Balin Miller

Morte di Balin Miller, uno degli alpinisti più promettenti d’America. In precedenza aveva scalato in prima solitaria la Diretta Slovacca alla parete sud Denali, una via di riferimento in termini di arrampicata di alto livello, ripetuta meno di venti volte dal 1984, su una delle pareti più alte del Nord America (2700 m di dislivello) e sulla sua vetta più alta (6190 m). Il giovane statunitense Balin Miller, a 23 anni, non era certo nuovo alle solitarie impegnative.

La solitaria di Balin Miller sulla Diretta Slovacca al Denali
di Jocelyn Chavy
(pubblicato su alpinemag.com il 18 giugno 2025)

È difficile immaginare come sia la parete sud del Denali, la vetta più alta dell’Alaska. Immaginate due pareti nord dell’Ailefroide una sopra l’altra, e non siete ancora in cima. Duemilasettecento metri di altezza. La sua via più famosa non è altro che la Cassin Ridge, che è più uno sperone che una cresta, aperta nel 1961 dalla cordata del grande Riccardo.

La Diretta Slovacca è il risultato di un itinerario ingegnoso che risolve il problema della parete sud-sud-est. Trascorrendovi undici giorni (!), i tre slovacchi Tóno Križo, František Korl e Blažej Adam aprirono la via nel 1984, evitando di salire direttamente sopra l’enorme barra di seracchi al centro della parete.

Il tracciato della Diretta Slovacca al Denali. ©Balin Miller / AAC

Fu nel 2000 che la via emerse dall’ombra: una prima ripetizione da parte di Kevin Mahoney e Ben Gilmore, in sei giorni, prima che la cordata formata da Scott Backes, Steve House e Mark Twight abbassasse il traguardo in sessanta ore, comprese pochissime ore di sonno e per una buona ragione: avevano scelto volontariamente di non portare né tenda né saccopiuma!

“L’arrampicatore seriale” Mark Twight è stato il padrino dell’arrampicata su misto, portando la sua passione all’estremo dall’Alaska a Chamonix (dove aprì Beyond Good and Evil all’Aiguille des Pélerins, con Andy Parkin, nel 1992). Questa salita avanguardistica lasciò un segno indelebile all’epoca, ma la via continuò a scoraggiare gli aspiranti scalatori, fino al trio giapponese di Katsutaka Yokoyama, Yusuke Sato e Fumitaka Ichimura che nel 2008 ha concatenato l’Isis Face e la Diretta Slovacca.

L’avvicinamento al ghiacciaio, con la parete sud del Denali. La Cresta Cassin è al centro, la Diretta Slovacca è sulla destra. ©Coll. Balin Miller.
Sulla Diretta Slovacca. ©Col. Balin Miller.

Dagli anni 2010, la Diretta Slovacca è stata scalata ogni due o tre anni: è un’impresa ardua, con la cordata di Nick Bullock e Andy Houseman nel 2012 e l’unica salita francese nel 2013, portata a termine da Hélias Millerioux e Rémi Sfilio. E’ stata ripetuta in 5 giorni di scalata nel giugno 2017 dai lecchesi David Bacci e Luca Moroni. Nel 2022, il trio formato da Matt Cornell, Jackson Marvell e Alan Rousseau – quello che aveva aperto lo Jannu nel 2023 – ha abbassato il tempo a 21 ore e 35 minuti, prima che un’altra cordata statunitense, composta da Rob Smith, Sam Hennessey e Michael Gardner, riuscisse a completare la via in sole 17 ore e dieci minuti, un’impresa memorabile.

Non dimentichiamo l’unica salita femminile della straordinaria cordata Chantel Astorga e Anne-Gilbert Chase, avvenuta nel 2018. Dopo la salita record del 2022, Mike Gardner è morto sullo Jannu nell’autunno 2024, mentre il suo compagno Sam Hennessey è stato recuperato dalla cordata di Benjamin Védrines. L’alpinismo di alto livello sulle pareti più alte delle montagne più alte del mondo rimane un’attività inevitabilmente rischiosa, per non dire mortale.

La Diretta Slovacca ha dimensioni, reputazione e valutazione da far impallidire
Torniamo al Denali. La Diretta Slovacca ha una scalata, una reputazione e gradi che farebbero impallidire qualunque altra via al confronto (M6, WI 6 e A2 o M8), una sfida che sembra inimmaginabile per un uomo solo. Ma non per Balin Miller, che ha trascorso molto tempo in Alaska da quando è cresciuto lì, “il che lo ha costretto a essere uno scalatore abituato alle condizioni invernali“.

Esperto di arrampicata su misto impegnativo, Balin Miller ha scalato in solitaria il Moonflower Buttress nel 2024. Il giovane americano ha anche recentemente scalato in solitaria il Fitz Roy in Patagonia nell’inverno 2024-2025. Balin Miller vanta una vasta gamma di solitarie su ghiaccio e misto nelle Montagne Rocciose, tra cui la famosa Reality Bath, una cascata dominata da un seracco, aperta da Mark Twight e Randy Rackliff nel 1988 (ripetuta da Miller in prima ripetizione, dopo 37 anni! NdR).

Il difficile percorso misto della Diretta Slovacca. ©Coll. Balin Miller.
Sulla Diretta Slovacca. ©Col. Balin Miller.

Nello Yosemite, Miller ha anche messo alla prova le sue abilità su El Capitan trascorrendo sei giorni in solitaria sulla South Seas, una via di A4 molto strapiombante (vicino alla Pacific Ocean Wall ), nell’autunno 2024. In questa primavera 2025 ha trascorso 53 giorni in Alaska. Poco prima del Denali, aveva già aperto una solitaria molto audace sul Begguya (o Mount Hunter), French Connection, che coniuga la scalata della via francese (Shadows of Doubt, aperta da Benoît Grison e Yves Tedeschi dal 24 al 29 giugno 1984) e la traversata per uscire tramite la via Bibler Klewin, M6.

A fine maggio 2025, Balin Miller ha scalato con successo questo sperone settentrionale del Begguya in 17 ore e 30 minuti, andata e ritorno passando per la vetta. Colin Haley, lui stesso un solitario di successo in Alaska e Patagonia, ha commentato: “Questa è una salita in solitaria davvero impressionante, quasi certamente la solitaria più tecnica mai realizzata in stile alpino nella Catena Centrale dell’Alaska“. Ma questo è stato detto prima che Miller tentasse la Diretta Slovacca.

La scalata in solitaria più audace sulle grandi montagne dell’Alaska
“Probabilmente è la prima volta che qualcuno sale su questa via con un Grigri“, ha detto Balin Miller ai nostri colleghi di Climbing. Il Grigri (probabilmente personalizzato) viene utilizzato per l’autoassicurazione in questo scenario, e Miller si aspettava di doverlo fare su diversi tiri, soprattutto quelli su ghiaccio puro (WI = Winter Ice).

Alla fine, sembra aver preferito fare queste lunghezze senza assicurazione, persino con un sacco da bivacco in spalla. Aveva grande margine? Beh… Ha dovuto tirare fuori il Grigri per autoassicurarsi solo sul tiro di A2, liberato in M8. Il suo tempo di tre giorni è stato fantastico, anche per un arrampicatore solitario. Lui riassume la sua salita così: “56 ore, il 70% delle quali passate dormendo“, comprese le diciannove ore al primo bivacco!

Infatti, il primo giorno ha scalato solo mezza giornata per raggiungere il ghiacciaio pensile e allestire il campo, prima di affrontare le difficoltà principali il giorno successivo. Poi, il terzo giorno, gli è bastato salire solo la parte finale della via, che si unisce allo Sperone Cassin, molto più semplice. E in ogni modo la vetta si trova a 6190 metri.

Con la prima salita in solitaria della Diretta Slovacca sul Denali, Balin Miller ha probabilmente compiuto la più audace salita in solitaria delle grandi montagne del Nord America.

“Super tosto“, ha commentato Colin Haley.

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Morte di Balin Miller
a cura della Redazione di Alpinemag.com
(pubblicato su alpinemag.com il 3 ottobre 2025)

L’elenco delle giovani stelle dell’alpinismo scomparse si allunga ancora una volta, purtroppo. Balin Miller, 23 anni, è morto il 1° ottobre a Yosemite. Aveva appena completato un’altra salita in solitaria, quella di Sea of ​​Dreams, A4, un’imponente big wall di El Capitan.

Secondo Tom Evans, un fotografo habitué della valle che ha assistito all’incidente, Balin Miller aveva appena terminato “l’ultimo tiro” quando il suo sacco da recupero, che stava cercando di tirare su in vetta, si è incastrato. Un classico su El Cap, dove angoli acuti e strapiombi rappresentano trappole per corde e per i grandi sacchi da trasporto usati per le scalate che durano una settimana o più. Miller si è quindi calato lungo la corda per liberare il suo sacco da trasporto.

Balin Miller

“La sua corda non arrivava al punto in cui si trovava il saccone, per diversi metri, ma lui non sembrava rendersene conto. Mentre scendeva, è scivolato oltre l’estremità della corda“, ha testimoniato un Tom Evans sconvolto. Miller non aveva fatto un nodo all’estremità della corda e non ne ha visto la fine, cadendo così dalla cima di El Cap.

Balin Miller
Balin Miller aveva 23 anni. Nato ad Anchorage e residente a Nome, in Alaska, lavorava d’estate su barche per la pesca dei granchi per pagarsi le stagioni di arrampicata. Miller si era costruito una reputazione all’altezza del suo talento. E la sua caduta è stata ancora più sfortunata perché Miller, nonostante l’età, aveva molta esperienza. Su El Capitan, aveva già salito in solitaria una via, South Seas, vicino a Sea of ​​Dreams, una via poco frequentata ma molto strapiombante, tra il Nose e la North America Wall.

Non estraneo a imprese impegnative in solitaria e in autoassicurazione, Balin Miller aveva sorpreso tutti in America con la sua salita in solitaria della Diretta Slovacca sul Denali (ex McKinley) nella primavera 2025. Una via mista estremamente tecnica, che rimane uno standard di alto livello in Alaska e che, ovviamente, non era mai stata tentata in solitaria.

Tre giorni (una buona parte dei quali, come ha scherzato, li ha trascorsi dormendo) di arrampicata mista a 6000 metri, da solo, in free solo, tranne un singolo tiro di A2, liberato in M8. “Probabilmente è la prima volta che qualcuno usa un Grigri su questa via” (per autoassicurarsi), aveva dichiarato.

Il colpo da maestro di Miller in Alaska non è stato un caso, bensì audacia di uno scalatore straordinario. Miller aveva scalato in solitaria Reality Bath, una via leggendaria di Mark Twight nelle Montagne Rocciose canadesi. Una cascata di ghiaccio misto sovrastata da seracchi, Reality Bath era stata salita solo una volta prima, nel 1988, da Twight e Rackliff.

Influenzato dalla carriera del guru del ghiaccio degli anni ’90 Mark Twight, Miller sembrava trovarsi nel suo elemento tra le aspre linee dell’Alaska, dopo aver scalato in solitaria il Begguya (Monte Hunter) con la variante French Connection.

Il nome di Balin Miller si aggiunge alla lunghissima lista di grandi talenti dell’alpinismo americano scomparsi in giovanissima età negli ultimi anni. Pensiamo a Hayden Kennedy (suicidio) nel 2017, Jess Roskelley (valanga, con Hansjörg Auer e David Lama) nel 2019, Brad Gobright (discesa in corda doppia) nel 2019, Mike Gardner (sul Jannu) nel 2024. Per non parlare del canadese Marc-André Leclerc (2018).

Balin Miller su Sea of Dreams, El Capitan

Morire in pubblico
di Enrico Camanni
(pubblicato sul suo profilo fb il 4 ottobre 2025)

Balin Miller aveva 23 anni e scalava magnificamente e pericolosamente. Gli piaceva andare solo. Il 1° ottobre 2025 è caduto all’uscita di Sea of Dreams sul Capitan. Pare che ormai fuori dalle difficoltà si sia calato per liberare lo zaino e probabilmente s’è sfilato dalla corda. I ranger hanno trovato il ragazzo sfracellato alla base della parete, constatandone il decesso. Questo il lato tragico dell’accaduto, che qualcuno giudicherà temerario e di cattivo esempio e qualcun altro perdonerà in nome della libertà individuale. Io mi concentro sul lato paradossale: Balin Miller è morto in diretta streaming su TikTok davanti ad almeno 500 spettatori, perché al momento della caduta era inquadrato dal potente obiettivo di un tiktoker di nome Eric. Centinaia di persone l’hanno visto sbagliare, sfilarsi e precipitare per 700 metri. Mi pare che il contorno mediatico della disgrazia incarni le violente contraddizioni del nostro tempo, che affligge le persone di ogni età ma crocifigge i più giovani. Cerchiamo disperatamente noi stessi, una cosa che si fa solo in solitudine, e siamo permanentemente controllati e svelati. Viviamo un’emozione personale e ci sentiamo obbligati a condividerla immediatamente, altrimenti non esiste. E un ragazzo muore in diretta, cancellando le uniche parole che diano senso alla morte: intimità e mistero.

@thi.ngoc.ho89

BALIN MILLER DIED AFTER FALLING DURING A MOUNTAIN CLIMB?#fyp #foryou #usa #News #tiktoknews

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Balin Miller ultima modifica: 2025-11-14T05:22:00+01:00 da GognaBlog

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21 pensieri su “Balin Miller”

  1. Il #20 di Alberto Benassi riprende esattamente il mio #15. I cretini incapaci che si ammazzano appunto perché’ si comportano da  cretini incapaci sono un conto, ma è’ un fatto che buona parte della gente brava, o anche soltanto mediamente decente, che ci lascia le penne e’ vittima non delle difficoltà obiettive o soggettive della salita, ma invece appunto do incidenti/errori banali – verrebbe da dire “stupidi”, se non si trattasse di morte. Come detto, non so proprio che lezioni si possa trarne.
     
     

  2. Come ho già scritto in un precedente intervento, la cosa su cui mi viene di riflettere è che era fuori, la via l’aveva praticamente finita. Gli bastava di tirare su il saccone, prenderselo, rifarlo e scendere. Invece di caso ha voluto che il saccone s’è incastrato e non e certo colpa di Miller. Semplicemente succede. E successo anche a me.  Il saccone è un compagno che non collabora.  Non ssppiamo se il saccone gli si era incastrato lungo i tiri precedenti, o se gli erano accaduti altri imprevisti o problemi.  Tutto e ancaduto alla fine qundo era tutto seplice. Avrebbe potuto lasciarlo lì per ritornare poi a recuperarlo. Invece decide di fare quello che tutti avremmo fatto, scendere per disincastrarlo per poi tirarlo su. Ma si è dimenticato di fare un semplice nodo al capo della corda, forsecera stanco, distratto. Una banale nodo ma che gli avrebbe salvato la vita. La morte a volte è banale.

  3. Non ho visto il video e mi guardo bene dal cercarlo. Detto questo, la morte di un essere umano – sopratutto se giovane, e dotato di notevole talento – è comunque una tragedia e uno “spreco”, ed è quindi difficile farsene una ragione. Però in questo caso non credo si possa parlare di “vita buttata via”, espressione che comporta giudicare la morte come il risultato di scelte errate. Un alpinista può essere accusato di aver “buttato via la sua vita” se, diciamo, tenta un free solo da 8c sapendo che il suo limite è il IV da secondo, o se decide di ignorare le previsioni meteo o quelle sul rischio valanghe. Miller, come tanti altri, è invece rimasto vittima di un incidente – d’accordo, in un certo senso è comunque “colpa” sua perché la corda doppia la teneva in mano lui, ma non mi sembra la stessa cosa. Avrebbe potuto finire sotto un camion, sviluppare una meningite fulminante, annegare nella vasca da bagno. Queste cose purtroppo succedono.
    L’alpinismo è comunque un’attività che comporta un certo margine di rischio, e se si vuole davvero sostenere che tutti quanti sono rimasti vittime di incidenti abbiano “buttato via” la propria vita, bisognerebbe proibirlo per legge.
     

  4. Ho visto, per caso, il video nel quale il povero Balin Miller scivola via dalla doppia e precipita. Non riesco a togliermi dagli occhi la vista della povera vita di questo giovane uomo buttata via così

  5. Alla Kleine Scheidegg era diverso.

    Gran tribuna da stadio  sulle tragedie in diretta della nord dell’Eiger

  6. E’ un dettaglio, ma la morte in diretta di un alpinista non e’ certo un evento legato a particolari aspetti della societa’ contemporanea. Basta pensare alla Nord dell’ Eiger. Direi anzi che la faccenda fosse allora parecchio piu’ morbosa e ripugnante di adesso, visto che le persone che seguivano la salita di Miller su tik tok erano in massima parte suoi amici o parenti, e non si aspettavano certo che potesse cadere. Alla Kleine Scheidegg era diverso.

  7. Esattamente come Gervasutti, e credo almeno un altro paio di alpinisti di alto livello. E’ strano, ma sembra una regola: a quelli bravi, ma anche a quelli di medio livello, gli incidenti mortali non capitano quasi mai quando si stanno spingendo al limite delle loro possibilita’. A parte i  cambiamenti del tempo o le cadute di pietre o valanghe, o la rottura di un appiglio, non si muore perche’ si cade in arrampicata, ma invece per banali disattenzioni, in genere dovute a stanchezza o delusione (Gervasutti). Non so proprio che tipo di lezione se ne possa trarre.

  8. Giovanni, così va il mondo. Non ci sappiamo più meravigliare, non sappiamo più godere per noi stessi quello che facciamo. Esistiamo se condividiamo. Adesso con la morte in diretta si alza la posta, lo spettacolo deve continuare.

  9. Come disse uno storico famoso, “i fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo”. 
     
    E noi esistiamo anche se non siamo su TikTok o Instagram. 

  10. Al di là della tristezza per una notizia del genere porta credo che la riflessione di Enrico Camanni sia davvero centrata. 
    Balin Miller è morto in diretta streaming su TikTok davanti ad almeno 500 spettatori
    Qui qualche domanda dovremmo farcela, al di là dell’alpinismo. Miller, 23 anni, è cresciuto in questa modalità di condivisione permanente di tutto e non credo che abbia particolari responsabilità visto che quando era appena un bambino  le nostre esistenze sono state, spesso, travolte dai social. “Non esiste se non lo vedono gli altri” è purtroppo il pilastro sul quale stiamo facendo crescere i più giovani. Se non è la montagna è la corsa in moto, la cena, la cena con gli amici, la rissa o la sbronza. Su questo dovremmo riflettere tutti. Sui rischi e gli errori, lasciato passare il tempo del dolore, ragioneranno quelli che con competenza e tempo vorranno farlo. Di sicuro pochi di quelli che “seguivano” l’impresa si esprimeranno in tal senso. La faccina triste è stata messa, “seguiamo” un’altra storia.

  11. Sí, Marcello, sono assolutamente d’accordo con te per quanto concerne l’uomo delle caverne che osò uscire alla ventura, gli esploratori di terre ignote, chi tentò di volare ma morí nel tentativo.
    Però, per quanto provi a convincermi del contrario, sono persuaso che gli alpinisti scalino perché lí li ha portati il loro cuore e non vi siano benefici per il resto dell’umanità.
    Tuttavia, se lo spirito tocca le vette della felicità, fosse solo per pochi istanti nella vita, beh… non è un regalo da poco quello che ci fa l’alpinismo. Beninteso, al mondo ci sono anche altre felicità da raggiungere, non solo quelle delle cime.

  12. Questo povero ragazzo ha commesso una banale distrazione, non ha fatto il nodo a tampone al capo della corda. O forse non l’aveva mai fatto in vita sua, ritenendolo di troppo, negli anni giovanili non ci pensi alla morte, ed invece bello  stanco non si è accorto. Il tutto è accaduto alla fine della via, una via dura, pericolosa. Fino a li aveva fatto tutto bene. Era andato tutto bene. Vista la lunghezza della via, tanti tri, la sua difficoltà, quante volte gli sarebbe potuto accadere quello che è seccesso? Invece è accaduto alla fine, quando tutto sembrava fatto, lo zaino s’incastra, il nodo non è stato fatto, lui  stanco e distratto.

  13. No Fabio, non concordo assolutamente con quello che dici.
    La dimensione esplorativa, del terreno e di noi stessi, che contiene l’alpinismo, come il volo, la scienza la subacquea e altre attività considerate a sproposito “estreme”, sono i pilastri dell’evoluzione umana. Sono anche manifestazioni di egoismo ma l’effetto finale che hanno è a beneficio di tutti.
    Se fossimo tutti rimasti barricati nelle caverne perché fuori c’erano i t-rex e faceva freddo, ci saremmo estinti velocemente. Invece qualcuno dalla caverna uscì e quando tornò con carne e pellicce, gli stessi che gli avevano detto che non sarebbe più tornato vivo, mangiarono e si vestirono.

  14. Riesce difficile credere che Balin Miller e qualunque altro alpinista morto durante una scalata stesse operando per il progresso o il bene dell’umanità. 
    L’alpinismo è un’attività fatta per se stessi. Solo per se stessi. Per il proprio piacere. Per la propria gioia. Per la propria felicità. Perché lí ci ha portato il cuore.
    L’alpinismo è un’avventura dello spirito. 
     
    P.S. Naturalmente, ciascuno è libero di scalare per altri motivi, per esempio allo scopo di pubblicizzare corde o scarponi.

  15. Non si può sapere se chi ha le premesse per diventare un grande lo sarà….se poi non si fa un nodo in fondo alla corda

  16. Avete mai visto quel documentario in cui degli aspiranti uomini volanti si lanciano nel vuoto con ali meccaniche di vario genere, schiantandosi al suolo?
    Quello che mi ha stupito è stato che ogni partecipante vedeva quello prima di lui schiantarsi, e ciò nonostante si lanciava ugualmente,  certo che a lui sarebbe andata meglio.
    C’era chi filmava, anche lì. 
    E oggi viaggiamo tutti, chi più chi meno, su comodi aerei perlopiù sicuri.
    C’è sempre stato chi si espone oltre la massa, e mentre viene ammirato, o più spesso condannato, sta facendo il bene dei suoi aguzzini, ma ne uno né gli altri lo sanno ancora.

  17. Purtroppo al pubblico generalista è stata raccontata da diverse testate come la morte di un ragazzetto che è morto facendosi un video su tik tok. Dai primi articoli non si capiva neanche che a filmarlo fosse un’altra persona.

  18. Com’è bella la giovinezza, che fugge senza sosta! Chi vuole essere lieto, lo sia adesso sul domani non c’è nulla di sicuro. 

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