Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 2 (SdA-44)
di Enrico Camanni
(dall’aggiornamento a La storia dell’Alpinismo di Gian Piero Motti)
Renato Casarotto, l’ultimo alpinista classico?
All’inizio dell’estate del 1977 si diffonde nel mondo dell’alpinismo una notizia eclatante: uno sconosciuto vicentino, Renato Casarotto, ha salito tutto solo in 17 giorni una via diretta sulla Nord del Nevado Huascarán, nelle Ande Peruviane. È stato in parete dal 5 al 21 giugno, incontrando difficoltà estreme, assistito soltanto dalla giovane moglie Goretta al campo base. Così si rivela il fenomeno Casarotto, che ha già quasi trent’anni e lavora ancora come impiegato presso le Ferrovie dello Stato. Renato, che ama la ricerca e l’esplorazione, ha al suo attivo molte imprese di alto livello sulle Dolomiti Orientali, dove ha toccato più volte il tetto proibito del settimo grado; inoltre si è aggiudicato le solitarie invernali della via Simon-Rossi sulla parete nord del Pelmo e della Andrich-Faè sulla Punta Civetta. Ma ora intende passare al
professionismo e misurarsi con i grandi progetti di livello internazionale. Metodico, posato, timido ma animato da un inesauribile fuoco interiore, è dotato di resistenza e costanza straordinarie. Appare quasi a disagio nel suo tempo nevrotico, dove anche gli alpinisti si vanno misurando sempre più con la velocità e la performance. Lui ha fretta di recuperare il tempo perduto, questo sì, ma non teme le lunghe permanenze solitarie in parete, arrampica quasi sempre autoassicurato e confida più nella pazienza che nelle virtù atletiche e acrobatiche (che pure possiede). Inoltre ama il granito come il calcare, la roccia come il ghiaccio, anzi è assetato di esperienze che possano ampliare il suo orizzonte un po’ provinciale.
Nel 1978, al battesimo con le «big wall» californiane, porta a termine in quattro giorni la prima salita solitaria della storica via di Yvon Chouinard sulla parete sud del Mount Watkins. L’anno seguente, in gennaio, affronta senza compagni il fantastico pilastro nord-nord-est del Fitz Roy, in Patagonia; dopo la posa di alcune corde fisse, supera i 1500 metri di granito battuti dal vento con una progressione che ricorda il leggendario Bonatti del Petit Dru. Dedica affettuosamente il pilastro alla moglie Goretta, che lo ha atteso alla base come sempre.
Poi viene la grande sfida himalayana, al seguito della Spedizione Messner alla «Magic line» del K2. Il gruppo rinuncia alla cresta sud-ovest, ma Casarotto desiste anche dalla via normale ed esce profondamente deluso e sfiduciato dall’avventura super sponsorizzata. Messner è il divo, lui è l’antidivo: i due non si capiscono. Nel 1980 tenta e fallisce il Makalu nella stagione invernale. Ma dopo un intenso anno di transizione, tra il 1° e il 15 febbraio del 1982 realizza una delle più belle imprese alpine concepibili da un uomo solo: la trilogia del Frêney. Senza contatti con la valle e senza depositi di viveri intermedi, sale in successione la parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey per la via Ratti-Vitali, il pilastro del Pic Gugliermina per la via Gervasutti-Boccalatte e il Pilone Centrale per la via Bonington. Casarotto non conosce nessuno dei tre itinerari ed è costretto a forzare l’uscita in cima al Monte Bianco nell’angoscia di una bufera invernale.
Ormai è un grande maestro della stagione fredda e lo dimostra dal 30 dicembre al 9 gennaio seguenti con una solitaria ai limiti delle possibilità. La parete è la Nord del Piccolo Mangart di Coritenza, nelle Alpi Giulie; la via è il temutissimo diedro Cozzolino. Le pessime condizioni della roccia, quasi completamente incrostata di ghiaccio, lo obbligano a una progressione rischiosa ed esasperante: in un intero giorno non riesce a superare che 20 metri di parete! Poi la sua costanza, ancora una volta, gli consente di risolvere l’intricatissimo rebus.
Nel 1983 ritorna alle grandi montagne e in sette giorni scala il notevole sperone nord del Broad Peak Nord 7538 m, in Karakorum. Si riconcilia con l’alta quota. Nel 1984 si sposta in Alaska e lascia la zampata del campione sulla cima più alta, il Mount McKinley, percorrendo in prima ascensione l’interminabile cresta sud-est, «The ridge of no return»: 5 chilometri di sviluppo, un labirinto di cornici infernali, agguerritissime cordate respinte prima e dopo il suo passaggio solitario. E ancora sulle Alpi, nel marzo 1985, porta a compimento un caro progetto che gli è costato ben sei tentativi: la solitaria invernale della via di Giusto Gervasutti sull’austera parete est delle Grandes Jorasses. Un atto di stima verso il grande alpinista friulano.
La sua storia straordinaria si conclude in un crepaccio alla base del K2. Casarotto è ritornato sulla cresta sud-ovest, il boccone amaro del 1979, l’ambitissimo problema himalayano già tentato senza successo dai migliori alpinisti del mondo. Nel pomeriggio del 7 luglio 1986 ha raggiunto quota 8300 m, a soli 300 metri dalla vetta. Poi la bufera lo ha costretto a retrocedere. Ci riprova il 14 luglio, ma il tempo si rimette al brutto. Scende per l’ennesima volta, solo, sfiduciato, alla sera del 16 è di nuovo sul ghiacciaio. A venti minuti dalla tenda, su un percorso che ormai conosce a memoria, cede un ponte di neve. Ferito a morte, riesce con la radio a chiamare Ceretta, al campo. Scattano i soccorsi, ma ormai non c’è più niente da fare. Nelle braccia di Gianni Calcagno muore uno dei grandi solitari della storia, un cavaliere fuori dal tempo.
Forse Casarotto ha raccolto gli ultimi scampoli di un alpinismo antico e irriproducibile, senza compromessi, apparentemente condannato alla via del tramonto. Forse il suo decennio ha concesso l’ultima titanica e nostalgica rielaborazione della sfida originaria: soltanto l’uomo e la montagna, con «mezzi leali». O forse il concetto di «classicismo», di cui sfugge la definizione, non è che un concetto in divenire, come sembrerebbero per esempio dimostrare le imprese solitarie di Marc Batard: pilastro ovest del Makalu nell’aprile del 1988, 456 ore sul Petit Dru nella primavera del 1992 (nuova via). I suoi tempi sbalorditivi (18 ore per il Makalu, 19 ore per il Cho Oyu, 23 ore e mezzo per l’Everest) lo collocano nella sfera dell’alpinismo di velocità, ma il suo lento «viaggio» sulla parete ovest del Dru, in completo isolamento, parrebbe riportarlo sulla scia di Casarotto.
Jean-Marc Boivin, la nuova frontiera
Non ha ancora 40 anni Jean-Marc Boivin, il 19 febbraio 1990, quando muore gettandosi con il paracadute giù dal Salto Angel, in Venezuela. Nato a Digione nel 1951, da quindici anni è ai vertici di tutti gli sport estremi della montagna. Ha dimostrato le virtù dell’eclettismo, coltivando una predisposizione senza pregiudizi per l’avventura. Al contrario dei campioni più giovani, invischiati nelle maglie strette della specializzazione, la sua intelligenza e la sua data di nascita gli hanno permesso di cavalcare con successo tutte le opportunità.
Boivin emerge come alpinista nei primi anni Settanta, ripetendo senza particolari inibizioni i più temuti itinerari del Monte Bianco. Si rivela un eccellente arrampicatore, con alcune avveniristiche «prime» sulle Prealpi Francesi e nell’Oisans, ma scopre una predilezione per il ghiaccio, anche perché la nuova tecnica di progressione in «piolet-traction» sta rivelando possibilità straordinarie alla sua generazione. Con Patrick Gabarrou forma una cordata di gran classe e nel 1975, insieme, aprono una via estrema sulla parete nord delle Droites, il fantastico Supercouloir al Mont Blanc du Tacul e una direttissima sulla parete nord dell’Aiguille Verte. In Delfinato, sul couloir nord del Pic Sans Nom, Boivin tocca i vertici dell’arrampicata su ghiaccio, con quella che lui stesso definirà come la sua scalata più dura. Ma la perfetta padronanza della tecnica gli permette ormai di affrontare slegato i grandi itinerari, in tempi stupefacenti: Linceul alle Grandes Jorasses in 2 ore e 45 minuti (a René Desmaison e Robert Flematti era costato una settimana!), via Bonatti-Zappelli al Pilier d’Angle in 4 ore. A chi gli chiede quale sia il segreto di una simile velocità, risponde candidamente e senza superbia: «Il fatto è che la notte, anziché in un freddo bivacco dentro un buco di ghiaccio, preferisco dormire con Françoise (Alp n. 60)».
Intanto scopre lo sci estremo. Conclusa la fase pionieristica di Sylvain Saudan, ben presto Boivin si impone come il nuovo protagonista della «scuola» occidentale, contemporaneamente a Patrick Vallençant, prima di Stefano De Benedetti e Pierre Tardivel. Negli stessi anni si mette in luce anche il trentino Tone Valeruz. Jean-Marc scende il colatoio dello sperone Frendo all’Aiguille du Midi, la parete nord dell’Aiguille du Pian (con alcune corde doppie), il couloir Cordier e il couloir a Y dell’Aiguille Verte e la parete est del Cervino da quota 4250 m, un’impresa quasi irreale. Porta gli sci sulle Ande Peruviane e si cimenta sulle pareti nord del Quitaraju e del Pisco, nonché sulla Sud del Nevado Huascarán. Ma non basta. Il nuovo amore per il deltaplano gli consente exploit sempre più originali e strabilianti, come la «corsa» solitaria sulla Nord del Cervino (in 4 ore) con discesa aerea dalla vetta, o come lo spettacolare salto dalla cresta sud-ovest del K2, dove nel 1979 partecipa al tentativo nazionale francese.
Ogni tabù è spazzato per sempre, non ci sono più limiti per la fantasia. Nell’estate del 1981 Boivin sale con il fortissimo Patrick Berhault la parete sud dell’Aiguille du Fou, via Americana, decolla dalla cima dell’Aiguille de Blaitière con il deltaplano bi-posto e nel pomeriggio, sempre con Berhault, supera la Diretta americana al Petit Dru fino al Bloc Coincé, scende in corda doppia e riparte in volo prima di notte alla volta di Chamonix. I due diventano amici e si ritrovano, l’inverno successivo, sul granito del Pilastro Rosso (via Bonatti-Oggioni) e del Pilastro Centrale del Brouillard (via di sinistra).
Tutte le tendenze del nuovo alpinismo vedono Boivin primo attore. Uomo sensibile, capace di comunicare serenamente con le varie generazioni, Jean-Marc è un personaggio di cerniera, nel senso che conduce scelte d’avanguardia ma non cerca mai lo scontro con i depositari della tradizione. In montagna sceglie i giovani e con loro mette alla prova il proprio talento naturale. Nei primi anni Ottanta lo ritroviamo con Christophe Profit e Dominique Radigue sulla parete nord delle Droites, con Michel Piola sul Grand Capucin (via Flagrant delire), con Eric Bellin e Martial Moioli sull’Aiguille du Fou (Ballade au clair de lune). Poi, per disintossicarsi dalle grandi difficoltà, ecco i grandi percorsi solitari: cresta integrale di Peutérey in 10 ore e mezza e parete nord dell’Eiger in 7 ore e mezza, con uscita per la via Diretta. Infine l’introduzione del parapendio, ben più leggero e funzionale del
deltaplano, gli permette «concatenamenti» impensabili e lo porta a imitare il sogno di Icaro, con il fantastico volo dalla vetta dell’Everest fino al campo base avanzato, il 26 settembre del 1988.
Gli ultimi anni della vita di Boivin sono caratterizzati da una ricerca di emozioni sempre più esasperate, apparentemente forzate, almeno in parte condizionate dalle disumane leggi dello spettacolo e della pubblicità. Il 22 gennaio del 1990 sperimenta il «base jump», cioè il paracadute acrobatico, con un tuffo dalla vetta del Grand Capucin raggiunta per la via O sole mio. Neanche un mese più tardi la nuova passione gli sarà fatale, in una giungla oscura, ai piedi della cascata più alta del mondo.
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La differenza sta nel come arrivarci. Ma alla fine l’obbiettivo è il solito.
Boivin fu anche ottimo scalatore, anche se le sue imprese sul ghiaccio misto e sci estremo furono più spettacolari. Lo dimostrano le varie vie aperte sul Grand Capucin, fra queste la Diretta dei Cappuccini, via che mi piacerebbe sapere ancor oggi quanto viene ripetuta. Un gigante. La foto con Berhault tutto un programma. Non credo che ci sia troppa differenza con Casarotto: quando ti spingi verso l’estremo le linee,almeno quelle mentali, convergono. Per onore di cronaca: Cervino discesa dalla est poi nord e ritorno in deltaplano tutto di seguito …
La via più difficile è quella che ti porta a casa.
Mi pare un po’ un peccato riferirsi al Denali come “McKinley”, tra l’altro toponimo che nel mondo dell’alpinismo è stato rifiutato da un po’.
E lo spazzolone all’imbrago di Casarotto…? Di dry tooling non se ne parlava ancora.
Casarotto impersonifica la calma. Boivin la velocità. Sembrano agli antipodi, tutti e due però hanno una cosa in comune, la determinazione nel perseguire il proprio stile.
E poi quell’orologio al collo per misurare i tempi ma non dal polso, emblema di praticità e non di arredamento.
Un paio di guanti in pelle e uno zaino JMB sono reliquie che fanno parte della mia attrezzatura a cui tengo molto.