Il rifugista: «Non è un gesto politico». La risposta della SAT: «Siamo una realtà plurale e le regole devono essere uguali per tutti».
La bandiera palestinese al rifugio
(gli alpinisti chiedono di rimuoverla e il gestore si rifiuta)
di Matilde Peretto
(pubblicato su corrieredeltrentino.corriere.it il 18 agosto 2026)
«Ti chiediamo di provvedere alla rimozione della bandiera palestines». È il messaggio arrivato ad Alberto Bighellini, gestore del rifugio Stivo ad Arco (in provincia di Trento), da parte della SAT, la Società alpinisti tridentini. Questa, proprietaria del rifugio, vuole che la bandiera venga tolta perché «ciò che viene esposto è inevitabilmente percepito all’esterno come espressione della SAT stessa e non solo come posizione personale del gestore». Ma Bighellini non ci sta: «La bandiera non la tolgo».
Il precedente
Non è la prima volta che succede: il rifugio aveva già esposto, lo scorso anno, la stessa bandiera ricevendo la medesima lettera dalla SAT. «Sono rimasto deluso che anche quest’anno mi sia arrivata la stessa comunicazione. Pensavo la pensassero come me sui valori di solidarietà che condivido con la SAT (e con cui vado molto d’accordo). Invece sembra che per loro la priorità sia rimuovere questa bandiera che, però, io non toglierò».
«Non sto facendo politica»
Bighellini ha buoni rapporti con la SAT e il loro dialogo è sempre stato pacifico: «Spero che anche quest’anno ci sarà un allineamento, per ora la discussione è pacata. Ci tengo, però, a sottolineare una cosa», continua il rifugista, «quello che faccio io con la bandiera della Palestina non è politica, ma un atto di solidarietà. Se fossi una persona che sta morendo sotto le bombe sarei sollevata di sapere che a 2mila metri di altitudine c’è un rifugio che pensa a me. Mi dispiace e spero che questo mio gesto solidale non sia preso come politica perché si tratta di una questione a priori. È puro sostegno verso chi muore per la guerra. Come in un incidente stradale: se qualcuno si fa male non si resta indifferenti, ma ci si ferma e si aiuta come si può».
Il rifugio
Il gestore dello Stivo spiega anche che non ci sono molte persone che si lamentano della bandiera appesa: «Magari qualcuno disapprova, ma poi pensa anche che ha 2mila metri uno fa quello che vuole. Sono molti di più quelli che mi dicono “che bello che sensibilizzi su questo tema”». Un altro motivo, forse, per non togliere la bandiera palestinese.
La risposta della SAT
La SAT, attraverso le parole del presidente Cristian Ferrari, ha pubblicato una nota stampa in cui risponde alle discussioni, ribadisce la sua posizione e la spiega: «Solidarietà, umanità, pace e vicinanza alle popolazioni colpite dalla guerra appartengono alla storia e ai valori della SAT e non sono in discussione. Comprendiamo quindi che la bandiera palestinese esposta al rifugio Stivo rappresenti, nelle intenzioni del gestore, anzitutto un segno di vicinanza a una popolazione che sta vivendo una situazione di straordinaria sofferenza. Ma proprio perché la SAT è una realtà plurale, le regole comuni non possono dipendere da quanto condividiamo o meno una determinata posizione. Oggi parliamo della bandiera palestinese, ma domani un gestore potrebbe scegliere di esporre un simbolo che rappresenta una posizione diversa, sulla quale non siamo affatto tutti d’accordo. Il principio deve essere lo stesso per tutti. Questo non limita la libertà personale di nessuno: significa rispettare le regole dell’Associazione quando la si rappresenta».
«Clima di collaborazione e rispetto»
Per la società, dunque, la bandiera palestinese va rimossa, ma si professa positiva nell’epilogo della questione: «Il gestore ha comunicato la propria intenzione di non rimuovere la bandiera. La SAT ha ribadito nella risposta il principio alla base della propria richiesta e, allo stesso tempo, l’auspicio di proseguire il rapporto in un clima di collaborazione e rispetto, invitando il gestore a confrontarsi preventivamente con l’Associazione rispetto a iniziative o scelte personali che coinvolgano il rifugio, evitando decisioni assunte autonomamente. Non intendiamo alimentare ulteriormente un confronto che rischierebbe di trasformare una questione di regole in uno scontro sulla bandiera palestinese», conclude il presidente Cristian Ferrari.
Il commento
della Redazione
E’ vero che arte, cultura e sport (e quindi anche la frequentazione della montagna) devono restare al di sopra delle questioni ideologiche. Però è anche vero che la questione palestinese e l’eccidio al quale abbiamo assistito e assistiamo pressoché indifferenti non ha nulla a che fare con le questioni ideologiche. Se noi appassionati di montagna ci scaldiamo tanto per salvare qualcuno in pericolo, anche i più sprovveduti; se è del tutto normale prestare soccorso a chi è stato vittima di un incidente stradale; se è vero ciò che il Vangelo ci ha insegnato, quell’amore per il prossimo che abbiamo messo sotto ai piedi, allora non c’è alcun dubbio che dobbiamo solidarizzare con il più debole, con le vittime innocenti. La bandiera palestinese potrà essere anche un vessillo politico, ma per la maggioranza di coloro che la espongono è una protesta, volta a far terminare al più presto la bestiale violenza e l’accanimento su un popolo, indipendentemente dalle ragioni e dai torti (quelli sì, politici e magari anche ideologici).
La protesta è tale veramente se non si limita alle parole, deve avere la stessa natura della guerra che la provoca: e in sede di guerra deve valere ogni possibile ribellione a regole e “imparzialità” che in genere proteggono soprattutto gli aggressori.
E, in ultima analisi, ci duole concludere che la nostra protesta è davvero limitata: infatti si riduce a una o due riuscite manifestazioni, a qualche corteo ripetuto ogni settimana con poche centinaia di persone, a tante parole spese al vento. Non ci deve meravigliare che, in questa situazione di totale assenteismo di solidarietà vera, qualcuno o qualche istituzione si possano “indignare” per una bandiera esposta da un privato in un luogo pubblico. Noi non possiamo accettare questo menefreghismo generale e utopisticamente auspichiamo invece che ci sia un moto di solidarietà popolare tale che convinca anche medici, infermieri, poliziotti, vigili urbani e pubblici impiegati a indossare su un braccio una fascia con i colori palestinesi. Fino ad arrivare ai più pavidi, giornalisti, presentatori TV o altra gente ancora più in vista. Perfino i presidenti delle sezioni del CAI… Fino ai magistrati e ai giudici, che sono uomini anche loro. E che il numero di questi coraggiosi che sfidano le “regole” e il personale licenziamento cresca a dismisura, fino ad arrivare finalmente in Parlamento.
Il commento
di Carlo Crovella
Ho sempre sostenuto (ripetutamente anche in questo blog) che arte, cultura e sport (questo inteso in senso lato, comprendendo anche la montagna) devono restare al di sopra delle questioni ideologiche. Cioè devono stare “ad un livello superiore” rispetto ai problemi del mondo, altrimenti portiamo lo scontro ideologico anche dove cerchiamo relax e divertimento.
Non mi era piaciuta, mesi fa, la bandiera palestinese in cima al Cervino o dipinta sui Dru. Non mi piace neppure se sventola fuori da un rifugio. Nonostante quello che afferma il gestore in questione, apporre una “certa” bandiera implica una presa di posizione politica o quanto meno ideologica. Non è un’azione asettica ed è questo l’errore di fondo: la montagna non è di una “certa” parte (corretta o meno che sia la natura della posizione), ma è di tutti, a prescindere dall’ideologia del singolo.
Lo stesso vale per i rifugi. Cosa implica subdolamente l’apposizione di una bandiera (questa o un’altra poco rileva, sto parlando di questioni di principio)? Che sono ben accetti quelli che si riconoscono sotto la bandiera apposta, mentre gli altri giocano fuori casa: o se ne vanno o mandano giù.
Questo fenomeno non va assolutamente bene e dobbiamo evitarlo, al netto della specifica bandiera oggi in questione. Domani potrebbe riguardare il vessillo del III Reich o quello della Confederazione Sudista o addirittura quello del Ku Klux Klan. In tali ipotesi ci sarebbe un’ondata di indignazione nel mondo degli appassionati di montagna, ma è proprio questa asimmetria che è sbagliata.
Quindi condivido la posizione della SAT. Segnalo inoltre che, fondata o meno detta posizione, essa è la scelta del proprietario dell’immobile (almeno, per quello che mi risulta), mentre il gestore è “solo” un utilizzatore protempore di muri altrui per la sua (legittima) attività imprenditoriale. Ma a questo deve limitarsi, il resto non gli compete.
Per cui la gerarchia giuridica è a favore della SAT, al netto della natura della sua scelta, e i gestori devono adeguarsi.
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Bobby. A volte i popoli seguono i falsi profeti. E quella zona del mondo pullula di falsi profeti, con copricapo differenti ma ugualmente attratti dal fare la pelle all’infedele e convinti così di risolvere il problema o almeno incanalare l’odio che serpeggia nelle cantine della cosiddetta civiltà. Ma non solo in quella zona. Qualcuno ad un certo punto si sveglia dall’incantesimo, si incazza e mette in funzione il patibolo, qualche volta letterale qualche volta sotto forma di esilio in patria o fuori. Qualche volta invece un popolo deve prima toccare il fondo per aprire gli occhi. E allora sono guai. Scimiottando Brecht potremmo dire beati i popoli e le epoche che non hanno bisogno di profeti o di eroi ma solo di efficienti amministratori del condominio, magari un po’ ladri ma bravi a gestire l’assemblea condominiale evitando che i condomini si scannino.