna saper valutare quando usarla. È questa la competenza più rara, e la più importante.
Procedura:
1) Allongiarsi sull’ancoraggio rischioso senza farsi bloccare sullo stesso, fare la manovra o far passare la corda su proprio materiale da abbandono.
2) Eseguire un nodo autobloccante bidirezionale — Machard o Prusik — sulla corda che va all’assicuratore.
3) Collegare il nodo all’anello di servizio dell’imbrago.
4) Farsi calare dall’assicuratore, o autocalarsi riducendo al minimo il carico sull’ancoraggio.
5) Durante la discesa, far scorrere il nodo autobloccante e recuperare il materiale in parete.
È comunque consigliabile creare almeno uno/due punti di ancoraggio aggiuntivi abbandonando materiale proprio sulle protezioni più prossime alla sosta. Se il primo salitore non ha con sé il cordino, la manovra può essere preparata ed eseguita dal secondo, informato e attrezzato prima di iniziare la via.
Un esercizio di onestà
È facile scrivere queste cose da casa. Prima di farlo, ho provato a rispondere io stesso alle stesse domande che avrebbe dovuto porsi chiunque salisse quella via.
– Avresti scelto Jurassic Park sapendo quanto è difficile da raggiungere?
Sì, l’ho fatto più volte. Ho sempre accettato la fatica e il rischio per raggiungerlo. Non ci avrei mai portato degli allievi di un corso.
– Avresti salito quella via dopo aver osservato la chiodatura?
Probabilmente sì, a meno che il degrado non fosse stato palese anche da terra. E spesso non lo è: il problema del degrado marino è esattamente che non si vede dall’esterno.
– Ti saresti calato normalmente da quella sosta smontando la via?
No. Di questo sono certo. Ho imparato e applicato la manovra in situazioni simili, e mi sarei portato il materiale necessario. Non sarei morto.
Ma questa certezza non mi dà il diritto di giudicare chi forse non conosceva quella manovra. Mi dà solo la responsabilità di insegnarla.
Conclusione
Peter è morto su una via bella, in un posto bellissimo, che amava abbastanza da raggiungere anche con un lungo avvicinamento impegnativo. Non è morto per incompetenza, e non è morto per fatalità. È morto in un contesto in cui più fattori di rischio — alcuni noti, uno invisibile — si sono sommati senza che esistesse un sistema adeguato a ridurli.
Quel sistema si può costruire. Non è utopico: servono scelte politiche precise della municipalità, risorse modeste ma stabili, e una cultura della prevenzione che ogni climber può contribuire a costruire con le proprie scelte quotidiane.
Kalymnos è l’isola che amo di più al mondo. Continuerò ad andarci, continuerò a salire anche nei settori remoti, continuerò a portarmi il cordino in kevlar nello zaino. Ma continuerò anche a dire che questa isola merita di prendersi cura di se stessa e di chi la sceglie.
Un cordino in kevlar pesa trenta grammi. Un registro pubblico delle vie è un file online. Una tassa di un euro al giorno vale il caffè al bar di Massouri.
Non ci sono scuse.
Lorenzo Lez Doria *
Per chi conosce Lorenzo Doria, il suo nome è sinonimo di entusiasmo e passione per l’arrampicata sportiva.
Classe 1967, Lez, vive e respira questa disciplina che pratica da più della metà dei suoi anni. Responsabile Nazionale Settore Arrampicata Sportiva CSEN, il climber piemontese ha iniziato ad arrampicare all’inizio degli anni Novanta quando, come racconta lui stesso, «mio fratello Guido mi portò a Bard, in Val d’Aosta, dove salii prima una via in top rope e subito dopo da primo di cordata, provando fin da subito l’ebbrezza di un piccolo “volo”. All’epoca non esistevano né palestre né istruttori e il processo di miglioramento è stato lungo e complesso, completamente su roccia e da autodidatta».
Benché non esistessero le possibilità e gli strumenti odierni, la sua dedizione è talmente grande che lo porta a performare sempre meglio sia con la corda sia sui blocchi. «Anche Fantozzi può fare l’8a – scherza – con il giusto approccio. Io sono sempre stato il più piccolo e debole di tutti, ma nell’arrampicata ho trovato la mia dimensione».
Dopo due “anni sabbatici” nell’isola di Kalymnos, mecca dell’arrampicata sportiva, Lez ha alzato l’asticella delle sue prestazioni realizzando vie di 8a+ e, soprattutto, un 8b all’età di 49 anni, dimostrando che in questa disciplina non sempre i miglioramenti sono correlati all’anagrafe.
Animatore di giornate in falesia, nonché ideatore e co-fondatore, assieme ad Andrea Carpo, del circuito amatoriale di gare di bouldering “Presa in giro”, Lez viene descritto dagli amici come «geniale, pieno di risorse, una persona che si sa inventare in più modi», oltre che «un maestro di arrampicata con una forte indole per l’insegnamento» e, ultimo ma non per importanza, «una persona che sa ascoltare, una dote piuttosto rara».
Lez, imprenditore di professione, si dedica anche alla pratica e all’insegnamento dello yoga, disciplina che ha avuto un impatto determinante sul suo sviluppo come persona e come climber.
Il suo obiettivo è quello di passare il testimone alle nuove generazioni, provando a instillare in loro i suoi valori e la sua passione per l’arrampicata.
Sua biografia e Curriculum Sportivo
(continua in Tragedia a Kalymnos – 3)
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Se il municipio si incaricasse della manutenzione delle vie poi sarebbe responsabile anche degli incidenti.
@Massimiliano Damaggio, purtroppo hai ragione, so bene, purtroppo, che il tentativo di responsabilizzazione delle autorità pubbliche locali ha scarsissime probabilità di successo. Ho toccato con mano e visto con i miei occhi l’inefficienza di quel sistema al cui confronto, l’Italia è un paese davvero avanzato (sembra impossibile ma è così!!). Comunque vale la pena di continuare a far sentire la nostra voce e appoggiare le iniziative private locali: Rescue Team e Rebolt Kalymnos che a quanto pare si stanno muovendo bene e velocemente!
Bell’articolo, giusto, con proposte ben pensate. L’unico neo riguarda la “tassa” di soggiorno. Se sei vissuto in Grecia (io ci vivo da 30 anni) sai che fine fanno, spesso, i soldi. Non finirebbero là dove servono, semplicemente. Non è, la mia, una banalizzazione ma una constatazione della realtà delle cose.
@Lorenzo Doria
Axel è colui che è salito sul tiro di fianco e ha fatto il report e le foto del materiale della sosta.
https://www.youtube.com/watch?v=6YGqFQG-ugc
Buongiorno a tutti e grazie per l’inattesa pubblicazione del mio pezzo, spero che possa fornire spunti utili.
Il team Rebolt Kalymnos, ha già pubblicato sul suo sito un registro di tutte le vie con i relativi dettagli sull’ultima data di richiodatura ed il materiale utilizzato. Si può ricercare una specifica via per nome, un intero settore, ed ottenere informazioni da aggiungere all’ispezione visiva, in modo da scegliere consapevolmente.
Ci tengo ad aggiungere un elemento. Ho dichiarato che avrei senz’altro utilizzato la manovra descritta perché ho visto la foto della sosta e credetemi che non era bella. Purtroppo la sosta non si vede bene da terra.
L’ho fatto altre volte nell’isola quando ho dovuto calmarmi da maglie rapide marce messe in sosta. Ricordo al settore Sikati Cave su “Laurent… y’a quelqu’un” , leggo nel registro che la via è stata completamente richiodata nel 2023 con Stainless Steel 316L Marine – utile il registro!! (Non c’è il grado così non danneggia chi pubblica le guide)
Se il pubblico non si muove, almeno i privati cittadini sono stati davvero veloci!
Trovo l’articolo di Lez Doria perfettamente e giustamente centrato nell’ottica di un sito turistico e tutto sommato controllabile come l’isola di Kalymnos.
Trovo anche giusto che, visto l’importanza dell’indotto generato dai climbers sull’isola, sia il comune stesso a farsi carico di tutto quanto elencato da Lez nel suo articolo.
Anche chi vuole “mettere la firma” con una sua via dovrebbe ormai adeguarsi, a Kalymnos come altrove, al meglio del materiale certificato che offre il mercato.
Non mi sembra neanche una forma di “ipercontrollo” come ventilato in qualche commento perché se si vuole tornare a casa integri in un’attività che a che fare con la gravità la prima cosa resta la personale assunzione di responsabilità su cosa facciamo e su cosa siamo in grado di fare.
Paolo, qui si sta parlando di Kalimnos, non di ciò che accade in Italia. Un registro dello stato delle cose, aggiornato in tempo reale (la via X è stata riattrezzata il giorno Y con il materiale Z da ignoti) da consultare prima di frequentare un dato settore, non mi sembra un traguardo impossibile da realizzare e che può far prendere decisioni consapevoli da parte dei frequentatori, pur con la certezza che questa iniziativa non azzererà mai il rischio. Scalare sopra il mare e sapere quando e con quale materiale sia stata chiodata la via, mi sembra il minimo nel 2026 in un’isola frequentata prevalentemente da climber. Senza per forza tirare in ballo patentini.
Paolo. Se l’utilizzatore finale si fa delle aspettative eccessive e sbagliate sullo stato delle attrezzature e sul fatto che qualcuno deve provvedere e’ effettivamente un problema suo. La questione può riguardare casomai chi attrezza e la sua maggiore o minore propensione a porsi domande scomode e dubbi amletici e ai sensi di colpa (eventuali) che gli sono stati installati da piccolo e magari riattivati da qualche notizia luttuosa.
Paolo. Se l’utilizzatore finale si fa delle aspettative eccessive e sbagliate sullo stato delle attrezzature e sul fatto che qualcuno deve provvedere e’ effettivamente un problema suo. La questione può riguardare casomai chi attrezza e la sua maggiore o minore propensione a porsi domande scomode e dubbi amletici e ai sensi di colpa (eventuali) che gli sono stati installati da piccolo e magari riattivati da qualche notizia luttuosa.
Caro Lorenzo Lez Doria, le proposte che ho letto nel tuo intervento non mi trovano per niente d’accordo. Premetto che non sono un arrampicatore da 7a, facevo da secondo passaggi da 6a-6b, insomma una mezza schiappa. Sono medico, alle spalle 15 anni di Soccorso Alpino. Arrivo al merito : viviamo in una società iper regolamentata, seguendo il tuo ragionamento potremmo ritrovarci un patentino obbligatorio x andare ad arrampicare… In montagna, in qualsiasi modo uno ci vada, la responsabilità è del singolo e mi sembra questo il succo del discorso. Altro che registro delle vie!! Voglio andare a fare una via? Mi informo, leggo, chiedo a chi ne sa più di me e poi decido se farla o no. Condoglianze al climber Peter e ai suoi familiari ed amici ma lo sappiamo tutti che il rischio zero non esiste, in montagna ma anche sulla strada, o al lavoro. Ovviamente cerchiamo di abbassare il rischio, ma senza andare a stravolgere il senso stesso di un’attività in montagna, che mi piace perché libera e consapevole. In ultimo, un plauso al Rescue Team Kalimnos. Volontari o pagati, mi pare che ce l’abbiano messa tutta, per quanto era in loro potere. Diverso il discorso circa i limiti dell’elisoccorso. Cordiali saluti
@9: Si, grazie, avevo già capito l’errore (@3)
Ti sbagli, il cordino con l’autobloccante, si costruisce subito alla sosta. Ti fai calare e quando arrivi all’ultimo rinvio lo stacchi e prosegui la discesa fino a terra facendo scorrere l’autobloccante e via così per gli altri rinvii. Se non ti fidi, puoi anche lasciare/abbandonare un moschettone dove rinvii la corda nell’ancoraggio più vicino alla sosta.
Vero sull’ancoraggio dove scorre la corda si genera l’effetto carrucola che raddoppia il carico.
Tutto molto convincente fino a : “– Ti saresti calato normalmente da quella sosta smontando la via?
No. Di questo sono certo. Ho imparato e applicato la manovra in situazioni simili, e mi sarei portato il materiale necessario. ”
Credibile, se il degrado degli ancoraggi della sosta fosse stato percepibile agli occhi di un esperto ( invece “Non è un rischio che si valuta a occhio: è un rischio sistemico che richiede interventi tecnici periodici.” ). Direi poco plausibile altrimenti: facciamo la manovra col prusik sistematicamente ad ogni tiro ? Ovunque a Kalymnos o solo in quella falesia? Ma se solo in quella falesia, ha senso andarci? Boh…
Credo che, più che chiedere un’imposta di soggiorno aggiuntiva ai turisti o basarsi su donazioni, la municipalità di Kalymnos dovrebbe riunire albergatori, commercianti, ristoratori ecc ecc e fissare a spese a spese di questi ultimi un fondo per la manutenzione delle falesie e per il servizio di soccorso locale. Non sono mai stato a Kalymnos, ma chi c’è andato in tempi remoti ed è tornato di recente lo descrive come un megacentro commerciale per climbers, per cui non credo che una tassa comunale aggiuntiva faccia perdere il sonno a tutti coloro che si sono arricchiti in questi anni.
Il quasi certo scenario alternativo a quello del fare una regolare manutenzione dei tiri è che, alla seconda sosta che cederà da qualche parte, le migliaia di climbers che affollano l’isola si recheranno altrove.
Ezio è una tecnica che serve a minimizzare le conseguenze di un cedimento della sosta e non diminuisce il carico sulla sosta: se deve cedere, cede, ma come hai scritto ti trovi nella situazione di un primo che cade (ovvio che sei assicurato su un prusik che deve tenere).
Il chiodo intermedio si beccherà il carico che si sarebbe beccato se tu fossi caduto da primo.
Quando scendi e arrivi all’ultimo rinvio non abbandoni materiale, semplicemente togli il rinvio; a quel punto se cede la sosta tu volerai come un primo sul penultimo chiodo.
E via così fino a togliere l’ultimo rinvio e a quel punto se cede la sosta arrivi a terra e questa è l’unica criticità di questo metodo, come segnalava Alberto.
Oltre a questa criticità c’è quella che riguarda la tenuta dei punti intermedi, che, se quello in alto è marcio, potrebbero esserlo tutti e portare a una “sbottonata globale”. Che comunque è un rischio che ti sei già assunto avendo salito il tiro.
Credo però che in presenza di soste non affidabili il primo errore sia fare moulinette, perché il carico sulla sosta è doppio (e anche un po’ di più) di quello di una doppia.
E per la stessa ragione, anche il punto 2) e’ una mezza fesseria. Scusate.
No, ripensandoci meglio il punto 1) e’ una fesseria. Se la sosta cede il il chiodo sotto regge, si vola solo per il doppio della distanza tra il Prusik e il chiodo, e non per il doppio della distanza tra la sosta e il chiodo.
Mi chiedo se questo comporti anche una riduzione degli sforzi sul chiodo.
Per ragioni di pura curiosita’ intellettuale, continuo a interessarmi agli sviluppi delle tecniche e delle procedure di sicurezza, anche quando si riferiscono ad attivita’ che non sono piu’ in grado di praticare.
Detto questo, ci sono un paio di aspetti, nella tecnica di autoassicurazione con nodo autobloccante descritta prima da Benassi e poi in questo articolo, che forse non comprendo perfettamente.
1) A me sembrerebbe che la tecnica sia praticabile solo quando si e’ gia’ scesi al livello del primo chiodo o spit sotto la sosta, e che quindi il primo tratto della discesa (dalla sosta al primo chiodo) comporti comunque sollecitare la sosta senza protezioni aggiuntive. Mi sbaglio?
2) La tecnica richiede l’abbandono di materiale (rinvii, moschettoni) ad ogni chiodo/spit. E’ cosi’?
3) Come va gestito il passaggio di ogni chiodo/spit? Ovviamente il cordino va mollato dall’ imbrago, ma si puo’ poi farlo passare con tutto il nodo nel moschettone per riprenderlo da sotto, o bisogna sciogliere il nodo?
È la manovra che spiegavo nell’articolo precedente.