Metadiario – 179 – Avventura è (AG 1994-007)
L’amico Luca Santini mi aveva coinvolto in un nuovo tipo di lavoro cui lui stesso si stava affacciando: la formazione per aziende, naturalmente declinata ai momenti outdoor. Era il 12 maggio 1994 quando assieme a lui andai al Dente delle Ali (Appennino Piacentino) e alla ferrata Luigi Mazzocchi del Groppo delle Ali 1689 m. Raggiunto il bivacco Umberto Sacchi 1600 m dal Passo dello Zovallo, salimmo per la via normale il curioso Dente delle Ali; subito dopo percorremmo la via ferrata, allo scopo di capire se poteva rispondere alle esigenze formative del gruppo che presto vi avremmo accompagnato. Infatti il 22 maggio tornammo: con noi erano Gianni Paolino, Giuliano, Rika, Giancarlo Originale, come pure gli amici Guido Azzalea, Popi Miotti e Andrea D’Amato. Fatta la ferrata al Groppo delle Ali, ci ritrovammo a salire anche il Dente delle Ali: solo Giuliano e Rika rimasero alla base.
Nell’ambito della campagna fotografica per I Grandi Spazi delle Alpi avevo costruito un programma di uscite che, con la rottura della gamba di Marco, era già obsoleto. Mi risolsi a fare delle uscite da solo, onde cercare di non essere troppo in ritardo sulla tabella di marcia. Così il 25 maggio mi trovai nella notte a partire da solo da Nant Fourchou sotto un’acquerugiola fine e insistente. Dopo una foresta bellissima e scura, salita con innumerevoli serpentine spesso ostruite da alberi caduti, eccomi a vagabondare nella nebbia sotto al Grand Roc dei Bauges, che solo dopo un bel po’ di ricerche tra aspre rupi, genziane di Koch e cardi blu riesco a salire per un percorso non proponibile.
In cima al Grand Roc erano le sette di mattina, non vedevo a dieci metri per la nebbia, c’era però la consolazione delle buone previsioni del tempo. Infatti, dopo due ore di meditazioni forzate, qualche squarcio si aprì qua e là, sufficiente per farmi capire che era dappertutto bellissimo meno che sui Bauges, il massiccio più umido della Savoia.
Dopo altre quattro ore di attesa, avevo perso ogni speranza di salvare la giornata. Così mi diressi a valle, per scoprire, quasi arrivato in fondo, che stava diventando sereno e magnifico. Salii così ad una meta secondaria, una bella radura un po’ oltre l’Oratoire de St. Bernard, una cappelletta immersa in una splendida foresta di latifoglie sulla verticale del paesino di École.
29 maggio 1994. Sono accovacciato in cima ai 3222 metri del Blanc Giuir (Gran Paradiso) e cerco di ripararmi a malapena dal vento che da circa tre ore mi intirizzisce. Poco lontano da me, anche lui chiuso in freddolosa meditazione, Popi ha reclinato il capo sullo zaino e a occhi chiusi attende che il sipario di nebbia e a tratti di nevischio si dissolva per poter scorgere la grandiosa barriera di montagne a poca distanza da noi.
Siamo saliti fin quassù con gli sci, l’ultimo tratto a piedi, per fotografare una delle vedute più emozionanti, ma ora temiamo di aver perso il nostro tempo, di dover tornare. Quando si lavora occorre rispettare dei tempi e dei costi: sembra che il Blanc Giuir ci costerà caro, per questo non molliamo la presa e aspettiamo anche oltre il ragionevole.
Salendo al Blanc Giuir in una giornata diversa dalla nostra

Ben presto una sensazione fastidiosa si fa largo, ci sembra che quest’attesa non ci faccia imparare niente, lontani da una serenità irraggiungibile. È proprio il momento più brutto di tutte le avventure, la fatica. Fatica di pensare, di salire, di aspettare, di ricominciare da capo.
Avventura è fatica, fantasia, incognita e un pizzico di competizione
Il vocabolario recita che avventura è “avvenimento di solito strano, unico o singolare” e, per estensione, “impresa che attrae anche se rischiosa”. Molte altre definizioni le son state date, a tal punto da autorizzarci a ritenere che il concetto di avventura sia mutevole non solo nello spazio ma anche nel tempo.
Inoltre “avventura”, come tutto ciò che è soggettivo o vissuto dall’individuo, assume toni e sfumature diverse per ciascuno di noi. Però si può concordare che, sempre e per chiunque, avventura si possa tradurre in esperienza.
C’è chi sostiene che avventura è uscire dalle tracce, trovare nuovi sentieri: quindi avere intuizioni, lavorare molto di fantasia per vedere dietro l’angolo, oltre le azioni e gli oggetti consueti, senza però dimenticarsene. Dobbiamo saper sognare ad occhi aperti senza perdere di vista la realtà.
Nella ricerca del nuovo spesso invece si rincorrono i record ad ogni costo, in affannosa selezione o minuziosa ragioneria dell’intentato. La contabilità, l’amministrazione e i computer tendono a sminuire l’aspetto umano. È l’esagerazione, quasi la mitizzazione di un aspetto particolare dell’avventura. Se si perdono di vista gli aspetti generali, minimizzando il soggettivo e l’umano e concentrandosi esclusivamente sugli aspetti tecnici, si abdica a favore di un’attività sterile.

L’atteggiamento verso l’avventura dei “giovani esploratori” soffre di velato militarismo: le squadre di adolescenti e bambini inventano giochi bellissimi, intessuti di quello spirito d’avventura che, così genuino e necessario a quell’età, costringerebbe l’adulto a rinunciare a molta della sua fantasia individuale, con esiti che potrebbero sfiorare il ridicolo.
Uscire dalle tracce è sicuramente eccitante ma non bisogna dimenticare la modestia: spesso si crede di fare qualcosa di nuovo che, con un po’ di documentazione, si sarebbe rivelato subito già conosciuto, già praticato.
Infine, nella ricerca ossessiva della novità, si finisce per essere molto più interessati a ciò che gli altri possono dire della nostra avventura, e quindi in definitiva alla loro considerazione maggiore o minore, che non all’apertura delle nostre porte interiori a tutto ciò che di positivo può insinuarsi in noi per consentirci un’esperienza vera.

L’avventura è senza dubbio al di sopra della storia e della cronaca: ci può essere, e grande, anche se nessuno la registra, la tramanda o la esalta. Ci può essere anche piccola, chiusa nel nostro intimo.
C’è chi identifica l’avventura con il pericolo che è insito nell’incognita; siamo sommersi da produzioni letterarie, da fumetti, da film e da trasmissioni televisive che esibiscono il pericolo come spettacolo. Si pretende, a volte con successo, di vendere allo spettatore in poltrona un’avventura che lo ecciti. Ma emozioni di questo tipo possono essere solo superficiali e inutili perché non lasciano alcuna traccia in profondità. In definitiva nello spettatore cedono presto il posto a indifferenza e noia; il protagonista subirà invece frustrazione e squilibrio.

La morbosa e generale attenzione al pericolo come ingrediente principale è un preoccupante sintomo di povertà dell’avventura stessa. Quando la comunicazione tra uomo e natura si riduce, i contenuti di un’impresa seguono la stessa sorte: pericolo e competizione assumono un’importanza esagerata.
La competizione vera e propria infatti è la baldanzosa maschera di un’avventura a volte inesistente: le gare si possono fare soltanto in un’ambiente ormai addomesticato, dove la natura non può dirci nulla perché neppure le prestiamo attenzione. Una gara automobilistica tanto è ricca di competizione e pericolo, tanto è povera di avventura. È ora di far chiarezza sulla differenza tra avventura e rischio, troppi scribacchini e troppi uomini di comunicazione hanno ricamato a loro piacimento.
Limitarsi a vedere l’azione sotto la luce della competizione ci porta ad un consumo ripetitivo: è senza senso volersi spingere sempre più lontano in relazione agli altri, perché ci sarà sempre qualcuno che andrà più lontano di noi e con lui anche una parte di noi stessi si allontanerà dal nostro essere.
Sforziamoci di imparare a vivere l’avventura per noi stessi, senza raffrontarci ad altri. Il nostro vissuto è un’esperienza unica e ci appartiene, ma è altrettanto vero che le nostre esperienze ci arricchiscono solo se le viviamo nella giusta disposizione d’animo: non possiamo gettare via delle occasioni così belle.

A seconda delle nostre possibilità, ma soprattutto a seconda della nostra disponibilità, una semplice passeggiata nei boschi può diventare la grande Esperienza della nostra vita.
Uno squarcio, seguito da un altro, ci si apre davanti, ormai sonnecchianti e scossi da brividi. Ma dovremo tornare ugualmente, questa è la decisione di un Gran Paradiso che in tutto il giorno non abbiamo visto, di una Becca di Gay imbronciata e di un livido Becco Meridionale della Tribolazione che si è concesso per pochi frenetici secondi.
Se noi eravamo saliti nel candore di vaste distese di neve primaverile, Marco e Franco sono tornati molto più avanti in stagione, quando le nevi ormai disciolte hanno rivelato giganteschi rovinii di blocchi e sassi: al di sopra, le pareti rossastre della grande muraglia del versante meridionale del Gran Paradiso sono lì al sole, proprio davanti. Forse anche loro, immobili da tempi geologici, si chiedono cosa siamo venuti a cercare: ma creste così brillanti e nitide, slanci di rocce così trionfali, colori di montagna così serale ed estiva, possono darsi la nostra stessa risposta?
“Oggi tutti parlano di avventura. Avventura è una parola presente ormai in ogni discorso. Effettivamente le si attribuiscono troppi significati, spesso perdendo di vista quello vero (Walter Bonatti)”

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..ho da sempre cercato per “gioco” l’avventura in montagna poi, nell’ ottobre 2015, TAC: cancro al rene sinistro, novembre operazione ed asportazione, gennaio 2016 cura per i cloni ai polmoni e dieta per aiutare il rene destro….ora sto dentro la “vera avventura” quella che mi fa cagare addosso per la paura ma mi da anche la voglia e la forza di proseguire per la “cima”..
“L’avventura è incertezza e l’incertezza spaventa.”
“Sono inquietanti anche le certezze…”
Si spaventano ma allo stesso tempo attraggono e ci fanno sentire vivi e padroni delle nostre scelte. Nel bene e nel male.
L’avventura è andare verso l’ignoto . Un ignoto geografico ma anche quell’ignoto che sta dentro di noi.
Sono inquietanti anche le certezze…
La certezza di morire, di finire all’ospedale, di mangiare male e di finire in bianco
Forse quello che insegna l’arrampicare è l’arte della leggerezza, sugli appigli e nella vita
L’avventura aggiunge almeno una speranza
L’avventura è incertezza e l’incertezza spaventa. La vera avventura è proprio quella che certi avventurieri evitano assolutamente.
E’ bello partire per l’avventura ma se la incontri davvero te la fai sotto.
E’ un termine abusato.
Ma esiste.
Mi piace da sempre mettermi completamente in gioco (usare tutte le mie capacità mentali, culturali e fisiche) in “territori” che non conosco.
Mi piace avventurarmi dove non conosco.
Per come la vedo io nell’avventura deve sempre esserci un quantitativo di ignoto. Più aumento questo quantitativo e più l’avventura costituisce un’esperienza degna di tale nome.
All’avventura si danno molti, troppi significati…? non credo, il significato rimane sempre lo stesso ma cambiano le sfaccettature. Può essere avventuroso anche leggere un libro se si è disposti a mettersi in gioco, a scardinare tutti i nostri punti fissi e le nostre certezze. Ecco, l’avventura è l’abbandono della certezza, mettersi in gioco per esplorare sensazioni nuove, e questo si può provare in montagna, nella scoperta di nuovi luoghi, ma anche in una competizione dove si scoprono energie che non sapevamo di avere. Superare i nostri limiti, lasciare il noto per l’ignoto. Dire che l’avventura la si può trovare solo in montagna o in natura mi sembra troppo riduttivo, semplicistico; piuttosto mi viene da pensare che la natura ci aiuta a trovare un contatto più vivo, ci mette a nudo di tutti gli strumenti che occultano l’istinto, la fanno assaporare in modo diverso, ma sto già andando fuori tema…
“il freddo e la paura sopraggiungono a stare fermi”… stesso concetto espresso da mille uomini qualunque… lascia perdere Benigni… a me pare uno scemotto… toccare le palle sui palchi fa ridere i polli…. allora meglio Ciccio Ingrassia. ciao