Il Santuario del Nanda Devi

Il Santuario del Nanda Devi
(avventura nell’avventura)
di Ugo Manera

Nel 1981 ho realizzato la più bella delle mie scalate arrivando in vetta al Changabang dopo aver percorso una nuova via su questa fantastica montagna.

Il Changabang si trova in Himalaya, nel Garhwal Indiano. E’ una delle più belle montagne che esistano; è stata definita Dente di Squalo e Peter Boardman, grande scalatore inglese, la definisce “Montagna” di Luce nel suo bel libro dedicato alla grande impresa compiuta con Joe Tasker, nel 1976 sulla parete Ovest della formidabile montagna.

Nanda Devi 7816 m

Qui io però non voglio raccontare la scalata del Changabang. Per chi ama avventurarsi a piedi nei luoghi più suggestivi ed ardui voglio raccontare l’avventura che abbiamo vissuto nel trekking di avvicinamento e di ritorno affrontato per raggiungere e scendere dal campo base della meravigliosa montagna. Questi viaggi sono stati un’avventura nell’avventura con momenti emozionanti e quasi drammatici.

Il luogo da raggiungere a piedi per portare il nostro tentativo al Changabang era il Santuario del Nanda Devi. Santuario non perché esiste una costruzione eretta per onorare qualche religione. Lì non c’è proprio nulla, è che il luogo si trova proprio sotto una montagna sacra per gli indù: il Nanda Devi; Santuario per questo motivo e perché è molto difficile da raggiungere. Il suo accesso venne scoperto solo nel 1934 dagli inglesi Eric Shipton e Bill Tilman. Il nome Nanda Devi significa: “Dea Dispensatrice di Beatitudine”. Il Nanda Devi è una grande montagna, ha due cime, la più alta raggiunge i 7816 m, l’altra 7434 m.

Il Changabang da sud-ovest

Io ero stato in Garhwal nel 1976. Era la mia prima spedizione extraeuropea e la prima volta che mi recavo in India. Rimasi affascinato da quella regione e dalle sue montagne. Quando poi mi trovai sotto il Changabang fui talmente conquistato da quella montagna che mi promisi di ritornare per tentarne la scalata.

L’occasione si presentò nel 1981: il nostro obiettivo era l’ormai mitico Changabang. Partimmo da Delhi in autobus, passammo per la città di Rishikesh piena di templi e risalimmo lungo la valle del Gange lungo la tortuosa strada sospesa sul ripido fianco del sacro fiume e, dopo un viaggio emozionante a causa della disinvolta guida del nostro “driver”, giungemmo nella cittadina di Joshimath 1875 m in mezzo alle montagne. Quando cinque anni prima, ero giunto in quel luogo mi era venuto di comparare quella valle, dai fianchi ripidi ai selvaggi, ai valloni del Massif des Écrins in Francia, ma con dimensioni ingigantite.

Il versante meridionale del Changabang

Sui fianchi della valle, ove i pendii non sono rocciosi sono stati ricavati terrazzamenti per la coltivazione del riso. Nelle zone non coltivate notammo una rigogliosa crescita di cespugli di erba verde, venimmo a sapere che si trattava di cannabis o canapa indiana. Nel mercato permanente di Joshimath erano in vendita ovunque panetti di hashish. Notammo più avanti che i portatori spesso vuotavano dai pezzi di tabacco i loro piccoli sigari (bidi) e li sostituivano con pezzetti di hashish. La curiosità ebbe il sopravento e del nostro gruppo io fui l’unico a non provare l’ebrezza della cannabis, tutti gli altri, incoraggiati dal nostro medico esperto in materia, provarono a fumarsi un po’ di hashish, anche chi non aveva mai fumato in vita sua.

Sostammo qualche giorno causa intoppi burocratici poi ci avviammo verso la nostra montagna. La strada oltre Joshimath prosegue ancora per molti chilometri verso il Tibet; trovato un autocarro raggiungemmo il villaggio di Suraitota a quota 2400 metri, una quindicina di Km più avanti. Qui ci attendevano i portatori ingaggiati per la marcia di avvicinamento: sei giorni di cammino con tratti molto complessi lungo valli impervie e totalmente disabitate. Seguì una laboriosa distribuzione dei carichi: il carico per ogni portatore non doveva superare i 25 kg, più gli effetti personali. Venivano poi usate come “portatori” anche delle robuste capre dal lungo pelo, tali animali erano utilizzati soprattutto per il trasporto di viveri ed equipaggiamento per i portatori.

In vetta al Changabang

Passammo la notte sul pavimento di un locale spoglio, forse una scuola, ed al mattino ci avviammo verso il primo obiettivo: il colle Lata Kharak che supera i 3800 metri. Salimmo per tutto il giorno lungo un sentiero ripido ed irregolare ma ben tracciato, in una foresta di alberi ad alto fusto con dimensioni gigantesche.

Io quella foresta l’avevo già percorsa nel 1976 e mi veniva in mente che, scendendo a fine spedizione, camminando ognuno per conto proprio e non più in gruppo, spiavo dietro gli enormi trochi con un po’ di preoccupazione perché qualche portatore ci aveva detto che nella foresta esisteva ancora qualche esemplare di tigre bianca, forse era solo una fantasia dei portatori.

Donne di Lata

Passammo il Lata Kharak in lunga fila indiana, ci accampammo per la notte ed il giorno seguente continuammo per una traccia che si faceva sempre più esigua ed esposta. Il tempo non era bello ed ogni tanto pioveva. Mentre salivo osservavo i nostri portatori che procedevano con disinvoltura malgrado il greve carico sulla schiena. Erano persone piacevoli, chiacchieravano molto nella loro lingua e ridevano volentieri. Osservavo con un po’ di tristezza il loro povero equipaggiamento, soprattutto le calzature, di vario genere ma inadeguate per il terreno impervio di montagna. Oltre a sentirmi dispiaciuto in quel momento non potevo però fare nulla di più per loro.

Verso il Santuario del Nanda Devi

Scavalcato un altro passo molto alto: il Dharansi Pass 4250 m, c’era da compiere una lunga discesa fino ad un luogo ameno: Dibrugheta, circa 3200 m, una prateria quasi in piano circondata da alberi. Da qui hanno origine due valloni: a sinistra quello di Rhamani, che avevo percorso nel 1976, a destra quello che porta al Santuario del Nanda Devi che noi dovevamo risalire. Subito ci apparve molto impervio, bisognava salire sulla sinistra orografica per una esile traccia che solca pendii vertiginosi. Qui si fermò il nostro gregge di capre portatrici e si dovettero ridistribuire i carichi tra i portatori. Alcuni portatori nepalesi, in India per il servizio militare, si offrirono di portare doppio carico a fronte di una doppia paga; incredibile la vigoria di questi uomini.

Traversata del Rishi Ganga

Il tratto di salita che dovevamo affrontare era quello che aveva difeso l’accesso al Santuario fino al 1934. L’anno prima del nostro passaggio era transitata una spedizione neozelandese, uno dei componenti era scivolato dal “sentiero” e aveva perso la vita rotolando giù verso il Rishi Ganga. Salimmo questo tratto pericoloso con molta attenzione, in alcuni tratti posammo delle corde fisse per i nostri portatori che poi recuperavamo dopo il loro passaggio.

Anche le difese del Santuario vennero superate, trascorremmo una notte in zona più tranquilla ed il giorno seguente arrivammo ove il vallone si allarga ed i pendii diventano più dolci. Il Santuario non era più lontano ma ci trovammo di fronte un altro ostacolo: bisognava raggiungere l’altra sponda del torrente, ricco di acqua e molto impetuoso. Qualcuno prima di noi aveva teso una corda da una sponda all’altra, verificatone l’integrità improvvisammo su di essa una teleferica e tutta la comitiva effettuò il guado appesi uno alla volta alla corda tesa.

Traversata del Rishi Ganga

Eravamo nella nebbia e piovigginava, Giunti ad una conca pianeggiante, disseminata di massi, i portatori decisero che quello era il luogo per il campo base e posarono i carichi. Saldammo loro la paga pattuita e velocemente presero la via della discesa lasciandoci al nostro destino. Piovigginava, rizzammo velocemente la tenda cucina e ci rifugiammo tutti insieme in essa per passare la notte.

Quando al mattino uscimmo dalla tenda ci attendeva uno spettacolo incredibile: il cielo era terso, di fronte avevamo le formidabili Nord delle due cime del Nanda Devi: pareti di 3000 metri di dislivello. Al fondo della valle una cerchia di montagne glaciali bellissime. Del nostro Changabang nessuna traccia. Ci rendemmo subito conto che il luogo dove ci avevano mollato i portatori non era quello scelto per il campo base che, scoprimmo poi, si trovava un’ora di cammino più avanti.

Il campo base

Riempimmo gli zaini e partimmo in quattro alla ricerca della nostra montagna. Quando arrivammo nel luogo ove avremmo dovuto sistemare il campo base ci trovammo di fronte una strana capanna costruita con pietre e con teli vari con un tubo per il fumo che usciva dalla costruzione. Al nostro arrivo un gigante biondo ci venne incontro, si presentò: era Thomas Gross, il noto scalatore cecoslovacco ma residente in Francia. Aveva in programma di svernare in solitudine in quella sperduta valle himalayana.

La scalata del Changabang fu una grande avventura, mi impegnò al limite delle mie possibilità ma mi procurò una soddisfazione immensa. Per 23 giorni non scesi mai al di sotto dei 5200 metri e in cima giunsi con Lino Castiglia.

La capanna di Thomas Gross al Santuario

Compiuta la scalata ci riunimmo tutti al campo base. Alcuni di noi erano un po’ acciaccati ed inoltre avevamo quasi finito i viveri. Arrivò un primo gruppo di portatori alla data concordata ma erano solo in cinque; ripartirono subito con i quattro di noi che erano meno in forma. Restammo in quattro: Bonis, Manera, Meneghin, Sant’Unione, rimasero con noi la maggior parte dei carichi e molta molta fame.

Giunsero altri 13 portatori. Avevano tutti un aspetto robusto e deciso, soprattutto due che apparivano i più autorevoli del gruppo. Presero i carichi e partimmo subito. Nessuno di loro parlava un po’ di inglese e non avevamo altro modo di comunicare se non a gesti. Riuscirono però a farci capire che erano preoccupati per un possibile arrivo del maltempo con nevicate, dal momento che per scendere dovevamo scavalcare il Dharansi Pass 4250 m. Non camminammo molto quella sera, arrivò il buio e ci fermammo presto a pernottare sotto le stelle, senza rizzare tendine. Non avevamo alternative che condividere il cibo con loro, sul fuoco, ottenuto bruciando gli sterpi, fecero bollire il solito riso e a parte il condimento di legumi: il dahl. Non arrivammo in tempo a bloccarli prima che aggiungessero il chili così andammo a dormire con la bocca in fiamme.

Thomas Gross, primo salitore invernale (con Edgar Oberson) del Naso di Zmutt al Cervino

Il mattino seguente partimmo molto presto, i portatori ci fecero capire che volevano arrivare a Dibrugheta in una sola tappa. Non seguirono l’esposto e difficile sentiero che avevamo percorso in salita per raggiungere il Santuario ma si buttarono giù di gran carriera lungo il letto del Rishi Ganga. Seguimmo sempre il letto del torrente passando per gole impressionanti, non vi erano tracce di sentiero ma il percorso non presentò tratti particolarmente impegnativi e pericolosi. Era evidentemente una via di discesa da loro ben conosciuta e scendevano veloci con noi dietro di loro; ogni tanto si fermavano e ci osservavano quasi volessero valutare le nostre reazioni. Per noi questo strano percorso, dopo le prime esitazioni, divenne quasi divertente, tranne che per il povero Bobo Bonis che non aveva digerito la cena, stava malissimo e per lui fu una giornata terribile.

A sera arrivammo a Dibrugheta, come da programma dei nostri portatori. Cenammo con riso, dahl e chapati, questa volta preparato per noi senza chili, poi a riposare perché per il giorno dopo ci attendeva l’interminabile salita al Dharansi Pass. Io mi rizzai una piccola tenda da bivacco e mi cacciai dentro.

Era ancora notte quando fui svegliato da qualcuno che mi scuoteva con delicatezza, era uno dei portatori che, visibilmente agitato, mi indicava di guardare fuori dalla tendina: intorno era già tutto imbiancato e stava nevicando intensamente. Balzai fuori chiamando tutti gli altri, una copiosa nevicata poteva creare seri problemi a transitare sul Dharansi Pass.

Discesa verso il letto del Rishi Ganga

In breve fummo pronti e ci avviammo che era ancora buio lungo la traccia già coperta dalla neve. Iniziammo la salita verso il passo, man mano che si saliva lo spessore della neve aumentava, sul terreno se n’era già depositata una ventina di centimetri e non si riusciva più ad individuare il tracciato del sentiero; cresceva in noi la preoccupazione per la transitabilità del passo.

Ad un tratto i due che apparivano i leader del gruppo si fermarono ed iniziarono a discutere animatamente, poi si rivolsero a me e a Sant’Unione cercando di farci capire il tema della loro discussione. Con grande fatica, a gesti e con rare parole di inglese approssimato, riuscimmo a capire cosa volevano dirci.

Secondo loro il colle con quella nevicata non era transitabile, uno di loro una volta era riuscito a scendere percorrendo il ripido fianco delle paurose gole del Rishi Ganga. Sosteneva di ricordarsi il percorso e di poterci guidare per quei pendii che con la neve caduta apparivano molto pericolosi. Non eravamo molto convinti della soluzione proposta ma, in mancanza di alternative, decidemmo di seguire il portatore che era diventato la nostra guida.

Il letto del Rishi Ganga lungo il quale siamo scesi per raggiungere Dibrugheta

Per un po’ scendemmo su un terreno abbastanza percorribile poi cominciammo a salire in obliquo su pendii che si facevano sempre più ripidi. Io avevo il terrore che qualche portatore scivolasse e precipitasse giù nel torrente che scorreva molto al di sotto di noi. Mi preoccupava molto per come erano mal calzati quei poveretti, avevano calzature di gomma calzate a piedi nudi. Su certe balze era necessario spostare con le mani la neve per trovare sterpi e cespugli ai quali aggrapparsi per salire. Io mi mantenevo in retroguardia per controllare e per aiutare chi si fosse trovato in difficoltà.

In partenza dalla grotta della salvezza

Passarono le ore salendo in quel clima di tensione e cominciò a fare buio mentre continuava a nevicare. Mi portai davanti con il portatore guida, cercava qualche cosa ed appariva evidentemente contrariato, si rivolgeva a me pronunciando ripetutamente una parola a me incomprensibile: – Cupà… cupà…

Ad un tratto lanciò un’esclamazione, alla luce della pila lo guardai in volto e vidi che aveva un grande sorriso; spostando lo sguardo davanti a me scorsi l’ingesso di una enorme grotta dal fondo in piano: era quello che stava cercando. Entrammo nella grotta e buttammo tutti i nostri carichi a terra. I portatori apparivano stanchi e fradici dalla neve che era caduta continuamente. Alcuni di essi uscirono dalla grotta e ritornarono con pezzi di ramo e sterpi, tentarono più volte di accendere il fuoco ma non vi riuscirono, la legna che avevano raccolto era troppo bagnata. Rinunciarono e si rannicchiarono sconsolati sul fondo della grotta.

In salita verso il Lata kharak

Claudio si rivolse a me preoccupato: – Questi qua senza fuoco sono finiti.
Mi venne in mente che la nostra grande tenda cucina aveva i pali di sostegno in legno, mi rivolsi al portatore che aveva il carico con la tenda, e gli feci capire che doveva usare i pali per accendere il fuoco. Non voleva farlo, si sentiva responsabile del carico affidato a lui. Io presi allora un palo e lo mandai in frantumi usando una grossa pietra. Furono chiare a tutti quali fossero le mie intenzioni ed in breve ardeva un bel fuoco sotto i recipienti nei quali fondeva la neve per cuocere la cena. Era ritornata animazione ed un po’ di allegria.

Il nostro gruppo di portatori trasportava quasi tutti i sacconi personali dei membri della spedizione, cercai il mio, lo aprii e cominciai a distribuire le calze e le maglie che avevo come ricambio. Con Claudio ripetemmo l’operazione con altri sacconi cosi i portatori poterono mettersi qualche cosa di asciutto sulla pelle. Ci mettemmo a dormire rannicchiati l’uno contro l’altro senza distinzione tra europei e locali.

Quando mi svegliai notai subito qualcosa di diverso: la luce entrava copiosa dall’ingresso della grotta, uscii e: spettacolo! Il cielo era terso ed il sole stava sorgendo, attorno tutto era bianco, le grandi cime che si potevano scorgere erano già illuminate dal sole. I pendii che dovevamo ancora salire non erano più così ripidi da costituire un pericolo, rimaneva la fatica di battere pista nella neve profonda.

Il Nanda Devi. Foto: Travelride.

Lasciammo la grotta che ci era stata tanto utile e riprendemmo a salire, ero felice che non si fossero verificati incidenti e mi sentivo in debito con i portatori che ci avevano condotti fuori dai guai, passai allora a battere pista, mi sentivo leggero (a Delhi scoprii di aver perso oltre 10 Kg. nel corso della spedizione) ed in gran forma, oltre 20 giorni al di sopra dei 5000 metri mi avevano procurato una perfetta acclimatazione. Il più giovane dei due leader dei portatori per un po’ mi stette vicino ma poi rallentò. Quando raggiusi il Lata Kharak e lo attesi mi abbracciò. Va detto però che il mio zaino non raggiungeva i 10 Kg mentre il suo carico era di 25.

L’avventura nell’avventura era finita non ci restava che la lunga e nota discesa verso Lata, villaggio posto poco sopra la strada che porta a Joshimath. Voglio ancora citare un episodio molto bello che mette in risalto il valore delle persone che ci hanno accompagnati nella nostra avventura. Passammo a Lata ove sostammo e bere il tè che ci venne offerto e scendemmo sulla strada ove ci accampammo in attesa del mezzo che doveva riportarci a Joshinath. Alle prime luci dell’alba fummo svegliati dal portatore che ci aveva guidato nelle gole del Rhisi Ganga, era in compagnia di un figlio molto giovane, portavano delle ceste con uova sode, patate bollite e chapati per noi. Era salito al suo villaggio in serata, aveva preparato cibo e bevande e, con il figlio più giovane, all’alba era ritornato da noi a portarcelo. L’episodio non ha bisogno di nessun commento.

Il Santuario del Nanda Devi ultima modifica: 2025-08-28T05:35:00+02:00 da GognaBlog

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7 pensieri su “Il Santuario del Nanda Devi”

  1. Racconto molto bello, umano, limpido e onesto. Se ne assapora l’avventura e si è toccati dai sentimenti di umanità che lo pervadono, avventura e sentimenti che si intrecciano tra loro. 

  2. waooo, grande avventura e grande salita, complimenti anche per il racconto  noto la differenza.

  3. Manera è grande, oltre che come alpinista (lapalissiano) anche come narratore di montagna perché ha una qualità che non è di tutti (anzi!): non è mai al centro dei suoi racconti. Complimenti ricordando il piacevole incontro nella vostra casa nel Briançonnais

  4. Caro Ugo, mi permetto di darti del tu.
    Rinnovo l’invito che feci qualche tempo fa : sarebbe veramente bello se i tuoi contributi al blog diventassero periodici e soprattutto frequenti.
    Si tratta di racconti sempre interessanti che fanno trasparire umanità e descrivono un’epoca formidabile sotto il profilo alpinistico.
    Grazie ancora.

  5. Sempre belli i tuoi racconti/resoconti Ugo.
    Intrisi anche di umanità. 
    Grazie 

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