E’ essenziale per la sopravvivenza a lungo termine della specie: coraggio, ingegno, cooperazione e capacità decisionale in condizioni di scarsità di informazioni.
Il rischio è un imperativo dell’evoluzione
(filosofia del rischio nell’alpinismo)
di Yuri Koshelenko
(pubblicato in yurikoshelenko.livejournal.com nel novembre 2025)
Esiste un concetto chiamato “normalizzazione delle deviazioni”, secondo il quale i piccoli errori diventano gradualmente abitudini.
Propongo (sulla base di 40 anni di esperienza in montagna) una combinazione di strategie di mitigazione del rischio passive e attive. Una pausa permette di interrompere la catena di errori accumulati, e la semplificazione consapevole dei percorsi agisce come un riavvio del sistema. Questo richiama i principi di gestione del rischio in aviazione, dove i piloti vengono temporaneamente sospesi dai voli complessi dopo incidenti.

Nell’alpinismo sovietico si è sviluppato il concetto di “campanelli”: segnali impercettibili che spesso vengono ignorati a causa dell’eccitazione o della stanchezza. Nella comunità alpinistica occidentale, questi avvertimenti sono talvolta chiamati “fantasmi della via”.
Il mio approccio, che ho cercato di seguire per gran parte della mia carriera alpinistica, è stato più intuitivo che pienamente consapevole. Ora può essere formulato come un metodo per tornare gradualmente ad affrontare ascensioni impegnative. Tutto nel mondo ha una struttura ondulatoria: e anche le conquiste, soprattutto quelle che comportano rischi reali, hanno i loro alti e bassi. Sostengo una comprensione più profonda della natura ciclica dell’allenamento. Se i segnali sottili diventano opprimenti, è semplicemente necessario fare una pausa, oltre a un lavoro mirato per ritrovare il proprio “senso di montagna”. Forse questo approccio merita la vostra attenzione come sistema per gestire non solo gli aspetti fisici, ma anche quelli psicologici del rischio.
Forse questa è una delle opzioni per un sistema di gestione del rischio basato sul feedback proveniente dall’ambiente.
1. Accumulo del rischio, le “chiamate”. Il rischio non è una quantità statica. Si comporta come l’entropia in un sistema chiuso: tende ad aumentare se non gestito.
2. Catena di errori. Un errore minore e perdonabile (controllare in modo inadeguato un componente, avere fretta, ignorare un piccolo problema) non porta a un guasto, ma riduce il margine di sicurezza del sistema. L’errore successivo si basa sul precedente. Questo fenomeno è chiamato accumulo.
3. I “segnali” sono il linguaggio della montagna. La montagna, in quanto sistema complesso, “comunica” davvero. Non si tratta di misticismo, ma piuttosto della lettura di schemi ricorrenti. Una roccia instabile, un improvviso peggioramento delle condizioni, un piccolo infortunio, attrezzatura dimenticata (ovviamente, questi sono solo esempi, e potremmo continuare) – non sono incidenti. Sono segnali: “Fermati. Il sistema è sovraccarico. La tua attenzione e la tua fortuna stanno diminuendo“. Ignorare questi “segnali” è la strada sicura per arrivare al punto in cui un piccolo evento innesca una reazione a catena irreversibile (valanga, caduta, malore).
Metodi passivi e attivi: due strategie
– Metodo passivo (prendersi una pausa): si tratta di un “reset completo”. È necessario quando le “chiamate” sono state ignorate e si è nervosi. Non si tratta solo di riposare fisicamente.
Lo schema è interrotto: esci dal contesto in cui si sono accumulati gli errori.
Le risorse mentali vengono ripristinate: la “Banca dell’attenzione” e la “Riserva di calma” vengono reintegrate.
Permette all’esperienza di sedimentarsi: il cervello elabora ciò che è accaduto e ne trae insegnamento.
– Il metodo attivo (abbassamento del livello): si tratta di “riprogrammare il sistema”. È uno strumento molto più sottile e potente del semplice riposo.
Il punto non è “riposare sulle vie facili”, ma riprendere il controllo. Si entra consapevolmente in un ambiente in cui il fattore di imprevedibilità (entropia) è basso. Si praticano le abilità di base, tornando alle proprie “radici”.
Stai creando una serie di successi. I piccoli problemi a un livello ridotto sono un chiaro segno che il sistema non si è ancora ripulito. Devi continuare a ridurli finché non trovi il livello in cui riprendi il controllo, in cui le tue azioni portano di nuovo prevedibilmente al successo.
Si tratta di un processo di “radicamento” e riduzione dell’entropia. Si porta ordine al caos che si è accumulato nelle proprie capacità e nella propria psiche.
Qui si instaura un ciclo: bisogna sopravvivere alla bassa marea. E poi ricominciare quando la marea sale.
Ci abbassiamo, troviamo un appiglio e iniziamo una nuova scalata. Ho fatto pause simili molte volte, la più lunga dopo il Menlungtse nel 2005. Dal 1985, per 20 anni avevo praticato attività continua con intensità crescente, con prime ascensioni e prime ascensioni nel Karakorum e nell’Himalaya. E, di conseguenza, l’accumulo di errori. Nel 2005, con Nikolay Totmyanin e Carlos Buhler, scalai la parete nord del Menlungtse, ma non raggiungemmo la vetta. Successivamente, intuitivamente, ho dovuto ridimensionare il mio solito livello di arrampicata estrema.
Ho trascorso perciò cinque anni principalmente su vie di roccia, in Yosemite, in Perù e, naturalmente, nel Caucaso. Nel 2010, ho vissuto una nuova ondata di attività a Tonsai (Thailandia), dove ho aiutato Sasha Klenova a organizzare un festival di arrampicata su roccia in memoria di Pavel Pasha Samoilin. Passando alle vie di roccia, ho migliorato significativamente le mie capacità di arrampicata libera, e la tecnica è tornata a dominare la sfida. In seguito, ha avuto luogo la riapertura della via Ashat sul Sabakh 5300 m (Pamir-Alai), seguita dalla realizzazione dei rinviati progetti sulle grandi montagne.
Conclusioni
Teoria dell’affidabilità: qualsiasi sistema ha una probabilità di guasto. L’accumulo di errori aumenta questa probabilità. La manutenzione preventiva, l’escalation e il downgrade sono i metodi “attivi” e pratici per ridurla.
Psicologia: Questo è un lavoro diretto con la “sensazione di flusso”. Per entrare in uno stato di flusso in compiti complessi, l’abilità deve superare di gran lunga la difficoltà. L’accumulo di errori si verifica quando la difficoltà inizia a superare l’abilità. Ridurre il livello di difficoltà è un modo per recuperare l’abilità dominante. In questo modo, iniziamo ad ascoltare la voce dell’esperienza, che si contrappone alla voce dell’ego. L’ego dice: “Devi farcela a tutti i costi, non mollare!”. L’esperienza risponde: “Il prezzo potrebbe essere troppo alto. Il prezzo migliore è rallentare per poter realizzare progetti futuri di successo”.
Forse il vero “dovere” nell’alpinismo è, prima di tutto, il rispetto per la montagna come Altro. La si rispetta a tal punto da essere disposti a ritirarsi quando la vetta “invoglia”. E così facendo, ci si guadagna il diritto di ritornarvi…
Abbiamo già discusso di come l’alpinismo, soprattutto nella sua forma esplorativa, sia un mezzo di esplorazione ed evoluzione. Ora, consideriamo l’importanza del rischio per l’esplorazione e lo sviluppo sociale.
Senza rischi, la società si addormenta, mentre le attività che comportano dei rischi stimolano lo sviluppo.
~ Aspetto filosofico: il rischio come necessità per un’esistenza autentica.
Gli esistenzialisti come Martin Heidegger sostenevano che gli esseri umani scoprono la loro vera essenza di fronte alla morte e al rischio. Il rischio ci porta fuori dalla routine quotidiana, costringendoci a riflettere sul significato della vita e sulle nostre possibilità.
In questo senso, attività rischiose come l’alpinismo sono un esercizio di libertà e autodeterminazione. Permettono alle persone di uscire dalla propria zona di comfort e di scoprire nuove cose su se stesse.
~ Aspetto biologico ed evolutivo: il rischio come motore del progresso.
Nell’evoluzione biologica, le specie che non si assumono rischi e non esplorano nuovi ambienti sono destinate all’estinzione. Sono proprio quelle popolazioni che osano cambiare a sopravvivere e prosperare.
Si presume che anche la società umana, come un organismo vivente, obbedisca a questa legge. Senza sfide e rischi, non c’è incentivo allo sviluppo della tecnologia, della scienza o delle istituzioni sociali. Il rischio è una sfida che ci costringe a mobilitarci e a trovare nuove soluzioni.
~ Aspetto sociale e storico: il rischio come fonte di innovazione.
Tutte le grandi scoperte geografiche, le innovazioni scientifiche e le rivoluzioni tecnologiche sono state associate al rischio. I navigatori hanno rischiato la vita, gli scienziati la reputazione e gli innovatori il capitale.
Una società che rifugge il rischio diventa statica e vulnerabile. Non è preparata ad affrontare gli eventi inaspettati e dirompenti perché non ha esperienza nel superare le difficoltà.
~ Aspetto psicologico: rischio e crescita personale.
Gli psicologi hanno da tempo stabilito che uscire dalla propria zona di comfort è essenziale per lo sviluppo personale. Le attività rischiose (entro limiti ragionevoli) sviluppano abilità come la resistenza allo stress e la capacità di prendere decisioni in situazioni difficili.
L’alpinismo e sport simili sono una scuola per sviluppare qualità come il coraggio, la responsabilità e la calma. Queste qualità si rivelano poi utili in altri ambiti della vita.
~ Aspetto culturale: il rischio come simbolo culturale.
Nelle culture di molti popoli esiste l’archetipo dell’eroe fiabesco che intraprende un viaggio pericoloso, supera le difficoltà e ritorna con nuove conoscenze o una vittoria. Ivanushka il Matto, il Principe Elisej (1) e, nella tradizione europea, Lancillotto, tra gli altri. Questi archetipi ci aiutano ad agire con maggiore audacia nell’innovazione.
Anche gli alpinisti continuano questa tradizione, seguendo le orme dei pionieri della Siberia e dell’Alaska, degli esploratori polari e dei geografi. La loro esperienza entra a far parte della coscienza collettiva, motivando altri a compiere grandi imprese.
Pertanto, il rischio non è semplicemente un elemento accessorio della conoscenza, ma parte integrante di essa. La conoscenza senza rischio diventa introspettiva, astratta e distaccata dalla realtà. Il rischio, invece, trasforma la conoscenza in un’esperienza viva e immediata.
Tuttavia, è importante sottolineare che si tratta di un rischio consapevole e giustificato, non di imprudenza. Il rischio deve essere gestito e accettato volontariamente, con la consapevolezza delle conseguenze. È proprio questo tipo di rischio che conduce all’evoluzione.
Se ci rivolgiamo alla teoria della conoscenza, vediamo che la conoscenza non è osservazione passiva, ma un coinvolgimento attivo con l’ignoto. Il rischio è il prezzo da pagare per addentrarsi nell’ignoto. La conoscenza sicura è spesso superficiale e teorica. Per comprendere la profondità di un fenomeno, i suoi limiti, il suo “lato interiore”, bisogna correre dei rischi, uscendo dalla propria zona di comfort.
Un esempio lampante è rappresentato dai numerosi esperimenti fisici e chimici, uno dei più eclatanti dei quali è lo studio della radioattività condotto da Henri Becquerel e dai coniugi Marie e Pierre Curie.
Benessere mentale e zona di rischio
Il cervello umano è evolutivamente predisposto a conservare energia. In assenza di pressioni esterne (rischio, sfida), preferisce seguire percorsi neurali consolidati.
Il rischio stimola la creatività. Rompe gli stereotipi, ci costringe a cercare soluzioni non ovvie e a combinare le conoscenze in modi nuovi. In questo senso, il rischio è il padre dell’innovazione.
In un sistema chiuso e confortevole, l’entropia – la misura del caos e del disordine – aumenta. In un contesto sociale, ciò si traduce in apatia, cinismo, perdita di significato e disgregazione dei legami. In un ambiente eccessivamente sicuro, non sono i più intelligenti e i più avanzati a dominare, ma i conformisti prudenti, le persone comuni concentrate sul consumo. Inizia ad agire la selezione negativa. Questo indebolisce il potenziale “genetico” (sia biologico che culturale) della società.
E se si verificasse una crisi? La società perderebbe la sua “immunità” all’imprevisto, ai Cigni Neri (2).
Quando la realtà infrange l’illusione di sicurezza e controllo (una pandemia, un terremoto, uno tsunami, un crollo del mercato azionario), la società si troverebbe impotente.
Pertanto, la mia ipotesi è la seguente: l’alpinismo, le immersioni subacquee, i viaggi spaziali e gli esperimenti scientifici complessi non sono semplici attività marginali. Sono istituzioni sociali per la produzione e la gestione del rischio.
Tali ambiti di attività sono essenziali per la sopravvivenza a lungo termine della specie: coraggio, ingegno, cooperazione e capacità decisionale in condizioni di scarsità di informazioni. L’esperienza acquisita ai margini viene filtrata e trasmessa alla società sotto forma di nuove tecnologie (dall’abbigliamento in Gore-Tex alle comunicazioni satellitari), modelli di gestione (gestione delle crisi) e, soprattutto, nuovi significati e valori.
Ci ricordano inoltre che gli esseri umani non sono i padroni assoluti della natura, ma piuttosto una parte di essa, esistente in un delicato equilibrio. L’alpinismo e altre pratiche che comportano dei rischi sono un antidoto all’orgoglio e all’oblio. È un dovere della conoscenza verso l’esistenza. È un dovere di coloro che sono capaci di assumersi dei rischi verso una società che ha bisogno di evolversi. È una forma di risposta alla sfida che ci viene posta dal mondo inteso come Altro.
Una società che ha eliminato il rischio è una società che ha stretto un patto con il diavolo: compra un comfort a breve termine a scapito della sostenibilità a lungo termine.
Note
(1) Il Principe Elisej è un personaggio delle fiabe russe, in particolare del poema fiabesco La storia della principessa morta e dei sette cavalieri di Aleksandr Puškin.
(2) L’espressione russa чёрные лебеди (čërnye lebedi), “cigni neri” indica un evento raro, imprevedibile e capace di produrre conseguenze molto importanti.
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Analisi corretta ma da ritenere anche molto banale. Ritenerla eccezionale, a mio modo di vedere, mette chi lo fa nella più alta situazione di rischio continuo.
Aggiungo che per una guida di montagna, spesso e volentieri, una pausa non può durare più di una notte. E ci va aggiunta tutta l’energia che il cliente ti risucchia in maniera altalenante ma sempre presente.
Non lo dico per eroismo ma un alpinista anche professionista non ha idea di cosa significhi fare la guida e l’alpinista.
Percepisco lo scalpiccio di zoccoli da sala e odore di disinfettante, se non fai il bravo ti tocca la camicia di forza.
Serenità e leggerezza d’animo. Mamma mia quant’è ostile la via per un “piccone dorato”