Ancora sul “budello” di Valsavarenche

In seguito al post “Deregolamentazione a Valsavarenche”, dove l’assessore Vicari difendeva la delibera comunale, ecco la risposta di Alberto Farina.

Ancora sul “budello” di Valsavarenche
(la risposta all’intervento dell’assessore Vicari)
di Alberto Farina

L’intervento dell’Assessore Vicari a difesa della proposta del Comune di Valsavarenche si presenta con un tono misurato, accorto e apparentemente equilibrato. Tuttavia, dietro la forma istituzionale e il richiamo alla ragionevolezza amministrativa, l’argomentazione nasconde incrinature profonde e contraddizioni sostanziali dal punto di vista giuridico, ecologico e logico.

Il principio di democrazia e la titolarità del bene protetto
La prima grande debolezza dell’intervento sta nell’utilizzo delle 176 firme dei residenti come elemento di legittimazione democratica per giustificare la modifica dei confini. Richiamare il consenso locale significa compiere un’operazione concettualmente errata: sovrapporre l’interesse di una comunità ristretta alla titolarità di un bene pubblico universale.

Valsavarenche

Il Parco nazionale del Gran Paradiso — il più antico d’Italia — è per legge un patrimonio collettivo che appartiene a sessanta milioni di cittadini italiani e alla comunità europea, non una riserva di caccia o un territorio di pertinenza esclusiva delle amministrazioni locali. Accettare il principio secondo cui la perimetrazione di un parco nazionale possa essere ristretta sulla base delle firme raccolte tra la popolazione residente stabilirebbe un precedente devastante, trasformando la conservazione della natura in una materia subordinata al consenso politico ed elettorale pro-tempore di un singolo municipio.

L’equivoco giuridico tra Parco e Zona Contigua
Sul piano normativo, la tesi secondo cui il declassamento del fondovalle a “Zona Contigua” (ai sensi dell’articolo 32 della Legge 394/1991) lascerebbe del tutto inalterato il livello di tutela rappresenta una palese mistificazione giuridica. All’interno dei confini effettivi del Parco vige l’istituto del Nulla Osta vincolante dell’Ente Parco (articolo 13), un potere di controllo preventivo e di eventuale veto su qualsiasi trasformazione del territorio.

Nelle zone contigue questo veto vincolante decade, sostituito da semplici funzioni di indirizzo o regolamentazione della caccia e della pesca, mentre la sovranità urbanistica torna interamente in mano all’amministrazione comunale. Sostenere che non vi sia alcun rischio di speculazione o espansione edilizia perché il Piano Regolatore è già stato approvato dal Parco significa ignorare la realtà della pianificazione territoriale: i Piani Regolatori non sono immutabili, ma vengono continuamente aggiornati attraverso le varianti urbanistiche locali. Una volta rimosso il veto preventivo dell’Ente Parco, nulla impedirebbe a una futura giunta comunale di approvare varianti per nuove cubature, parcheggi sproporzionati o infrastrutture d’impatto.

La fallacia aneddotica sulla “doppia burocrazia”
Anche la narrazione sui presunti soprusi della burocrazia scivola in una evidente fallacia logica. Portare come prova fondamentale l’esempio del cantiere sospeso per il riposizionamento delle lose di un tetto per giustificare il ridimensionamento dei confini dell’intera vallata costituisce un’indebita generalizzazione.

Se un intervento edilizio è stato bloccato o sospeso, ciò significa che l’opera presentata non risultava conforme alle prescrizioni dell’Abaco dei materiali o difettava della documentazione prevista dalla legge. Eventuali rigidità, ritardi o attriti procedurali tra gli uffici non si risolvono cancellando la tutela dell’area protetta per i decenni a venire, bensì snellendo i protocolli d’intesa, digitalizzando le pratiche e migliorando il dialogo collaborativo tra gli uffici del Comune e quelli del Parco.

La rimozione della storia ecologica e il Decreto Marcora
La ricostruzione storica presentata nell’intervento tenta di dipingere l’esclusione del “Budello” stabilita nel 1923 dalla Commissione Anselmi come un’epoca d’oro di armonia amministrativa, interrotta soltanto dal “sopruso” del Decreto Marcora nel 1977. Questa narrazione omette deliberatamente le ragioni scientifiche di quella scelta.

L’esclusione del fondovalle nel 1923 fu un mero compendio politico concessorio per placare le proteste dei cacciatori locali, e si tradusse in un vero e proprio disastro ecologico: per oltre cinquant’anni i cacciatori si posizionarono lungo quel confine invisibile per abbattere stambecchi e camosci che d’inverno scendevano dalle vette verso il fondovalle per sfuggire al gelo. Il Decreto Marcora del 1977 non fu una decisione arbitraria, ma un atto dovuto per sanare un’anomalia biologica e cancellare quello che l’allora presidenza del Parco definì un “improvvido corridoio di catture”, restituendo continuità a un ecosistema che non può essere spezzato da esigenze di confine.

Lo scambio iniquo: l’illusione delle compensazioni territoriali
Un altro elemento spesso ventilato per indorare la pillola dello scontornamento è l’ipotesi di “compensare” l’uscita del fondovalle valdostano inserendo nel Parco nuovi territori sul versante piemontese, mantenendo così invariata la superficie totale. Dal punto di vista scientifico e ambientale, questa logica del baratto è inaccettabile: equivale, nei fatti, a scambiare l’oro con un metallo di minor valore.

Il fondovalle della Valsavarenche rappresenta un unicum ecologico, un delicatissimo corridoio di svernamento e un habitat cruciale (con boschi e risorse alimentari) vitale per la sopravvivenza della fauna durante i mesi più rigidi. Offrire in cambio porzioni di territorio d’alta quota o versanti rocciosi periferici in Piemonte, per quanto paesaggisticamente pregevoli, non restituisce in alcun modo lo stesso valore di biodiversità sottratto al cuore dell’area protetta. Gli ecosistemi non sono un foglio di calcolo dove le superfici si possono scambiare per far quadrare i bilanci politici: sacrificare l’oro verde del fondovalle valdostano per qualche ettaro altrove rappresenta una perdita biologica incalcolabile per l’integrità del Parco.

L’illusione della semplificazione e i vincoli europei
L’argomentazione a favore dello scontornamento pecca inoltre di una gravissima omissione per quanto riguarda la normativa europea. Il fondovalle della Valsavarenche è inserito a pieno titolo nella Rete Natura 2000 come Zona Speciale di Conservazione e Sito di Importanza Comunitaria.

Questo significa che, anche nell’ipotesi in cui l’Ente Parco si ritirasse dal fondovalle, il territorio rimarrebbe comunque soggetto alle direttive comunitarie e all’obbligo della Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA) per qualsiasi intervento umano, con la gestione del vincolo che passerebbe semplicemente in capo agli uffici della Regione Autonoma Valle d’Aosta. Promettere ai cittadini che l’uscita dal Parco eliminerà le trafile autorizzative e le verifiche ambientali significa alimentare un’illusione, poiché la burocrazia verrebbe soltanto trasferita da un ente a un altro senza alcuna reale semplificazione.

L’argomento fantoccio sulla presenza dell’uomo
In ultimo, la difesa del Comune fa leva sul classico “argomento fantoccio”, suggerendo che chi difende l’integrità del Parco consideri la presenza dell’uomo come un ostacolo da rimuovere o voglia trasformare la vallata in una riserva disabitata.

Nessuno ha mai messo in discussione l’importanza dei residenti, la cura del territorio svolta dalle comunità locali o la necessità di mantenere vivi i borghi alpini. La vera questione in gioco non è la presenza della comunità residente, bensì l’architettura dei controlli sulla trasformazione del paesaggio. Si tratta di stabilire se l’ultima parola sulla tutela di un territorio fragile debba spettare a un Ente Parco dotato di una visione scientifica d’insieme e di garanzia nazionale, oppure a un’amministrazione comunale inevitabilmente soggetta alle pressioni e alle urgenze elettorali del momento.

Ancora sul “budello” di Valsavarenche ultima modifica: 2026-07-30T05:01:00+02:00 da GognaBlog

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23 pensieri su “Ancora sul “budello” di Valsavarenche”

  1. @ 22
    Caro Bigattone, stai narrando di un novello Reinhold Messner? o di Sbirulino? 
    😀 😀 😀

  2. Secondo me ci vorrebbe più indulgenza.
    Voglio dire, avete qui una delle menti più brillanti che siano passate da questo blog e un arrampicatore di livello superlativo, che ha schiodato delle vie ai Tessari (non so se mi spiego) e l’ha rivendicato con un manifesto che, nel mondo dell’arrampicata, non si vedeva dai tempi del “manifesto dei 19”.
    Mettetevi nei suoi panni: chiunque gli avrebbe steso il tappeto rosso e penderebbe dalle sue labbra; qui invece è stato accolto con qualche battibecco di quelli che sui social si vedono tutti i giorni, ma, soprattutto, con un sonoro “esticazzi?”.
     
    Dev’essere stato spiazzante.
     
    Secondo me, uno del genere, con una vita così ricca di soddisfazioni, a cui di questo blog importa poco o niente, che non pone certo l’arrampicata al centro della propria vita… se continua a intervenire evidentemente ha i suoi motivi.
     
    Personalità di questo calibro meriterebbero interlocutori all’altezza… c’è da apprezzare che abbia ancora voglia di dedicarvi del tempo.
     

  3. Matteo, l’unica cosa evidente qua è il tuo completo annichilimento. Sei passato da galletto del blog a completa nullità. E ho appena iniziato…

  4. Che tu capissi poco era evidente, ma ora sei passato con decisione allo step successivo.

  5. Madonna Matteo,  hai sciorinato il completo repertorio del sinistroide benestante: valuto una posizione, ma anche l’altra, e poi chi sono io per giudicare? Emblema del disimpegno relativista: dite tutto, per non dire fondamentalmente un cazzo. Viva chi è contro l’abuso dei luoghi da parte di gruppi interessati, e non teme di sostenerlo anche con azioni violente. La geriatria dovrebbe essere solo un reparto di ospedale, non la spina dorsale di questo paese decrepito…

  6. Ratman:
    Scherzavo!!!???
    Peccato che chi vuole le “opere strategiche”, i costruttori, non scherza e con l’aiuto delle forze dell’ordine è pronto a sparare sui manifestanti e a creare false flag.
    Tutti quelli che da Nord giornalmente fanno ore di coda al tunnel del Gottardo per venire al mare in Italia e poi tornare a casa abbronzati, sicuramente non sanno che nel 1875 i militari svizzeri non ebbero alcun problema a sparare sugli operai italiani che chiedevano condizioni di lavoro più umane. 4 morti e diversi feriti e poi tutti a lavorare come prima.
    Si opere strategiche, come le piramidi e la Tour Eiffel!

  7. Quello che più colpisce è che chi si erge a paladino del preminente interesse dei “locals” non accetta che detti “locals” possano essere mossi da interessi contrastanti quelli generali e magari pure biechi, miopi o comprati, ma d’altra parte chi si appella sempre agli interessi generali per imporre decisioni spesso dannose o vessatorie non accetta che chi subisce queste decisioni possa avere voce in capitolo.
    Per quel che vale ho un aneddoto a riguardo.
    Quando il sindaco-cognato propose di chiudere il centro di Milano alle auto, tra le voci contrarie, i più assatanati furono quelli di Assocommercianti che vaticinavano rovina e bancarotta per tutti gli esercizi commerciali del centro.
    Quando un decina di anni dopo un altro sindaco (mi pare fosse il legaiolo Formentini) ventilò l’ipotesi di riaprire il centro al traffico, i più fieri oppositori furono proprio i commercianti…
     
    Come spesso accade non c’è il bene opposto al male, il giusto o sbagliato a prescindere.
    Sopratutto occorre diffidare da chi generalizza, estremizza e usa paragoni impropri per polarizzare le posizioni.
    E di chi in realtà non ha idee e vuole provocare per farsi in fondo i cazzi suoi, come i ratti e i fausti

  8. Ratman non sono un ribelle, e nemmeno anarchico, sono una persona che non sopporta le prepotenze. 
    La TAV è un opera strategica? Vedremo come andrà a finire. Per adesso mi pare stiano solo buttando via dei soldi facendo dei sopprusi su le piccole comunità locali.
    Anche il ponte sullo stretto qualcuno dice che e strategico. Peccato che In Calabria e in Sicilia la rete stradale e ferroviaria è medievale. Si costruisce la casa partendo dal tetto. Ma guarda un pò…
    La comunità nazionale è fatta dall’insieme delle comunità locali che sono fatte dall’insieme di individui e non di automi.
    Anche il Vayont era un opera strategica…

  9. @10
    Lo so che tu sei un ribelle, che nel tuo petto brilla la fiaccola dell’anarchia…come diceva il buon vecchio francesco…corre corre la locomotiva, la macchina pulsante sembrava cosa viva….

    Però

    “Richiamare il consenso locale significa compiere un’operazione concettualmente errata: sovrapporre l’interesse di una comunità ristretta alla titolarità di un bene pubblico universale.”

    In val di susa l’interesse di una comunità locale si sovrappone alla realizzazione di una opera strategica

    Tutta l’ideologia nimby ha questa matrice: interessi locali contro interesse generale.

    Però basta fottersene dell’interesse generale, ma con parsimonia, solo quando non è il nostro.

  10. E sarebbe gente cresciuta in anni in cui la collettività aveva ancora un valore, e l’impegno sociale pure. Ma è evidente come il capitalismo e il neoliberismo, con i loro valori dell’individualismo sfrenato, abbiano permeato anche le menti di chi si crede “uno di sinistra”, qualunque cosa questa etichetta ormai significhi nel 2026…riflettete

  11. Chiedere ai locals cosa fare del “loro” territorio significa essere in malafede o idioti, la risposta è scontata

    Questo è ciò che tuttavia propongono i vari Mattei dei Blog, ovvero che siccome ai locali le cose stanno bene, più nessuno si dovrebbe interessare delle questioni legate al loro territorio. Rendiamoci conto del livello di pensiero…

  12. con i buoni sentimenti e giocando pulito non è detto che i risultati arrivino. 

    Perchè vuoi fare il politico?
    Per interesse personale?  Per fare dei favori agli amici? O per il bene della comunità?
    Intanto fai il politico onesto che fa gli interessi di tutti e non di qualcuno. Poi se non ti votano vorrà dire che non ti meritano e vai a lavorare che non è un disonore.
     
     

  13. E’ uno dei problemi della democrazia rappresentativa: i voti bisogna prenderli per governare e oggi prendere i voti e’ una bella sfida perché il “mercato” del voto è complicato e volatile e con i buoni sentimenti e giocando pulito non è detto che i risultati arrivino. Chi ha il fegato per buttarsi in quell’arena fa le sue scelte e ne paga le conseguenze sul breve e sul lungo periodo. Anche noi, da fuori, ci prendiamo le responsabilità delle nostre scente, compresa quella di astenerci dal partecipare alla gara con il nostro voto. Però, come è sempre stato detto da tanti, l’alternativa è peggio e non è detto che le oligarchie siano meglio. 

  14. In questa fase i politici utilizzano il meccanismo del rispecchiamento, non si pongono più come un esempio virtuoso ma inseguono e utilizzano gli istinti che serpeggiano sotto la superficie dell’ipocrisia sociale

    E questo è  buono?
    Io dico di no! Il politico dovrebbe dare la rotta, l’esempio. Se fa quello che più gli conviene per assicurarsi i voti. Non è un politico è una merda di uomo.

  15. L’idea che la cosiddetta società civile sia virtuosa e la classe politica indecente e/o incapace non mi ha mai convinto. Ho la sensazione che alcuni fenomeni siano da molto tempo presenti nel nostro tessuto sociale. In passato i grandi partiti popolari di massa, con tutti i loro difetti, avevano dei fondamenti ideali, anche se spesso di facciata più che di sostanza, ma esercitavano comunque una forma di contenimento degli istinti più “selvaggi”. Alcuni dei loro dirigenti esercitavano una leadership basata sull’identificazione proiettiva, rappresentando almeno formalmente esempi di “virtù’” ai quali ispirarsi. Questo contesto è stato travolto per cause diverse, alcune ancora non ben chiare. In questa fase i politici utilizzano il meccanismo del rispecchiamento, non si pongono più come un esempio virtuoso ma inseguono e utilizzano gli istinti che serpeggiano sotto la superficie dell’ipocrisia sociale. Io sono come te, non ti devi vergognare, anzi io ti legittimo, sei buono e bello:  questo è lo schema dominante. Il fenomeno è ancora più evidente a livello locale, dove c’è meno bisogno di “coperture” ideali e gli interessi di bottega possono emergere senza ritegno. 

  16. Chiedere ai locals cosa fare del “loro” territorio significa essere in malafede o idioti, la risposta è scontata. Strade più larghe e asfaltate, possibilità di costruire case dappertutto, ricerca del confort e del vivere metropolitano, sviluppo del turismo mordi e fuggi. Manca in Italia una cultura dominante che permetta di evitare tutto questo.

  17. I politici ” che brutte creature”, opportunisti e pericolosi, come sempre la storia insegna.

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