Metadiario – 05 – L’escalation dell’eleganza (AG 1968-005)
(da solo sulle Grandes Jorasses, 8 luglio 1968, cinquanta anni fa)
(tratto da Un alpinismo di Ricerca, scritto in tre tempi, luglio 1968, febbraio 1969 e gennaio 1972)
Le imprese alpinistiche hanno un contenuto e una forma; possono essere perciò difficili ed eleganti. Molte vittorie sono state conseguite sulle Alpi, e ogni volta si è sempre parlato dell’impresa senz’altro più impegnativa mai fino allora affrontata. Alla Solleder al Civetta segue la Comici alla Grande di Lavaredo; a questa segue la Soldà alla Marmolada, e così via in una continua e progressiva escalation dei valori oggettivi.
Al punto che alcuni ogni tanto si chiedono se non avesse ragione Paul Preuss, che, nel concetto supremo di eleganza, integrava la difficoltà, disdegnando di considerare quest’ultima come fine a se stessa. E si ha perciò una sorta di sacro rispetto per le mirabili imprese di quel grande, la cui leggerezza, il cui disprezzo per ogni mezzuccio, per ogni assicurazione, è passato giustamente ad esempio. Banditi l’inganno alla montagna, la tecnica dei chiodi e delle corde, valgono solo il puro sentimento delle vette e la vera eleganza d’idea e di esecuzione. Si disse che Preuss era il Cavaliere della Montagna, ma ecco dopo pochi anni comparire Emilio Comici, l’Artista, l’arte di arrampicare di Emilio Comici, arrampicava come avesse le ali di un angelo. Un altro uomo che impose alla forza bruta, al coraggio e all’intelligenza, un nuovo modo di sentire, una musica, una danza sugli abissi vertiginosi.
Grandes Jorasses, parete nord: le condizioni il giorno 7 luglio 1968

Poi vengono altre figure, altri alpinisti “gentili”. Non è una specialità riservata ai solitari e agli antichi. Basti pensare a Walter Philipp e Dieter Flamm, che nel 1957 aprono sulla muraglia della Civetta una via nuova, molto più difficile della Solleder e con gli stessi limitatissimi mezzi artificiali. Ecco un’impresa al limite del possibile condotta con mirabile eleganza dal giovane viennese, appena ventenne.
Hermann Buhl, da solo sulla Nord-est del Pizzo Badile, in quattro ore e mezzo, con la macchina fotografica, la corda e qualche moschettone.
Non più lo stesso Buhl sul Nanga Parbat. Impresa grandiosa ed eccezionale sotto altro aspetto, l’eleganza purtroppo vi è bandita: vi si vede solo lo sforzo dell’uomo-bestia, che si droga per sopravvivere, costantemente sul limitare della morte per sfinimento; grande pagina nella storia dell’alpinismo, priva però di qualsiasi grazia.
Tanti sarebbero gli esempi e non si può citarli tutti. Esiste comunque un filo estetico che congiunge Georg Winkler, Preuss, Comici, Buhl e gli altri. La ricerca continua; dove si può realizzare l’impresa alpinistica che superi tutte le altre in logica e in eleganza? L’impresa che sia l’improvviso colpo di genio applicato all’alpinismo? Il bellissimo abito nuovo dell’alpinismo elegante?
In un momento in cui si parla sempre più insistentemente di un prossimo esaurimento dei problemi alpinistici, ecco la parete nord delle Grandes Jorasses che propone la sua prima salita solitaria.
Delle tre grandi pareti nord, due sono già state salite in solitaria, la prima, il Cervino, da Dieter Marchart nel 1959, la seconda, l’Eiger, da Michel Darbellay, nel 1963. Solo l’ultima delle tre Nord continua a resistere. I suoi 1200 di appicco verticale, le sue difficoltà di roccia e di ghiaccio, il sesto grado a quattromila metri di altezza, hanno scoraggiato molti.
Questa parete, nel libro d’oro della nobiltà alpinistica, fa parte anche di un secondo trittico, composto dalle tre grandi salite di Riccardo Cassin. La parete nord della Cima Ovest di Lavaredo è stata salita da Claude Barbier, nel 1959 e nel 1961, due volte da solo. La parete nord-est del Pizzo Badile da Hermann Buhl, nel 1952, e poi da quattro altri, René Simek, Günther Nothdurf, Elio Scarabelli, Aldo Anghileri. Manca solo la solitaria alla Nord delle Grandes Jorasses…
L’americano Gary Hemming, spesso compagno di cordata di John Harlin, è noto da alcuni anni tra i più conosciuti alpinisti delle Alpi Occidentali. È stato detto e scritto molto e male di quest’uomo con i capelli-beat e l’abbigliamento rattoppato, la cui presenza è stata determinante nell’operazione di soccorso avvenuta sulla parete ovest del Petit Dru nel 1966.
Le sue imprese in montagna sono però una realtà, anche se la gente normale lo può tacciare di asociale, perché non ama il lavoro regolare. Ma dal punto di vista umano Hemming non ha mai deluso nessuno.
Il periodico austriaco Alpenland lo ha dato perfino per morto nell’edizione settembre 1967. Per fortuna Hemming non conosce neppure una parola di tedesco, e certamente non è un lettore di quel periodico, perché a nessuno piace leggere il proprio necrologio. Infatti ecco cosa è successo il 30 luglio 1967.
Gary Hemming lascia alle 1.30 il Rifugio Leschaux, per compiere la prima solitaria dello sperone Cassin. Nei primi tiri di corda, l’americano non va molto veloce. Anzi, rallenta il ritmo dei tedeschi Manfred Sturm e Gottfried Lapp. Poi trova enormi difficoltà nel diedro Allain, ghiacciato. Per fortuna si è assicurato al primo chiodo ad anello. Infatti, giunto a un certo punto, vola, ed è trattenuto dall’autoassicurazione. Gli austriaci Robert Kittl e Toni Rosifka, che nel frattempo stanno arrivando dal basso, offrono a Hemming la loro corda, con la proposta di continuare in tre. Ma il solitario rifiuta. Così, dopo aver perso una buona ora, gli austriaci continuano. Al passaggio del diedro di 75 metri Kittl e Rosifka raggiungono i monachesi Sturm e Lapp. Improvvisamente sentono, dalla base, un urlo terribile: “Hemming è caduto!!!”.
Con questa convinzione i quattro vanno avanti. Così scrive Kittl su Alpenland: “L’idea che Hemming vivrebbe ancora, se si fosse legato con noi, non mi lasciò più. Peccato per l’uomo che tanto si adoperò un anno prima sul Petit Dru”.
Ma la realtà è ben diversa. Tre francesi attaccano lo sperone, dietro agli altri cinque. Al secondo tiro di corda, il primo scivola sul pendio ghiacciato, e cade, lanciando un urlo. Si ferma a pochi metri dal crepaccio terminale, trattenuto dalle corde. I tre decidono di scendere, perché quello che è caduto si è ferito, per fortuna non gravemente. Vengono aiutati, nella discesa, da Gary Hemming: egli infatti, considerata la sua sfortunata prestazione sul diedro Allain, ha deciso di rinunciare, e nella discesa incontra i tre francesi.
Alla radio francese la situazione si è prospettata così: il 28 luglio è annunciato il proposito di Hemming; il 29 lui si trova ancora al Leschaux, ed è confermata l’intenzione; il 30 si comunica che Hemming ha aiutato una cordata in ritirata. Quindi il capellone vive ancora. Probabilmente avrà passato l’inverno cercando un lavoro qualsiasi a Parigi, o a Londra, o forse nel suo Paese, ed è riapparso quest’estate a Chamonix, sempre con la sua divisa: giaccone militare e blue-jeans scoloriti e tagliuzzati.
(Nella primavera del 1968 avevo quasi finito di scrivere il mio primo libro, Grandes Jorasses, Sperone Walker – 40 anni di storia alpinistica. L’avevo scritto prima della mia solitaria, lasciando le pagine in bianco e ripromettendomi di finirlo con quell’ultimo capitolo. Vista dall’esterno la cosa è divertente: sembra che abbia fatto la salita solo per poter scrivere la parola “fine”. E chissà che non sia vero? In una rappresentazione teatrale, quando si chiude il sipario, è sempre bello essere l’ultimo attore in scena. NdA).
Ma è diverso mettere fine a una cronaca e chiudere invece una storia. La storia dello Sperone Walker non è finita l’8 luglio 1968. Ci si può spremere le meningi per escogitare qualcosa di nuovo, come ad esempio la prima solitaria invernale; ma a ben considerare di record da battere ce ne sono ormai ben pochi. E l’uomo, come al solito, si sente ancora più insoddisfatto. E l’insoddisfazione porta ad altri risultati, ad altre storie, che io non posso ancora raccontare.
Per essere più leggero, limito l’equipaggiamento al minimo indispensabile: una decina di chiodi e di moschettoni, due staffe, la piccozza, i ramponi, la corda, scarponi speciali con scarpa interna; alla giacca imbottita di piumino per un eventuale bivacco non posso rinunciare.
Sabato 6 luglio, la 500 ci porta a Courmayeur. Con me c’è Giorgio Volta, genovese, che mi ha voluto accompagnare a tutti i costi. Piove forte, però dovrebbe essere un temporale brevissimo. Nel negozio di Toni Gobbi veniamo a sapere che è morto in un incidente automobilistico Edouard Frendo, il grande alpinista francese che nel 1945 con Gaston Rébuffat effettuò la seconda ascensione dello Sperone. Intanto ritorna il sole e così le buone speranze. Alla funivia, mentre ci cambiamo, incontriamo tre amici bergamaschi. Ci chiedono dove siamo diretti e noi gli rispondiamo che vogliamo fare la Nord. Al Rifugio Torino il tempo è proprio rimesso al bello. Quattro ore di marcia sul caldo dei ghiacciai ci portano al rifugio Leschaux. Il ghiacciaio è piatto e molto largo. Improvvisamente una figura, sulla nostra destra; un uomo molto alto, i capelli lunghi, scende a grandi passi… quello è Gary Hemming! Ci ha riprovato… ma sta tornando indietro. Alla sera con i binocoli vediamo che in alto, sopra i 4000 c’è un po’ di neve fresca.
Grandes Jorasses, parete nord, via Cassin, prime lunghezze. Alessandro Gogna, 7 luglio 1968, in ricognizione per la prima solitaria. Foto: Giorgio Volta.

Grandes Jorasses, parete nord, via Cassin: 7 luglio 1968, quasi alla base del diedro Allain, Alessandro Gogna in ricognizione per la prima solitaria. Foto: Giorgio Volta.

Così la domenica non attacco e preferisco fare una ricognizione con Giorgio, che mi accompagna volentieri. Saliamo fino al primo risalto roccioso. Poi io mi slego e proseguo da solo fino al diedro Allain e fessura Rébuffat. Mi convinco, se ancora ci fosse bisogno, che la salita solitaria mi sarà possibile. Nel pomeriggio ridiscendiamo; fa molto caldo e penso che la neve, in alto, sia in scioglimento.
Al rifugio Giorgio fa tutto. Mi prepara da mangiare, parla con dei francesi, prepara le cuccette. La notte mi porta un buon sonno, vuol dire che sono calmo.
Lunedì ore 2.45; partiamo dal rifugio. Giorgio mi porta lo zaino fino all’attacco. Una stretta di mano, auguri, e uno sguardo che mi dice quanto in questo momento il mio amico stia soffrendo. Alle 4.45 incomincio ad arrampicare. Fino al diedro Allain vado molto bene, approfittando dell’esperienza del giorno precedente. Ho in programma di autoassicurarmi sui passaggi più difficili, e così, sotto il diedro, tiro fuori dallo zaino la corda. Superato il diedro, la corda non ne vuole sapere di scorrere e devo scendere a disincastrarla. Mi convinco allora che perderei troppo tempo e decido di non usarla più, se non proprio in caso di assoluto bisogno. Mi metto i ramponi per traversare a destra, su un ghiaccio durissimo, fino al diedro di 75 metri. Dopo un altro incidente con la corda, metro dopo metro, esco fuori da questo famoso passaggio. Ancora devo mettere i ramponi, che tengo anche nel camino ghiacciato. Poi la traversata per raggiungere il pendolo. Qui la verticalità è veramente dolomitica e mettere la corda nei chiodi del pendolo è impressionante: si è su un piccolissimo appoggio per il piede. Scendo sulla corda, poi dondolo a destra. Mi fermo su uno spuntone, ricupero la corda. Poi, nello spostarmi ancora a destra, trovo un’estrema difficoltà: forse dovevo pendolare di più! Lo strapiombo nero è un po’ vetrato, e sono costretto, per arrivare al primo bivacco Rébuffat, ad usare due staffe.
Alessandro Gogna dopo la ricognizione per la prima solitaria della via Cassin sulla parete nord delle Grandes Jorasses, 7 luglio 1968. Foto: Giorgio Volta.

Sopra di me, tutte in ombra, incombono le placche nere. Sono sempre legato alla metà della corda, che ora è ammucchiata ai miei piedi. Stranamente non sento paura. Eppure qui tutto è pauroso, il vuoto, la solitudine, il muro che ho di fronte, il canalone terribile alla mia destra. È difficile esprimere la sensazione di sicurezza che ho. Sono convinto che uscirò al di sopra di queste placche, che non mi potranno fermare; e nello stesso tempo non mi sento tanto superiore da non temerle. Questo, secondo me, è il vero coraggio. Saper affrontare un problema, dopo averlo risolto dentro di sé e averne vagliate tutte le difficoltà.
Fin dai primi movimenti acquisto ancora più fiducia; vado su verticalmente, sfruttando con le dita gli anelli di qualche chiodo. Non mi tremano i piedi, non mi batte il cuore; è come se dietro avessi qualcuno che mi incoraggi, che mi dica cosa devo fare.
“Dietro quello speroncino c’è un chiodo”.
“Bene, se c’è andiamo a toccarlo”.
E così traverso a sinistra e vedo il chiodo. Poi ancora a sinistra, e poi su diritto per fessurine. I capi della corda pendono inutilizzati nel vuoto. Le staffe mi dondolano inerti dietro la schiena e lo zaino non mi dà nessun fastidio. Non so dove convenga passare, sono incerto.
“Là a destra c’è un chiodo”.
“Ma come faccio a saperlo? Chi me l’ha detto? Ma c’è qualcuno con me?”.
Ora, che sono seduto comodamente dietro la scrivania, mi pare tutto incredibile. Eppure lassù era tutto normale e naturale, non mi sembrava che vi fosse qualcosa di diverso dal solito.
Continuo a salire come… un pazzo? No, non sono mai stato così padrone della situazione. Eppure la velocità di progressione è semplicemente spaventosa, salto i chiodi, mi tiro su con appigli microscopici. «Ma io non l’ho mai avuta tutta questa forza!».
Ecco, sono sotto lo strapiombo fessurato. Ci sono dei chiodi. Prendo in mano le staffe. L’arrampicata artificiale da soli è molto pericolosa. Se esce il chiodo, chi ti tiene più? Ma non mi può succedere niente. Se esce il chiodo, con una mano mi aggrappo al moschettone del chiodo di sotto!! Questo pensavo; adesso rabbrividisco al solo rivedere la scena. Ma come è possibile aggrapparsi al volo a un moschettone? Eppure in quel momento mi sentivo in grado di farlo e forse ci sarei riuscito.
Alessandro Gogna al refuge de Leschaux, 7 luglio 1968, il giorno prima della prima ascensione solitaria alla via Cassin alle Grandes Jorasses. Foto: Giorgio Volta.

Ma i chiodi sono buoni e non sono costretto a compiere l’impossibile. Ora un muro enorme mi sbarra la salita; mi accorgo di vivere in un’altra dimensione, in un mondo in cui non sono ammesse incertezze; la fredda lucidità di cui ora sono dotato è l’unica arma valida che io possegga. Ragiono su tutto, a velocità incredibile, con una prontezza di riflessi e di azione veramente eccezionale. Dopo due o tre rapidi tentativi a destra e a sinistra, decido di scendere a corda doppia e di effettuare un altro pendolo sulla destra. Eseguo, freddo, matematico: la corda si svolge con precisione. Una rampa più facile mi porta al secondo bivacco Cassin. Non mi fermo neppure un secondo e dopo uno sguardo distratto alla paurosa variante Terray, attacco le placche grigie. Arrotolo la corda e la metto nello zaino. E perché no, anche le staffe! Decisamente, su passaggi di forza, senza toccare i pochi chiodi che ci sono, questi metri sono estenuanti, non c’è mai il più piccolo gradino su cui fermarsi; le braccia devono lavorare per 40 metri senza interruzione e lo zaino butta in fuori.
Sono alla fine, in cresta, sopra la Torre Grigia, al sole. Improvvisamente mi sento svuotato di ogni carica, sfinito. Bevo tre o quattro sorsi del mio tè e limone. Provo a mangiare qualcosa, ma non mi riesce, il cibo mi nausea.
«Ora viene giù una scarica nel canalone».
Un attimo dopo si scatena l’inferno. Violenti scoppi uno dopo l’altro, il canalone è diventato una condotta forzata di sassi e ghiaccio.
«Come è possibile?».
Sento il desiderio irrefrenabile di toccarmi la fronte, ma non voglio. Non sono pazzo e non lo sto diventando. Come ho fatto a dire “ora viene la scarica”? È terribile ricordarsi di quegli attimi di terrore, in cui mi pareva di aver acquistato, con la pazzia, delle proprietà medianiche. Mentre gli ultimi sassi rotolano giù verso il basso, mi preparo a partire. Non faccio in tempo a fare alcuni metri, che mi fermo. Credo che non sia da tutti i giorni trovarsi da solo su questa parete: e ancora più raro è il fermarsi e provare improvvisamente stizza non contro la montagna, ma contro alcuni alpinisti. Nel bel mezzo di una placca, occhieggia un chiodo a pressione. Mi avvicino, lo tocco. Sì, è proprio uno di quei chiodi, tanto discussi, approvati e disapprovati. Chi sarà mai quell’alpinista da quattro soldi, che non solo lo ha messo nello zaino (insieme a tanti suoi fratellini, immagino), ma anche lo ha usato? Sulla via Cassin, un chiodo a pressione… Non starò qui a condannare a lungo la brutalità, l’inesperienza di colui che lo ha piantato. Una rabbia impotente. Anche se lo spaccassi a martellate, rimarrebbe ugualmente il buco a testimoniare che sulla Walker è stata commessa una vera e propria profanazione, su un passaggio che con una semplicissima piramide umana avrebbe potuto essere risolto ancora più facilmente. Nauseato, mi rivolgo a destra. Una facile traversata di pochi metri e poi una fessura diritta di quarto grado mi portano al di sopra dell’ostacolo. Non credevo proprio che si potesse arrivare a tal punto di incapacità e di mistificazione. E non mi si venga a dire che la cordata incriminata forse si trovava in una situazione disperata, in cui ogni mezzo per tirare fuori la pelle è valido. Perché allora i rimanenti 500 metri di parete avrebbero dovuto essere costellati di chiodi; oppure la cronaca della Walker avrebbe dovuto registrare una disgrazia con due morti.
Alessandro Gogna sul Ghiacciaio di Planpincieux, ore 5.30 del 9 luglio 1968, di ritorno dalla prima solitaria alla via Cassin parete nord delle Grandes Jorasses
Ma per il momento c’ero io che dovevo raggiungere la cima, e non potevo essere ancora a lungo in collera con gli altri. Perciò proseguo, cercando di dimenticare ciò che ho di sotto. La «schiena d’asino” continua, verso la zona dei nevai inclinati e sospesi. Il sole, l’azzurro, la splendida arrampicata su roccia eccellente fanno tornare il buon umore. Mi sorprendo persino a cantare sottovoce: «Questa di Marinella è la storia vera…”.
Ma dura poco. Riaffiora la neve e il ghiaccio, la roccia non è più ottima, la velocità a cui sto andando mi stanca un poco.
Traverso a sinistra sul filo, per evitare un colatoio di ghiaccio. Al di là un baratro immane, il Linceul, spaventosamente verticale, teatro pochi mesi fa, d’inverno, delle gesta di René Desmaison e Robert Flematti. Un muretto di pochi metri mi sbarra l’accesso al “nevaio triangolare”. Senza pensarci su, parto all’attacco con impeto: «Se cado, cado su quella cornice di neve e non mi faccio niente». Sesto grado. Un passaggio da palestra, di quelli che si fanno dopo molti tentativi, a pochi metri dal prato. Con la gola arsa ne esco fuori, il cuore sembra che mi scoppi. Il nevaio: speriamo che non ci sia ghiaccio. Provo a salire. La neve è marcia per il sole, ma riesco a progredire senza ramponi. Poi la traversata fino al camino rosso. Camino? E dov’è? È un canale strapieno di ghiaccio, repulsivo, orrido. Sembra di essere al Badile, quest’inverno. So che ci sono 80 metri da fare, di cui una ventina di genuino sesto grado, con circa 6 o 7 chiodi. «Forse sono sepolti… ».
E parto. Mi rendo subito conto che non potrei salire senza almeno un’ombra di sicurezza. Vedo due chiodi, senz’altro quelli di sosta. Li raggiungo ed estraggo la corda dallo zaino. Con calma, senza premura di misurarmi con il canale, mi lego al modo solito e passo un capo in un chiodo. Avrò così a disposizione venti metri. Sono al passaggio decisivo, a quasi mille metri dal ghiacciaio. A tutti i costi devo uscire da questa strozzatura. Non potrei con una corda sola scendere mille metri.
La roccia è rossastra e marcia, e il fondo del colatoio e la sua parte sinistra sono ricoperti di ghiaccio verde. Con la mano destra mi attacco alla roccia, con la sinistra, che stringe la piccozza, scavo dei buchetti nel ghiaccio, dove questo si salda alle poche macchie di roccia che affiorano. I piedi, senza ramponi, sono infidamente appoggiati negli stessi buchetti usati prima dalle mani. La pendenza è sugli 80 gradi. Lentamente salgo, senza incontrare alcun chiodo, svolgo tutta la corda, e incontro altri due chiodi di sosta. Recupero il capo della corda e lo passo in questi due anelli, arrugginiti, ma all’apparenza ancora solidi.
Alessandro Gogna e Giorgio Volta sul Ghiacciaio di Planpincieux, ore 5.30 del 9 luglio 1968, di ritorno dalla prima solitaria alla via Cassin sulla parete nord delle Grandes Jorasses

«È terribile quello che sto facendo». Come si salva un uomo oppure La lotta disperata per sopravvivere, ecco alcuni titoli d’effetto a cui sto pensando, mentre un piede piano piano mi scivola. Non mi lamento se i ramponi sono nello zaino, perché non so se sarei facilitato, avendoli ai piedi. Sono al punto chiave, dove il canale è più verticale, dove dovrebbero esserci chiodi. Ma non vedo niente e non potrei scavare: mi stancherei troppo. Anzi, sono già stanco. La roccia che si stacca, i piedi che scivolano, un volo di 35 metri, e poi? Cosa farei, poi, ferito e appeso a un chiodo?
“Qui occorre assolutamente tirarsi fuori”. Ma è più di dieci minuti che sono immobile, incrodato. Chissà se Giorgio mi sta guardando. Se sapesse! Basta, questa è l’ultima solitaria che faccio. Se ne esco fuori, è la fine del mio alpinismo solitario. Tanto, io non sono un orso selvatico di natura, non mi piace star solo, non sono venuto qui per combattere me stesso, o per ritrovare la pace interiore. Era il problema, che volevo aver l’onore di risolvere; una volta risolto questo, cosa potrei fare per aggiungere qualcosa di nuovo nella storia dell’alpinismo e dentro di me? Una volta salita questa via meravigliosa, effettuata questa formidabile scalata solitaria, non esisterebbe più una salita su cui fare un exploit maggiore. E io da solo non mi diverto, anzi tribolo. E tribolare per tribolare, tanto vale soffrire per qualcosa che ne valga la pena.
La mia decisione è presa, nel frattempo però cominciano a tremarmi i piedi e sono ancora al punto di prima. Cerco di ragionare con calma. La piccozza non la posso usare, perché sono stanco e ho le braccia «morte». Rimangono i chiodi: dove piantarne uno, se non c’è una fessura negli immediati paraggi? In libera… no, non si può, cadrei…
Ho paura di cadere, ma temo ancora di più il fatto di non poter salire. Non posso stare qui ad aspettare gli eventi. Finora è andato bene tutto, su mille metri, e mi devo fermare proprio qui, in questo stupido canale? E dopo cosa c’è? Ansiosamente guardo ancora in alto e vedo un appiglio. Se riesco ad arrivare là sono a posto, perché forse riesco a piantare un chiodo a destra. Alternativamente sposto il peso del corpo su un piede e sull’altro, per riposarli un po’. Poi, seccamente, parto.
Gli scarponi raschiano inutilmente il ghiaccio, senza fare presa alcuna. Le dita sono chiuse spasmodicamente su appigli piccolissimi e mal disposti… cerco di incastrarmi con la schiena e lo zaino sulla parete di destra; stringendo i denti, con un terrore folle di cadere, ho raggiunto l’appiglio. Mi ci butto sopra come un frenetico, mi rimane in mano, mi sbilancio, sto per cadere. Allora con l’altra mano, al volo, mi aggrappo all’alveolo di ghiaccio che tratteneva l’appiglio-sasso che ha ceduto. La situazione è ora piuttosto disperata. Strisciando, facendo forza unicamente con la mano sinistra, riesco a infilare il piede nel buco. Poi tolgo la mano, mi raddrizzo, ma sento che la corda mi tira verso il basso: sono arrivato alla fine dei venti metri. In una posizione assurda, incredibile, sfidando tutte le leggi dell’equilibrio, riesco a slegarmi da un capo e buttarlo giù. «E se non venisse, perché la corda s’incastra?”. Ma non posso esitare e a piccole bracciate recupero tutta la corda. Penso che avrei dovuto abbandonarla lì, in caso di incastro. Proseguo, male, come prima. Ormai è questione di vita o di morte; se cado è proprio la fine, perché non sono più assicurato.
Con le gambe in spaccata e le mani in adesione a due sporgenze ghiacciate, sono di nuovo immobile. Questa volta non vedo proprio via d’uscita. Però, altissima, venti centimetri sopra la mia mano protesa verso l’alto, una fessura chiodabile. Tiro fuori un chiodo americano, rischiando, perché devo stare per alcuni secondi su una mano sola. Lo metto in bocca, salgo di pochissimo, ma sento di essere vicino al volo. Ridiscendo. Mi riposo un po’, quindi su di nuovo. Con poca cautela inserisco il chiodo nella fessura, poi lo colpisco con una raffica di martellate. I piedi stanno per sfuggirmi e la mano sinistra non mi terrebbe di certo. Un ultimo colpo, lascio cadere il martello, tanto l’ho assicurato con un cordino, prendo una staffa, l’aggancio al volo, proprio quando ormai sto per scivolare. Ansando come una bestia, salgo sulla staffa e mi ci siedo sopra. Guardo il chiodo e mi sembra buono.
Bisogna continuare, non posso riposarmi. Salgo sui gradini e non vedo altre fessure. Allora salgo sull’ultimo gradino e con prodigi di allungamento pianto un secondo chiodo. Sono sulla parete di destra del canale in strapiombo. Altri due metri sono guadagnati e altri due chiodi mi sono necessari per uscire da questo colatoio mortale. E devo togliere anche i primi due, altrimenti rimarrei senza.
Sono fuori. Con altri metri di roccia quasi pulita, raggiungo un terrazzo coperto di neve, proprio sotto la Torre Rossa. Da qui, due sono le traversate a destra possibili. Dopo un tentativo capisco che devo ancora salire per traversare. Con una staffa risolvo poco elegantemente un passaggio liscio. La lama per le mani è intasata di ghiaccio e la placca su cui i piedi dovrebbero fare aderenza è tutta coperta di neve marcia. 15 metri di traversata: sarebbe assurdo cadere proprio qui, a neanche 200 metri dalla vetta. Non voglio che mi succeda qualcosa, ormai sono fuori, ho fatto tutto, anche il Camino rosso…
Un chiodo: lo vedo, vi passo un cordino, effettuo una manovra ispirata dalle contingenze, poi recupero il cordino. Sono passato. C’è un ultimo piccolo diedro strapiombante, dove d’inverno è volato Desmaison e d’estate chissà quanti altri. Sono deciso a chiodare come un pazzo, pur di passare. Ci sono tre chiodi e io salgo né più né meno che in artificiale, sotto una doccia d’acqua fastidiosa. Ma adesso dev’essere tutto finito. Anzi, no. C’è ancora la cornice; dopo queste rocce “facili”, la cornice di ghiaccio. Dovrò mica bucarla, fare altri numeri da circo? Le rocce “facili” si rivelano essere di terzo grado con passaggi di quarto; comunque riesco ancora a salire, pur fermandomi ogni tanto a respirare. Sono a 4100 metri e l’altezza si fa sentire.
Finalmente, dopo altri passaggi che risolvo senza troppo pensare, sono a venti metri dalla vetta, bellissima, nevosa, nel sole. Al sole ci sono anch’io ormai, ma mi sembra che lassù ci sia ancora più luce… Con i piedi nella neve, senza ramponi e a mani nude, salgo l’ultimo pendio. La cornice è alta un metro, non di più, e non sporge nel vuoto. Con voluttà pianto la piccozza al di là, proprio sulla vetta, mi tiro su di peso e, aiutandomi con le ginocchia, mi raddrizzo sul versante italiano. Non c’è vento e l’orizzonte è terso. Non sono esausto, anzi sono carico di energia, più che altro nervosa. Calzo i ramponi e mi dirigo verso il basso, nella speranza di non bivaccare e di scendere in serata al rifugio Boccalatte. Ma dopo pochi metri capisco che mi sarà impossibile. Due dita di neve marcia ricoprono il ghiaccio. I ramponi non mordono e si forma ad ogni passo un grosso zoccolo di neve tra le punte. Decido di bivaccare, così domattina il freddo avrà indurito la neve e potrò scendere tranquillo. Ma difficile è raggiungere il primo terrazzino sgombro di neve. Devo fare 40 metri ripidi, mirando al tratto di parete orizzontale (un metro quadrato!), in modo da finirci sopra, in caso di scivolata. A piccoli passi, dando un colpo di piccozza ai ramponi ogni volta per staccare lo zoccolo, arrivo senza incidenti al piccolo ripiano.
Per oggi è finita. A 4160 metri, preparo il mio bivacco solitario. E mentre spengo la mia lampadina frontale, giù in basso, a Courmayeur, si accendono le luci.
Alessandro Gogna e Giorgio Volta sul Ghiacciaio di Planpincieux, ore 5.30 del 9 luglio 1968, di ritorno dalla prima solitaria di Gogna alla via Cassin parete nord delle Grandes Jorasses. A ds, uno dei due alpinisti di Gallarate.

Alle 8.30 del 9 luglio, dopo il bivacco in vetta alle Grandes Jorasses e dopo l’interminabile discesa, ero con Giorgio su una panchina di Courmayeur, all’ombra, con il Corriere della Sera in mano, a leggere che ero su in parete. Fino alle 14 del giorno precedente Giorgio mi aveva osservato con i binocoli dalla capanna Leschaux. Poi di corsa scese al Montenvers e di lì a Chamonix a piedi; in autostop attraverso il tunnel fino a Courmayeur, dove afferrò la 500 posteggiata alle funivie due giorni prima e corse ai telefoni. Poi da lì a Planpincieux e di notte fino al rifugio Boccalatte, dove arrivò molto tardi. Là c’erano due alpinisti di Gallarate, diretti alle Grandes Jorasses. Insieme, il mattino dopo mi erano venuti incontro con un bottiglione di tè. Mentre quelli proseguivano sulle mie tracce, noi scendemmo al rifugio e oltre, con la sola voglia di un cappuccino, qualcosa di caldo. E, perché no, anche di vedere cosa c’era sul giornale, di cambiarsi. Perché nasconderlo, ero fiero di me, avrei ricevuto un brutto colpo se sul giornale, dopo le telefonate di Giorgio, non ci fosse stato niente.
Ma leggo anche che il giorno dopo ci sarebbe stato uno sciopero dei tipografi. Senza tipografi niente giornali e quindi niente notizie. Ma il Corriere d’informazione sarebbe ancora uscito quella sera e forse avrei fatto in tempo ad avvertire Carlo Graffigna. Di corsa al telefono e dettai agli stenografi la notizia. Poi ci mettemmo in macchina e senza fermarci a mangiare arrivammo a Milano alle due del pomeriggio. Sul quotidiano della sera c’erano cinque colonne della prima pagina dedicate a me. L’indomani mattina appuntamento con Guglielmo Zucconi, il direttore della Domenica del Corriere. Dovevo quindi trascorrere la notte a Milano e telefonare a Piergiorgio Ravajoni mi sembrò la miglior soluzione. Quella fu una delle più belle sere. Entrai in casa, un bel villino, fui accolto da persone che non conoscevo e che mi stringevano la mano calorosamente. Ero assai stanco, ebbro di montagna. Avevo proprio bisogno di parlare d’altro, di godermi il ritorno alla vita, alla città, alla compagnia. Poi arrivò un altro amico, il quale per tutta la sera non fece altro che spostare lo sguardo dal Corriere alla mia faccia, e ogni tanto diceva, con l’accento milanese: «Belin che duro, belin!”. Salimmo in macchina e cenammo in una trattoria infestata dalle zanzare e dagli aerei vicinissimi. Confusione indescrivibile; di battuta in battuta, di bicchiere in bicchiere, di piatto in piatto, mi resi conto di quanto la vita potesse essere veramente bella, almeno per i reduci. Tutto ciò che ci offre la tecnica, la civiltà consumistica può portare anche al rifiuto totale del benessere. Non sarei il primo a parlare di scontento giovanile, d’insoddisfazione, di deleterie ricerche del massimo piacere in cui ormai ha tutto. Ma voglio dire fino in fondo cosa ho pensato quella sera, voglio dirlo senza pietà, per meglio condannare in seguito. Pensavo che chi rifiuta in blocco la civiltà moderna e indulge a manifestazioni parassitarie di vita in comune non sa che non otterrà mai la felicità, e inoltre che la più grande soddisfazione sarà sempre nella lotta per ciò in cui si crede, seguita poi dal premio che la civiltà sa dare in questi casi: il semplice ritorno ad un minimo di benessere fisico e psicologico. Quella sera non mi sentivo più solo, ma non ero il naufrago che arriva a terra. Ero il volontario ricercatore di un progresso veramente umano che tornava dopo essere riuscito nel suo intento. Questo pensavo essere ciò che di supremo si può raggiungere, il ricordo più bello, non legato né alla violenza né alla viltà né al denaro, senza che nessuno paghi di persona la felicità altrui.
Farneticavo, certo. Ma il ricordo di quella sera mi ha accompagnato ancora per anni. Ci sono voluti tre morti e tante esperienze infelici per capire di quanto mi stessi sbagliando.
Il mercoledì mattina entrai, con poche speranze, nell’ufficio del direttore della Domenica del Corriere. Le diapositive di Giorgio erano già state sviluppate. Qualche foto alla parete, una che mi ritrae all’attacco, e qualche altra. Nessuna della salita, com’è ovvio. Con questa scarsità non potevo neppure pensare con sicurezza a una sola pagina. Invece le accoglienze furono entusiastiche. Zucconi m’impose di sedermi, con penna e carta, e scrivere immediatamente. Entro le 11 dovevo consegnare. Mi pareva di essere tornato al tempo del liceo, con la differenza che ora avrei certo saputo cosa scrivere. Ero perfettamente padrone dell’argomento, mi misi all’opera.
La gioia di veder pubblicato da un grosso settimanale un articolo firmato da me era certo orgoglio, legittima soddisfazione nel sapere che il pezzo sarebbe stato riprodotto in un milione di copie. Ma c’era anche la scoperta che la mia impresa era sentita da qualcuno, che non avevo agito solo per me, che c’era chi mi seguiva. Un ulteriore passo verso la mania di grandezza.
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Non conoscevo la cronaca di questa salita ne’ il tuo libro, molto suggestivo il racconto, riesci a condividere quei momenti di grande tensione con il lettore.
Molto bravo come sempre, complimenti, un saluto da, LUIGI
Alessandro è un maestro del coinvolgimento. Leggendo il racconto ci si sente partecipi, sembra di essergli vicino sopratutto nei passaggi chiave, i più difficili, e riesce a trasmetterci le sue emozioni più intime. Nulla di banale traspare dalla sua onestà intellettuale. L’alpinista fonda il mondo.
Grazie Alessandro.
Ci sono momenti, o anche uno solo, nella vita di una persona in cui tutto quello a cui tendiamo per bisogno, passione e volontà, allinea perfettamente tutti gli elementi che servono a rendere la vita ideale. Tutto appare semplice e naturale e niente è disperso, tutto è concentrato al fine da raggiungere e non ci sono ostacoli, incertezze né debolezze.
Penso che Alessandro, quel giorno, abbia vissuto uno di quei momenti che, so per esperienza, restano irripetibili nella loro unicità.
Alessandro, credo che questa tua bella realizzazione l’hai soffiata di poco ad un toscanaccio che conosci bene di nome Mario Verin. Qualcuno mi ha detto che l’ aveva nel mirino.
Se posso esprimere il mio modesto parere in proposito, la considero la tua più bella impresa, grande impresa (anche considerando l’ambiente ed il contesto alpinistico in cui tu stavi crescendo), pari o forse superiore al vostro Scarason. Ed un libro, quello da cui è tratto il racconto, che è stato l'”enervit” per me e tanti della mia generazione.
8 luglio 1968, «quando salendo creavi il mondo…» (F. Maraini)
Che dire…! Grazie “Alessandro, per questi racconti vissuti ! Saluti….G.C.
Interessante il racconto, anche per il passaggio sul mitico Gary Hemming (che qualche anno dopo si ammazzò davvero, con un colpo di pistola).
Quella tua riflessione di allora, che a distanza di tempo ritieni sbagliata, non lo era, né lo è, del tutto. Essa contiene, a mio parere, un nocciolo di verità.