Come la comunicazione digitale sta cambiando la percezione del rischio in montagna.
Comunicazione digitale e percezione del rischio
(in montagna)
di Sara Polverini *
Nell’inverno 2024-25, un noto marchio di attrezzatura outdoor sponsorizzò un breve video realizzato da un influencer italiano. Indossando gli scarponi e lo zaino del brand, l’influencer raggiungeva il rifugio Rosalba sulla Grigna Meridionale, ne filmava il panorama e raccontava ai propri follower che bastavano quei due semplici articoli di attrezzatura per poter godere della stessa vista.
Qualche settimana più tardi, una giovane donna, evidentemente ispirata da quel video, si trovò in seria difficoltà sullo stesso itinerario e dovette chiamare i soccorsi per rientrare a valle. Il video venne successivamente rimosso senza particolari spiegazioni.

Nessuno attribuì pubblicamente la responsabilità dell’incidente al marchio o all’influencer. Eppure, il collegamento tra i due episodi appariva evidente.
Quella vicenda porta a una domanda che oggi, in una montagna sempre più raccontata attraverso gli schermi, vale la pena porsi: la proliferazione della comunicazione digitale ha cambiato soltanto il modo in cui troviamo e scegliamo i nostri itinerari, oppure sta modificando anche il modo in cui percepiamo il rischio?
Questa é la domanda alla quale ha cercato di dare risposta la mia tesi di bachelor in Leisure Management alla SUPSI. Quando ho iniziato a occuparmene, ho scoperto che il rapporto tra comunicazione digitale e percezione del rischio in montagna non era ancora stato studiato come ambito specifico di ricerca.
Una montagna sempre più digitale
Oggi, prima ancora di mettere gli scarponi, possiamo già sapere moltissimo di un itinerario.
Possiamo leggere una relazione pubblicata pochi giorni prima, vedere una fotografia delle condizioni della parete, controllare la presenza di neve in un canale o chiedere informazioni a qualcuno che ha percorso quella cresta il giorno precedente.
Rispetto al passato, la quantità e la velocità delle informazioni disponibili sono enormemente aumentate, ma insieme alle opportunità sono aumentate anche le possibilità di errore.
Il contesto generale è significativo. Gli interventi di soccorso in Svizzera sono passati da 999 nel 2020 a 1.487 nel 2024, con un aumento del 49% in cinque anni. In Italia, il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico ha registrato 10.367 missioni nel 2022 a fronte di 12.349 nel 2023. Nella sola Chamonix, nel 2024, sono stati effettuati 1.753 interventi.
Questi numeri non permettono, da soli, di attribuire l’aumento degli interventi alla comunicazione digitale. Sono, infatti, molti i fattori che contribuiscono alla crescita del numero di persone presenti in montagna e, di conseguenza, dei soccorsi.
Suggeriscono, però, che valga la pena interrogarsi non soltanto su quante persone frequentino oggi la montagna, ma anche su come la frequentino.
La ricerca
Per approfondire questa domanda ho ideato un questionario da somministrare online, combinato con interviste a tre professionisti direttamente coinvolti nel mondo dell’alpinismo e del soccorso.
Il questionario comprendeva sedici domande, quindici a risposta chiusa e una aperta, ed è stato diffuso attraverso diverse comunità Facebook molto attive lungo l’arco alpino. Il link è stato, inoltre, pubblicato nella newsletter dell’Alpine Club.
Dopo aver eliminato le risposte incomplete, sono rimasti 948 questionari utilizzabili.
Il campione è stato raccolto attraverso un metodo di campionamento a valanga e non può quindi essere considerato statisticamente rappresentativo dell’intera popolazione alpina. I canali di distribuzione erano, però, stati scelti intenzionalmente: si trattava proprio di persone immerse nella cultura digitale della montagna e quindi particolarmente interessanti ai fini della ricerca.
La domanda finale aperta ha prodotto oltre 340 risposte scritte. Sono state, per molti aspetti, tra le testimonianze più interessanti dell’intero studio.
Alle risposte del questionario si sono aggiunte tre interviste a tre protagonisti…
Alessandro Gogna, alpinista, guida alpina in pensione, scrittore e storico dell’alpinismo, ha portato una prospettiva legata a decenni di osservazione dell’evoluzione della cultura alpinistica.
Alberto Fantone, guida alpina istruttore, soccorritore professionista e istruttore del soccorso, ha offerto il punto di vista di chi affronta quotidianamente il problema sul terreno.
Matteo Canova, direttore del polo fomarativo interregionale delle guide alpine italine e anch’egli soccorritore e guida alpina istruttore, ha aggiunto la prospettiva di chi si confronta con le conseguenze operative degli incidenti.

Chi cerca le informazioni online?
I partecipanti al sondaggio erano, nel complesso, persone con una buona esperienza: il 76% apparteneva a un club alpino, il 46% si definiva di livello intermedio, il 36% avanzato e il 15% esperto. Solo il 3% si considerava principiante.
Quando è stato chiesto come venissero individuati gli itinerari, le guide cartacee e i consigli di amici e compagni di arrampicata paiono essere ancora le fonti più popolari, a cui fanno affidamento rispettivamente dal 75% e dal 74% dei partecipanti.
Seguono le comunità online come Gulliver, Hikr e Camptocamp, con il 52%, i gruppi Facebook dedicati alla montagna, con il 46%, e piattaforme come Instagram e YouTube, con il 26%.
Il dato più interessante è emerso, tuttavia, incrociando le fonti utilizzate con il livello di esperienza.
I praticanti più esperti tendevano a utilizzare maggiormente guide cartacee e contatti personali di fiducia. I meno esperti, invece, ampliavano maggiormente la ricerca verso le piattaforme digitali.
Questo non significa che utilizzare Instagram o Facebook renda automaticamente meno sicuri.
Significa, piuttosto, che la crescita dell’utilizzo delle fonti digitali interessa in modo particolarmente forte proprio le persone che hanno meno esperienza per valutarne criticamente i contenuti.
Il paradosso della guida cartacea
Uno dei risultati più sorprendenti della ricerca è emerso proprio quando mi aspettavo di trovare una conferma dell’ipotesi iniziale.
Incrociando le fonti di informazione utilizzate con gli interventi di soccorso, è risultato che le persone che avevano avuto bisogno di assistenza erano più frequentemente quelle che si erano affidate a guide cartacee o ai consigli di amici, piuttosto che ai social media.
La montagna, però, ci obbliga a considerare anche un’altra variabile: il tempo.
Una guida è ferma al momento in cui viene stampata. La montagna no.
«Le guide che abbiamo oggi — le più recenti hanno venti, venticinque, trent’anni — sono vecchie», ha osservato Canova, «e purtroppo la montagna cambia».
I ghiacciai si sono ritirati. Rocce che un tempo erano stabili oggi possono non esserlo più, o molto meno di un tempo. Itinerari che negli anni Novanta venivano descritti come normali attraversano oggi terreni profondamente modificati dai cambiamenti climatici.
Un sentiero può essere stato spostato da una frana. Una linea che per decenni è stata considerata sicura può non esserlo più.
Una relazione pubblicata online pochi giorni prima, con tutti i suoi possibili limiti, può invece dirci se sul percorso c’è ancora neve, se questa è portante o farinosa, se una variante è diventata impraticabile o se una protezione è stata danneggiata.
Il problema, quindi, non è semplicemente scegliere tra «carta» e «digitale»; si tratta di imparare a mettere in relazione le diverse fonti.
Guide, amici, relazioni online e social media hanno tutti i propri punti ciechi. Nessuna fonte è perfetta.
Ciò che serve è la capacità di leggere queste informazioni, confrontarle con altre fonti, rapportarle alla propria esperienza e soprattutto verificarle rispetto alle condizioni reali.
Quella capacità – che io chiamo “percezione critica” – è proprio ciò che viene più facilmente minato quando le informazioni si riversano senza un quadro di riferimento per valutarle.
Due forme di falsa sicurezza
Dallo studio sono emerse due forme di falsa sicurezza, molto diverse tra loro.
La prima è probabilmente quella più evidente: la falsa accessibilità prodotta dai contenuti estetizzati.
Pensiamo alle fotografie e ai video che vediamo ogni giorno.
Una parete ripresa nella luce perfetta. Una cresta senza nessuno in difficoltà. Una vetta raggiunta con il sorriso. Un itinerario raccontato attraverso pochi secondi di immagini spettacolari.
Quello che vediamo è vero, ma è soltanto una parte della realtà.
Il cervello tende automaticamente a interpretare il comportamento degli altri come un’indicazione di ciò che è possibile o accettabile fare. Se molte persone affrontano un itinerario e sembrano farlo senza difficoltà, possiamo inconsciamente concludere che quell’itinerario sia alla nostra portata.
I partecipanti al sondaggio hanno descritto molto bene questo meccanismo.
«Instillano troppa sicurezza e fanno sembrare itinerari di livello esperto come se fossero alla portata di tutti», ha scritto uno di loro.
Un altro ha osservato: «Ciò che per alcuni è facile può essere molto difficile o pericoloso per altri».
Il problema è che una fotografia non mostra il grado di preparazione della persona che la scatta.
Non mostra quante volte abbia percorso quella via.
Non mostra quanto abbia impiegato.
Non mostra ciò che è successo prima o dopo lo scatto.
E soprattutto non mostra ciò che sarebbe potuto andare storto.
La sicurezza del telefono
La seconda forma di falsa sicurezza è meno evidente. Si tratta di quella rappresentata dal telefono cellulare.
Oggi gran parte dell’arco alpino è coperto dalla rete mobile. Questo ha indubbi vantaggi, anche in termini di sicurezza, ma può avere anche un effetto psicologico inatteso.
Canova ha descritto il cambiamento in modo molto diretto: le persone partono sapendo che, se qualcosa dovesse andare storto, possono chiamare i soccorsi.
«Una volta non era così. Dovevi scendere a valle per poter chiedere aiuto. Ora il telefono è praticamente ovunque e lo usano come una scusa: se succede qualcosa, chiamo e arriveranno i soccorsi».
La conseguenza è anche la perdita di alcune vecchie abitudini:
– dire a qualcuno dove si sarebbe andati;
– indicare un itinerario;
– stabilire un orario previsto per il rientro;
– lasciare informazioni che permettano ai soccorritori di capire rapidamente dove cercare.
Quando una persona non rientra e i soccorsi vengono mobilitati senza avere alcuna informazione sul percorso previsto, le squadre possono trascorrere ore a restringere un’area di ricerca che una semplice comunicazione lasciata prima della partenza avrebbe potuto ridurre drasticamente.
Chi comunica la montagna online?
Fantone individua tre categorie di persone che condividono contenuti sulla montagna.
La prima è costituita da chi pubblica informazioni oggettive — quota, distanza, difficoltà, condizioni — con l’intenzione di essere realmente utile.
La seconda comprende chi condivide semplicemente il proprio entusiasmo.
La terza è quella più problematica: coloro che utilizzano la propria attività online per costruire un’immagine di sé, dimostrare le proprie capacità o alimentare il proprio ego.
In questi casi, gli aspetti negativi dell’itinerario possono essere omessi proprio perché non contribuiscono all’immagine che si vuole trasmettere.
«Quel tipo di persona è un po’ pericolosa», ha osservato Fantone.
Anche i dati del sondaggio mostrano diverse modalità di comunicazione.
Il 50% dei partecipanti ha dichiarato di pubblicare esclusivamente informazioni oggettive.
Il 37% aggiunge elementi narrativi per rendere il contenuto più coinvolgente.
Il 12% ha, invece, ammesso di enfatizzare gli aspetti più emozionanti proprio per attirare attenzione.
Non è necessariamente un problema raccontare una bella esperienza. Il problema nasce quando la parte spettacolare diventa l’unica parte raccontata.

Chi controlla le informazioni?
Un altro tema emerso dalla ricerca riguarda la moderazione. Gogna ha messo a confronto due piattaforme italiane dedicate alle relazioni alpinistiche.
Sass Balòss è una realtà piccola e curata, nella quale ogni contributo viene verificato dagli amministratori prima della pubblicazione.
Gulliver è, invece, una grande banca dati aperta, nella quale chiunque può pubblicare.
«Non puoi confrontare un itinerario con un altro se gli autori sono sempre persone diverse», ha osservato Gogna.
Il confronto evidenzia una questione più generale: la quantità di informazioni non coincide necessariamente con la loro qualità.
Un archivio molto grande può essere estremamente utile, ma richiede al lettore una maggiore capacità di valutazione.
La moderazione editoriale può aumentare l’affidabilità di una fonte, ma non può sostituire il giudizio di chi legge.
La percezione del rischio
Uno degli incroci più interessanti del questionario riguardava la percezione soggettiva del rischio.
Tra coloro che dichiaravano di tendere a sottovalutare i pericoli, il 44% aveva avuto almeno una volta bisogno di soccorso.
Tra chi affermava di non aver mai realmente riflettuto sul proprio profilo di rischio, la percentuale era del 40%.
Tra i partecipanti che si definivano prudenti era del 27,5%.
Tra coloro che si definivano «equilibrati», era del 30,7%.
All’interno di questo campione, quindi, una minore consapevolezza del proprio rapporto con il rischio risultava associata a una maggiore frequenza di ricorso al soccorso.
Un altro dato apparentemente sorprendente riguardava le attività che generano gli interventi.
I partecipanti al sondaggio indicavano soprattutto alpinismo e arrampicata. Le statistiche ufficiali dei servizi di soccorso svizzeri, italiani e francesi mostrano, però, che l’escursionismo rappresenta circa il 45% delle operazioni di soccorso nell’arco alpino.
Secondo Fantone, il motivo è molto semplice:
«Il rapporto tra alpinisti ed escursionisti è uno a cento, forse uno a duecento. Stiamo semplicemente parlando della legge dei grandi numeri».
L’escursionismo è, inoltre, l’attività che più spesso viene presentata online come universalmente accessibile, attraverso fotografie panoramiche e descrizioni che possono omettere dislivello, condizioni del sentiero e variabilità stagionale.
Quando la sicurezza diventa una vulnerabilità
Il sondaggio ha fatto emergere un’altra tendenza interessante.
I problemi legati a informazioni inaccurate non riguardavano principalmente i principianti, ma soprattutto persone di livello intermedio e avanzato.
Una possibile spiegazione è che chi è alle prime armi tende generalmente a evitare gli itinerari che percepisce come troppo impegnativi.
Chi possiede, invece, abbastanza esperienza per affrontare terreni tecnicamente seri, ma non ne ha ancora abbastanza per valutare sempre correttamente i propri margini, può trovarsi in una situazione diversa.
La fiducia nelle proprie capacità, in questo caso, può diventare una vulnerabilità.
«No Limits»
Nel corso dell’intervista, Gogna ha richiamato la campagna pubblicitaria «No Limits» di Sector degli anni Novanta.
Lo slogan, associato anche all’alpinista Manolo, rappresentava perfettamente una certa idea degli sport estremi: il limite come qualcosa che può essere superato attraverso la volontà, l’attrezzatura e l’atteggiamento giusto.
Ma i limiti esistono.
Possono essere spostati attraverso l’allenamento, l’esperienza e la conoscenza, ma non possono semplicemente essere eliminati.
«La libertà», dice Gogna, «non significa fare quello che vuoi, come un bambino. Nasce dai limiti che ti poni. Entro quei limiti agisci. Questa è libertà».
Secondo Gogna, qualcosa è cambiato anche nel modo in cui concepiamo l’alpinismo.
Un tempo, l’incertezza era parte integrante dell’attività: non era sempre chiaro dove passasse la linea, quale fosse la qualità della protezione o come sarebbe andata a finire l’ascensione.
Oggi la grande disponibilità di informazioni online e la presenza di un numero crescente di protezioni fisse hanno contribuito a creare una montagna nella quale l’imprevisto viene progressivamente ridotto.
«Una volta l’alpinismo era legato all’avventura e all’imprevisto», ha osservato. «Oggi l’attenzione si è spostata verso una rassicurante prevedibilità».
Il rischio, in questo passaggio, non è soltanto quello di rendere alcune attività più facili, è anche quello di perdere la capacità di adattarsi all’imprevisto.
Quando una fotografia diventa una calamita
Canova cita un esempio particolarmente significativo: il Cervino.
La montagna, secondo la sua esperienza, genera un numero importante di interventi rispetto alla sua difficoltà tecnica perché la sua forza visiva sui social media attira persone che hanno calibrato la propria ambizione sull’immagine della montagna più che sulle sue caratteristiche reali.
«Una foto del Cervino riceve mille like. Una foto del Monte Bianco ne riceve cento».
Gli itinerari più frequentati sul Cervino sono, però, lunghi ed esposti, possono essere soggetti a importanti cadute di pietre provocate dalle cordate che precedono, e richiedono concentrazione costante per un’intera giornata.
Nelle fotografie che hanno reso il Cervino una delle montagne più riconoscibili e fotografate delle Alpi, tutto questo non si vede.
L’estetica della montagna e il suo pericolo oggettivo non sono la stessa cosa. Nessun algoritmo stabilisce questa differenza al posto nostro.

Cosa pensano gli alpinisti?
La domanda aperta del sondaggio ha prodotto oltre 340 risposte.
Molte esprimevano una forte critica verso la spettacolarizzazione della montagna, la trasformazione dei luoghi alpini in scenografie fotografiche e la ricerca dei like a discapito dell’accuratezza.
«Penso che ultimamente, con tutti i post, i reel e i video sulla montagna, ci sia un approccio irresponsabile, anche su itinerari semplici», ha scritto un partecipante.
Un altro osservava:
«I social media hanno reso più semplice trovare informazioni e, di conseguenza, persone meno esperte si avvicinano alla montagna, a volte senza la preparazione necessaria».
Ma nelle stesse risposte compariva anche un’altra consapevolezza. Il digitale è estremamente utile.
Sapere prima di partire se un canale presenta ghiaccio buono oppure neve marcia. Vedere una fotografia scattata pochi giorni prima. Sapere se una frana ha modificato un sentiero.
Queste sono informazioni che possono realmente aumentare la sicurezza.
Un partecipante ha riassunto molto bene questa ambivalenza:
«I social media sono utili perché forniscono informazioni aggiornate sulle condizioni o sui potenziali problemi, soprattutto per chi vive lontano dalla zona, ma non devono essere presi come il Vangelo».
Dalle risposte emergeva soprattutto una richiesta di onestà verso se stessi.
«In montagna bisogna essere sempre onesti con se stessi e avere la capacità di comprendere il proprio livello in relazione all’itinerario che si affronta».
«È importante sapere quando tornare indietro».
«Non bisogna mai sottovalutare i possibili pericoli; le distrazioni sono spesso fatali».
Si tratta di affermazioni semplici, ma racchiudono una delle competenze più difficili da costruire in montagna: riconoscere i propri limiti e avere la lucidità di agire di conseguenza.
Informazione o formazione?
Alla fine delle interviste, tutti e tre gli esperti erano arrivati, indipendentemente l’uno dall’altro, a una conclusione simile.
La risposta ai problemi individuati dalla ricerca non è semplicemente una migliore moderazione dei gruppi online.
La vera soluzione sembra risiedere nella formazione. Una formazione strutturata, svolta sul terreno, in piccoli gruppi e con persone qualificate.
Fantone è stato molto diretto:
«Quattro giorni di corso base di alpinismo insegnano i fondamentali per poter sopravvivere su quegli itinerari. I video tutorial non funzionano. Devi metterci le mani. Qualcuno deve spiegarti».
Anche Canova ha sottolineato il problema dell’attrezzatura utilizzata senza una preparazione adeguata. Un apparecchio ARTVA, indossato da qualcuno che non ha mai avuto modo di usarlo in un’esercitazione reale, non rappresenta necessariamente una misura di sicurezza. Può diventare, al contrario, un oggetto che trasmette una falsa sensazione di sicurezza senza esserlo realmente.
I dati del sondaggio andavano nella stessa direzione.
Chi aveva seguito corsi strutturati attraverso club alpini o con guide qualificate tendeva a definirsi più prudente ed equilibrato nella valutazione del rischio.
Chi dichiarava di sottovalutare occasionalmente i rischi aveva, invece, imparato più frequentemente attraverso amici e compagni.
Ma la formazione necessaria oggi non dovrebbe limitarsi alle tecniche alpinistiche. Dovrebbe comprendere anche una forma di alfabetizzazione digitale.
Imparare a leggere criticamente una relazione online.
Capire quando una descrizione è basata su dati oggettivi e quando è condizionata dall’immagine che l’autore desidera trasmettere.
Confrontare fonti diverse.
Verificare la data delle informazioni.
Ma, soprattutto, ricordarsi che ciò che pubblichiamo sarà letto da persone che non condividono necessariamente il nostro livello di esperienza.
Gogna ha espresso quest’ultimo concetto in maniera particolarmente chiara:
«Quando metti qualcosa su internet, non ti appartiene più. Può essere letto da centomila persone. Se non sei preciso nel descrivere ciò che hai realmente fatto, qualcuno proverà a replicarlo pensando che tu abbia fatto esattamente quello. E non sarà così».
La montagna non è uno schermo
I due problemi principali emersi dalla ricerca — la perdita di alcune abitudini di pianificazione prima della partenza e la distorsione dei propri limiti prodotta dai contenuti estetizzati — non sono, in fondo, problemi tecnologici.
Sono problemi culturali. La comunicazione digitale li ha accelerati e amplificati, ma le loro radici sono più profonde.
Riguardano la tendenza a preferire l’immagine della competenza alla sua reale acquisizione, a considerare la difficoltà qualcosa da eliminare invece che qualcosa con cui confrontarsi e a trasferire in montagna una logica che funziona abbastanza bene in molti altri ambienti della nostra vita quotidiana.
Ma la montagna non è un ambiente progettato per essere indulgente. È indifferente. Un seracco non modifica il proprio comportamento in base all’esperienza della persona fotografata sotto di esso.
Le condizioni che una guida del 2001 descriveva come normali per il mese di agosto possono oggi essere completamente diverse.
Questa non è una conseguenza del digitale; è una realtà fisica che il digitale può, però, rendere più facile dimenticare.
Questo non significa che dovremmo smettere di utilizzare le comunità online. Al contrario.
La possibilità di consultare informazioni quasi in tempo reale, vedere una fotografia scattata pochi giorni prima o leggere un resoconto onesto sulle condizioni di un itinerario rappresenta un vantaggio concreto.
Il video del rifugio Rosalba non era pericoloso perché era digitale.
Era pericoloso perché mostrava il panorama e nascondeva tutto ciò che veniva prima: la pendenza dell’avvicinamento, le condizioni del terreno in inverno, la preparazione necessaria.
Più formazione, non meno informazione
Alla fine, la ricerca porta a una conclusione semplice.
Il problema non è avere troppe informazioni. È non avere gli strumenti per valutarle.
L’informazione può essere scaricata. La formazione no.
La capacità di giudizio si costruisce lentamente: attraverso l’esperienza, gli errori, l’osservazione, il confronto con persone più esperte e la pratica sul terreno.
Significa imparare a guardare una fotografia e chiedersi cosa non mostra.
Leggere una relazione e domandarsi quando è stata scritta.
Confrontare una descrizione con le condizioni attuali.
Sapere che un grado tecnico non dice tutto.
E, soprattutto, riuscire a distinguere tra ciò che possiamo fare e ciò che è prudente fare oggi, in quelle condizioni, con quella preparazione.
È una forma di conoscenza che non può essere scaricata da internet.
I club alpini e le guide qualificate hanno sempre avuto, tra gli altri, proprio questo compito: trasformare l’informazione in esperienza e l’esperienza in capacità di giudizio.
La montagna digitale non rende questa funzione meno importante. Forse, paradossalmente, la rende ancora più necessaria.
Sara Polverini * si è laureata in Leisure Management alla SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana) nel settembre 2025. Attualmente frequenta un master in Visual Design and Integrated Marketing Communication presso la Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) di Milano.
Appassionata di alpinismo, con una particolare predilezione per gli itinerari su ghiaccio e neve e per lo scialpinismo.
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