Prima femminile all’Uja di Ciamarella

150 anni fa la prima ascensione femminile all’Uja di Ciamarella:
“[…] L’ascensione della Ciamarella mi sarebbe riescita meno gravosa se io fossi stata vestita con abiti virili o quasi. Le sottane rendono men facile il passo; raccogliendo acqua e neve, diventano più pesanti e rendono molto molesto l’urto del vento. Come a me, serva ora ad altre donne la mia esperienza, che è appoggiata anche a precedenti escursioni (Giuseppina Bertetti-Vallino, Torino, 10 dicembre 1873)”.

Una salita alla Ciamarella (26 agosto 1873)
di Serpillo
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com il 26 agosto 2023)

Vorrei ricordare questo anniversario, precursore dell’alpinismo femminile nelle Alpi Graie, in alta Valle di Lanzo, citando una frase di Giuseppina Vallino. Anche l’avvicinamento e l’ascensione al picco, che riporto integralmente poco più sotto, sono narrati dal lei stessa sul Bollettino del CAI, Torino, 1874, VIII, 265.

Veduta dal Pian della Mussa
Questa foto è del 15 agosto 1904. Interessante osservare i gonnelloni indossati per la salita alla Ciamarella, forse un po’ più corti della nostra eroina.

Ad oggi sono trascorsi 150 anni dalla prima ascensione di una signora dalla via normale dell’Uja di Ciamarella.

La cordata, ricordiamolo con le parole di Giuseppina, è così formata: “[…] non eravamo che il signor Bernardi, amico nostro, mio marito (Michele Bertetti, n.d.r.), ed io. Ci accompagnavano, come guida, il bravo Antonio Castagneri (detto Tòni dìi Toùni, NdR) e suo fratello Giuseppe in qualità di porteur. Avevamo pure con noi una graziosa cagnetta danese di nome dear, appartenente al signor Bernardi […]”.

Su Giuseppina Vallino ho trovato ben poco se non che fosse la moglie di Michele Bertetti, avvocato, politico, alpinista e socio CAI della Sezione di Torino, e sorella di Filippo Vallino, botanico, cacciatore di “prime” ed anche lui del CAI di Torino.

Michele Bertetti

Non mi è dato di sapere se i valligiani, di fronte a questa cordata mista, si siano fatti il segno della croce, prevedendo sventure inenarrabili e condannando la voglia di libertà e di esplorazione della giovane.   

Alcune informazioni utili:
l’Uja di Ciamarella 3676 m, per gli intimi “Ciamarella”, è situata interamente sul territorio italiano ed è la montagna più alta delle Valli di Lanzo (Piemonte, Torino). Si trova in alta Val d’Ala nei pressi del confine con la Francia (Alta Moriana) e Uja, nel patois francoprovenzale, indica ago, punta aguzza. L’oronimo “Ciamarella” deriva da Cìa MarellaCìa indica sia zone sede di alpeggio e sia i fabbricati connessi all’allevamento animale (alpeggi situati evidentemente sulle falde della montagna), e Marella è un patronimico.

Uja di Ciamarella 3676 m

Nell’Ottocento non esistevano ancora le previsioni del tempo, si cercava di farle localmente osservando le nubi e determinando la direzione del vento.

Come si legge dal Bollettino CAI 1888, vol. XXII num. 55:
[…] Anche le signore vollero la loro parte delle delizie dell’alpinismo, ed un bel numero di ascensioni difficili eseguite dal sesso gentile proverebbe la possibilità di questo fatto. Tuttavia, se approviamo pienamente le escursioni di non primaria importanza per le donne, e pure ammettendo la possibilità per esse al grande alpinismo, noi in questo non le approviamo completamente per ragioni d’indole diversa. […]“.

Per escursioni di non primaria importanza s’intendeva passeggiare e raccogliere edelweiss.

In questo post ho riportato le ascensioni delle prime esploratrici nelle Valli di Lanzo.

Probabilmente in Italia non era ancora arrivato Viaggio di una signora intorno al Monte Rosa di Eliza Robinson Cole, pubblicato nel 1859 a Londra. Lady Cole annota nel suo diario le sue escursioni dal 1850 al 1858 nelle valli intorno al Monte Rosa (viaggia in compagnia del marito Henry Warwich Cole, socio dell’Alpine Club). E’ prodiga di consigli e invoglia le sue lettrici a seguire le sue orme. Dà suggerimenti su come preparare il bagaglio, che vestiario e calzature indossare, quali libri portarsi dietro. Consiglia, nei passaggi più delicati dell’ascensione, di mettere dei piccoli anelli fissati sul vestito per far sì che il gonnellone si sollevi velocemente all’altezza desiderata e non sia di intralcio. Insomma, un’antesignana delle nostre influencer!

Chamonix, fine 1800. Foto sul ghiacciaio tratta dal sito Okiem Maleny.
Uno sguardo sulla Ciamarella. La prima costruzione del rifugio Gastaldi risale al 1880.

Una salita alla Ciamarella
di Giuseppina Bertetti-Vallino
(dal Bollettino del CAI, Torino, 1874, VIII, 265)

Da due giorni eravamo a Balme, confinati quasi sempre nelle camere dell’albergo del signor Stefano Drovetti, detto Marietta, da una pioggia così insistente che già disperavamo di poter fare l’ascensione della Ciamarella, scopo della nostra gita a Balme, quando nel mattino del martedì (25 agosto 1873) la pioggia incominciò poco a poco a cessare, e fummo rallegrati dal diradarsi delle nuvole che prima tutta assolutamente ci toglievano la vista delle montagne che circondano la valle d’Ala. Più bello ancora dell’usato ci parve il sole quando incominciò a far capolino fra una nuvola e l’altra perchè con esso ritornava la speranza di poter fare la progettata ascensione. Incominciammo adunque i preparativi della partenza, preparativi che non ci consumarono guari tempo, non consistendo essi che nel prender con noi vitto bastante per due giorni, la tenda-Vallino (1) onde pernottare ai piedi del ghiacciaio, mantelli e coperte per avvilupparci.

Alcuni minuti prima della nostra partenza arrivò a Balme una comitiva di signore, signori e ragazzi, composta di 18 membri, per la quale lasciammo in buon punto sgombro il veramente alpestre albergo del Marietta (Sembra che questi signori credessero di aver fatto già gran cosa venendo su a Balme che si trova a 1,500 metri dal livello del mare, perchè essi davano segno di essere altamente meravigliati al vedere la nostra partenza, specialmente a quell’ora. Non era a loro conoscenza che il rotolo di tela portato dalla guida a ridosso del sacco militare era una tenda bella e buona che noi avremmo spiegata ed innalzata coll’aiuto dei nostri alpenstocks nel luogo dove intendevamo passare la notte, cioè ai piedi del ghiacciaio del Collerin). Partimmo adunque alle 2 dopo mezzogiorno; non eravamo che il signor Bernardi, amico nostro, mio marito, ed io. Ci accompagnavano, come guida, il bravo Antonio Castagneri e suo fratello Giuseppe in qualità di porteur. Avevamo pure con noi una graziosa cagnetta danese di nome Dear, appartenente al signor Bernardi.

Percorso in lungo il bel Piano della Mussa cominciammo ad inerpicarci per la montagna al di dietro dei casolari di Rocca Venoni, presso il Canale delle Capre che discende dal ghiacciaio. Dopo quattro ore dalla partenza da Balme arrivammo presso al ghiacciaio, e fu scelto un sito fatto a conca ripieno di zolle erbose dove scorreva un rigagnolo d’acqua freddissima per piantarvi la tenda. Con rododendri verdi raccolti un po’ più al basso il signor Bernardi riuscì a gran stento a far cuocere un pollo, che ci eravamo portato dall’albergo, in un camino improvvisato fra due roccie e col brodo fece la minestra, cosa che riuscì gratissima a tutti, ma a me in modo speciale, che il freddo s’era talmente impadronito di me, che non mi sentivo più nemmeno il coraggio di discorrere. Quella minestra calda mi fece un gran bene e finii col passare molto allegramente la mia prima e finora unica serata sotto la tenda.

Passammo anche assai bene la notte, ben difesi dalla tenda e ben avviluppati nelle coperte di cui eravamo muniti.

Ma nel primo mattino fummo illuminati dai lampi che si alternavano con orrendi scoppii di tuono. La pioggia veniva a catinelle, e già sembrava impossibile di far la tanto bramata salita, quando il tempo, quasi fosse consapevole della viva contrarietà che destava in noi e fosse premuroso di soddisfarci, si rasserenò, non completamente, ma abbastanza perch’io potessi, malgrado i consigli della nostra guida che ci pregava volessimo ritornare a Balme, perch’io potessi, dico, lusingarmi di aver una assai bella giornata, e tanto feci e dissi onde non si indietreggiasse dinanzi ad alcune nuvole, che a me sembravano passeggiere, che finì per avverarsi quel proverbio che dice: Ciò che donna vuole, Dio vuole, e partimmo all’insù circa alle 6. La salita fu davvero faticosa a cagione del tempo che due volte, una sul ghiacciaio, l’altra sul picco della Ciamarella, ci sorprese colla fisionomia di una vera tormenta, come diceva la stessa guida.

Il ghiacciaio era coperto di neve e tutto crepacciato, ma la nostra esperta guida ci condusse bene e sicuri. Poco prima che attraversassimo il ghiacciaio un immenso blocco di pietra grosso talmente da mettere terrore per chi lo vedeva, erasi distaccato dal picco e sdrucciolato sul ghiaccio finché l’apertura di un crepaccio lo fermò, lasciando dietro di sé uno smisurato solco sulla neve da poco caduta sul ghiaccio, solco che noi attraversammo tanto nell’andata quanto nel ritorno.

Prima di por piede sul ghiacciaio avevamo usato la precauzione di legarci attorno alla vita con una forte corda alla distanza di 2 a 3 metri l’un dall’altro. Il picco fu conquistato con molta lentezza, anche a causa della pietra marcia e scivolante mescolata a neve fresca sulla quale il piede poteva a fatica posarsi.

Orrido spettacolo, ma bello nell’orridezza sua era quell’infuriare degl’elementi. Un tremendo vento sembrava difendesse la punta della Ciamarella ond’essa non fosse soggiogata da noi, la neve fitta e gelata ci batteva sul viso; tale era la forza della tormenta che ci obbligò persino a coricarci col viso rivolto verso terra, riparati il meglio che potevamo dai nostri mantelli ad aspettare che diminuisse l’intensità della bufèra, per riprendere la salita che avevamo deciso di compiere sino alla cima, e qualunque fatica ciò avesse dovuto costarci, eravamo fermi tutti nel proposito di portar lassù il nostro biglietto di visita.

La salita del picco ci fu un poco facilitata dalla strada dei camosci, vero sentiero che traversa la facciata della montagna per cui salivamo.

Siccome la via si faceva ognor più ripida, il signor Bernardi, per camminare più spiccio, depose il fucile, che aveva preso seco nella speranza di incontrare qualche camoscio, sotto una roccia vicino al sentiero. Era forse un quarto d’ora ch’egli aveva deposto il fucile, quando, come per burlarsi di noi, un camoscio ci venne incontro, quasi, se non affatto, a tiro, ed anzi andò, crediamo, a fiutare l’arma che altrimenti avrebbe potuto riuscirgli micidiale. All’una pomeridiana, dopo immense fatiche, ponemmo felicemente il piede sull’alta cima della Ciamarella. Il gelido vento ed i neri nuvoloni che s’avanzavano dalla Savoia e che c’impedivano di godere l’immenso e stupendo panorama che si svolgeva per tratti e ad intervalli sotto ai nostri occhi, ci costrinsero ad affrettare di molto il nostro ritorno, e non ci fermammo sulla vetta che il puro tempo necessario per aggiungere i nostri biglietti di visita ai pochi che già si trovavano nella bottiglia che sta in un incastro dell’uomo di pietra, fra i quali trovammo quello di mio fratello Filippo e di mio marito.

Dalla vetta della Ciamarella, chi non soffra lo vertigini e non abbia paura di sporgere una parte del corpo sul precipizio a picco che di là incomincia e che quasi perpendicolarmente continua fino al principio del Pian della Mussa, può scorgere quasi al disotto di sé (così disse la guida, né io volli vedere) l’alpe di Rocca Venoni presso la quale eravamo passati alle 3 e 1/2 del giorno precedente e presso la quale dovevamo ripassare nel discendere. Chi avrebbe creduto che in quattro ore precise, noi che ci trovavamo sulla vetta a 3.698 metri di altezza dal livello del mare, saremmo arrivati a quella stess’alpe di Rocca Venoni che in allora si trovava a 1.900 metri al disotto di noi, cioè a soli 1.800 metri dal livello del mare, a riscaldarci al fuoco dei pastori fratelli Certano? Eppure ciò è accaduto.

Abbigliamento femminile in montagna d’antan (data foto sconosciuta)

Incominciata la discesa procedemmo per alcuni minuti con cautela in mezzo alle ripidissime roccie ed ai lembi di neve gelata, ma di poi tra per scuotere un po’ le nostre membra intirizzite (tale era il freddo che noi soffrivamo colà che furonvi persino istanti in cui dovetti cedere il mio alpenstock alla guida e avviluppare nello scialle le mie mani inguantate che erano impotenti a far presa), tra per attraversare più presto il ghiacciaio e fuggire così il pericolo di essere nuovamente sorpresi dalla tormenta sopra di esso, più che discendere, precipitammo a corsa sulla pietra marcia che ricopre il picco, nella quale ad ogni passo il piede sprofondava e guadagnava distanza.

Malgrado la nostra sollecitudine la tormenta ci sorprese quando accuratamente legati ci eravamo avviati sul ghiacciaio. Non ci lasciammo intimorire, e corremmo sempre. Era un affannarsi, un dimenarsi, un vociare ed anche un ridere che non posso descrivere; e tutto ciò in mezzo al vento, alla neve ed ai nuvoloni che ci avvolgevano da ogni parte: la povera Dear che avevamo con noi camminava a testa bassa vicina al suo padrone, essa tremava tutta ed aveva le zampe gonfie e sanguinolente.

Nella parte inferiore del ghiacciaio, quando già ci eravamo slegati ed io correvo appoggiata come di solito al fortissimo braccio del Castagneri, non badai e posi il piede sopra una grossa pietra mal ferma che non aderiva in quel momento al ghiaccio sottostante, e questo fu cagione che la pietra scivolò ed io caddi facendo cadere meco la guida; ma fu puro accidente, che più che ad altro ci mosse al riso, non essendoci fatto male né io né il Castagneri.

Certo è poi che aiuto più potente di quello che mi portò il Castagneri non saprei desiderare.

Quando arrivammo a Rocca Venoni il tempo si era quasi rimesso e noi potemmo contemplare sopra il nostro capo la vetta della Ciamarella sulla quale quattro ore prima eravamo assisi. Ricevemmo molte cortesie all’alpe dei fratelli Certano, ove ci fermammo circa una mezz’ora attorno ad un buon fuoco, e bevemmo latte che essi avevano fatto mungere per noi. Da Rocca Venoni adagio adagio camminammo fino a Balme dove le mie sottane inzuppate furono con mio grande benessere surrogate da altre asciutte.

Dopo due giorni di riposo, che passarono bene anche in grazie alle premure di Cristina Drovetto, figlia dell’oste, potei attraversare il Colle del Paschietto che dalla Valle di Balme conduce a Viù, e ciò serva per provare alle donne che volessero tentare ascensioni che esse non sono poi così terribili come ordinariamente si crede.

L’ascensione della Ciamarella mi sarebbe riescita meno gravosa se io fossi stata vestita con abiti virili o quasi. Le sottane rendono men facile il passo; raccogliendo acqua e neve, diventano più pesanti e rendono molto molesto l’urto del vento. Come a me, serva ora ad altre donne la mia esperienza, che è appoggiata anche a precedenti escursioni.

Torino, 10 dicembre 1873.


Nota
(1) Di questa tenda è proposito del dottor Vallino dare a suo tempo ragguagli ai soci del Club affinchè possano avvantaggiarsene nelle imprese alpine. L’abbiamo adoperata non solamente alla Ciamarella, ma eziandio in un’altra ascensione fatta dal dottor Vallino e da me in compagnia del signor Bernardi e del signor Violla i giorni 19 e 20 luglio 1873, movendo da Malciaussia, pernottando a 2,800 metri dal livello del mare presso il lago gelato dell’Autaret e pei ghiacciai di Pera Ciaval e della Roussa sbucando al Ghicet Sauleres nella valle superiore d’Ala. Essendo essa larga due metri quadrati alla base vi stettero dentro cinque persone comodamente. La violenza di un vento uraganico non potè non che schiantarla, neppur recarle il più leggiero guasto. Volendo il dottor Vallino esperimentarla ancora in altre escursioni nel corrente anno 1874 ed essendo suo intendimento di renderla impermeabile con un semplicissimo spediente chimico, non mi è permesso descriverla nel presente Bollettino. Dirò soltanto che tutta la tela e i cordami della tenda Vallino si riducono in un rotolo del peso di quattro chilogrammi e mezzo, e per piantarla si adoperano due alpenstocks e si conficcano nella terra sei piuoli di legno leggiero (questi del peso di un chilogrammo al più) muniti di punte e appositi cerchi e attacchi in ferro ai quali si assicurano le diverse corde. I sei piuoli possono essere portati insieme col rotolo della tela, il peso della quale sarà di poco aumentato dalla soluzione chimica che la renderà impermeabile, secondo le già fatte esperienze. Il principale ostacolo all’uso delle tende alpine è il loro peso e volume. La tenda-Vallino parmi abbia risolto con fortuna il doppio problema e che meriti la preferenza sulla tenda-Whymper anche per il costo (avv. Michele Bertetti).

11 settembre 2022. Il versante sud-est dell’Uja di Ciamarella (su cui passa la via normale) fotografato dalla vetta del Rocciamelone.

Prima femminile all’Uja di Ciamarella ultima modifica: 2023-11-03T05:02:00+01:00 da GognaBlog

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3 pensieri su “Prima femminile all’Uja di Ciamarella”

  1. L’exemple était donné, la démonstration faite,
    que les femmes pouvaient faire beaucoup plus de choses ….

  2. Straordinario racconto!

    Sono davvero stupefatta, ancora una volta, della leggerezza che accompagna le escursioni a quel tempo, soprattutto se penso all’abbigliamento della squadra.

    Credo riderebbero moltissimo osservando il nostro equipaggiamento, così diverso dalle mise della vita quotidiana.

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