In seguito al post “Deregolamentazione a Valsavarenche”, dove l’assessore Vicari difendeva la delibera comunale, ecco la risposta di Alberto Farina.
Ancora sul “budello” di Valsavarenche
(la risposta all’intervento dell’assessore Vicari)
di Alberto Farina
L’intervento dell’Assessore Vicari a difesa della proposta del Comune di Valsavarenche si presenta con un tono misurato, accorto e apparentemente equilibrato. Tuttavia, dietro la forma istituzionale e il richiamo alla ragionevolezza amministrativa, l’argomentazione nasconde incrinature profonde e contraddizioni sostanziali dal punto di vista giuridico, ecologico e logico.
Il principio di democrazia e la titolarità del bene protetto
La prima grande debolezza dell’intervento sta nell’utilizzo delle 176 firme dei residenti come elemento di legittimazione democratica per giustificare la modifica dei confini. Richiamare il consenso locale significa compiere un’operazione concettualmente errata: sovrapporre l’interesse di una comunità ristretta alla titolarità di un bene pubblico universale.
Il Parco nazionale del Gran Paradiso — il più antico d’Italia — è per legge un patrimonio collettivo che appartiene a sessanta milioni di cittadini italiani e alla comunità europea, non una riserva di caccia o un territorio di pertinenza esclusiva delle amministrazioni locali. Accettare il principio secondo cui la perimetrazione di un parco nazionale possa essere ristretta sulla base delle firme raccolte tra la popolazione residente stabilirebbe un precedente devastante, trasformando la conservazione della natura in una materia subordinata al consenso politico ed elettorale pro-tempore di un singolo municipio.
L’equivoco giuridico tra Parco e Zona Contigua
Sul piano normativo, la tesi secondo cui il declassamento del fondovalle a “Zona Contigua” (ai sensi dell’articolo 32 della Legge 394/1991) lascerebbe del tutto inalterato il livello di tutela rappresenta una palese mistificazione giuridica. All’interno dei confini effettivi del Parco vige l’istituto del Nulla Osta vincolante dell’Ente Parco (articolo 13), un potere di controllo preventivo e di eventuale veto su qualsiasi trasformazione del territorio.
Nelle zone contigue questo veto vincolante decade, sostituito da semplici funzioni di indirizzo o regolamentazione della caccia e della pesca, mentre la sovranità urbanistica torna interamente in mano all’amministrazione comunale. Sostenere che non vi sia alcun rischio di speculazione o espansione edilizia perché il Piano Regolatore è già stato approvato dal Parco significa ignorare la realtà della pianificazione territoriale: i Piani Regolatori non sono immutabili, ma vengono continuamente aggiornati attraverso le varianti urbanistiche locali. Una volta rimosso il veto preventivo dell’Ente Parco, nulla impedirebbe a una futura giunta comunale di approvare varianti per nuove cubature, parcheggi sproporzionati o infrastrutture d’impatto.
La fallacia aneddotica sulla “doppia burocrazia”
Anche la narrazione sui presunti soprusi della burocrazia scivola in una evidente fallacia logica. Portare come prova fondamentale l’esempio del cantiere sospeso per il riposizionamento delle lose di un tetto per giustificare il ridimensionamento dei confini dell’intera vallata costituisce un’indebita generalizzazione.
Se un intervento edilizio è stato bloccato o sospeso, ciò significa che l’opera presentata non risultava conforme alle prescrizioni dell’Abaco dei materiali o difettava della documentazione prevista dalla legge. Eventuali rigidità, ritardi o attriti procedurali tra gli uffici non si risolvono cancellando la tutela dell’area protetta per i decenni a venire, bensì snellendo i protocolli d’intesa, digitalizzando le pratiche e migliorando il dialogo collaborativo tra gli uffici del Comune e quelli del Parco.
La rimozione della storia ecologica e il Decreto Marcora
La ricostruzione storica presentata nell’intervento tenta di dipingere l’esclusione del “Budello” stabilita nel 1923 dalla Commissione Anselmi come un’epoca d’oro di armonia amministrativa, interrotta soltanto dal “sopruso” del Decreto Marcora nel 1977. Questa narrazione omette deliberatamente le ragioni scientifiche di quella scelta.
L’esclusione del fondovalle nel 1923 fu un mero compendio politico concessorio per placare le proteste dei cacciatori locali, e si tradusse in un vero e proprio disastro ecologico: per oltre cinquant’anni i cacciatori si posizionarono lungo quel confine invisibile per abbattere stambecchi e camosci che d’inverno scendevano dalle vette verso il fondovalle per sfuggire al gelo. Il Decreto Marcora del 1977 non fu una decisione arbitraria, ma un atto dovuto per sanare un’anomalia biologica e cancellare quello che l’allora presidenza del Parco definì un “improvvido corridoio di catture”, restituendo continuità a un ecosistema che non può essere spezzato da esigenze di confine.
Lo scambio iniquo: l’illusione delle compensazioni territoriali
Un altro elemento spesso ventilato per indorare la pillola dello scontornamento è l’ipotesi di “compensare” l’uscita del fondovalle valdostano inserendo nel Parco nuovi territori sul versante piemontese, mantenendo così invariata la superficie totale. Dal punto di vista scientifico e ambientale, questa logica del baratto è inaccettabile: equivale, nei fatti, a scambiare l’oro con un metallo di minor valore.
Il fondovalle della Valsavarenche rappresenta un unicum ecologico, un delicatissimo corridoio di svernamento e un habitat cruciale (con boschi e risorse alimentari) vitale per la sopravvivenza della fauna durante i mesi più rigidi. Offrire in cambio porzioni di territorio d’alta quota o versanti rocciosi periferici in Piemonte, per quanto paesaggisticamente pregevoli, non restituisce in alcun modo lo stesso valore di biodiversità sottratto al cuore dell’area protetta. Gli ecosistemi non sono un foglio di calcolo dove le superfici si possono scambiare per far quadrare i bilanci politici: sacrificare l’oro verde del fondovalle valdostano per qualche ettaro altrove rappresenta una perdita biologica incalcolabile per l’integrità del Parco.
L’illusione della semplificazione e i vincoli europei
L’argomentazione a favore dello scontornamento pecca inoltre di una gravissima omissione per quanto riguarda la normativa europea. Il fondovalle della Valsavarenche è inserito a pieno titolo nella Rete Natura 2000 come Zona Speciale di Conservazione e Sito di Importanza Comunitaria.
Questo significa che, anche nell’ipotesi in cui l’Ente Parco si ritirasse dal fondovalle, il territorio rimarrebbe comunque soggetto alle direttive comunitarie e all’obbligo della Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA) per qualsiasi intervento umano, con la gestione del vincolo che passerebbe semplicemente in capo agli uffici della Regione Autonoma Valle d’Aosta. Promettere ai cittadini che l’uscita dal Parco eliminerà le trafile autorizzative e le verifiche ambientali significa alimentare un’illusione, poiché la burocrazia verrebbe soltanto trasferita da un ente a un altro senza alcuna reale semplificazione.
L’argomento fantoccio sulla presenza dell’uomo
In ultimo, la difesa del Comune fa leva sul classico “argomento fantoccio”, suggerendo che chi difende l’integrità del Parco consideri la presenza dell’uomo come un ostacolo da rimuovere o voglia trasformare la vallata in una riserva disabitata.
Nessuno ha mai messo in discussione l’importanza dei residenti, la cura del territorio svolta dalle comunità locali o la necessità di mantenere vivi i borghi alpini. La vera questione in gioco non è la presenza della comunità residente, bensì l’architettura dei controlli sulla trasformazione del paesaggio. Si tratta di stabilire se l’ultima parola sulla tutela di un territorio fragile debba spettare a un Ente Parco dotato di una visione scientifica d’insieme e di garanzia nazionale, oppure a un’amministrazione comunale inevitabilmente soggetta alle pressioni e alle urgenze elettorali del momento.
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C’è qualcosa che non mi torna sul numero dei residenti firmatari della petizione: sono indicati in 176. Per mia curiosità ho consultato Google che indica in 155 i residenti nel comune di Valsavarenche. È un comune molto esteso, capoluogo Dejoz e numerose borgate e frazioni disseminate in tutta la valle. Può darsi che Google sbagli o non sia aggiornato, ma, ipotizzando che “abbia ragione”, sarebbe carino capire come possono esserci 176 firmatari su 155 residenti: hanno fatto firmare anche i morti? O i turisti di passaggio? O forse gli operatori turistici che lavorano in zona ma che che non sono residenti stabili… un po’ di pasticcio c’è, anche se il pu t normale è la tutela assoluta dell’ambiente a prescindere dal numero dei residenti pro o contro.
Attento Geco: potresti essere tacciato di bega locale da qualche ricoglionito che popola il Blog! Nella tua affermazione si potrebbe notare qualche antipatia personale nei confronti delle cattive multinazionali!
Bell’articolo,bravi. Ormai l’ avanzata arrogante di tutti gli interessi economici, piccoli e grandi, locali e internazionali, è sempre più soffocante nel suo attacco continuo ad ogni cosa da cui si possa estrarre un valore economico ed è indifferente a tutto il resto…..
P.S. C’è poi un aspetto ancora più meschino in questa vicenda: alla fine, gira e rigira, quelle vie di merda spittate del fondovalle fanno comodo. Per questo vengono difese, senza interrogarsi seriamente sui danni che producono. È più facile liquidare una causa legittima come una faida locale che ammettere di avere un interesse personale nella conservazione dello stato di fatto. E questo vale anche per quello che voi chiamate il “CAPO”: si spazza la coscienza sotto il tappeto e si strizza l’occhio a chi garantisce ancora qualche possibilità di scalare. Questa è la realtà che si nasconde dietro molti presunti miti dell’arrampicata. I miti veri, a una certa età, hanno avuto la lucidità di farsi da parte. Non hanno continuato a blaterare di libertà individuale per giustificare le proprie comodità. Qui sono in discussione i modi in cui scegliamo di abitare, trasformare e consumare i luoghi. Su questi temi sarebbe il caso di lasciare spazio a chi ha ancora qualcosa da costruire, invece di difendere fino all’ultimo le abitudini di una generazione incapace di rinunciare ai propri privilegi. E magari provare anche un po’ di vergogna, ammesso che ne siate ancora capaci: la vostra boria capitalista ha ormai divorato anche l’ultimo residuo di una coscienza che, forse un tempo, si credeva persino rivoluzionaria.
Ciao Edoardo, ne approfitto per risponderti oggi, sperando che tu non sia sul furgone a zonzo per la Padania facendo lavori “neozelandesi”. Nessuno pretende tappeti rossi, consenso o persone che pendano dalle labbra di qualcuno. Ho sempre diffidato della mitizzazione delle persone, soprattutto nell’ambiente dell’arrampicata, dove molto spesso dietro al mito si trova una realtà decisamente più modesta (mi tengo leggero…). La questione è molto più semplice: quando non si possiedono gli strumenti per comprendere, sarebbe opportuno evitare di intervenire riducendo la discussione a considerazioni da portineria. È quanto ha fatto Matteo parlando delle schiodature. Il suo intervento, superficiale nei contenuti, ha finito per sminuire una posizione seria, ossia la contrarietà allo sfruttamento dei luoghi da parte di gruppi interessati, trasformandola nell’ennesima rappresentazione delle beghe personali tra arrampicatori. È un modo di ragionare vecchio e incapace di andare oltre la dimensione individuale e ricreativa: questo perché Matteo è fondamentalmente un benestante della boom generation che ha fatto del materialismo il denominatore comune per le sue idee. Uno che passa la settimana a pensare al weekend arrampicatorio, tanto per intenderci. Un tempo esisteva almeno il pudore di non esprimersi su questioni che non si conoscevano. Oggi, invece, sembra prevalere l’idea che ogni opinione abbia lo stesso valore, indipendentemente dalla competenza e dalla profondità con cui viene formulata. Non è così. Per questo, anche nel tuo caso, sarebbe preferibile limitarti a ciò che conosci e lasciare certi argomenti a chi è in grado di affrontarli senza banalizzarli. Con simpatia FM
#30 Fabio, ti risponderà mister tarpone??
Anche in altre località del Parco ci sono conflitti e tensioni analoghe, ad esempio a Cogne. E’ prevedibile che il fenomeno sia destinato ad aumentare. Con il riscaldamento delle pianure e delle coste ci saranno “migrazioni verticali” della città verso quote più elevate. I fondi di investimento immobiliare lo hanno capito e si stanno muovendo. Dal punto di vista del business hanno ragione: se uno ha dei soldi oggi conviene sicuramente investire in montagna, non ovunque ma in località che per le loro caratteristiche e la facilità di accesso sono adatte ad una migrazione “accessoriata”con servizi di tipo urbano. Questo porterà ad un cambiamento importante anche del tipo di pubblico che frequentava in passato certe località. Temo sia un processo difficilmente bloccabile, anche se è giusto fare quello che si può per cercare di contenerlo. Gli interessi in ballo sono forti e sappiamo bene che la redditività degli investimenti immobiliari ben riusciti è ineguagliabile. Gli investimenti immobiliari sbagliati o fuori tempi producono invece effetti economici devastanti, come abbiamo visto negli ultimi anni.
@ 24
Che cosa significa, in lingua italiana, che sei stato “querelato su questo blog”?
Da quanto emerge dalle tue parole, sei stato querelato per diffamazione a causa di quanto hai scritto nel GognaBlog.
E chi ti avrebbe querelato? Ovviamente non Alessandro Gogna, come lui stesso ha precisato nel commento 26.
Specialmente quando si scrivono certe cose, bisogna essere chiari.
L’uomo è l’essere più vorace che c’è sul pianeta Terra. È talmente vorace che è disposto a divorare se stesso pur di arricchirsi. Senza rendersi conto che il primo e vero capitale che possiede è che dovrebbe difendere, è l’ambiente in cui vive.
Più di recente, grazie anche al turn over generazionale (oprobabilmente addirittura di 2 o 3 generazioni) avevo ravvisato un netto cambiamento di umore. Il Parco è un’attrattiva per il turismo verde, lento, smile. i residenti si sono adattati, ristrutturando le loro case in versione B&B, organizzando trekking o giri in MTB o giri per appassionati di birdwatching. Ecco – mi ero detto – finalmente sono maturati. E’ molto cambiato il contesto generale: 50 anni fa di turismo verde non avevamo neppure l’idea.
Ebbene constatare che invece c’è una nuove inversione di tendenza mi amareggia assai. E’ proprio vero che le azioni umani alla fine della fiera sono mosse dagli “sghei”. Liberalizzare il fondovalle della Valsavarenche questo significa: più costruzioni, più infrastruttura, più guadagni. Ma ne fa le spese l’ambiente. Siamo arrivati a un livello tale di sfruttamento del territorio che NON possiamo andare oltre, anzi dovremmo abbattere molte “cose” costruite nei decenni scorsi. E’ amaro verificare che 176 residenti in valle preferiscano un ulteriore danno all’ambiente pur di accrescere le proprie tasche. Sarebbe interessante conoscere la composizione statistica di tali firmatari della petizione NON-parco: giovani? vecchi? maschi? femmine?
Ritorno sul punto Valsavarenche esprimendo un mio particolare disorientamento di fronte alla recente notizia. Per ragioni “familiari” ho frequentato intensamente il PNGP, e la Valsavarenche in particolare, quando ero bambino/ragazzo: anni Sessanta-Settanta all’incirca. Mio padre è stato per decenni l’ispettore del rifugio Vittorio Emanuele II. Ho così potuto conoscere personaggi di spessore della valle, dal Senatore (renato Chabod) alle guide, ai sindaci del momento, fino ai comuni valligiani (es artigiani che venivano al rifugio a eseguire lavori).Allora (stiamo parlando di 50-60 anni fa), il sentim,ento medio dei residenti in valle era di forte avversione verso il parco per tutti i vincoli e i divieti che imponeva loro. I cugini delle valli a nord (Valtournache, Val d’Ayas, ecc) stavano arricchendosi come zio paperone grazie alla libertà di costruzione, sia di edifici che di impianti sciistici (con tutto l’indotto che ciò comporta): E loro, i cugini poveri delle valli del sud, erano costretti a rimanere poveri per colpa del Parco (mi ricordo di aver sentito proprio questa frase). c’era quindi un odio atavico che, seppur assolutamente non condivisibile, era “comprensibile” nella sua genesi. CONT
#24 Ratman. Di fronte alla tua affermazione è necessario dire con certezza che questo blog non ha mai querelato nessuno. Se sei stato querelato ciò è certamente indipendente dalla nostra volontà, anche perché riteniamo tale azione in genere del tutto inutile.
Ratman e te sei lo sceriffo di Nottingham.
Ti segnalo che “lo capito” si scrive ” l’ho capito” è verbo avere ci vuole l’h.
Non è da te fare questi errori…
Forse ti fai prendere dal nervoso? Allo sceriffo di Nottingham, beffato da Robin Hood e compari, succedeva.
Adesso lo capito questo è il blog della foresta di Sherwood!
Comunque, è ve lo dico con simpatia, siete ridicoli patetici con queste giustificazioni ridicole che risalgono addirittura all’800.
Ci sono gli estremi dell’ottusita.
Ps
Visto che solo su questo blog, in anni di onorato rompimento di coglioni sul web, sono stato quuerelato per diffamazione, chiedo preventivamente scusa a chi si sentisse offeso perché un cretino qualsiasi – cioè io- gli ha detto le parole qui scritte.
@ 22
Caro Bigattone, stai narrando di un novello Reinhold Messner? o di Sbirulino?
😀 😀 😀
Secondo me ci vorrebbe più indulgenza.
Voglio dire, avete qui una delle menti più brillanti che siano passate da questo blog e un arrampicatore di livello superlativo, che ha schiodato delle vie ai Tessari (non so se mi spiego) e l’ha rivendicato con un manifesto che, nel mondo dell’arrampicata, non si vedeva dai tempi del “manifesto dei 19”.
Mettetevi nei suoi panni: chiunque gli avrebbe steso il tappeto rosso e penderebbe dalle sue labbra; qui invece è stato accolto con qualche battibecco di quelli che sui social si vedono tutti i giorni, ma, soprattutto, con un sonoro “esticazzi?”.
Dev’essere stato spiazzante.
Secondo me, uno del genere, con una vita così ricca di soddisfazioni, a cui di questo blog importa poco o niente, che non pone certo l’arrampicata al centro della propria vita… se continua a intervenire evidentemente ha i suoi motivi.
Personalità di questo calibro meriterebbero interlocutori all’altezza… c’è da apprezzare che abbia ancora voglia di dedicarvi del tempo.
Matteo, l’unica cosa evidente qua è il tuo completo annichilimento. Sei passato da galletto del blog a completa nullità. E ho appena iniziato…
Che tu capissi poco era evidente, ma ora sei passato con decisione allo step successivo.
Madonna Matteo, hai sciorinato il completo repertorio del sinistroide benestante: valuto una posizione, ma anche l’altra, e poi chi sono io per giudicare? Emblema del disimpegno relativista: dite tutto, per non dire fondamentalmente un cazzo. Viva chi è contro l’abuso dei luoghi da parte di gruppi interessati, e non teme di sostenerlo anche con azioni violente. La geriatria dovrebbe essere solo un reparto di ospedale, non la spina dorsale di questo paese decrepito…
Ratman:
Scherzavo!!!???
Peccato che chi vuole le “opere strategiche”, i costruttori, non scherza e con l’aiuto delle forze dell’ordine è pronto a sparare sui manifestanti e a creare false flag.
Tutti quelli che da Nord giornalmente fanno ore di coda al tunnel del Gottardo per venire al mare in Italia e poi tornare a casa abbronzati, sicuramente non sanno che nel 1875 i militari svizzeri non ebbero alcun problema a sparare sugli operai italiani che chiedevano condizioni di lavoro più umane. 4 morti e diversi feriti e poi tutti a lavorare come prima.
Si opere strategiche, come le piramidi e la Tour Eiffel!
Allora non avevo capito, mi scuso
Scherzavo
Quello che più colpisce è che chi si erge a paladino del preminente interesse dei “locals” non accetta che detti “locals” possano essere mossi da interessi contrastanti quelli generali e magari pure biechi, miopi o comprati, ma d’altra parte chi si appella sempre agli interessi generali per imporre decisioni spesso dannose o vessatorie non accetta che chi subisce queste decisioni possa avere voce in capitolo.
Per quel che vale ho un aneddoto a riguardo.
Quando il sindaco-cognato propose di chiudere il centro di Milano alle auto, tra le voci contrarie, i più assatanati furono quelli di Assocommercianti che vaticinavano rovina e bancarotta per tutti gli esercizi commerciali del centro.
Quando un decina di anni dopo un altro sindaco (mi pare fosse il legaiolo Formentini) ventilò l’ipotesi di riaprire il centro al traffico, i più fieri oppositori furono proprio i commercianti…
Come spesso accade non c’è il bene opposto al male, il giusto o sbagliato a prescindere.
Sopratutto occorre diffidare da chi generalizza, estremizza e usa paragoni impropri per polarizzare le posizioni.
E di chi in realtà non ha idee e vuole provocare per farsi in fondo i cazzi suoi, come i ratti e i fausti
Ratman non sono un ribelle, e nemmeno anarchico, sono una persona che non sopporta le prepotenze.
La TAV è un opera strategica? Vedremo come andrà a finire. Per adesso mi pare stiano solo buttando via dei soldi facendo dei sopprusi su le piccole comunità locali.
Anche il ponte sullo stretto qualcuno dice che e strategico. Peccato che In Calabria e in Sicilia la rete stradale e ferroviaria è medievale. Si costruisce la casa partendo dal tetto. Ma guarda un pò…
La comunità nazionale è fatta dall’insieme delle comunità locali che sono fatte dall’insieme di individui e non di automi.
Anche il Vayont era un opera strategica…
@10
Lo so che tu sei un ribelle, che nel tuo petto brilla la fiaccola dell’anarchia…come diceva il buon vecchio francesco…corre corre la locomotiva, la macchina pulsante sembrava cosa viva….
Però
“Richiamare il consenso locale significa compiere un’operazione concettualmente errata: sovrapporre l’interesse di una comunità ristretta alla titolarità di un bene pubblico universale.”
In val di susa l’interesse di una comunità locale si sovrappone alla realizzazione di una opera strategica
Tutta l’ideologia nimby ha questa matrice: interessi locali contro interesse generale.
Però basta fottersene dell’interesse generale, ma con parsimonia, solo quando non è il nostro.
E sarebbe gente cresciuta in anni in cui la collettività aveva ancora un valore, e l’impegno sociale pure. Ma è evidente come il capitalismo e il neoliberismo, con i loro valori dell’individualismo sfrenato, abbiano permeato anche le menti di chi si crede “uno di sinistra”, qualunque cosa questa etichetta ormai significhi nel 2026…riflettete
Questo è ciò che tuttavia propongono i vari Mattei dei Blog, ovvero che siccome ai locali le cose stanno bene, più nessuno si dovrebbe interessare delle questioni legate al loro territorio. Rendiamoci conto del livello di pensiero…
Tutti lo dici te. Come sempre…
Perchè vuoi fare il politico?
Per interesse personale? Per fare dei favori agli amici? O per il bene della comunità?
Intanto fai il politico onesto che fa gli interessi di tutti e non di qualcuno. Poi se non ti votano vorrà dire che non ti meritano e vai a lavorare che non è un disonore.
Fa piacere leggere che siete tutti favorevoli alla TAV
E’ uno dei problemi della democrazia rappresentativa: i voti bisogna prenderli per governare e oggi prendere i voti e’ una bella sfida perché il “mercato” del voto è complicato e volatile e con i buoni sentimenti e giocando pulito non è detto che i risultati arrivino. Chi ha il fegato per buttarsi in quell’arena fa le sue scelte e ne paga le conseguenze sul breve e sul lungo periodo. Anche noi, da fuori, ci prendiamo le responsabilità delle nostre scente, compresa quella di astenerci dal partecipare alla gara con il nostro voto. Però, come è sempre stato detto da tanti, l’alternativa è peggio e non è detto che le oligarchie siano meglio.
E questo è buono?
Io dico di no! Il politico dovrebbe dare la rotta, l’esempio. Se fa quello che più gli conviene per assicurarsi i voti. Non è un politico è una merda di uomo.
L’idea che la cosiddetta società civile sia virtuosa e la classe politica indecente e/o incapace non mi ha mai convinto. Ho la sensazione che alcuni fenomeni siano da molto tempo presenti nel nostro tessuto sociale. In passato i grandi partiti popolari di massa, con tutti i loro difetti, avevano dei fondamenti ideali, anche se spesso di facciata più che di sostanza, ma esercitavano comunque una forma di contenimento degli istinti più “selvaggi”. Alcuni dei loro dirigenti esercitavano una leadership basata sull’identificazione proiettiva, rappresentando almeno formalmente esempi di “virtù’” ai quali ispirarsi. Questo contesto è stato travolto per cause diverse, alcune ancora non ben chiare. In questa fase i politici utilizzano il meccanismo del rispecchiamento, non si pongono più come un esempio virtuoso ma inseguono e utilizzano gli istinti che serpeggiano sotto la superficie dell’ipocrisia sociale. Io sono come te, non ti devi vergognare, anzi io ti legittimo, sei buono e bello: questo è lo schema dominante. Il fenomeno è ancora più evidente a livello locale, dove c’è meno bisogno di “coperture” ideali e gli interessi di bottega possono emergere senza ritegno.
Chiedere ai locals cosa fare del “loro” territorio significa essere in malafede o idioti, la risposta è scontata. Strade più larghe e asfaltate, possibilità di costruire case dappertutto, ricerca del confort e del vivere metropolitano, sviluppo del turismo mordi e fuggi. Manca in Italia una cultura dominante che permetta di evitare tutto questo.
I politici: brutta gente.
Viva il parco.
Viva il Parco!
I politici ” che brutte creature”, opportunisti e pericolosi, come sempre la storia insegna.