Una riflessione oltre l’egocentrismo e l’edonismo d’alta quota.
Lasciare in pace la montagna
(se la amiamo)
di Beppe Leyduan
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com il 10 settembre 2026)
Introduzione: l’equivoco del sentimento
«Amo la montagna». È una delle frasi più ricorrenti nei diari di viaggio digitali, nelle biografie social, nelle chiacchiere da bar del venerdì sera prima delle partenze del fine settimana. Ma se ci fermiamo a guardare cosa accade lungo i sentieri, nei rifugi trasformati in resort e sulle pareti verticali, una domanda sorge spontanea: cosa intendiamo davvero quando diciamo di amare la montagna?
La verità è che abusiamo della parola “amore” nello stesso modo in cui, troppo spesso, ne abusiamo nelle relazioni umane. Confondiamo l’amore con il possesso. Quando la cronaca ci sbatte davanti l’orrore dei femminicidi e della violenza di genere, la retorica tossica parla a volte di “delitto d’onore” o di un “troppo amore” che si trasforma in tragedia. Ma quello non è mai amore: l’amore riconosce l’altro come un essere libero, autonomo e separato da sé. Quando si arriva a distruggere l’altro, siamo nel campo del controllo assoluto, dove l’ego non tollera che l’oggetto del proprio desiderio abbia una vita indipendente.

Con la montagna facciamo esattamente lo stesso. Diciamo di amarla, ma la trattiamo come un oggetto di nostra proprietà, pretendendo che si adegui ai nostri desideri e ai nostri ritmi antropocentrici. I segnali di questa distorsione relazionale, oggi, riaffiorano persino dai ghiacci in agonia. Lo ha mostrato di recente la Carovana dei Ghiacciai di Legambiente sul Ghiacciaio del Miage: le analisi rivelano che l’acqua di fusione ci sta restituendo le microplastiche depositate negli anni ’80, mentre i sentieri attuali continuano a riempirsi dei piccoli rifiuti della nostra distrazione quotidiana. La montagna, fondendo, si fa specchio del nostro passaggio e ci restituisce il conto di un consumo che viene da lontano.
Questo impatto, tuttavia, non si limita a ciò che abbandoniamo lungo il cammino. Riguarda il modo in cui occupiamo, infrastrutturiamo e addomestichiamo lo spazio selvatico. Emblematico è il dibattito emerso di recente sul preoccupante fenomeno dei “bivacchi usati come alberghi”. Strutture nate strettamente per rispondere a una condizione limite e per offrire un riparo d’emergenza — che come ricorda il CAI «non nascono per essere cercati, ma per essere trovati» — vengono oggi colonizzate per giorni come mete edonistiche a basso costo, snaturandone l’essenza e riducendo la percezione del limite.
A fronte di questa perdita di rispetto, la corsa istituzionale a installare sempre nuove strutture ricettive in quota, sempre più accessoriate e “fotogeniche”, rischia di spingere l’impronta dell’Antropocene anche negli ultimi valloni remoti. Non amiamo la montagna per ciò che è — un ecosistema fragile, antico, con dinamiche proprie e indifferenti all’uomo — ma la amiamo per come ci fa sentire o per ciò che ci permette di fare. L’abbiamo trasformata in un palcoscenico per le nostre performance, in un parco giochi per il nostro tempo libero o in uno sfondo estetico per i nostri schermi.
In un’epoca segnata dalla crisi climatica, questo approccio non è più sostenibile. È tempo di decostruire la nostra relazione con le terre alte e chiederci se siamo ancora capaci di un amore che non sia possesso e addomesticamento, ma custodia e rispetto del limite.
La montagna come specchio (l’approccio egocentrico)
Il primo grande equivoco contemporaneo risiede nell’approccio egocentrico e performativo. Per molti frequentatori, la montagna non è un luogo da ascoltare, ma un avversario da sconfiggere o uno strumento per misurare il proprio valore.
In questa visione, l’ambiente naturale perde la sua identità biologica e geologica per ridursi a una palestra a cielo aperto. La roccia, il ghiaccio e il sentiero diventano pura resistenza fisica da superare per nutrire l’ego del camminatore o dell’atleta.
Questo approccio si manifesta attraverso dinamiche precise che caratterizzano la frequentazione moderna:
La performance sopra l’esperienza.
Il tempo impiegato per completare una salita conta ormai più del paesaggio attraversato. Il silenzio della quota e il respiro del bosco vengono standardizzati e tradotti nei battiti cardiaci sul display dell’orologio o nei dati numerici da caricare sulle applicazioni di tracciamento sportivo. Negli ultimi tempi, questa ossessione performativa ha subìto una mutazione legata all’uso di gadget tecnologici capaci di misurare ogni cosa. Assistiamo così all’invasione di metriche di chiara estrazione cittadina — figlie di una cultura della pianura e dello spazio puramente orizzontale — come il contapassi o la lunghezza geometrica del percorso espressa in chilometri. Si tratta di un cortocircuito logico e tecnico: se fino a pochi anni fa i parametri cardine per valutare la fattibilità di un’ascensione e la fatica richiesta erano il dislivello positivo e il tempo medio di percorrenza (misure intrinsecamente verticali), oggi l’escursionista affronta la montagna con gli stessi indicatori con cui misurerebbe una corsa nel parco sotto casa. Cinque chilometri su una pietraia instabile d’alta quota vengono assimilati a cinque chilometri di asfalto urbano, azzerando la comprensione della specificità dell’ambiente alpino e riducendo una complessa esperienza d’altitudine a un mero accumulo di dati orizzontali.

Questa standardizzazione numerica non è che l’evoluzione tecnologica di quella che l’antropologo Annibale Salsa (allora Presidente Generale del CAI) indicava già nel 2004, nel primo Quaderno di Escursionismo del Club Alpino, come la moderna «dittatura della quantità». Se ventidue anni fa Salsa denunciava la fretta e la spinta a misurare persino i sentimenti e i flussi emotivi, oggi l’invasione degli algoritmi da polso ha completato quel processo, riducendo l’immedesimazione empatica nel territorio a un mero esercizio di podismo out-door e performativo.
Il trofeo digitale.
La vetta perde il suo valore di spazio sacro e inviolabile per trasformarsi in un badge virtuale. Le tracce GPS vengono esibite come trofei sui social network per accumulare validazione, trasformando un’esperienza potenzialmente intima in un prodotto da mostrare.
L’effetto specchio.
Lo sguardo del frequentatore non è mai rivolto verso l’esterno (verso la biodiversità, la geologia, la storia o la fragilità del luogo), ma è perennemente riflesso su se stesso. La montagna serve solo come specchio per confermare la propria forza, la propria resistenza o la propria identità social.

Questo approccio egocentrico anestetizza la meraviglia e cancella il rispetto. Proprio come nella dinamica relazionale tossica, dove il partner non vede l’alterità dell’altro ma cerca solo la conferma di sé, l’escursionista performante annulla la montagna per celebrare la propria impresa. Ma quando la terra alta è solo uno strumento per l’autocelebrazione, smettiamo di vederla per ciò che è davvero — o forse non l’abbiamo mai vista. Diventiamo ciechi di fronte a quella complessa e fragile rete di interazioni storiche, culturali e biologiche che definisce la verticalità. Cancelliamo la memoria millenaria impressa nei micro-rilievi e l’autonomia di un ecosistema sovrano, riducendo una biblioteca a cielo aperto a un mero fondale per le nostre metriche orizzontali.
La montagna come anestetico e come bottino (l’approccio edonistico e la matrice patriarcale)
Per comprendere a fondo le radici di questo distorto rapporto di possesso con la natura, è necessario scavare nella storia e nel linguaggio delle terre alte. Per secoli, la frequentazione della quota è stata declinata attraverso una matrice culturale strettamente patriarcale e androcentrica. L’alpinismo classico ha preso in prestito il vocabolario della guerra e del colonialismo: le vette non si scoprivano, si “attaccavano”, si “conquistavano”, si “vincevano”, si “violavano”.
In questa prospettiva storica, la montagna è sempre stata antropomorfizzata come un corpo altro — e specificamente femminile (la “Vergine delle vette”, la natura da addomesticare) — che il maschio performante doveva sottomettere per riaffermare la propria virilità e la superiorità della tecnica umana. La montagna diventava così un bottino, un territorio in cui il limite biologico e geografico era vissuto come un insulto all’ego maschile.
Oggi, nell’era del turismo di massa, questa pulsione al controllo non è affatto scomparsa: si è semplicemente democratizzata e capovolta, contagiando ogni genere attraverso l’approccio edonistico e anestetico. Al maschio che conquista si è affiancato il consumatore globale, il quale non cerca più la sfida eroica ma pretende l’addomesticamento totale della quota. L’overtourism è diventato un rischio concreto per l’integrità dell’alta quota, un assalto che si pensa erroneamente di poter gestire infrastrutturando l’inviolato, moltiplicando i punti di appoggio, progettando nuovi e anacronistici caroselli sciistici e riducendo la percezione del limite. La montagna viene così trasformata in un gigantesco resort del benessere — spesso tenuto in vita artificialmente a colpi di escavatori e cannoni sparaneve — un anestetico contro lo stress urbano che deve però garantire gli stessi identici comfort della pianura.

Questo falso amore contemporaneo si manifesta attraverso forme inedite di colonizzazione degli spazi più fragili, a partire da un vero e proprio tradimento del linguaggio e della memoria:
La falsificazione semantica del bivacco.
La denuncia sollevata dal CAI sul preoccupante fenomeno dei presidi d’alta quota, abusati come alberghi low-cost, evidenzia una drammatica perdita del senso del limite. È necessario chiedersi quale senso abbia chiamare “bivacchi” cose che non lo sono, compiendo così un atto di profondo disprezzo verso l’alpinismo e la sua storia. Il bivacco d’alta quota, nella sua accezione pura, è un austero scatolotto di latta; un presidio spartano di sicurezza concepito per la solitudine in ambiente severo e per rispondere a una reale condizione limite. Oggi, la corsa a realizzare strutture iper-accessoriate, riscaldate e “fotogeniche” non risponde a necessità di sicurezza, ma dà vita a vere e proprie strutture ricettive prive di qualsiasi funzione originaria. Vengono declassate a mete turistiche low-cost per comitive impreparate che vi pernottano per giorni organizzando grigliate e festini, snaturando lo spirito del luogo e togliendo un riparo vitale a chi si trova in reale pericolo.

Il monito dimenticato delle Tavole di Courmayeur.
Questo estrattivismo mascherato da ospitalità ignora deliberatamente le stesse regole storiche che il Club Alpino Italiano si è dato. Già nel 1995, con la sottoscrizione del codice di autoregolamentazione noto come “Tavole di Courmayeur”, il CAI stabiliva criteri rigidissimi: definiva estranei alla loro funzione originaria i bivacchi collocati a poca distanza dal fondovalle, vicini ad altri punti di appoggio o posti lungo le vie di salita al solo scopo di facilitarle. Il documento impegnava i soci e le associazioni a opporsi alla costruzione di nuovi rifugi e bivacchi, all’ampliamento di quelli esistenti e alla loro trasformazione in strutture alberghiere, chiedendo anzi la graduale eliminazione di quelli non conformi. La scelta di collocare strutture ricettive – che solo forzatamente possiamo definire “bivacchi” – laddove mancano reali scopi di emergenza o ingaggi alpinistici di rilievo, come nel Vallone di Sea (dove peraltro esiste già, a 2297 metri di quota, l’attuale e storico bivacco Soardi-Fassero) o in Valle di Viù, in particolare la recente struttura inaugurata al Lago Grande d’Ovarda, allontana la frequentazione dallo spirito originario del Club Alpino. Piazzare un manufatto protetto in un’area raggiungibile con una semplice camminata escursionistica di sole due ore e mezza, priva di reali ingaggi alpinistici, si traduce in una forzatura tecnica che confligge con quel patto etico che imponeva di adattare le esigenze dell’alpinista alla realtà dell’alta quota.
Il comfort preteso e la trappola estetica.
Esigiamo l’aperitivo glamour a tremila metri e i rifugi trasformati in hotel di lusso. La proliferazione di questi “scatolotti fotogenici” riduce la montagna a un mero accessorio di lifestyle, uno sfondo “Instagrammabile” per collezionare approvazione digitale. Dietro la posa perfetta e patinata, però, resta la realtà documentata dai volontari in quota: sentieri invasi da mozziconi, fazzoletti e piccoli rifiuti plastici, abbandonati con superficialità da chi consuma il paesaggio come un autogrill d’alta quota, senza minimamente ascoltarlo.

L’annullamento dell’alterità.
Che si tratti del trofeo verticale del patriarcato d’antan o del turismo di massa contemporaneo, l’errore di fondo è speculare. La montagna viene usata come un oggetto che deve performare per noi o rassicurarci. Viene snaturata per adeguarla alle nostre esigenze urbane, privandola della sua natura primordiale, imprevedibile e, per questo, autenticamente libera
La montagna come museo violato (l’approccio storico/estrattivo)
Dopo aver analizzato le distorsioni dell’ego performante e del consumo edonistico, è necessario allargare lo sguardo alla dimensione collettiva e temporale. Il terzo modo in cui decliniamo il nostro falso amore per le terre alte è l’approccio storico-estrattivo, che riduce la montagna a un museo a cielo aperto o, peggio, a un giacimento di risorse da saccheggiare senza sosta.
Questo atteggiamento nasce da una profonda scollatura con la realtà dei luoghi. Da un lato, vi è una forma di nostalgia tossica che idealizza il passato alpino, cristallizzandolo in un’immagine da cartolina che non accetta il mutamento. Dall’altro, persiste l’illusione antropocentrica delle risorse infinite: l’idea che la montagna sia un serbatoio inesauribile da cui attingere acqua, pietra, legname, spazio vergine e, oggi più che mai, i minerali strategici per l’industria tecnologica della pianura. È l’illusione di poter piegare le vette ai fabbisogni infiniti dei consumi urbani, mascherando lo sfruttamento da necessità collettiva.
Questa visione distorta si manifesta oggi attraverso dinamiche ben visibili e drammaticamente attuali sul territorio:
Il paradosso della “transizione estrattiva”.
L’esempio dei progetti di ricerca mineraria per l’estrazione di cobalto a Punta Corna, nel cuore delle Valli di Lanzo, fa emergere una profonda contraddizione della modernità. In nome di una sbandierata “transizione ecologica” e della “sovranità mineraria” europea, si accetta il rischio di compromettere ecosistemi d’alta quota incontaminati e fragili — gli stessi che, non molto lontano da lì, hanno recentemente ospitato la prima nidificazione di successo del gipeto in Piemonte dopo decenni di assenza. Come ha magistralmente evidenziato la ricercatrice Emma Zerial nella sua inchiesta territoriale Echoing the Blue Stone per i programmi UNIDEE della Fondazione Pistoletto, queste direttive europee tendono a imporre un regime di pura visibilità economica, in cui “il modo in cui rappresentiamo il mondo condiziona il modo in cui lo vediamo e ciò che pensiamo di poterne fare”. Ci viene raccontato che perforare una montagna serva a salvare il pianeta, ma la verità è che rischiamo solo di replicare vecchi schemi antropocentrici di subordinazione della natura, convinti erroneamente di poter scavare la nostra via d’uscita dalla crisi climatica. È una forma di miopia istituzionale che baratta l’integrità dei versanti con la fretta tecnologica della pianura, ignorando la mancanza di coinvolgimento, il silenzio comunicativo e le forti perplessità sulla trasparenza sollevate pubblicamente dagli stessi sindaci locali sulla stampa.

La piallatura della memoria e la cultura del righello.
Questo estrattivismo non si limita ai minerali profondi, ma si fa visibile in superficie attraverso la riscrittura meccanica dei versanti per far posto a piste sterrate seriali, tracciate con la brutale “geometria del righello” indifferente al micro-rilievo. La ruspa che cancella l’antica rete sentieristica storica distrugge un atto di intelligenza collettiva, una biblioteca a cielo aperto scolpita dal passo generazionale di montanari e animali. Il paesaggio delle Valli di Lanzo è purtroppo emblematico di questa deriva, costituito anche da veri e propri “binari morti“: piste agro-silvo-pastorali prive di una visione d’insieme organica, che si interrompono bruscamente e terminano nel nulla. Sostituire le opere millenarie del cammino con lo zigzag meccanico di queste strade destinate all’erosione significa non solo trasformare la memoria in brecciame, ma esporre i versanti a una continua vulnerabilità e al rischio di dissesto idrogeologico.

La logica degli “alpeggi di carta”.
Dietro la narrazione ufficiale che giustifica le modifiche morfologiche dei pendii come supporto alla pastorizia tradizionale, si inseriscono talvolta le logiche finanziarie di investitori attratti principalmente dai premi europei della PAC. La sterrata seriale rischia così di trasformarsi in una viabilità funzionale soprattutto a una gestione distaccata della quota, agevolando la rendita a distanza e il “mordi e fuggi” dei mezzi motorizzati, mentre il tessuto territoriale profondo rischia l’abbandono.
Il prezzo dell’illusione e il dissesto.
Questa viabilità infrastrutturale non è solo distruttiva, ma strutturalmente fragile. Di fronte ai flash flood meteorici sempre più intensi imposti dalla crisi climatica, le canalette artificiali di queste piste, esigue e facilmente soggette a saturazione, si ostruiscono rapidamente in mancanza di una manutenzione perenne. Si spendono ingenti fondi pubblici per sostituire vie storiche stabili e a costo zero con ferite esposte all’erosione che rischiano di aggravare le criticità idrogeologiche.

L’approccio estrattivo è l’ultimo stadio del possesso. Trattare la montagna come un foglio bianco su cui imprimere una firma di nafta, fanghi di perforazione o cingoli significa negarle lo statuto di organismo vivo. Proprio come una relazione umana ridotta a puro sfruttamento egoistico ed economico del partner, questo legame logora l’oggetto del proprio “amore” fino al punto di non ritorno, lasciandoci sprofondare nella solastalgia: lo smarrimento doloroso di sentirsi improvvisamente stranieri nei luoghi della propria memoria, violati da un finto progresso che sa solo consumare.
Verso un amore ecocentrico (la Custodia)
Fino a questo punto abbiamo analizzato le ombre del nostro rapporto con le terre alte: l’ego che si specchia nella performance orizzontale, l’edonismo che colonizza i bivacchi d’emergenza e l’estrattivismo che sventra i versanti con le ruspe o spaccia le miniere di cobalto per transizione ecologica. Riconoscere queste distorsioni, per quanto doloroso, è l’unico modo per operare una transizione culturale profonda e non più rimandabile. Nell’era dell’Antropocene, con i ghiacciai che ci restituiscono la plastica del passato e gli ecosistemi al collasso, non possiamo più permetterci il lusso di un amore egoistico. Dobbiamo passare da una visione antropocentrica a una visione ecocentrica.
Amare la montagna in modo ecocentrico significa compiere una rivoluzione copernicana del sentimento: dobbiamo iniziare ad amarla non per come ci fa sentire o per ciò che ci dà, ma per ciò che rappresenta in sé. Significa riconoscerle il diritto all’alterità, all’autonomia e persino all’inviolabilità. L’amore maturo, nelle relazioni umane così come nel legame con la natura, non stringe la presa; al contrario, impara a fare un passo indietro.
Questa transizione si traduce in un cambio di paradigma radicale, fondato sul concetto di Custodia:
Il valore dell’alterità.
La montagna non è una nostra proprietà, né un palcoscenico privato, né un’estensione del salotto di casa o un giacimento industriale da sfruttare a distanza. È un soggetto vivo, fragile e sovrano. Ha i suoi ritmi, i suoi silenzi, le sue tempeste e le sue frane. Rispettarla significa accettare i suoi limiti e adattare il nostro passo al suo, non il contrario.
Dalla conquista alla rinuncia.
Se l’alpinismo patriarcale celebrava la conquista e l’estrattivismo moderno esige l’accessibilità e lo sfruttamento totale, l’etica della Custodia riscopre il valore della rinuncia terapeutica. Amare un luogo significa, a volte, decidere di non antropizzarlo, di non tracciare quella sterrata seriale, di non autorizzare quel sondaggio minerario o semplicemente di non salirci, lasciando che rimanga selvaggio e inviolato.

La responsabilità etica.
Il custode non è un padrone e non è un semplice spettatore. È colui che si fa carico della fragilità del luogo. Questo significa praticare un escursionismo a basso impatto legato alla cultura verticale del dislivello, supportare l’economia locale che abita davvero la quota e schierarsi attivamente contro le speculazioni che feriscono i versanti.
Sostituire il possesso con la Custodia significa capire che la vera bellezza della montagna risiede proprio nella sua parziale indisponibilità. Solo accettando che non tutto è a nostra disposizione possiamo salvare le terre alte — e, insieme a loro, la parte più autentica della nostra umanità.
Conclusioni: un manifesto programmatico per la “community de I camosci bianchi”
La decostruzione del nostro falso amore per la montagna non è un esercizio teorico o una punizione morale. È un atto di liberazione culturale. Finché continueremo a guardare alle terre alte attraverso le lenti dell’ego, dell’edonismo o dell’estrazione commerciale, non faremo altro che accelerare la degradazione di un patrimonio unico.
La “community de I camosci bianchi” è nata per unire persone che rifiutano la logica del consumo, dello sventramento infrastrutturale e della performance d’alta quota. Per questo, non possiamo limitarci a essere spettatori della fine di un mondo. Dobbiamo diventare, insieme, i pionieri di un nuovo modo di abitare, difendere e frequentare la verticalità.

Vogliamo che questa riflessione si trasformi in un manifesto programmatico e in un impegno quotidiano, riassunto in quattro punti fondamentali:
Scegliamo l’ascolto, rifiutiamo la vetrina.
Rinunciamo alla narrazione ossessiva delle nostre imprese sui social network e all’accumulo di metriche urbane e orizzontali. Torniamo a vivere la montagna come un’esperienza intima di connessione e rispetto, non come un trofeo o uno sfondo Instagrammabile da consumare lasciando rifiuti lungo il sentiero.
Pratichiamo la lentezza e il limite.
Accettiamo la fatica, l’imprevisto, il freddo e il silenzio come elementi che ci permettono di dialogare con l’ambiente e con i nostri limiti. Rifiutiamo il comfort urbano preteso a quote elevate, rispettiamo la natura originaria dei bivacchi d’emergenza e opponiamoci all’infrastrutturazione pesante che uccide l’identità dei luoghi.
Sosteniamo la vita reale, non la rendita parassitaria.
Riconosciamo alle comunità alpine il diritto a una contemporaneità dignitosa e sostenibile. Supportiamo l’economia pastorale e locale di chi vive e custodisce la montagna sul serio, contrastando fermamente i fenomeni speculativi come gli “alpeggi di carta”. Dobbiamo pretendere il passaggio da un’economia del “costruire sempre e ovunque” a un’economia della manutenzione: bloccare la proliferazione di nuove infrastrutture superflue significa poter spostare la spesa pubblica verso la retribuzione di lavori sani, dignitosi e radicati, offrendo a chi abita le valli l’opportunità di vivere della cura del proprio territorio.
Diventiamo Custodi attivi.
Facciamoci carico della fragilità del territorio. Questo significa non solo praticare un escursionismo a impatto zero, ma prendere posizione, informarsi e fare pressione per una moratoria immediata sulla costruzione di nuove strutture d’alta quota, esigendo invece risorse per il ripristino dei sentieri storici e per una vigilanza severa sui bivacchi esistenti. La montagna ha un disperato bisogno di manutentori, guardaparco e presidi culturali sul campo, non di nuovi cantieri sulle creste.
Amare davvero la montagna significa avere il coraggio di lasciarla essere se stessa. Significa capire che il suo valore più grande non risiede in ciò che possiamo prenderle, ma nella sua capacità di ricordarci chi siamo quando impariamo a fare un passo indietro. La Custodia non è un limite alla nostra libertà, ma il punto di partenza per una nuova, autentica alleanza tra l’uomo e il selvatico.
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Certo che questo tipo se la passa proprio male.
Pratichiamo la lentezza e il limite.Accettiamo la fatica, l’imprevisto, il freddo e il silenzio come elementi che ci permettono di dialogare con l’ambiente e con i nostri limiti. Rifiutiamo il comfort urbano preteso a quote elevate, rispettiamo la natura originaria dei bivacchi d’emergenza e opponiamoci all’infrastrutturazione pesante che uccide l’identità dei luoghi.
Che andiamo cercando in montagna? Il divano di casa nostra? Ma così non ha senso.