Parete est di Cima di Pino Sud

Metadiario – 268 – Parete est di Cima di Pino Sud (AG 2005-003)

Di ritorno dalla Sardegna ci fu la svolta. Casualmente mi fu raccomandato il nome di un medico reumatologo che lavorava all’ospedale di Niguarda: Antonio Brucato mi visitò, confermò la diagnosi di polimialgia e mi prescrisse una compressa da 25 mg di Deltacortene al giorno. Fu l’immediato toccasana: grazie al cortisone, già due ore dopo la prima assunzione i dolori erano del tutto spariti! Mi fu raccomandato di non aumentare la dose se non dopo altro consulto medico, come pure di non cessare di colpo l’assunzione. Venni a sapere di tutti i possibili danni collaterali che tale medicinale può provocare. Ancora non sapevo che ne sarei stato dipendente per cinque anni e mezzo di fila, fino al dicembre 2010. Ogni mattina andava via una pillola e quelle poche volte che provai a diminuire la dose, per esempio assumendone solo metà per qualche giorno, i dolori fatalmente tornavano.

Matteo Pellegrini, assicurato da Marco Milani, sulla prima lunghezza di Nuova via per Claudia (Pizzo Spazzacaldera, Albigna)

Ma questa mia “piccola” odissea era solo all’inizio ed ero esageratamente contento che dopo dieci mesi la “grande” odissea fosse finalmente finita.
In quei giorni, esattamente domenica 10 luglio 2005, se ne andò un vero gigante. Dopo aver salito una via delle Piccole Dolomiti, Lorenzo Massarotto, uno dei più grandi dolomitisti di tutti i tempi, fu colpito da un fulmine in vetta e precipitò. Questo alpinista eccezionale vantava decine e decine di vie nuove (la maggior parte delle quali rimaste nell’ombra). Lo conoscevo appena, ma sapevo il suo grande valore. Salite come la prima ripetizione (e solitaria) del Diedro Casarotto sullo Spiz di Lagunaz o la prima solitaria invernale della Philipp-Flamm della Nord-ovest del Civetta sono tappe fondamentali della storia dell’alpinismo.

Ancora Matteo Pellegrini su Nuova via per Claudia (Pizzo Spazzacaldera, Albigna), 23 luglio 2005.

La prima via sulla quale festeggiai il mio ritrovato benessere fisico fu Nuova via per Claudia sul granito del Pizzo Spazzacaldera, in Albigna. E padrini di questa festa, il 23 luglio, furono Matteo Pellegrini e Marco Milani.

Sempre in quel mese di luglio, a mio maggior carico psicologico (ma di certo benvenuto per questioni di cassa), ecco che Katja Roediger riuscì ad avere tra i nostri clienti anche l’ufficio turistico di Kitzbühel. Accanto alle “discrete” Innsbruck e Stubai avevamo perciò da promuovere stazioni turistiche “esagerate” come Kitzbühel e Ischgl. Ci sta che riporti qui il comunicato stampa con il quale avvisammo di questa acquisizione tutti i nostri giornalisti, a stento trattenuto sotto il livello del “trionfale”:

Campo da golf di Kitzbühel, con lo sfondo del Kaisergebirge

26 luglio 2005. Cari amici della stampa, siamo davvero orgogliosi di potervi comunicare che Kitzbühel Tourismus ci ha selezionati per l’incarico alle relazioni stampa con l’Italia.
Tutti conoscete Kitzbühel (www.kitzbühel.com), o per esserci già stati o per la sua fama, e quindi sapete quanto questa località sia speciale per la sua storia di 700 anni ed i suoi miti recenti e gloriosi nell’ambito dello sci (la “Streif”, per solo citarne uno).

Anche la maggioranza del pubblico italiano riconosce a Kitzbühel l’appartenenza di diritto all’élite dello sport mondiale.
Per anni questa località turistica non ha preso iniziative per informare la stampa italiana, specialmente i giornalisti che seguono le rubriche “viaggi”.

Salendo al Pfannock, i Pfannseen.

Ora invece vogliamo sottolineare al turismo italiano tutta la magia di questa cittadina vivace, il suo charme romantico e l’atmosfera cosmopolita che la contraddistingue. Vogliamo spiegare cosa significhi appartenere ai ‘Best of the Alps’, e perché sia così stimolante lo shopping nelle vie del suo centro storico o anche raccontare il fascino discreto della sua vita serale e notturna.

Inoltre, come sempre, daremo esempi dell’offerta, che è proprio speciale, sia per gli hotel ad alto livello sia per il grande numero di appartamenti e Bed&Breakfast, con prezzi convenienti e con servizi congrui alla famosa gentilezza della gente del Tirolo […]”.

Elena e Petra in discesa dal versante sud del Gebra.

Nella prima decade di agosto portai Elena, Petra e Guya giusto a Kitzbühel, allo scopo di fare un buon servizio fotografico. Non fummo molto fortunati con il tempo ma, tutto sommato, non andò malissimo. Molto carina (5 agosto) fu la salita al Pfannock 2253 m dal Brunnachhof, anche se tutte e tre le mie compagne si fermarono al Rote Burg e io poi le raggiunsi alla Brunnachhof passando per il Kleiner Pfannock 2180 m. Il giorno dopo altra solitaria allo Schoberriegel 2208 m partendo dalla Turracher Höhe. Dopo tre giorni di pioggia riuscimmo, il 10 agosto, tutti e quattro a salire il Rossgruberkogel 2156 m partendo dal Thurn Pass. E l’ultimo giorno dalla Bichlalm salimmo il Gebra 2057 m, ma in vetta arrivai solo, perché le ragazze, per nulla spinte dalla cattiva visibilità e dal freddo, si fermarono alla Spalla, a circa 1960 m.

Antonio Bernard in apertura sulla via Prima Luna, Campanile di Gardeccia, 19 agosto 2005.

Riportate le figlie e Guya al mare di Levanto, il 19 agosto ero in Val di Fassa. Con l’amico Antonio Bernard e Ivan Fuligni, aprimmo una via nuova sulla parete sud-ovest del Campanile di Gardeccia 2310 m, che chiamammo via Prima Luna (a destra della via Luisa (di Gino Battisti ed E. Lampugnani, 19 agosto 1980) e a sinistra della Ultimo Sole di Alberto Rampini e Stefano Righetti (25 settembre 1983). Bella salita dalla linea diretta, ottima alternativa alla più nota Hendrina (Gino Battisti e Dante Colli, 12 agosto 1980) con le ultime due lunghezze della quale termina.

Ma io avevo fame di luoghi diversi, il Gardeccia e la sua confusione mi ricordavano troppo il confronto che ne facevo con i vecchi tempi degli anni Sessanta. Puntai il muso dell’auto verso il Vajont, alla ricerca di avventura.

Il 24 agosto dal rifugio Pordenone salii al bivacco Perugini con Mario Crespan, l’amico di Luca Visentini che ci aveva accompagnato un po’ di anni prima nel nostro giro nei Cantoni di Pelsa. Da lì contemplammo la nostra meta, la parete ovest della Croda Cimoliana 2408 m. La via che Tita Piaz aveva aperto il 13 luglio 1910 con Moritz Michelsohn era lì, evidente, elegante nella sua dirittura perfetta. Sulla guida era data di IV e V, ma un passaggio in un diedro-camino strapiombante mi impegnò in modo particolare, sicuramente al limite inferiore del VI.

La parete ovest di Croda Cimoliana

Parete est della Cima di Pino Sud
Reduce da quasi un anno di dolori diffusi alle articolazioni e ormai quasi rassegnato a pensare alle grandi pareti soltanto nella forma di nitidi ricordi, a fine agosto mi ritrovai con tre amici stupendi nel cuore di una grande avventura, come mai avrei pensato ancora possibile. Oggi vivo la parete est della Cima di Pino Sud 2057 m come un dono che mi è stato dato, non so quanto meritatamente. Di certo è stata la mia ultima immersione nella natura verticale e selvaggia, in un luogo remoto, dimenticato, dove la paura di non essere più all’altezza era controbilanciata dall’affetto e dall’ammirazione che i miei compagni nutrivano per me. Mi sentivo carico della loro energia, anche se in apparenza ero io il motore trainante. Bell’insegnamento per chi ha sempre fatto conto solo sulle proprie forze.

Mario Crespan sulla via Piaz della parete ovest di Croda Cimoliana

Una parete di più di 600 m di altezza, fino al VI, assolutamente ignota anche perché non la si può vedere dal fondovalle bensì solo da molto lontano col teleobbiettivo, un posto molto selvaggio, quattro ore dal rifugio per andare all’attacco. E lì mi è sembrato di rinascere, perché improvvisamente ho riprovato quelle sensazioni proprie dell’alpinismo vero, in un luogo così distante, fuori dal mondo, in cui era tutto sulle mie spalle… tentativi a destra, a sinistra, poi abbiamo trovato l’itinerario giusto, con un ritorno al rifugio alle dieci di sera completamente distrutti. Per me è stata la rinascita perché di colpo mi sono trovato a fare questo alpinismo che avevo un po’ dimenticato, non nello spirito ma fisicamente. È stata una grande salita e non esito a definirla una delle più importanti della mia vita.

Alessandro Gogna in vetta a Croda Cimoliana, 24 agosto 2005

Ricordo la sfacchinata del pomeriggio del 28 agosto assieme ai miei giovani amici Stefano Squicciarini e Matteo Sgrenzaroli. Ci faceva da guida Bruno Ditta, che ci accompagnò sul sentiero che dal rifugio Casera Ditta 956 m sale alla Forcella Col de Pin 1437 m. Da lì senza colpo ferire scendemmo per il sentierino del versante opposto (Val Vajont) per circa 150 m fino a poter girare sotto il piede (quota 1390 m c.) di uno sperone roccioso (Cima di Pino Nord) sulla destra. Risalimmo per ghiaia e roccette fino ad intravedere il viaz (a quota 1380 circa), recentemente disboscato, che porta ai Praduz tagliando a mezza costa in direzione sud tutto il versante orientale delle due cime di Pino. Arrivammo nei pressi di un masso, a quota 1430 m c, in corrispondenza di un canale con acqua. Da lì la parete est era visibile, anche se schiacciata dalla prospettiva. Il compito di quel giorno era stato assolto, perché avremmo dovuto rifare lo stesso percorso la notte seguente per arrivare all’attacco all’alba. Arrivammo al rifugio al buio, accolti dal custode Adriano Roncali (che non ci aveva accompagnato per via dei suoi doveri di guardiano). Il tempo di cenare, elettrizzati, poi due ore di sonno fino alla sveglia.

Dalla Cima di Camp, Il versante nord della Cima di Pino Nord e, in secondo piano, la ciclopica parete nord del Col Nudo. Completamente nascosta tra le due, la Cima di Pino Sud. Foto: Federico Raiser.

Alle prime luci del 29 agosto stavamo attaccando lo zoccolo della parete, senza avere dubbi almeno per la prima parte del percorso.
Adriano ed io davanti, dietro seguivano Squiccia e Sgrenza.
Giunti all’ottava sosta proseguii in parete un po’ in obliquo a sinistra fino a un diedro-fessura basamento di un grande tetto arcuato. Uscii a sinistra e salii ancora in parete fino a una sosta che attrezzai con due chiodi vicini. Adriano mi seguì e io proseguii con un zig-zag fino all’inizio di un camino formato con la parete da una enorme lama staccata. Risalii i primi 10 m della lama staccata fino a che non mi fu possibile vedere un’eventuale prosecuzione. Ciò che vidi fu scoraggiante. Già arrivare fino a lì mi aveva impegnato non poco e sopra sembrava peggio: c’era una sezione di parete decisamente ostile prima che la verticalità diminuisse un poco. Da sotto mi chiedevano com’era e io non sapevo che rispondere.

28 agosto 2005, Alessandro Gogna durante la ricognizione alla base della parete est della Cima di Pino Sud.

Vidi che la prosecuzione ce la offriva un diedro-canale qualche decina di metri a sinistra. La via sarebbe stata meno diretta, ma sicuramente era più logica e magari ci dava la possibilità di non fare quel bivacco per il quale non eravamo attrezzati. Ridiscesi la lama in arrampicata fino all’ultimo chiodo e da lì attrezzai una vertiginosa discesa a corda doppia che con un notevole pendolo ci portò all’inizio della rampa del diedro-canale. Stefano e Matteo ci raggiunsero direttamente per quella che sarebbe diventata la nona lunghezza, decisamente più facile, circa 30 m fino al IV+.
Non era tardi, ma neppure così presto da non dover temere di bivaccare. La rampa-diedro prometteva bene ma, come si sa, un ostacolo poteva sempre darci del filo da torcere.
Fu con grande sollievo che uscimmo sulle mugaie della vetta: il sollievo è l’antipasto della gioia, quella silenziosa e tanto vera.

La chiave delle Cime di Pino – 1
di Adriano Roncali
(estratto da Gli orsi della Val Mesath, di Adriano Roncali, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2008)

“[…] A me la pizza piace molto ed è una delle poche gratificazioni superflue che sento di regalarmi ogni tanto.

Il mio rifugio si trova in una delle valli che si dipartono da quel che resta del lago del Vajont, è raggiungibile solo a piedi seguendo una stradina sterrata prima e uno splendido sentiero poi, sono solo cinque chilometri, ma per arrivare in pizzeria ci vuole un’ora buona, di cui solo dieci minuti in macchina, perciò la pizza di solito arriva a coronare una giornata che reputo degna di essere conclusa alla grande, e per me scendere in paese ed entrare in una pizzeria ha lo stesso valore di un fine settimana in una capitale per la maggior parte della gente.

Alessandro Gogna in apertura della parete est di Cima di Pino Sud, settima lunghezza, 29 agosto 2005

E quella giornata chiedeva proprio di essere conclusa così! Il percorso prevede una tappa obbligata, senza la quale scendere in paese perderebbe parecchio del suo fascino, e la tappa è la casa di Bruno Ditta.

Il buon Bruno che sempre di più sta guidando i miei passi in questa valle, e che ormai sento sempre più come un padre adottivo.

Quattro chiacchiere, un bicchiere di buon vino e tanto affetto, mi aspettano sempre al di là della porta di casa sua.
E non mancano mai le informazioni fresche sulle ultime novità del paese.

“Adriano, tu che sei appassionato di alpinismo, sai chi è Alessandro Gogna?”

Alessandro Gogna in apertura della parete est di Cima di Pino Sud, settima lunghezza, 29 agosto 2005

“Gogna? Certo che lo so chi è, uno dei più bravi alpinisti viventi, uno dei fondatori di “Montain Wilderness” e anche del movimento che ha dato un grande stimolo all’alpinismo moderno, il “Nuovo mattino”, così era chiamato, e inoltre ha scritto un numero considerevole di libri, guide e quant’altro riguarda tutto l’arco alpino! Ho avuto la fortuna di vederlo qui a Cimolais, in occasione di una conferenza sul Campanile di Val Montanaia, e sono anche riuscito a scambiare due parole con lui in un’osteria del paese dove era andato con Mauro Corona a concludere la serata. Grazie all’amicizia con Mauro sono riuscito ad intrufolarmi nel loro gruppo, ma perché me lo chiedi?”.

“Perché so che è qui ad Erto con degli amici e hanno dei progetti proprio sulle tue montagne, ma non so niente di più!”.

“Su da me? Ciao Bruno, vado subito in paese, spero di trovare Mauro, lui sicuramente ne sa di più e a questo punto la curiosità mi scotta i piedi! Vado, ciao!”.

La pizzeria non è l’unico locale pubblico di Erto, ce ne sono altri tre, più quelli del paese più vicino, Cimolais, le probabilità di incontrarlo al primo colpo non erano tantissime e la prospettiva di dover passare per parecchi locali prima di trovarlo mi preoccupava un po’, non tanto per la distanza, piuttosto per la quantità di vino che avrei potuto bere durante la ricerca!

Alessandro Gogna in apertura della parete est di Cima di Pino Sud, ottava lunghezza, 29 agosto 2005

Non mi piace entrare in un bar a cercare qualcuno senza bere almeno un bicchiere di vino, e comunque qualcuno che mi invita a berlo in sua compagnia lo trovo sempre e questo devo dire che mi da più soddisfazione che preoccupazione…

La fortuna mi aspettava invece dietro la porta della pizzeria! Avvicinandomi al bancone ho guardato dove speravo di trovare le persone che cercavo, ed erano veramente lì.

Mauro, Gogna e, sorpresa, quegli amici di Gogna di cui mi aveva parlato Bruno non erano altri che i “ragazzacci” di Milano!

Giusto il tempo di incrociare gli sguardi, e Mauro, facendo gli onori di casa, ha invitato tutti e tre al loro tavolo, presentandomi immediatamente a Gogna!

Trattenere i miei sogni e la fantasia a quel punto era impossibile, oltre che inutile.

Dalla Sosta 8 Alessandro Gogna impegnato nella nona lunghezza poi rivelatasi senza prosecuzione nel tentativo di decima lunghezza.

“Gogna qui” pensavo “Sono seduto allo stesso tavolo, mangiando una pizza e conversando con delle persone di cui ho sempre avuto una grande ammirazione, come mi piacerebbe averli ospiti su al rifugio.”

“Allora tu, Adriano, sei il gestore del rifugio Ditta?”.
“Eh sì, e stasera, dopo la pizza, torno su”.
“E allora ci vediamo domani pomeriggio”.

Azione – Ciak – Si gira!
Da quel momento per me è partito un film, sogno e realtà! Non capivo più niente!

Poco alla volta, un po’ da Alessandro e un po’ da Matteo e Stefano, i due “ragazzacci”, il loro progetto mi è passato davanti agli occhi e la conclusione era: Cima di Pino Sud.

Alessandro Gogna raggiunge con manovra pendolare la nona lunghezza.
Nona lunghezza della parete est di Cima di Pino Sud.

Ma non per la via normale, l’obiettivo era più grande, più grande ancora dei miei sogni: parete est!

Grande Muraglia, ancora vergine, nessuna via ha mai tracciato un percorso su quelle rocce, e il ricordo che avevo di quella parete, per quelle poche volte che l’avevo vista, era legato al pensiero che sempre ho avuto guardandola: “Su per di là? Ma nemmeno se mi pagano!”.

E invece la bocca si è aperta e la voce è uscita, forse, anzi sicuramente, senza passare per il cervello.

“Calma, le chiavi delle Cime di Pino le ho io, lassù potete andarci solo se vi do io il permesso, e il permesso ve lo do ad una condizione: vengo anch’io!”.

Sosta assetata nella rampa canale-diedro finale: a sinistra, Adriano Roncali; a destra, Alessandro Gogna.
Matteo Sgrenzaroli all’uscita della via, in piena immersione nella mugaia di vetta.

Il tono della voce e la mia espressione lasciavano capire chiaramente che stavo solo scherzando, ero ben consapevole che dietro un progetto del genere c’era tutta una pianificazione, l’organizzazione della cordata era già collaudata, l’ingresso di un nuovo elemento non era nemmeno lontanamente previsto.

Inoltre le incognite legate alla salita si prospettavano sicuramente superiori alle mie possibilità.

Mi aspettavo una risata divertita e l’immediata messa in disparte dell’argomento, invece, dopo un rapido scambio di sguardi tra loro, Matteo mi ha detto, facendomi capire che non scherzava: “Per quel che ci riguarda non ci sono problemi, anzi, ci farebbe piacere, se hai voglia di venire anche tu, facciamo due cordate e il problema è risolto!”.

In vetta alla Cima di Pino Sud, 29 agosto 2005. Da sinistra, Matteo Sgrenza Sgrenzaroli, Alessandro Gogna e Stefano Squiccia Squicciarini.
In vetta alla Cima di Pino Sud, 29 agosto 2005. Da sinistra, Adriano Roncali, Alessandro Gogna e Stefano Squiccia Squicciarini.

La pizza che stavo voracemente masticando si è cementata ai denti, il boccone non voleva proprio saperne di prendere la via dello stomaco, qualcosa mi costringeva a tenerlo in sospeso, forse la paura di avere la bocca libera e dover rispondere.

Non potevo farlo subito, non avevo nessuna risposta da dare, ancora, tanti ‘me stesso’, tutti diversi uno dall’altro, avevano tante risposte altrettanto diverse da dare!

“Dì di sì, vai!”
“Ma sei scemo? Ti rendi conto di che cosa si tratta?”
“Pensaci bene, non è uno scherzo!”

30 agosto 2005, rifugio Casera Ditta. Da sinistra, Adriano Roncali, Alessandro Gogna, Stefano Squicciarini e Matteo Sgrenzaroli

Con molta calma, il cemento è tornato ad essere pizza, con altrettanta calma ha preso la via a cui era destinato, un generoso sorso di vino ha accompagnato la partenza e il turbinio dei ragionamenti, calmandosi, ha lasciato il posto ad una certezza: non avrei rinunciato a questa grande opportunità! Non avevo più nessun dubbio, mi sentivo carico e, contro la logica che tentava di ricordarmi lo scarso o quasi nullo allenamento fatto negli ultimi mesi, sapevo che, in un modo o nell’altro, avrei trovato la forza per farcela. Ho passato ancora qualche ora ad Erto, in compagnia degli alpinisti, e quello che ci siamo detti quella sera non ha fatto altro che aggiungere certezze a quelle che già avevo trovato dentro di me. Avevo un giorno intero davanti a me per prepararmi dentro, sapevo anche che non avrei procurato nessun problema rinunciando alla scalata, bastava dirlo la sera prima della partenza, ma ero sempre più deciso ad andare con loro!

Foglio di unione delle tre sezioni sottostanti

Le condizioni meteo non favorevoli hanno fatto slittare il progetto di una giornata, cosicché gli alpinisti sono arrivati al rifugio la domenica, lasciandomi un giorno in più alle prese con chi, ancora incredulo per la mia decisione, e dimostrandomi così di volermi bene, cercava di capire se la decisione stessa era frutto di un colpo di testa, se mi rendevo veramente conto di quello a cui andavo incontro o se era il caso di provare a dissuadermi.

“Certo è una bella incognita lassù, non sarà sicuramente una via facile, non è un caso se la parete est è rimasta inviolata fino ad oggi, si tratterà di passare ore e ore senza mai mollare l’attenzione, la tensione e la concentrazione saranno importantissime e tu, Adriano, è un po’ di tempo che non affronti certe cose, in più sei anche poco allenato sulle alte difficoltà, visto che è un po’ che non arrampichi nemmeno in palestra, come fai ad essere così deciso?”

“Guardate, ragazzi, avrete anche ragione, ma io sono certo di una cosa: con le unghie e con i denti, se serve, su di là ci voglio andare, e passerò almeno fino dove passeranno gli altri. Se si rinuncerà non sarà certo per me!”

“Beh Adriano, la determinazione è importantissima, e a quanto pare tu stasera ne hai da vendere, penso anch’io che ce la farai”

Arriva così lunedì mattina, non sono ancora le quattro, è buio pesto e quattro uomini silenziosi stanno già camminando sul sentiero che dal rifugio porta alla forcella Col de Pin.

Pareti est delle Cime di Pino Sud (a sinistra) e Nord. Il tacciato in rosso segna la via del 29 agosto 2005. In verde il tentativo di via diretta. Telefoto: Luca Vallata.

Passo lento e calcolato, di chi sa di dover dosare al meglio le energie, senza bisogno di parlarci sapevamo che eravamo quattro persone diverse, ma il pensiero nelle nostre teste era uno e uguale per tutti.

Rivedevo le scene del giorno prima, la preparazione del materiale, il tintinnio della ferraglia d’alpinismo, chiodi, moschettoni, martelli, dadi e il filare delle corde controllate e annodate sugli zaini. Risentivo i resoconti di loro che, tornati dopo aver portato sotto la parete una parte del materiale e qualche bottiglia d’acqua, mi davano il loro parere sulla linea da seguire, linea che avevano attentamente studiato e valutato dal basso, e di cui io avevo solo una vaga immagine. E così, di pensiero in pensiero, arriviamo in forcella, si lascia il sentiero, su per la cengia, le prime difficoltà, i mughi, e finalmente la parete sopra di noi. Le prime luci dell’alba la colorano di rosso. Superiamo lo zoccolo, Alessandro individua l’attacco, le mani sulla roccia, si comincia, i primi passi in verticale, la corda scorre lenta, il martello che picchia, si continua a salire, le difficoltà aumentano, il sole sempre più alto, fa caldo, ancora su, è dura, in alto si vedono dei mughi, sono quelli della vetta, ma sono ancora lontani, il sole passa ad ovest, le difficoltà mollano, i mughi stretti nelle mani, la vetta, gli abbracci… La discesa spezzagambe, fatica, fame, sete, il buio, le dieci di sera e le luci del rifugio a pochi passi da noi.

Il disegno di Paolo Cossi ritrae Adriano Roncali e Guido Faoro, i custodi di Casera Ditta.

Stanchi, così stanchi da non riuscire nemmeno a mangiare, ma felici, felici di quelle diciotto ore ormai alle spalle, ma che resteranno sempre nella memoria di tutti e quattro, felici che tutto sia andato bene, che il tempo ci abbia aiutato e, perché no? felici anche del fatto che il nostro nome sarà sempre collegato alla prima via disegnata sulla Est della Cima di Pino Sud, una via bella e logica, anche se di difficoltà elevata. E di questa grande felicità devo ringraziare Alessandro, Matteo e Stefano che, pur non conoscendomi, hanno avuto fiducia in me, regalandomi la possibilità di partecipare a questa avventura, e in particolare Alessandro Gogna, che ci ha guidati dal primo all’ultimo passo, mettendo in campo tutta la sua professionalità, il suo sapere e la grande esperienza accumulata in decenni di attività ai massimi livelli. Con lui davanti ci sentivamo sicuri anche noi tre.

Per completare, riporto dalla relazione originale scritta da Gogna sul libro del rifugio:
“29 agosto 2005, Cima di Pino Sud, parete est, Prima salita: Alessandro Gogna, Adriano Roncali (del rifugio Casera Ditta), Matteo Sgrenzaroli, Stefano Squiciarini. Con la presenza spirituale di Mauro Corona, l’ispiratore”.

Sì, perché quella parete era nei sogni e nei pensieri di Mauro da tanto, ed è stato lui a convincere Alessandro e i ‘ragazzacci’ a tentare l’impresa, impresa a cui avrebbe dovuto partecipare anche lui, ma si sa che in montagna si può solo decidere dove andare, ma il quando non è mai sicuro, e quando capita che le condizioni siano favorevoli, bisogna essere pronti a partire. In questo caso i giorni climaticamente favorevoli corrispondevano ad impegni a cui Mauro non poteva sottrarsi, cosicché si è visto costretto a vederci partire senza di lui, ma i suoi auguri e il suo supporto morale ci hanno comunque accompagnato fino in cima.

La Cima di Pino Nord vista da nord-ovest. E’ in evidenza lo sperone settentrionale, tra ombra e sole.

Il martedì mattina, dopo i preparativi, arriva il momento dei saluti: i miei amici devono tornare alla loro città, ai loro impegni che, già sapevo, li avrebbero per parecchio tempo tenuti lontani dal rifugio.

“Chissà quando li rivedrò”, pensavo abbracciandoli uno ad uno fino a quando, per ultimo, mi sono trovato di fronte Alessandro, e lui guardandomi dritto nel cuore mi ha salutato lasciandomi con la porta dei sogni spalancata:
“Ciao, amico. Ci rivedremo presto!”.

Parete nord della Cima di Pino Nord. Nella sezione destra è ben visibile lo sperone nord.

Non ho dubitato nemmeno un secondo, ho capito subito che erano parole sincere, dette con convinzione, e ho così salutato tutti con la certezza che li avrei rivisti presto.

Nei giorni successivi, come consuetudine, la notizia ha fatto il giro degli alpinisti della zona, è arrivata qualche telefonata da parte di amici che volevano esprimere i loro complimenti, ma a Franco Miotto ho telefonato di persona, sapendo che sarebbe stato contento per me almeno quanto ero contento io. Quando ha saputo che l’impresa era stata guidata da Gogna, non ha nascosto il rammarico per non averlo saputo prima.

24 settembre 2005, parete nord della Cima di Pino Nord, Adriano Roncali sulla seconda lunghezza

“Se avessi saputo dell’arrivo di Gogna al rifugio, sarei venuto di corsa, sono anni che desidero conoscerlo! Devi sapere che ho un debito di riconoscenza nei suoi confronti. È, infatti, grazie ad un suo articolo di tanti anni fa che ho conosciuto le Pale di San Lucano, ed è stato lui a farmi innamorare dei posti, posti che altrimenti non avrei mai frequentato, in più, quando ha scritto delle mie vie, lo ha fatto in modo chiaro e pulito, e di questo avrei voluto ringraziarlo”

“Forse ci sarà un’altra possibilità, mi ha salutato promettendomi di tornare e, non so quando, ma sono sicuro che tornerà”
“Se torna avvisami, ci tengo davvero”

Adriano Roncali in vetta alla Cima di Pino Nord, 24 settembre 2005

Con il settembre tornò il tempo lavorativo. Tante ore di ufficio la cui maggioranza era purtroppo spesa per tappare i buchi di cassa. Al di fuori del tran-tran c’era la possibilità che mi aveva offerto il senatore Fausto Giovanelli. Ecco come Fausto aveva riassunto la situazione in una mail del 16 settembre 2005:
Caro Sandro, il Ministro aveva chiesto nei mesi scorsi alle Regioni una terna di nomi per la Presidenza del Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Le Regioni effettivamente hanno avanzato la proposta di Alessandro Gogna, Umberto Guiducci e Franco Vippiani. Dopodiché il Ministro non ha più risposto né con assenso né con dissenso.

Alessandro Gogna in vetta alla Cima di Pino Nord, 24 settembre 2005

Il lungo tempo trascorso in sé non significa nulla, ma comincia a pesare, anche perché la situazione di commissariamento in corso per l’Appennino Tosco-Emiliano e il blocco della nomina del Presidente è in atto anche per il Parco dell’Arcipelago Toscano e per il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.
Nel frattempo un giornalista sportivo della RAI, di nome Pier Paolo Cattozzi, si è autocandidato alla Presidenza con una certa pubblicità sui giornali locali.
L’assessore regionale ha ribadito che le proposte della Regione sono e restano quelle già avanzate. Ci attendiamo un qualche cenno dal Ministro nelle prossime settimane […]”.

La cosa mi avrebbe posto notevoli problemi, ma ero pronto ad affrontarli perché sarebbe stata una vera e propria svolta. Come finì? Ovviamente in nulla…

25 settembre 2005, Casera Ditta. Da sinistra, Alessandro Gogna, xy, Adriano Roncali, Guya Spaziani e Guido Faoro.

Il 16 settembre con Marco Milani andammo sopra Lecco, alle cosiddette Erna Dalles. Salimmo Inaspettatamente tua e interrompemmo al secondo tiro Ad un amico lontano.

La sera del 23 settembre arrivai assieme a Guya alla Casera Ditta, dove ci aspettavano gli amici Adriano Roncali e Guido Faoro.
Pieni di speranza ci avviammo all’alba verso la parete nord della Cima di Pino Nord, con l’intenzione di aprire una via diretta. In realtà la disillusione fu cocente ma immediata. Mi trovai su una prima lunghezza di VII e A2 che mi richiese quasi due ore di lotta. Arrivato alla “sosta” il terreno roccioso, se possibile, era ancora più friabile. Fui costretto a piantare dodici chiodi che collegai con cordini prima di sentirmi appena un po’ meno preoccupato. Adriano salì schiodando, poi si posizionò per assicurarmi. Ma della seconda lunghezza feci solo pochi metri prima di rendermi conto che stavamo facendo una vera e propria cazzata senza senso. Ci calammo sui 12 chiodi e ripiegammo a sinistra su un itinerario altrettanto friabile, ma di certo meno proibitivo. Arrivammo a incrociare la via Herberg, poi seguimmo la variante Bottino e infine sbucammo in vetta. Avevamo terminato un itinerario che si poteva consigliare soltanto ai nemici. La prima doppia, attrezzata da Mauro Corona, ci riservò una brutta sorpresa. La corda s’incastrò e fui costretto a risalire una quarantina di metri a Prusik per liberarla.

La chiave delle Cime di Pino – 2
di Adriano Roncali
(estratto da Gli orsi della Val Mesath, di Adriano Roncali, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2008)

Giovedì 22 settembre suona il telefono:
“Ciao, sono Alessandro, saresti libero per arrampicare con me?”
“Mi libero di sicuro, che cos’hai in mente?”
“Cima di Pino Nord, parete nord, c’è un bellissimo pilastro con uno spigolo che dalla base porta fin quasi sotto la vetta, potremmo tentare una nuova via.”

Pochi secondi dopo un potente urlo di gioia riempiva la Val Mesath, l’eco ha portato fin sulle cime la mia voce, i camosci mi avranno preso per matto, e si sbagliavano di poco! Ma ormai mi sentivo in aria, camminavo ad una spanna dal suolo: mi aspettava un’altra avventura.

Schizzo della Diretta alla parete nord della Cima di Pino Nord

Il giorno dopo, venerdì, falciavo l’erba sui prati attorno al rifugio, le braccia si muovevano a ritmo, gli occhi seguivano l’ordinato ammucchiarsi degli steli tagliati dal filo della falce, ma ogni tanto, seguendo il filo dei pensieri, si alzavano verso la montagna. Lo spigolo era lì, visibile, a far da confine tra montagna e ciclo azzurro, e più lo guardavo, più lo trovavo bello, elegante e invitante, non mi faceva paura. Come mi sbagliavo! Ma questo ho potuto capirlo solo il giorno dopo.

L’arrivo di Alessandro ha dato lo stop alla falce e al vagare dei miei pensieri e, dopo aver riposto la prima nella baracca, ho messo in ordine i secondi. Il suo occhio esperto aveva visto in un momento quello che io, pur vivendo qui, non avevo ancora visto.

Dalla funivia orbitale 3S di Kitzbühel, il panorama sulla Saukasergraben da 400 metri di altezza.

Con poche e semplici spiegazioni mi ha fatto capire meglio la forma della montagna, le sue linee e la loro disposizione in confronto col rifugio: una semplice ma precisa lezione di topografia del mio giardino, se ne impara sempre una nuova! Avevo già telefonato a Franco Miotto, il quale, causa altri impegni, mi aveva proposto un cambio di programma.

“Ascolta, Alessandro, c’è Franco Miotto che avrebbe una gran voglia di conoscerti, ma oggi e domani è impegnato, così ha lanciato una proposta, io te la rimando: ti andrebbe di andare assieme domenica pomeriggio a casa sua? Ne sarebbe felice”

“A casa di Miotto? Con gran piacere gli stringerei la mano, è un alpinista che ho sempre ammirato e sarei contento anch’io di conoscerlo.”

Il giorno dopo come un mese prima: buio pesto, pila frontale accesa, stavolta solo noi due verso la montagna, e poi la scalata. Lo spigolo nuovo ci vede alla sua base, lo risaliamo per un po’, fin quando la roccia ci respinge per la sua eccessiva pericolosità, non c’è niente di stabile, ogni appiglio, ogni appoggio cede cadendo nel vuoto, ogni fessura dove si prova ad infilare un chiodo si allarga con tonfi sordi, parecchi massi, anche grossi, si staccano al solo contatto delle mani. Gli avvertimenti sono arrivati tutti a segno, cosicché, intelligentemente, abbiamo ripiegato al centro della parete, seguendo fino alla vetta una via già esistente.

Abbiamo comunque tracciato una bella variante nuova e, più importante, abbiamo raggiunto la cima, e dopo la sorella più a sud, anche la Cima di Pino Nord ha ricevuto la sua visita. Come la volta precedente la discesa per mughi, canali e ghiaioni estenuanti, fino a raggiungere l’accenno di sentiero che porta al rifugio.

Ci è stato di conforto l’incontro con Pino Bottino, che, arrivato al rifugio nel primo pomeriggio, ha pensato bene di venirci incontro per poterci aiutare a ritrovare il sentiero.

Sentire la sua voce nel bosco ci ha confermato di essere sulla strada giusta, togliendoci l’ultimo residuo d’incognita che ci restava. Se pur stanchi, questa volta l’appetito era buono, la serata è passata veloce tra un bottiglione e l’altro. Comunque vadano le cose in montagna, per me la parte più importante è questa: i festeggiamenti finali.

La domenica, come d’accordo, tutti a casa di Franco Miotto. Quel che ho provato assistendo all’incontro tra due personaggi del genere è indescrivibile, la magia di quei momenti resterà per sempre impressa nella mia memoria e di chi quel giorno era presente. Non basterebbe una storia intera per raccontarlo, e allora non lo racconto, lo tengo per me assieme ai ricordi più intimi della mia vita.

La funivia orbitale
Più volte ho accennato al mio disagio a dover scrivere comunicati stampa che inneggiavano agli impianti di sci e che avevano lo scopo di convincere quanta più gente possibile a fare le vacanze bianche nelle località tirolesi di nostra competenza. A fine settembre 2005 fui costretto a scrivere il seguente pezzo, uno tra quelli che più mi hanno provocato malessere e vergogna.

Si dirà: il lavoro è lavoro. Certo, ma quello non faceva per me e meditavo su quali reali possibilità avevo di lasciarlo a chi non aveva di quei problemi:
Quando i sogni diventano realtà. Con la più spettacolare funivia del mondo, la funivia orbitale 3S, Kitzbühel supera tutti i superlativi.
Per le vacanze invernali Kitzbühel è la destinazione number one per più di un milione di persone all’anno. Nel 2005 si è realizzato finalmente il sogno di tanti anni, collegare i due comprensori Hahnenkamm/Pengelstein e Jochberg/Resterhöhe tramite una funivia: la Bergbahn AG Kitzbühel, la più grande impresa di impianti di risalita dell’Austria, inaugurava il 15 gennaio 2005 il più spettacolare impianto trifune del mondo, offrendo così agli appassionati dello sport invernale nuove dimensioni di skisafari.

Marco Milani su Il ritorno di Lucifero, prima lunghezza, Rocca del Prete, 18 dicembre 2005

Con la funivia orbitale 3S si realizza dopo decine d’anni lo scopo di unire i due grandi comprensori sciistici di Kitzbühel, precedentemente divisi dal grande vallone della Saukasergraben, e di permettere il percorso dello skisafari in entrambe le direzioni.

Questo impianto a tre funi (due portanti e una traente) assomma in sé gli ultimi sviluppi dell’ingegneria funiviaria. Lo testimoniano l’unico pilone di sostegno (di 80 metri di altezza) che divide i 3.700 metri di lunghezza dell’impianto in due campate da 2.500 e 1.200 metri, come pure il tempo di viaggio, 9 minuti, e la capacità di trasporto di 4200 persone/ora (ogni vettura porta 30 persone). Ma la spettacolarità dell’impianto la si vede soprattutto dall’enorme dislivello (fino a 400 metri) tra le vetture e il fondo della Saukasergraben.

Alessandro Gogna su Il ritorno di Lucifero, Rocca del Prete, 18 dicembre 2005

3S significa “3 Seil”, in tedesco tre funi, trifune. È un ibrido tra una funivia e una cabinovia perché ci sono due funi portanti fisse dove corrono, ammorsati automaticamente ad una fune traente, dei carrelli funiviari che sostengono cabine da 30 persone ciascuna; vengono riuniti così i vantaggi di cabinovie, ovvero tempi di attesa ridotti al minimo, alte portate, stabilità al vento e possibilità di superare notevoli franchi verticali da terra.

A differenza delle funivie a va e vieni, che possono partire su una pendenza qualunque, le telecabine automatiche devono per forza essere accelerate quasi in orizzontale, e si agganciano alla fune traente in orizzontale; alla stazione di valle si ha quindi praticamente sempre una concavità della fune traente che obbliga a disporre una lunga “rulliera di ritenuta”, sotto la quale la morsa deve obbligatoriamente passare.

31 dicembre 2005. Guya Spaziani in marcia verso il rifugio Casera Ditta.

La fune traente esce dall’alto della morsa, passa sopra a tutte le rotaie e al girostazione si avvolge su due pulegge a 45 gradi e scende al piano inferiore dove si trova l’argano.

L’adozione del sistema trifune in genere consente di superare notevoli distanze/dislivelli con pochissimi sostegni, in questo caso uno solo.

Per citare il direttore della Bergbahn AG Kitzbühel, Manfred Filzer, ‘con la realizzazione della funivia orbitale 3S l’azienda ha aperto un nuovo capitolo nella storia della regione di Kitzbühel, da sempre all’avanguardia nello sport invernale’. Già nel 1928 la Bergbahn AG Kitzbühel costruiva la prima funivia dell’Austria, l’Hahnenkammbahn: da quando è diventata una delle più grandi aziende del mondo in questo settore è un fattore economico importantissimo per la regione […]”.

31 dicembre 2005. Guya Spaziani in marcia verso il rifugio Casera Ditta. In alto, da sinistra: versanti occidentali di Cima di Pino Nord, Cima di Pino Sud e Col Nudo.

Il 1° di ottobre con Andrea Bavestrelli, Salvatore Bragantini e Giacomo Bozzi salimmo alla Corna di Medale la combinazione via Miriam-via Bonatti. Mentre il 16 ottobre con Marco Milani andammo in Valle Spluga a salire la via Pio al Perone (Pio e Davide Guanella nel 2005), 260 m fino al 6b+ che noi ci sentimmo di correggere con uscita finale su Ben Ben Bum Bum.

Dopo la castagnata a Castenuovo Garfagnana e i viaggi stampa a Ischgl e Kitzbühel, finalmente potei tornare a scalare. Il 18 dicembre, passata anche la buriana dell’annuale calendario Panorama, portai Marco Milani alla Rocca del Prete (Appennino Genovese-Piacentino): salimmo tre lunghezze de Il ritorno di Lucifero e due di Plaisir diabolique. Due tentativi interrotti, il primo per scarsa convinzione e il secondo per l’ora tarda.

31 dicembre 2005. Guya Spaziani in arrivo al rifugio Casera Ditta.

Nel frattempo ero stato presidente di giuria della XXIII edizione del Premio letterario Gambrinus-Giuseppe Mazzotti. Dopo intensa discussione premiammo all’unanimità le opere concorrenti alle diverse categorie. Ma qui mi preme riportare la motivazione del meritatissimo premio al volume Pale di San Lucano:
La Giuria del Premio Gambrinus-Giuseppe Mazzotti, presieduta quest’anno da Alessandro Gogna e composta da Franca Anselmi Tiberto, Ulderico Bernardi, Massimo Centini, Bruno Dolcetta, Silvia Metzeltin Buscaini, Giorgio Nebbia, Stanislao Nievo ed Enrico Rizzi […], all’unanimità, ha assegnato il Premio nella Sezione “Montagna” di tremila euro, a Ettore De Biasio per il volume Pale di San Lucano, Luca Visentini Editore, con la seguente motivazione: ‘libro coraggioso in cui si respira l’aria delle Dolomiti e dell’alpinismo vero, quello che ancora oggi non accetta che la montagna sia stata divisa in due, la parte alta, quella che conta e che bisogna vendere, e quella bassa, che non conta e che si sta svendendo. Quell’alpinismo che è fatto di avventura e di ricerca, con tanto sacrificio, con amore. Quello stesso alpinismo che fa decidere alle cordate di salire itinerari selvaggi, senza nome nel gotha delle grandi salite dolomitiche, senza ricompensa mediatica. Il risultato di una vita in montagna’”.

1 gennaio 2006, marcia con le ciaspole nella parte alta della Val Mesath.

Il lavoro, iniziato con Giuseppe Miotti, sulla storia delle guide alpine di Lombardia proseguiva, anche se un po’ a rilento. Per certe ricerche chiesi aiuto a Silvia Erzegovesi e Antonella Cicogna, perché Ettore Togni giustamente ci faceva pressione.

Proseguivano anche le trattative, che però mai approdarono a niente di concreto, tra il Collegio Nazionale delle Guide Alpine e il Touring Club Italiano: presentammo almeno tre o quattro diversi progetti, ma non se ne fece nulla. Solo tempo perso, soprattutto quello di Erminio Sertorelli e il mio.

Dopo grande pena e disagio, la vicenda con il nostro collaboratore Riccardo Martinelli giunse all’epilogo. Ecco la mia mail del 30 novembre 2005:
Caro Riccardo, come purtroppo ben sai, il nostro rapporto di collaborazione sta volgendo al termine. Ti arriverà quanto prima una lettera, datata 30 novembre 2005, in cui ciò ti sarà comunicato ufficialmente.
Per quanto riguarda gli accordi economici, rimane inteso che tu lavorerai regolarmente nel mese di dicembre 2005, dopo di che noi ti corrisponderemo una somma di 1000 euro a fine gennaio, senza che tu debba venire a fare ore da noi durante quel mese.
Ribadisco ancora una volta il dispiacere con cui siamo costretti a prendere questa decisione e rimaniamo a tua disposizione per qualunque “referenza” tu abbia bisogno per un tuo nuovo e futuro lavoro”.

Ultimo dettaglio del nostro lavoro: ci eravamo accordati con il nostro padrone dei locali, Pasquale Onetti, di lasciare liberi gli uffici entro il 1° dicembre 2005. E fummo puntuali, dopo esserci liberati tramite il triste macero o altre svendite o regalie di un po’ del nostro magazzino libri. Dopo dieci anni lasciavamo così via della Bindellina 2, per trasferirci tutti nell’ala sud-ovest del mio appartamento in corso Vercelli 8.

Il capodanno fu particolare: Guya ed io lo passammo alla Casera Ditta. Tra i ghiri e in condizioni disagiate per il freddo, ma in mezzo a tanta allegria.

Parete est di Cima di Pino Sud ultima modifica: 2025-04-05T05:22:00+02:00 da GognaBlog

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6 pensieri su “Parete est di Cima di Pino Sud”

  1. Grazie Alessandro di questo Ricordo ! Mario ne aveva tratto un racconto e delle riflessioni nel suo Ritorni a Valle. E grazie di avermi riportato in quella terra che abbiamo amato e frequentato, con le persone che hai ricordato.

  2. “E lì mi è sembrato di rinascere, perché improvvisamente ho riprovato quelle sensazioni proprie dell’alpinismo vero, in un luogo così distante, fuori dal mondo, in cui era tutto sulle mie spalle… tentativi a destra, a sinistra, poi abbiamo trovato l’itinerario giusto, con un ritorno al rifugio alle dieci di sera completamente distrutti. Per me è stata la rinascita perché di colpo mi sono trovato a fare questo alpinismo che avevo un po’ dimenticato, non nello spirito ma fisicamente.”
     
    “Quando salendo creavi il mondo.” (Fosco Maraini)

  3. E lì mi è sembrato di rinascere, perché improvvisamente ho riprovato quelle sensazioni proprie dell’alpinismo vero, in un luogo così distante, fuori dal mondo, in cui era tutto sulle mie spalle… tentativi a destra, a sinistra, poi abbiamo trovato l’itinerario giusto, con un ritorno al rifugio alle dieci di sera completamente distrutti. Per me è stata la rinascita perché di colpo mi sono trovato a fare questo alpinismo che avevo un po’ dimenticato, non nello spirito ma fisicamente.

    e qui siamo all’apoteosi

  4. Ricordo alcuni di quei vostri giorni alle Cime di Pino e in particolare la mattina che partisti da casa mia per la Cima di Pino Sud. Lo Sgrenza e lo Squiccia mi telefonarono da Erto perché tu eri in leggero ritardo all’appuntamento che avevate concordato. “Allora, arriva?”. “Sì!”, li rassicurai. Ma tu ancora continuasti a giocare per un po’al Sudoko con la mia figlia cinquenne Marinella.

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