Enrico Camanni, scrittore e alpinista torinese, classe 1957, da decenni racconta la montagna nelle sue dimensioni più diverse: sportiva, storica, culturale e sociale.
Bellezza e silenzio della montagna distrutti dal turismo di massa
(servono ingressi contingentati contro chi cerca solo luoghi instagrammabili)
di Nicolò Fagone La Zita
(pubblicato su torino.corriere.it il 26 agosto 2026)
Enrico Camanni, scrittore e alpinista torinese, classe 1957, da decenni racconta la montagna nelle sue dimensioni più diverse: sportiva, storica, culturale e sociale. Tra le sue opere più recenti ci sono Le Alpi in 30 montagne e Amé Gorret. La vera storia dell’Ours de la montagne. Oggi l’autore mette in discussione un equilibrio sempre più difficile: da una parte la necessità di mantenere vive le economie delle valli, dall’altra la tutela di territori fragili.
Camanni, alle nostre valli servono più turisti per salvare l’economia oppure dobbiamo accettare che alcune montagne abbiano bisogno di meno persone?
«Siamo al limite, servono ingressi contingentati. Non dobbiamo portare più turisti, ma educarli, anche per la loro stessa soddisfazione. Altrimenti ci ritroviamo tutti in coda come al mercato. Il turismo andrebbe distribuito meglio durante l’anno. Oggi abbiamo il boom in alcuni periodi e pochi visitatori nelle stagioni intermedie. Il turismo non è per forza dannoso, ma quello di massa sì. Si distrugge la bellezza e il silenzio, così è più complicato provare emozioni».
Come si possono distribuire meglio i flussi?
Indirizzando il turismo verso luoghi meno blasonati. Oltre alle montagne olimpiche ci sono le Valli di Lanzo, la Valle dell’Orco, la Val Soana. Ma per farlo bisogna avere più cultura e conoscenza. Già nella scuola dell’obbligo dovrebbero essere forniti gli strumenti per capire la montagna. Dopo il Covid c’è stato un nuovo innamoramento, ma manca la cultura. Non basta scoprire una strada e fare un picnic per conoscere un luogo. Devi sapere cosa c’è lì, chi ci abita, qual è la sua storia. Oggi rischiamo di trasformare tutto in una caccia alla destinazione instagrammabile. Ma la montagna non è una collezione di luoghi da fotografare: è un territorio da capire».
Lei ha raccontato spesso la montagna come luogo di storia. Cosa rischiamo di perdere se le Alpi diventassero solo una destinazione turistica?
«La vita di comunità, che è fondamentale. Il turismo funziona se c’è gente che abita quei paesi. Altrimenti la valle diventa un guscio vuoto. Servono servizi, almeno quelli essenziali, con la possibilità concreta di vivere in montagna. La comunità è utile anche al turismo: è attraverso la presenza degli abitanti che nasce uno scambio e quindi una ricchezza culturale. Altrimenti diventa tutto come Disneyland, un guscio senza vita».
Il Piemonte ha investito molto nello sci, ma il cambiamento climatico mette in discussione quel modello. Ha ancora senso puntarci?
«Sarebbe bello cominciare a immaginare una montagna post-sci, ma andiamo avanti con vecchi modelli finché non si arriva alla crisi totale. Le vette piemontesi sono già state ampiamente sfruttate e non hanno un futuro infinito. Dobbiamo puntare su altre attività, come l’escursionismo».
Altre alternative?
«La montagna d’estate può essere di tutti, mentre d’inverno è una questione per ricchi. Oggi molti salgono per cercare il fresco, ma pochi possono fermarsi più giorni in una casa o in un rifugio. La gente sarebbe anche disposta ad abitare a media quota ma, appunto, servono i servizi».
Oggi si usa spesso l’espressione «sostenibilità». In modo corretto?
«Significa lasciare alle generazioni successive un territorio uguale o migliore di quello che abbiamo ereditato. Lo stiamo facendo? Credo di no. L’esempio sono le Olimpiadi: grandi impianti costruiti per una vetrina di pochi giorni, mentre oggi continuiamo a pagare per smantellarli».
Anche la caccia è un rischio?
«Deve essere equilibrata, servono paletti contro le lobby. Gli animali sono già sottoposti allo stress del clima e del turismo. Specie come la pernice e la lepre bianca sono quasi scomparse e andrebbero difese».
Il commento
di Carlo Crovella
Chissà se la preferenza per la selezione degli accessi alla montagna viene accettata meglio dalla platea degli appassionati se espressa dall’amico Camanni, noto per una complessiva moderazione ideologica, specie rispetto al sottoscritto?
La montagna non ne può più degli accessi antropici indiscriminati e maleducati e una qualche soluzione va trovata. I modelli turistici tradizionali (specie sul fronte sciistico, ma non solo) sono ormai obsoleti e produrranno solo più danni, accelerando il deterioramento della “gallina dalle uova d’oro” come turisticamente è considerata la montagna.
Selezione negli accessi, educazione dei fruitori, montagna spartana e scomoda… C’è solo l’imbarazzo della scelta fra le soluzioni da adottare e probabilmente la scelta migliore è combinare un mix fra le diverse ipotesi.
Le soluzioni sul tavolo ci sono già, il mix è solo da confezionare, ma qualcosa va fatto e anche in fretta, altrimenti la montagna resterà solo più un ricordo nelle nostre menti.
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Stefano, certo che non esistono persone di serie A o B. Complimenti a Carlo Crovella per l’ esperienza maturata, non lo conosco e non ho niente contro di lui. Mi riferivo al fatto che il suo commento segue direttamente l’ intervista, solo questo.
Giovanni buongiorno, si anche Crovella ha l’autorevolezza di commentare l’articolo o abbiamo cittadini di serie A e di serie B? Inoltre ha una pluridecennale esperienza di montagna.
Bisogna aver ben presente le cause prima di trovare le soluzioni. Chi ha voluto il turismo? Politici, albergatori, l’economia del luogo. Chi ha voluto l accesso facile? La costruzione di impianti, rifugi come hotel? I medesimi sopra citati. E ora costoro predicano il contingentamento misura che è un abominio oltre che limitare la libertà di movimento sancita costituzionalmente. Mi si dirà anche la natura è in costituzione. Giusto ed è fondamentale tutelarla, come? Togliendo le funivie tipo quella sul Piz Boè… Una mostruosità… rendendo gli accessi scomodi ma non vietarli. Il 75% sono persone che vogliono la passeggiata e poi prendersi il sole al rifugio e già quelli li dimezzi minimo. Ci penserà poi la crisi energetica in stile anni settanta. Giusto agire anche su una dispersione temporale dei flussi e puntare sull’educazione non è mai troppo. Non ringrazierò mai troppo i politici e albergatori per aver rovinato le Dolomiti, il Doge in primis (ironico ovviamente). IMHO
Problemi e soluzioni, ormai noti, almeno su Gognablog.
Una domanda, se mi è concessa, ma il Signor Carlo Crovella, ha l’ autorevolezza, di commentare direttamente l’ intervista allo scrittore e giornalista Camanni?