Ancora il Ponte sullo Stretto

Dal Brennero a Ragusa, da Ventimiglia a Gorizia, tutta le rete ferro-stradale italiana è a pezzi. In alcuni casi si tratta di malafede, in altri di assenza di manutenzione su viadotti, gallerie, cavalcavia, svincoli o semplici pensiline delle stazioni ferroviarie, tutta roba costruita decenni fa: è ovvio che dopo tanto tempo occorre rivederla e correggerla. In anticipo rispetto ai fattacci, non “dopo”. Ci transitiamo sopra ogni giorno, in milioni di individui, su tutta questa roba. Le autorità (nazionali o locali) pongono forse questa priorità in cima alla lista delle cose da fare? Ma figurati! Che feedback di consenso porterà mai la manutenzione di un cavalcavia o di una galleria? Molto meglio sbandierare ogni tanto l’idea del Ponte sullo Stretto. E’ fumo negli occhi che utilizzano tutti, dalla Prima Repubblica, a Berlusconi, a Renzi e forse anche al Governo dei Migliori: fa figo e non impegna (Carlo Crovella).

Ancora il Ponte sullo Stretto di Messina
di Renzo Rosso, docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia a Milano (pubblicato su ilfattoquotidiano.it il 19 gennaio 2022)

Di doman non c’è certezza. Così la pensava Lorenzo il Magnifico, che compose la Canzona di Bacco in occasione del carnevale del 1490. Sbagliava. Se l’energia atomica e il Ponte sullo Stretto di Messina sono gli archetipi delle nuove tecnologie e della riscoperta dei valori ambientali, agli italiani non mancano le certezze sul futuro: domani reciteranno ancora e sempre la farsa plautina iniziata nel dopoguerra. Una immortale commedia dell’arte con le solite maschere: dal Balanzone scienziato astuto al Brighella servo politico sciocco; e al povero Pantalone, l’utilizzato finale.

Se valutiamo il ciclo di vita del sistema, il costo dell’energia atomica è altissimo. Supera di gran lunga sia quello delle rinnovabili sia ogni produzione tradizionale da fonti fossili. Un po’ come alimentare una caldaia a vapore con il legno di un pregiato Maggiolini. Chi altri ci guadagna, se non l’antiquario che fornisce a caro prezzo quel mobile intarsiato da sventrare, un po’ fuori moda?

Sul Ponte attendiamo il nuovo studio di fattibilità, prossimo al via definitivo da parte del Consiglio dei Ministri. Questo “affare”, creduto sepolto nell’oblio e ricordato solo per la voragine creata nel debito pubblico, appassiona nuovamente chi ci governa. E appassionerà altri potenti, domani e dopodomani. Essere immortali è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, ponti compresi, giacché ignorano la morte.

C’è perfino una straordinaria novità: nel nuovo studio di fattibilità il Ponte sullo Stretto di Messina dovrà essere a più campate, come informa un recente articolo pubblicato dall’autorevole Corriere della Sera pochi giorni fa. Non ci avevano mai pensato, prima? O è piuttosto un ritorno al futuro?

Molti anni fa, Sette (il settimanale del Corriere della Sera) pubblicava alcune perplessità sul Ponte sullo Stretto, a firma Lucio Fulci. Dubbi non inaccessibili anche a chi ha studiato la scienza delle costruzioni su Facebook e si è perfezionato su Twitter, senza trascurare TikTok. Il Fulci, dirigente dell’Ufficio Commerciale italiano a Tokyo, raccontava di avere accompagnato nel 1990 un’autorevole delegazione giapponese, gente che di ponti se ne intende, venuta in Italia per valutare la partecipazione al progetto da parte di aziende nipponiche.

Le conclusioni (dei giapponesi, NdR) erano che il ponte non era fattibile per diversi motivi. Il principale di questi era che i forti venti, che con molta frequenza agiscono sullo stretto di Messina, avrebbero obbligato a lunghe chiusure del ponte stesso, oltre che a procurare seri danneggiamenti all’opera”.

Invero, non era solo un dubbio con gli occhi a mandorla. Parecchi esperti nostrani ne condividevano da tempo le ragioni, magari sottovoce. Chi osava discutere questa futura gloria italica era etichettato come detrattore delle magnifiche sorti dell’ingegneria nazionale. E girava alla larga.

Nel lontano 1955 uno studio geofisico della Regione Sicilia – commissionato alla Fondazione Lerici del Politecnico di Milano e condotto da Luigi Solaini e Roberto Cassinis assieme al Servizio Geologico d’Italia – aveva sentenziato come la natura delle formazioni geologiche, tanto sulle sponde che sul fondo non fosse il massimo. E neppure il minimo. Le proprietà meccaniche dei sedimenti e della roccia cristallina erano, infatti, molto modeste fino a parecchie centinaia di metri sotto il piano di campagna e sotto il fondo marino. Insomma, un ponte esposto alle tempeste di vento e, per di più, con i piedi malfermi poneva seri problemi di fattibilità.

Perché allora si è proseguito senza remore, costituendo il Gruppo Ponte Messina S.p.A. proprio nel lontano 1955? Lo schiacciasassi di questa idrovora di denaro pubblico rollò per lunghi anni. Nel 1969, un Concorso Internazionale di Idee premiò 6 progetti, nessuno dei quali aveva previsto la campata unica. Nel 1981 fu costituita la Società concessionaria Stretto di Messina S.p.A. che produsse alcune bozze progettuali, nel 1986 e nel 1992, senza presentare un progetto definitivo di campata unica, la sopraggiunta novità.

Mai venne alla luce qualcosa di concreto, ma l’intensa e alacre attività proseguì senza sosta fino al 2009, quando il consorzio Eurolink vinse la gara d’appalto quale contraente generale per la costruzione del ponte a campata unica. Era finalmente iniziata la progettazione definitiva ed esecutiva, che l’anno dopo si affidò all’archistar Daniel Libeskind per il progetto delle principali strutture architettoniche connesse all’opera. E fu perfino iniziato qualche lavoretto a terra.

La Stretto di Messina S.p.A. fu messa in liquidazione nel 2012 con la Legge 221/12. Era firmata da Mario Monti, Presidente del Consiglio dei ministri, e da Corrado Passera, ministro per lo Sviluppo economico. Non esattamente due verdi arcobaleno, né nostalgici di paesaggi bucolici, tanto meno vegani cultori del pistacchio a chilometro zero.

Ciò nonostante, con la pandemia l’araba fenice risorge dalle sue ceneri ancora una volta.

La vicenda del Ponte è una commedia dove generazioni di accademici hanno marciato compatti verso l’abisso di Scilla e Cariddi, senza esalare neppure un sospiro in merito ai dubbi di qualche scomodo disfattista. Generazioni di ingegneri hanno calcolato e ricalcolato travi e pilastri, passando dal regolo e dal tecnigrafo al Computer Aided Design e al Building Information Modeling senza porsi domande scomode. Generazioni di economisti hanno magnificato i benefici del corridoio da Amburgo a Palermo senza investirci un euro in proprio, senza confrontare costi e benefici, senza valutare le alternative capaci di proiettare la Sicilia nel XXI secolo. Non mancheranno – nell’immediato e nel prossimo e lontano futuro – professionisti altrettanto validi nello sposare questa imbarazzante scelta politica, sociale e culturale.

La politica – più tenace e immutabile di ingegneri ed economisti messi assieme – ci ha marciato e, pare, ci marcia ancora. L’Italia ha bisogno di sogni impossibili e sarà sempre incinta di progetti del Ponte sullo Stretto, battezzato Italy’s bridge to nowhere da The Independent. Se la Francia è la bella Marianne, l’Italia è la povera Adelina di Ieri, oggi, domani che, per non essere arrestata, ricorreva a sempre nuove maternità. E nessuno risponderà mai dei danni alla collettività – economici, morali e culturali – di questa brutta ma popolare commedia, le cui repliche surclassano The Rocky Horror Picture Show. In attesa che il videogioco del Ponte sullo Stretto di Messina conquisti i gamer di tutto il mondo

Il monologo di Maurizio Crozza sull’Italia che cade a pezzi: “Dal Friuli alla Sicilia viadotti a rischio. E i politici vogliono fare il ponte sullo Stretto”
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Ancora il Ponte sullo Stretto ultima modifica: 2022-01-30T04:28:00+01:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Ancora il Ponte sullo Stretto”

  1. 4
    grazia says:

    “…le aree interessate, che non sono certe coperte da metropoli…”

  2. 3
    grazia says:

    Il ponte sullo Stretto, oltre che essere totalmente inutile, visto che non muterebbe l’affluire delle genti in Sicilia, non è fattibile per svariate ragioni cha vanno dalle più banali – e chissà perché non considerate – riguardanti questioni geologiche e sismiche a quelle dell’incredibile impatto sul tessuto urbano delle aree interessate, che sono certe coperte da metropoli, ma da paesini, per non parlare del materiale di risulta che verrebbe (come da progetto) riversato direttamente in mare.
    Mi domando perché, invece, mettere in neretto la parola “pandemia”. Abbiamo capito che in questi due anni va molto di moda, ma mi pare più che off topic!!

  3. 2
    Geri Steve says:

     
    PONTE DEL …
    ….
    C’è da dire ancora che dopo l’ultimo terremoto Messina è stata ricostruita antisismica. Reggio Calabria no: non era reccomandata. Una ricostruzione esemplare, che sta in tutti i manuali di ingegneria antisismica: tutte casette elastiche con un solo piano sopra al pianterreno.
     
    Peccato che i messinesi abbiano pensato bene di sopraelevare abusivamente quelle belle casette e il comune di Messina, invece di impedire o abbattere gli abusi li ha condonati.
    E’ lo stesso comune in cui anni fa una piena di un torrente ha travolto una casa costruita sul greto del torrente; costruita con “regolare” licenza comunale.
     
    Invece che spendere soldi pubblici per inutili studi di fattibilità si potrebbero invece spendere soldi per studiarne il nome più appropriato.
     
    Ponte del Terremoto?   Ponte della Mafia?   Ponte della Soluzione Finale?
     
    Chi propone di meglio?
     
    Geri

  4. 1
    Geri Steve says:

     
    PONTE DEL …
     
     
    Un solo, chiarissimo e indiscutibile argomento: viene chiamato “Ponte sullo Stretto” ma in realtà sarebbe un “Ponte sulla Faglia attiva”.
    E non è una attività da poco: la Calabria sta sulla Zolla Europea mentre Messina sta sulla Zolla Sicula, che è un frammento della Zolla Africana.
    Il Mare Adriatico e la Pianura Padana sono un “dito” con cui la zolla africana preme contro quella europea; quella pressione ha creato le Alpi, gli Appennini e i Balcani.
     
    Su quella faglia i terremoti sono frequenti e quelli spaventosi sono ricorrenti: circa ogni secolo. L’ultimo, quello del 1908 causò oltre 100.000 morti, circa la metà della popolazione interessata.
    Quello precedente è stato nel 1783, cioè 125 anni prima. Se il prossimo fosse “puntuale” arriverebbe nel 2033. Se tarderà sarà ancora più forte.
     
    Oltre ai danni da terremoto e conseguente tsunami, se ci fosse un ponte ci si aggiungerebbero i danni da pioggia di auto e treni volanti provenienti dal ponte e dalle sue rampe.
     
    C’è da dire ancora che dopo l’ultimo terremoto Messina è stata ricostruita antisismica. Reggio Calabria no: non era reccomandata. Una ricostruzione esemplare, che sta in tutti i manuali di ingegneria antisismica: tutte casette elastiche con un solo piano sopra al pianterreno.
     segue

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