Martedì 28 febbraio 2023 a Milano lo scrittore e germanista ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Iulm. Qui è il testo della sua lectio: un’occasione per rievocare figure, eventi e atmosfere che lo hanno ispirato.
Alle origini del mio Danubio
(scappatelle in latino)
di Claudio Magris
(pubblicato su corriere.it il 24 febbraio 2023)
A Trieste l’interrelazione tra scienza e letteratura quali concrete passioni dell’umanità è stata una realtà ricca e feconda, in cui si incontravano vocazione umanistica, filosofico–letteraria, artistica. Ad esempio Paolo Budinich, matematico e fisico di prim’ordine, si è occupato con passione delle cosiddette «due culture» e si è dedicato non solo alla ricerca scientifica personale, ma pure alla creazione di originali istituzioni, gruppi di ricerca e di studio sui rapporti tra la conoscenza scientifica e quella umanistica, creando, insieme ad altri fisici quali Daniele Amati e Giacomo Fantoni, l’Immaginario Scientifico e il Laboratorio Interdisciplinare, sacrificando a questo lavoro inventivo ma anche pesantemente burocratico pure tempo che avrebbe potuto dedicare alla propria ricerca personale, così ricca di risultati. Grande marinaio, con il quale più volte, nella sua barca guidata dalla sua esperienza del mare ho navigato, da goffo mozzo, con lui e altri familiari, amiche e amici lungo l’Adriatico e le sue isole, da Cherso e Lussino a Ragusa.
Paolo era una delle poche persone, specie fra gli studiosi, che amasse chiamare vicino a sé, in un comune lavoro, scienziati che sapeva più grandi di lui — ad esempio premi Nobel come Abdus Salam — ma non per questo temeva, come spesso accade, che potessero fargli ombra. Il suo rigore scientifico gli aveva insegnato ad aprirsi alle irregolarità della vita, senza subirla e senza esorcizzarla o imbrigliarla. Nel Laboratorio, la cui sezione umanistica ho diretto per alcuni anni, c’erano, in un lavoro comune, matematici, fisici e filosofi, scrittori quali Daniele Del Giudice o Giuseppe O. Longo. Un’altra dimensione in cui scienza e letteratura si incontravano, distinguendosi e arricchendosi a vicenda, era la psicologia, in particolare la psicologia della percezione, alla grande scuola di Kanizsa continuata con particolare creatività e originalità da Paolo Bozzi e dalla sua Margherita von Breitenberg, altra creativa scienziata.
Paolo Bozzi, che era pure un eccellente scrittore, mi ha insegnato a vedere le cose; mi ha insegnato la «Fisica ingenua» come dice il titolo di un suo mirabile libro. Un anno accademico, a Trieste, nelle sue lezioni ha ripetuto gli esperimenti di Goethe con i colori, nella sua polemica con Newton che lo ha portato a scrivere la Teoria dei colori, Zur Farbenlehre, geniale libro sbagliato nelle tesi esplicite ma grandissimo nel cogliere il senso della percezione di un colore e di ciò che significa per noi in quel momento. Newton certo ha ragione: i colori sono lunghezze e frequenze d’onda che arrivano alla nostra corteccia cerebrale, che le traduce nei colori che vediamo. Ma, come obietta Goethe, noi non vediamo numeri che indicano frequenze d’onda; vediamo rossi papaveri, tramonti viola, e questa è un’esperienza reale.
Una volta, nell’aula della Facoltà di Lettere dell’Università di Trieste, Bozzi ha ripetuto con i miei studenti di letteratura tedesca gli esperimenti goethiani, anche dando fuoco, come Goethe, ad alcune stoffe, tinte che alla luce o nell’ombra diventano altre, stoffe incendiate che mutano colore, come in una poesia la stessa parola, in un metro o in un ritmo musicale diverso, diventa altra.
Il libro di Bozzi che racconta questa «altra» esperienza letteraria si intitola significativamente Fisica ingenua, una lettura scientifica, oggettiva e insieme fantastica. Anche queste discussioni le vivevamo spesso insieme, in un’esperienza di vita; viaggi tra i boschi del Monte Nevoso, nei Balcani o nella Valle dei Sette Laghi, in un intreccio di ricerca precisa, buffi incidenti e risate, soste a bere vini slovacchi, perdersi e tornare indietro. Ma da questo zigzagare sono nati ricerche e libri di imprevedibile scienza.
Senza questi amici non avrei forse scritto Danubio e non soltanto perché una buona parte del viaggio l’abbiamo fatta insieme, in una serie di programmi rigorosi e magiche casualità che diventano coincidenze fatali e uniscono per sempre. Eravamo ad esempio alle porte della Cecoslovacchia — allora quel Paese oltre la Cortina di ferro si chiamava così — il fiume scorreva riverberando la luce dell’acqua e dei prati. «E se andassimo avanti, bighellonando, sino alle foci del Danubio nel Mar Nero?» chiese Marisa Madieri. Così cominciarono quegli anni di partenze, ritorni, in momenti storicamente epocali in un Paese o nell’altro.

Ma il mistero è forse più nell’origine che nella sua fine. Dove nasce il Danubio? Intorno a Donaueschingen nella Foresta Nera si incontrano due fiumiciattoli, la Breg e la Brigach, da cui, secondo gli uffici pubblici, le guide turistiche e i detti popolari, nasce il Danubio. Ma come nascono i due piccoli corsi d’acqua che si uniscono? Paolo Bozzi ha scoperto che nascono da una grondaia che pende e versa un’acquerugiola nei due fiumiciattoli i quali confluiscono in uno solo, che continua il suo corso sempre più grande — il Danubio. La grondaia riceve l’acqua da un rubinetto che perde; dunque se si chiudesse quel rubinetto Vienna, Bratislava e Budapest resterebbero in secca, senza il Danubio. Anche i cibi e i vini, molto diversi, incontrati nel lungo viaggio davano sapore alla vita. Avevamo qualche difficoltà quando cercavamo, in qualche casa o fattoria isolata nella puszta, della carne di maiale e, non parlando l’ungherese, non sapevamo come chiederla e cercavamo, senza successo, di imitare il suo grugnito, per far capire ciò che volevamo, finché Margherita von Breitenberg, figlia del grande scienziato Valentino studioso dei veicoli pensanti, disse a Marisa, che indubbiamente era molto dotata per le lingue, «dillo tu, lo fai meglio».
Credo che, senza proporselo, Mauro Ceruti e Francesco Bellusci, in generale nella loro ricerca ma soprattutto in quel libro globale che è Abitare la complessità, siano animati da uno spirito non dissimile da quello che coglievo nei frequenti racconti di Sergio Nordio sulle sue passeggiate, chiacchiere e ricerche, soprattutto con Mauro Ceruti. La complessità, sottolineano i due autori, incute timore, perché fa apparire e sentire la vita come inafferrabile, caotica, mutevole e dunque pericolosa. Una serie di cose, eventi, problemi; contraddizioni confuse, un terreno complicato e scivoloso, in cui si fa presto a cadere, a essere sopraffatti dall’incertezza e facili prede di pericoli, anche di quelli inventati dai nostri timori.
È indubbio che il mondo, in forme diverse a seconda delle condizioni sociali, economiche e culturali dei vari Paesi, appaia sempre più complicato e dunque angoscioso, a tutti i livelli; già dover cambiare il proprio telefonino quando il modello cui eravamo abituati non viene più fabbricato mette in difficoltà e in ansia persone arretrate come me. Si ha sempre più la sensazione che, quasi per smentire ogni idea unitaria del Progresso, di un sapere in progresso, l’angoscia di vivere cresca come certi giganti o mostri del mito antico.
Che questo senso di vertigine possa produrre, come scriveva Hannah Arendt, un rifiuto della casualità e dell’incertezza da parte delle masse, spinte così verso ideologie totalitarie, è innegabile. Costruire un ordine impeccabile, scrive Edgar Morin, porta verso un ordine implacabile, verso «umane sorti e progressive» assai poco progressive. Una complessità vertiginosa conduce alle stesse conseguenze di un totalitarismo perfettamente organizzato, porta a una fine dell’individuale. Il nazismo non è nato dall’ordine e da una società stabilmente organizzata come quella descritta e narrata negli stupendi romanzi ottocenteschi di Theodor Fontane, ma dal caos, dalla svalutazione, dal «tutto è possibile» nella Repubblica di Weimar, da milioni di marchi che diventano centesimi.
Non si può contrapporre, né in bene né in male, ciò che è complesso a ciò che non lo è, perché non c’è nulla che non lo sia, in varie gradazioni e modalità. In Svegliamoci Edgar Morin rivendica la necessità e anche la possibilità di creare, in un continuo crescendo pur contrastato da regressioni barbariche e da forme sempre nuove di disumanizzazione, una civiltà che si vorrebbe «più umana». Anche il nostro Io tradizionale appare inadeguato, c’è forse troppa fretta di trasformarlo sino ad eliminarlo.
Ogni realtà è complessità. Si abita sempre, sia che ce se ne renda conto o meno, in una complessità, ma perché non v’è realtà — anche quella più semplice — che non lo sia. Pure chi, per ragioni anagrafiche o culturali, si sente estraneo e talora minacciato dall’attuale configurazione del mondo — in tutti i settori — e lo combatte abita la complessità, quella generale e quella più immediata che lo avvolge da vicino. Tutti abitano la complessità; la differenza — radicale — è fra chi se ne rende conto e chi lo ignora, chi lo esalta e chi lo rifiuta, talora irrazionalmente in entrambi i casi.
Sono particolarmente onorato di ricevere questa laurea dalla Iulm, università viva e vera nel senso più autentico e immediato del termine. Mi sento legato ad alcuni dei suoi docenti e studenti, ma soprattutto al suo ruolo negli studi di Lingua e Letteratura Tedesca, a quell’originale germanista che era e rimane Giovanni Vittorio Amoretti, uno dei fondatori della disciplina. Un uomo e uno studioso di inesauribile energia, sempre a suo agio nella vita. Era piemontese; per lungo tempo ha abitato a Cavoretto, all’inizio della Collina torinese, come un altro Maestro di germanistica di rara grandezza, Leonello Vincenti, con il quale mi sono laureato. Tra le tante cose, Amoretti ha tradotto il Faust e scritto una Storia della letteratura tedesca e una Storia della cultura tedesca, che s’intrecciano ma non si confondono.
Era un temperamento di eccezionale vitalità, viveva a fondo con inattaccabile buon umore. Durante il terremoto del Friuli, molti anni fa, mi telefonò una mattina presto per dirmi, con tono allegro, che aveva passato la notte in una semi distrutta stazione di autobus dove funzionava ancora un macchina per il caffè; tutto questo, diceva, gli ricordava non so più quale quota alpina nella Prima guerra mondiale, dove aveva combattuto senza timore.
Di famiglia modesta, aveva studiato da giovane dai Padri Scolopi e abitato nel loro piccolo collegio, da dove la sera gli studenti non potevano uscire. Fedele alle regole della grammatica e alla Patria, Amoretti, su altre cose, era pure un po’ scavezzacollo, ma sempre con stile. Una sera, evidentemente tornando furtivo da un’illecita uscita, fu sentito dal Padre Guardiano mentre cercava di arrampicarsi, grazie a un lenzuolo usato come lazo, sino al balcone che dava anche sulla sua camera. Accoccolato per non essere visto, sentì il Padre Guardiano che gli intimava, in latino — nel collegio gli allievi dovevano parlare in latino — di uscire allo scoperto. Amorette ubi es? Alla fine, scopertolo, il Padre Guardiano gli chiese, sempre in latino, come avesse fatto a rientrare. Lui naturalmente raccontò tutto, ma si impappinò perché non sapeva come si dicesse «lenzuolo» in latino. Il Padre gli disse allora che lo perdonava per quella sua uscita vietata, ma che non lo perdonava per non sapere dire in latino «lenzuolo»; oltretutto era un ingrato, perché aveva potuto scendere dal balcone e risalire proprio grazie a quel lenzuolo. Si ricordi, Amoretti, la preghiera è anzitutto anche attenzione.
È un peccato che Amoretti, in quanto professore alla Iulm, non possa ricevere da questo ateneo una laurea ad honorem . La meriterebbe ben di più. Vi ringrazio e, se permettete, vi abbraccio.
La cerimonia a Milano
Martedì 28 febbraio 2023 l’Università Iulm di Milano ha conferito a Claudio Magris la laurea magistrale honoris causa in Traduzione specialistica e interpretariato di conferenza. La cerimonia — che coincideva anche con l’inaugurazione dell’anno accademico 2022/2023 — si è tenuta alle 11 nell’Auditorium dell’ateneo (edificio Iulm 6). Dopo i saluti del presidente del consiglio di amministrazione, professor Giovanni Puglisi, e la relazione del rettore dell’ateneo, professor Gianni Canova, la laudatio è stata pronunciata dal professor Mauro Ceruti, con il titolo L’indispensabile utopista disincantato. La giornata si è conclusa con la lectio di Claudio Magris intitolata Scappatelle in latino.
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