Arrampicate prese in giro
di Claudio Maria Cremona
(qua e là, come capita, con un’inedita guida di Pra’ Loop e la struggente favola del Brutto Anatrockolo – Edizioni Improprio – autunno 2009)
Lettura: spessore-weight*, impegno-effort**, disimpegno-entertainment****
Introduzione
Le seguenti paginette sono state trovate casualmente nello zainetto dell’Autore durante l’ennesimo trasbordo di materiali dalla cantina al garage e viceversa, insieme ad alcune calze spaiate, un cordino, del ciungam e avanzi di barrette energetiche. Una sacchetta ancora ermeticamente chiusa è stata consegnata al RIS di Parma.
Grazie al carbonio 14 si è potuto stabilire che il manoscritto risale a un periodo tra sabato e domenica di qualche tempo fa, probabilmente tra un tentativo fallito di alzarsi presto per andare ad arrampicare e l’altro. Macchie di caffè e residui di tabacco indicano che l’Autore compose l’opera nottetempo oppure in attesa dei compagni di avventura alla Metro de la Rustica.
Insieme al manoscritto è stato ritrovato un biglietto di funivia con la stampiglia “alpinista adulto”, cosa che ha scatenato la critica dei filologi più rigorosi. Secondo i quali, adulto può andare anche bene, ma alpinista è certamente esagerato.
Chiunque cercasse un filo logico in questo libretto ha sbagliato pubblicazione. Essa viene data alle stampe (sempre aggràtisse) unicamente per fare un piacere all’entropia che ha telefonato disperata confessando di essere agli sgoccioli con gli argomenti e promettendo di ricambiare appena le cose si mettono in peggio.
L’Autore ha pubblicato negli anni scorsi, con pessimi risultati, un paio di guide di arrampicata nei quartieri romani e una piccola enciclopedia andina. Anche alcuni assegni bancari messi in giro dal medesimo non hanno riscosso molto successo presso il pubblico.
ITINERARI ESCURSIONISTICI
L’inconfondibile cappella del Prataiolo
Dedicato a chi si avvicina per la prima volta al magico mondo della montagna, questo bell’itinerario nei boschi e nelle praterie dell’Elbsandsteingebirge al cospetto di magiche torri di arenaria porta la firma di uno dei più noti e rispettati micologi centroeuropei, Milan Fùnghera.
Sebbene ceco fin dalla nascita, Fùnghera ci vedeva benissimo ed è rimasta proverbiale la sua capacità di individuare i funghi da grandi distanze, soprattutto nei supermercati.
Come a molti noto, la figura di Fùnghera è stata negli anni scorsi al centro di una polemica, concernente il suo ruolo durante gli anni della Cortina di Ferro. Gli si è addebitato, in particolare, di aver tradito alcuni micologi della sua associazione e aver rivelato alle Autorità comuniste un posto sino allora segreto dove trovare porcini a gogò. Tutto ciò per avere in cambio alcune scatolette di caviale Beluga, che – come si sa – non si trovano così facilmente sotto gli alberi.
Ferito da tali malignità, Fùnghera non ha mai voluto rispondere alle accuse e per dispetto è andato a cercare funghi in Francia.
Ha anche cambiato il nome di battesimo (che era Spartak) in Milan, in quanto Olympique Marsiglia gli piaceva ma era un po’ troppo da checca.
L’itinerario porta in circa sedici giorni di cammino alle falde delle torri di arenaria dove si cerca di arrampicare infilandosi in fessurazze prive di ogni ragionevole appiglio, metafora azzeccatissima della difficoltà della vita e della sopravvivenza quotidiana nell’occidente moderno.
Il lungo cammino iniziatico attraverso ciò che resta della foresta primordiale centroeuropea è stato reso ancora più impervio grazie all’importazione di mosquitos canadesi. E’ tuttavia possibile spassarsela cercando di rispondere al noto quiz “quante ce ne stanno in un metro cubo”.
Fare questa esperienza è senz’altro un bel viatico per chi vorrà continuare l’esperienza alpinistica. Soltanto in Cina è ancora possibile fare degli avvicinamenti più lunghi. Molti trovano più gradevole Ferentillo.
Dopo qualche giorno, obliquare a destra. Stando attenti a una fila di funghi velenosi che non portano da nessuna parte, tirare fuori il GPS e sperare che le batterie siano ancora cariche. Giunti a un evidente albero, seguire tracce di sentiero che poi si perdono nell’erba alta.
Se siete in gruppo, cominciate a osservare attentamente come la società moderna si sfalda, le certezze crollano, non si sa più dove andare. C’è bisogno di leadership, ma è un articolo che non si fa più da un sacco di tempo perché gli artigiani non ci sono più. Le famose leadership tedesche le fanno in qualche paese del terzo mondo, quelle cinesi durano mezza giornata e si rompono.
Siete a questo punto nel tratto chiave dell’itinerario, dove cioè le difficoltà non si superano e per definizione non possono essere superate. Vorreste rifugiarvi nel privato, ma è già occupato. Quando disperati vorreste tuffarvi in una jacuzzi di spritz, ecco che in una radura scorgete l’inconfondibile cappella del prataiolo e per facili finferli raggiungete l’uscita.
A pochi passi di distanza potete prendere un altro bell’itinerario sulla sinistra aperto da Bauman, e farvi un bagnetto ristoratore nella vicina società liquida.
FINALMENTE UNA VACANZA “DIVERSA”
Giro vizioso a Pra’ Loop
Chi non ha mai detto in vita sua, almeno una volta, “andiamo a fare un giro”? Nessuno però ha mai detto sinora e a voce alta “andiamo a fare un giro vizioso”.
In verità, un giretto di quel tipo lo si fa, eccome, ma nella più completa discrezione.
Da oggi, invece, è possibile annunciare, a piena voce e rullio di tamburi, senza timori, che un giro vizioso si può fare, alla luce del sole.
E’ una nuova fantastica esperienza, una vacanza davvero diversa dalle altre: fate outing, ingarbugliate il piattume delle vostre esistenze nell’esaltante gorgo maelstromico di Pra’ Loop, da poco entrato a far parte del Patrimonio Mondiale del Non-Esco.
Il pacchetto comprende anzitutto il viaggio di trasferimento, rigorosamente separati dai vostri bagagli e dai vostri documenti, con la compagnia aerea Loopthansa, che mette a vostra disposizione i suoi comodissimi aerei a semicerchio che ci mettono un po’ a volare dritti ma che in qualche modo vi sbarcheranno nei pressi di Pra’ Loop.
La caratteristica cremagliera che gira in tondo vi farà fare un giro e vi scaricherà simpaticamente nello stesso luogo dove siete saliti. Se avete pagato un extra, il giro sarà in orizzontale.
Laceri e contusi, ma già divertiti ed ebbri dell’aria viziata che respirate, raccattando i vostri bagagli sparsi qua e là per la vallata, guardatevi in giro e state attenti ai ladri, soprattutto ad Arsenio Loopin, l’unico malfattore che ritorna sul luogo del delitto e che se vi ha puntato sono allegramente cazzi vostri per tutta la durata del piacevole incubo.
Girate con tutta calma per gli incantevoli scarupi che vi circondano, finché troverete la porta girevole di ingresso al villaggio, sormontata dall’emblema della regione, il divertentissimo cane loop, il cane che si morde la coda.
Una allegra orchestra sinfonica di strumenti a pedale allieterà il vostro arrivo sulle note di “Pierino e il loop”, mentre pensieri contorti e verità nude e crude balleranno per voi la più sfrenata delle loop dance. Personale autistico d.o.c. vi porgerà con un sorriso sovraimpresso il consueto e coloratissimo cocktail di vaffanculo.
Alloggerete nell’accogliente ma squallida Taverna del Loop, dove sarà uno spasso perdersi nell’intricato labirinto circolare che porta all’unica latrina in comune. E che c’è di meglio di passare tutta la notte a decidere come accomodarvi nei rilassanti pagliericci a mezzaluna? Sto fuori colle gambe o col busto? Se non siete abbastanza stanchi e non vi gira la testa, distraete la vostra compagna o compagno e fate una capatina all’attiguo loopanare, la Tana del Loop, dove godrete a incasinarvi con questioni a pagamento.
E ora andate a riposare. Dopo un bell’incubo ristoratore e una colazione a base dei nostri inconfondibili e saporitissimi loopini sarete pronti alla prima gita in programma: il Dente del Loop. Bellissima montagna che potrete ammirare nella luce dell’alba, sfondando il tramezzo del vostro loculo. In sole tre ore di allucinante ma corroborante ravanata vi troverete felicemente al punto di partenza, pronti per proseguire dopo una frugale colazione a base di ciambelline per la seconda e più faticosa parte della gita, che misteriosamente vi riporterà dove avevate iniziato, senza aver guadagnato un metro verso il Dente del Loop.
La seconda gita in programma è dedicata ai boschi e alle foreste intorno a Pra’ Loop. Occhio ai loopi o, come dicono gli americani “Loop Out!”. Il loop non è cattivo di per sé. Se parla umbro è senz’altro il Loop di Gubbio. Alcuni visitatori buontemponi, nei turni di visita notturni, si camuffano da Loop Mannaro. Nel dubbio, non stuzzicateli.
A Pra’ Loop conoscerete tanta gente nuova, farete amicizia con persone incredibili. Vedrete anche dei bimbetti strani coi calzoni di velluto e il fazzoletto al collo, i Loopetti, e non mancheranno durante questa allegramente tragica vacanza dei veri e propri Loop de Theatre, che vi lasceranno a bocca aperta, intestini attorcigliati e idee ancora più ingarbugliate di quando avete avuto questa idiotissima ma stuzzicante idea di venire da queste parti.
E se volete rincoglionirvi in un ambiente altamente professionale, dotato di tutte le più moderne e avanzate apparecchiature e metodiche per un rimbambimento senza ritorno, perché non fermarvi una settimana extra e frequentare i corsi della Loopter, l’accademia che riduce in modo straordinario la curva di disapprendimento, con interventi per nulla invasivi, senza aprirvi la scatola cranica o applicarvi scomode scariche elettriche con quello che costa la luce? Nove rincoglioniti su dieci affermano che a Pra’ Loop ci si inebetisce come da nessun’altra parte al mondo. Molti chiedono la residenza. Qualcuno comincia a fondare dei partiti politici.
Se vedete la televisione già da qualche anno, perché non completare in pochi giorni il vostro affossamento mentale sdraiati mollemente su uno degli orridi di Pra’ Loop? Il nuovo campo da minigolf di lunghezza tendente all’infinito, con le sue celebri buche ricorsive, vi attende.
E ora, augurandoci di avervi presto nostri ospiti, vi lasciamo con il motto della nostra organizzazione: “L’Orizzonte degli Eventi è storto!”.
Per prenotare uno dei nostri pacchetti basta andare camminando in tondo ed entrando dalla finestra in una qualsiasi agenzia di viaggio che non sia troppo semplice e lineare. Si paga esclusivamente con piccole rate che non finiscono mai o a mezzo assegni circolari.
ITINERARI ALPINISTICI
Via del Popolo delle Libertà
Via moderna, esemplificativa della nuova tendenza italiana all’alpinismo bipolare. Sfrutta le debolezze del corpo elettorale centrale concatenando le precedenti vie Moriremo democristiani, Avanzi socialisti, Alleanza colla panza, Briciole repubblicane e il monotiro Nato pensionato. Gli spit sono tutti in lega.
Difficoltà: VI (i numeri romani sono obbligatori).
Via morfologica, riservata a un capocordata piccolino e capace di decidere, possibilmente imprenditore. Gli immediati secondi di cordata devono portare nello zaino il maggior numero di televisioni, private o governative non importa. Dopo i secondi, i terzi di cordata devono tessere le lodi del capocordata, collegandosi ai secondi con le televisioni. Tutti gli altri seguono salmodiando o rimangono all’attacco a guardare la televisione. Solo così la via è regolare.
Il capocordata può fare decreti mentre sale, essendo evidente lo stato di necessità e urgenza di certe situazioni. Nei passi più difficili ed esposti, poi, basta dire una cazzata e si passa.
Avvicinamento: in una cinquantina d’anni si percorrono gli sfasciumi prodotti dal crollo di alcuni antichi pilastri, il Piz del Biacofiòr, la Gusela di Via del Curs, il Paretùn del Bottegùn, si superano pratoni di edera, conflitti di interesse, resti di trincee socialdemocratiche e si perviene all’attacco in corrispondenza di un caratteristico arco naturale a forma di manetta.
Un marcato diedro, detto anche il Codice Penale, offre un’elegante arrampicata su minuscoli codicilli, che consente all’occorrenza di essere parancati da robusti cecchini orobici in attesa di marciare su Roma ladrona sfuggendo così agli assatanati allievi della Scuola della Guardia di Finanza, aizzati da magistrati comunisti e psicopatici. In rinforzo, da Fiuggi giunge all’attacco una seconda cordata che ha astutamente nascosto in un vicino anfratto felpe nere e busti del Duce, scarponi chiodati e manganelli. Il suo capocordata, uso a trastulli subacquei, prova l’ebbrezza delle scarpette da arrampicata e provoca la prima scissione nel suo gruppo.
Fin qui è un IV grado tranquillo. Le due cordate si riuniscono alla selletta cosiddetta delle Elezioni, quota 1994, dove si sosta e il capocordata firma il famoso contratto con i Caiani. Si attacca poi una bella placca, seguendo la linea di Moriremo democristiani, stando attenti alle correnti e alle mosse degli imprevedibili orobici in canottiera che salgono poco lontano.
Passi di quinto sostenuto, con crisi all’altezza di un tettuccio detto del Conflitto di Interessi, che porrebbe fine alla sceneggiata se alcuni cacciatori di camosci di sinistra non aiutassero il capocordata a superare il passo in artificiale (piramide veltroniana).
Con un delicato traverso a sinistra, che – preso dall’altra parte – è un traverso a destra, si raccattano vecchi figuri lungo il tiro ormai semiabbandonato Avanzi socialisti, stando attenti ai portafogli nello zaino. Passi di sesto meno, delicati soprattutto quando si deve controllare continuamente la saccoccia. Posizione a triangolo obbligatoria (una mano sull’appiglio e l’altra alla tasca coi valori).
Con un pendolo ci si connette ad Alleanza con la panza, tiro breve da fare a braccia tese che i postfascisti continuano a definire il tiro del Secolo, ma è ‘na calla. Superata la difficoltà, neanche ci si accorge di aver fatto Briciole repubblicane e si sosta comodamente su un terrazzo con vista sul Quirinale.
Il passo chiave della salita è subito dopo la partenza del tiro. Issandosi su un predellino (A1, facile), il capocordata si accorge che aldilà dello spigolo si sono pericolosamente unite due cordate, una delle quali aveva salito un po’ sulla sinistra Moriremo democristiani e l’altra aveva fatto Dì qualcosa di sinistra, una via un po’ illogica che, scavalcate le macerie di un muro, invece di tirare dritto obliqua a destra fino praticamente all’infinito.
Nel mentre, sparuti sherpa radicali passano da una cordata all’altra senza plausibili ragioni, ma comunque facendo un casino terribile.
Dal predellino, il capocordata si issa sulla placconata terminale (VI) sostenuto dai suoi e dai reduci di Fiuggi (piramide disumana), mentre gli orobici proseguono per conto loro fino in cima.
Per la cronaca, la cordata aldilà dello spigolo non ha lasciato nessuna relazione sulla via seguita, né si è capito ancora per che strada intende proseguire, da sola o assieme al partito dell’Italia dei Fittoni. Il capocordata si è intestardito a procedere da solo, si è infilato in un sacco di guai e dopo un paio di bivacchi demmerda se ne è andato. Circa il grado, si pensa che verrà stabilito con la scala franceschina.
Uto Pija E Porta a Casa
Magnifico progetto di via intravisto e sognato da molti, ma mai realizzato. Gradabile in teoria come EX (exaltante, exorbitante, extraconiugale, ecc.).
La sua linea si sviluppa pochi metri a dx del noto itinerario La Città del Solex vagheggiato da Tommaso Campanella, riparatore di motorini, chiodatore e chiodato degli albori dell’alpinismo calabrese. La Punta Campanella, a lui dedicata, sta da tutt’altra parte, nella Penisola Sorrentina, per un errore marchiano dei cartografi dell’epoca. Se la Campanella suona, la lezione è finita.
Uto Pija e Porta a Casa ricorda il celebre violinista Ughi e pertanto si raccomanda di tentarla assicurandosi secondo l’etica da Conservatorio con opportune corde: da contrabbasso se singole, da violoncello se mezze. Nei tiri iniziali, le soste sono in loco, costituite da robuste chiavi di fa, salvo una, dove la chiave di sol offre peraltro un comodo spuntone da integrare ad libitum del solista. Portare con sé l’usuale dotazione di libri di filosofia delle diverse misure, magari raddoppiando quelli meno pallosi e/o pesanti.
La via si snoda lungo una candida parete segnata da cinque grigiastre cannelures strette e regolari che ricordano i righi di uno spartito. Per leggere le note tocca piegare un po’ la testa, almeno fino al lungo traverso centrale dove per qualche battuta ci si rilassa un po’ almeno nei muscoli del collo.
Merita ricordare i principali tentativi/progetti delle diverse epoche storiche. Dopo un primo inutile assalto da parte di Pitagora, ossessionato dai fagioli, dai gradi e dalla prestazione numerica, ci ha provato niente meno che Platone, ma i filosofi del suo corso, per quanto accademici, non fecero un gran figura: si fermarono subito alla prima sosta, con i guardiani del soccorso filosofico – più sotto – a svillaneggiare quei divini pensatori che nun se tengono. Il tutto fra le risate e lo scompiscio del giovane Aristotele, ben felice di inaugurare il lungo elenco delle sue Categorie con quelle dei “cazzoni”, “banfoni”, “nullatenenti” e “caiani”.
Anche il concetto di “pippa” entra nell’armamentario filosofico dell’occidente, mentre dobbiamo agli Assiri-Babilonesi, che con il loro alfabeto cuneiforme hanno inventato le fessure, l’etimo “blokka!!”.
Anche gli abitanti di Atlantide provarono la via ma furono colti dal temporale e da un’improvvisa mareggiata, dopo la quale di loro non si seppe più nulla ma si continua a scriverne senza neanche chiedere il permesso.
Per gli Iperborei sulla parete faceva troppo caldo, mentre per i Sabei faceva troppo freddo. Alcune sette cristiane fondamentaliste si scannarono al secondo tiro circa la natura dell’autoassicurazione a “Z” di Bonatti. Gli Gnostici tirarono alcuni metri oltre una liscia parete, ma si fermarono di fronte alle ulteriori difficoltà messe lì a caso dal perfido e maligno Demiurgo.
Ritornata la luce dopo un guasto durante il Medioevo, bisogna attendere Tommaso Moro per nuovi inutili assalti. Ripetuti poi nel Seicento, da parte di coraggiosi filosofi della bassa olandese. Il Buon Selvaggio di Rousseau rimase praticamente all’attacco lungo quasi tutto il Settecento perché nun c’erano gli strapiombi a lui confacenti.
Nell’Ottocento Carlo Marx, coi soldi di Engels, provò a raccattare un po’ di proletari da tutto il mondo in una spedizione messa su alla bell’e meglio. Un insuccesso manifesto.
Finanziato da sponsor tecnici tedeschi, Lenin fu quello che più si avvicinò alle placche finali, anche perché pungolato da sotto dalle lance e dalle spingarde degli zaristi. Ma di fronte a un passaggio durissimo si chiese “Che fare?” e a bordo di un treno tanto pieno da costringerlo ad accomodarsi cavalcioni sulla locomotiva fece marcia indietro, spacciando la sconfitta per un successo memorabile.
Sornione Stalin decretò “la Parete in un solo Paese” e per dispetto mise allo spiedo qualche milione di allievi dei corsi CAI colpevoli di non saper arrampicare.
Trotzky, che sognava una arrampicata permanente, fu assassinato a piccozzate per aver teorizzato troppo in anticipo sui tempi la “quinta posizione”.
Mao si stancò della lunga marcia di avvicinamento e rinunciò al tentativo per un bel bagno nel laghetto lì vicino. Nel suo noto libretto rosso i gradi sono tutti cannati. Nel ’68 ci si provò con la fantasia al potere, ma con la fantasia e senza i piedi si sale poco.
Si poteva sperare nel capitalismo, ma l’aumento del costo del petrolio ha reso tutto più scivoloso e la mano invisibile del mercato ha dimostrato che su certe difficoltà nun se tiene manco lei. Neanche i più solidi seguaci del Pangullichismo sono riusciti a intravedere i tiri finali.
Resta il mistero di cosa si trova all’uscita di questa mitica via. Secondo Dante si vedono prima le stelle (scarpette troppo strette?) e infine (la) Madonna. Secondo altri il Sol dell’Avvenire.
Alcuni sono sicuri della pace universale, qualcuno favoleggia addirittura un mondo dove la plastica si leva dalle copertine dei compact disc e dei DVD con facilità.
Entro Pjia e porta a casa
Itinerario altamente termodinamico. Si suda dall’inizio alla fine. La via, inizialmente elementare, si va a complicare movimento dopo movimento, lunghezza dopo lunghezza. Come se ciò non bastasse a farne un autentico “mostro”, caratteristica saliente di questa salita è la crescente difficoltà al crescere del numero degli alpinisti coinvolti.
Paradossalmente, il free solo è relativamente semplice. La solitaria è già un pelo più complessa, perché tocca salire, scendere e risalire. La solitaria con il saccone appresso aumenta ulteriormente le difficoltà. In cordata classica, con due alpinisti, esistono i sottocasi della guida alternata o meno, con livelli crescenti di incasinamento. Con una cordata a tre, la confusione si impenna su scala logaritmica. Con due cordate contemporaneamente si consiglia di attrezzarsi con un buon pc collegato a un centro di calcolo. Oltre due cordate la questione non è più scientifica, ma metafisica.
Falso Piano
Via molto appoggiata, poi verticale e vetrosa, con improvvisi tubi corrugati non facili, immancabilmente svasi. Attribuita al noto architetto, ma è una imitazione.
Tutto Sgombro
III, un po’ unto. Via a filetti con piccole spine inoffensive, consigliata dai nutrizionisti perché ricca di omega-3. La via si trova in commercio anche in comoda confezione scatoletta con apertura a strappo. Poiché è possibile acquistarla praticamente ovunque, è la via più comoda e utile di questo mondo. Potete metterla nella vostra ventiquattro ore o nello zainetto, nel portagioie o nella borsetta, tenerla nel cassetto dell’ufficio, nel cassetto della macchina, nell’armadietto della palestra, nasconderla in un libro da cui avrete asportato l’interno delle pagine, nella fodera della chitarra o nella custodia del sassofono, in una valigia ce n’entrano quanto una falesia intera (a proposito, potete utilizzarla verticalmente, appoggiata o strapiombante) e più scatolette una sopra all’altra fanno una via di più tiri. Sopra il ghiaccio tritato consente l’avvicinamento coi ramponi e la picca.
Due scatolette messe accanto, con un certo angolo, fanno un bel diedro. Una scatoletta messa per lungo sopra un’altra messa in verticale fa un tetto della madonna. Gettando uno spaghetto tra due scatolette distanti si fa la traversata alla tirolese.
Insomma, ovunque voi siate, avete una via a portata di mano. Vi state annoiando? Aprite la scatoletta, scarpette e via. Comodo, no? E adesso la descrizione della via.
Giunti all’attacco e strappata la linguetta (non più necessario quindi lo scomodo apriscatole penzoloni dall’imbragatura) aspettare che l’olio scoli un po’. Cercare un filetto più asciutto (delicato) e proseguire dritti. Davanti è tutto sgombro.
Sgradasso
Itinerario storico di un centinaio di metri su un sasso in Val Prestaziona, perennemente sgradato al ribasso, su roccia instabile e ormai visibilmente depressa.
L’apritore lo considerò prudentemente V perché era già abbastanza per fare il figo con le ragazze, ma anche perché all’epoca c’era il fascismo. I gradi massimi erano razionati, c’erano le sanzioni ed era vietato importare V+, figuriamoci un VI.
Quando ci fu l’Asse con la Germania, fu finalmente consentito di costruire dei VI anche da noi sotto la supervisione delle SS (Sassisti Superuomini), ma non mezzo grado di più, perché la Società delle Nazioni aveva chiuso la Scala Welzenbach una volta per tutte mettendoci i piombini, per paura del revanscismo tedesco, minacciando sanzioni terribili tipo il blocco delle falesie in riva al mare o della Funivia del Faloria.
In America, peraltro, e nonostante il severo proibizionismo, proliferavano i “climbeasy” e si distillavano dei VII di ottima qualità, soprattutto dove c’erano le fessure e ci si potevano nascondere delle fiaschette buone anche per proteggersi.
Mentre Mussolini di ritorno da Cortina d’Ampezzo esclamava a una gremita Piazza Venezia “L’Italia ha finalmente il suo VI+”, in Val Prestaziona stavano per rivalutare lo Sgradasso almeno a VI-, quando perdemmo la guerra in un ghiaione (e non fu mai più ritrovata, fortunatamente). Quei perfidi degli Inglesi ci vennero allora a dire che lo Sgradasso – con tutta la comprensione per una nazione uscita distrutta dalla guerra – era al massimo V-. Per consolarci ci diedero della cioccolata, calze di seta per le ragazze, una manciata di AM-Lire e un po’ di V-disc.
I redivivi comunisti nostrani, stanchi di vie di sola resistenza, per far vedere agli Alleati che ce l’avevano più duro, scrissero con vernice rossa IV+, sicuri che da lì a poco la Cortina di Ferro sarebbe passata da quelle parti e per festeggiare avrebbero rinominato la parete “Sasso del Migliore”, valutandola rivoluzionariamente VII, con tanto di bollo raffigurante Garibaldi all’attacco della via.
De Gasperi ne fece un punto d’onore e riuscì a rintuzzare l’iniziativa dei rossi, celebrando messa sulla cima con Don Camillo e un paio di esorcisti, con il giovane Andreotti ingobbito sotto il saccone del materiale. All’indomani poi della sconfitta del Fronte Popolare, col primo atto che porta la sua firma, De Gasperi decretò che lo Sgradasso era IV, facendo incazzare non poco sia Togliatti che il Primo Ministro inglese.
La rinata fratellanza coi vicini francesi complicò le cose, perché essi prima applicarono le loro strane lettere e dissero che lo Sgradasso era AD-, dopo di che, non avendo di meglio da fare a casa propria, spacchettarono l’itinerario e lo suddivisero in 4a – 3c – 4b – 4a.
Gli americani della vicina base aerea ci fecero sopra qualche voletto e, piuttosto delusi dalla sua facilità, dissero che era un III+/IV-, intraducibile coi loro gradi. E non trovarono fessure per le loro fiaschette di riferimento, salvo una nicchia buona per un boccione da 5 litri. Gli scozzesi ci spruzzarono sopra della neve artificiale per appiccicarci almeno una “M”, ma senza successo. Gli australiani per fortuna non si fecero vedere e ci risparmiammo un’altra scala inutile, quando ce ne servivano di quelle serie coi pioli per ricostruire il paese.
Il CAI della Val Prestaziona protestò vivacemente negli anni ’50 e ’60 per quella miserabile confusione e – nel decennio successivo – per il fatto che qualcuno non saliva più per la via con gli scarponi regolamentari. Con l’aiuto del parroco fu scritta in merito una toccante lettera alla rivista nazionale dell’associazione, che si fregò il francobollo non timbrato dalle Poste.
Giovani in scarpette da ginnastica e colorati fuseaux si fecero presto beffe dello Sgradasso e lo ridussero a un 3c “regalato”, alla greca, da fare slegati dopo una bella sbornia.
Il primo autore di una guida di arrampicata del posto ne fece solo cenno come via “di iniziazione” per deficienti o per anziani con la gotta a caccia di residue emozioni, dandogli un generoso 3.
La guida seguente ne parlò solo per dire che, quaranta metri a destra, cominciava la roba seria. La terza guida parla genericamente dell’esistenza di alcuni itinerari “storici”, senza elaborare più di tanto.
Chi oggi va da quelle parti non può sbagliare: il parcheggio è proprio sotto l’attacco e sopra la pergola del ristoro si può vedere un vecchio chiodo arrugginito. E’ un ottimo punto di riferimento: lì il telefonino prende.
E’ arrivato l’arrow Tino
Attrezzatura necessaria: un megafono. “Se i vostri ramponi hanno perso il filo, se le vostre piccozze non luccicano più, se i vostri chiodi sono arrugginiti, è arrivato l’arrow Tino. L’arrow Tino affila le vostre frecce, le vostre lance, i vostri pugnali, e se i vostri kris malesi hanno bisogno di ricambi, l’arrow Tino ha ricambi per i vostri kris malesi.
Alpiniste, massaje, se il vostro camping gaz fa fumo, l’arrow Tino pulisce il vostro camping gaz … E’ arrivato l’arrow Tino” (la voce sfuma ai piedi del canalone di Vattelappesca)…
Arrampicare su un topic
Nuova disciplina letterario-sportiva nata con l’avvento di internet. Prima di essa, ci si accontentava di salire in montagna dopo magari quattro o cinque ore di avvicinamento, poi si sono scoperte falesie a dieci minuti dal parcheggio, indi direttamente in riva al mare, è iniziata l’era del boulder, da ultimo muri di plastica in pieno centro cittadino.
Con la tecnologia informatica non bisogna neanche prendere la macchina e mettersi delle scarpette da arrampicata. Basta un computer e siamo in parete.
Per partecipare a una discussione, ai tempi, si sarebbe preso carta e penna e si sarebbe cominciato con “Caro Direttore”, “Egregio Presidente”, “Esimio Accademico”… Oggi si accende il pc, ci si collega e si parte subito con un “vaffanculo”, “sei gnokka?” e ci si proietta verso le grandi difficoltà, indipendentemente dalla propria maestria arrampicatoria. Neanche la panza rappresenta un limite, potendosi posizionare la tastiera e il mouse ove si vuole.
Altra differenza sostanziale è quella che nel momento del bisogno si utilizzano locali appositamente dedicati, anziché la più vicina fratta. La tastiera può essere anche appesa al muro per farvicisi delle trazioni.
Insomma, arrampicare è diventato soprattutto uno sport di dita, anche se qualcuno ancora dice che ci si alza prevalentemente col cervello.
Partito preso
Via molto poco discutibile, che può essere facile o difficile a seconda dei punti di vista, dei quali uno prende il sopravvento appunto per partito preso. In sé essa non è proprio di quelle che le puoi solo guardare in fotografia o sulla guida, ci passi sotto e dici, beh, robba forte, ma oggi non me la sento granché, scaldiamoci su qualcosa di più semplice, sono due giorni che non arrampico e non vorrei, e forse c’è quella piastrina lassù che si muove un po’, proprio su quel passaggetto, ti ricordi, magari con la corda dall’alto, perché tanto dalla via vicina, che è un seibippiùmaforsenoèameno, fai un traversino, eppoi quelle nuvole non mi dicono niente di buono, non vorrei, ti ricordi la scorsa settimana, che acqua.
No. E’ una via che si presenta ostica solo per partito preso.
AGGIORNAMENTI ALLA GUIDA ARRAMPICARE NEL QUARTIERE SALARIO
1 – Divieto di arrampicata in Piazza Vescovio dalle 18.00 in poi. Da qualche mese vi hanno preso a nidificare l’uccello appiàuar (Spritzellus spritzellus), il quasi endemico ormai fammendrink (Avis alcoholicus var. mescolatus) e i sempre più frequenti e chiassosi portameisalatini (Crickus crockus sp. Sodicus).
Nel weekend, poi, impossibile comunque raggiungere l’attacco delle vie per le tre file di auto di birdwatchers, lipusuzionati e rompicojoni al seguito che sbarrano l’erta finale dello zoccolo. C’è tuttavia una mezz’oretta prima della chiusura, ormai a notte fonda (portare le frontali) in cui la presenza di tavolini agevola l’accesso alle pareti, rendendo elementare il superamento della crepaccia terminale.
Se tardate questa mezz’oretta, ve tocca la crepaccia terminale, oltretutto unta di pizzette e liquami vari, de notte e al freddo (unhappyhour).
Con le gambe dei tavolini, comunque, si possono organizzare dei fittoni da ghiaccio di emergenza. Portare seghetto da metallo, fresa e guanti da lavoro.
2 – Rifatte le scale di accesso a Via Monte delle Gioie. L’avvicinamento alle pareti viene quindi degradato a E.
3 – Lynn Hill ha scoperto di avere una lontana parente nel quartiere, Prisch Hill, ricca e aristocratica speleologa pagana convertitasi al cristianesimo perché poteva scaricarlo dalle tasse.
ALPINISMO EXTRA-EUROPEO
Visto che tutti si allargano, lo faccio anche io e passo a recensire un nuovo interessante massiccio situato nell’America settentrionale, sulla sinistra dei Prati Fiscali venendo dal Centro, per intenderci.
Papersback Peak
E’ un gruppo scoperto recentemente e valorizzato da avventurosi soci del CAI di Montelibretti, che sono andati in America approfittando del fatto che la carne è forte e il dollaro è debole e, arrivati là, hanno appunto voluto dedicare alla loro ridente cittadina lungo la Salaria questa montagna dalla cui cima si vede benissimo il vicino Mount Round (Monterotondo) e con un po’ di fortuna si riesce a vedere The Cupolon (Er Cupolone), Chateau Madame (Frauschloss o Castelmadama) e Ryan Flamingo (Riano Flaminio).
La prossima apertura di una fermata della linea “D” della Metropolitana renderà ancora più agevole l’avvicinamento, riducendolo a una manciata di settimane. Dopo la fermata Ugo Ojetti, infatti, basteranno una ventina di giorni per arrivare agevolmente ai piedi di Paperbacks Peak.
Tutti e quattro i versanti del monte sono scalabili. Iniziamo dal versante sud. Quello forse più attraente per l’alpinista contemporaneo.
Questo versante offre infatti i dieci migliori itinerari del mese, selezionati in base alle classifiche delle più note riviste del settore. Naturalmente, si tratta di itinerari in tutte le lingue, provenienti da tutto il mondo. Un paio di vie, veri “bestclimb”, stanno lì da un paio di anni.
La parete nord ospita invece soltanto vie storiche e dimenticate. Per informazioni dettagliate bisogna rivolgersi a un commesso presso il locale rifugetto. Costui sa più o meno tutto delle vie storiche ed è un vero piacere fare quattro chiacchere con lui. Per le vie dimenticate, invece, c’è solo – all’uscita della costruenda stazione della Metro – l’ufficio oggetti smarriti, dove forse riuscirete a trovarne qualcuna.
La parete est è percorsa da vie diremmo scolastiche o specialistiche. Molto frequentata da allievi dei corsi di arrampicata, istruttori e guide alla ricerca delle ultime novità. Stranamente, ci sono anche vie in cerca di ripetizioni.
La parete ovest è largamente la più frequentata, offrendo salite per tutti i gusti. Molto ricercati i pochi diedri “hardcover” per la bellezza e robustezza della roccia, in un gruppo che non brilla certo per graniticità della materia prima.
Tra i settori della ovest, si segnala – per i ragazzi – il settore “Fantasy”, dove simpatici mostriciattoli sbucano improvvisamente da grotte e fessure, nanetti rompicoglioni danno grandi mazzate sulle dita, sorcioni sgusciano tra le scarpette, orchetti segamuniti minacciano di tagliare la corda e maghi rimbambiti si addormentano mentre fanno sicura. Il tutto in 3D.
Il settore “instant climb” offre itinerari di bruciante attualità che durano al massimo un paio di mesi, dopodiché vengono imballati e spediti alle falesie di seconda mano o al “Reclimbers”.
Il settore “Ultim’Ora” è un po’ pericoloso, perché mentre sei lungo la via, l’itinerario ti cambia improvvisamente sotto i piedi.
A chi piace un ingaggio più serio e ama farsi ogni sera una scalatina prima di prendere sonno, oppure deve ammazzare il tempo durante un viaggio in treno o alle Poste, il settore “Narrativa” offre un’incredibile varietà di itinerari. Alcuni dei quali di indubbio valore (come ad esempio Cent’Anni di Solitudine, che prevede alcuni bivacchi), mentre per la maggior parte si tratta di autentico ciarpame messo su da chiodatori da quattro soldi. Spit sottratti all’agricoltura.
Itinerari classici occupano un bel pilastro al centro della Ovest. Tra le vie più gettonate del settore, si segnalano dall’800 avanti Cristo in poi:
– Odissea, bellissima avventura tracciata da un ceco, che si apre con il rogo del Rifugio Margherita, dato finalmente alle fiamme dopo un decennale assedio. Il capocordata, dopo questo primo tiro, vorrebbe tornare a casa, dove ha saputo da un sms che i proci falesisti stanno insidiando sua moglie.
Costei, durante i tiri successivi, resterà alla base della via sferruzzando un paio di calzettoni di lana più lunghi di un rotolone Regina. Una tempesta spazza via la cordata, il cui capo si trova ignudo dalle parti del Mozzarellaro, ai piedi della falesia dei feaci, anch’essi falesisti, ma placchisti e quindi buoni per definizione. Al re dei placchisti il capocordata racconta le meraviglie del grado (terzo tiro, difficile). Poi si invaghisce di un’allieva del corso di arrampicata, che in realtà è una maga e sostiene, in parte a ragione, che gli istruttori sono tutti dei porci.
Il capocordata, nel tiro successivo, beve uno spritz magico che gli fa dimenticare il passato. Ma una sassata da una cordata soprastante lo fa risvegliare. Sesto tiro: descrizione del caschetto del capocordata. Settimo tiro: grazie ad alcuni sponsor, il capocordata riesce a rimettere su una spedizioncella, ma un gps tarato male lo porta in un’isola abitata da pastori assai villani che non consentono l’accesso alle pareti. Trovato un grottone, il capocordata si crede al riparo, perché fuori piove. Ma a parte la puzza nauseabonda, le vie non sono un granché. Il climber custode della grotta, un omone da strapiombo con un occhio solo, viene accecato dal capocordata senza avere il tempo di rifilargli una copia della guida del posto. Incazzato nero gli grida “Ma che te credi de esse? Nun sei Nessuno!”. Al che il capocordata risponde: “Questo lo dovevo direi io, cazzone!”.
Si scatena l’ennesima tempesta contro il capocordata, che trekkeggia ormai esausto tra la Prima e la Seconda Spalla, dove lo attendono le temibili sirene. Nel decimo tiro, il capocordata si lega a uno spuntone per udire il canto delle sirene che lo invitano a fare con loro il Canale Sivitilli (difficilissimo). Il nostro resiste e, superata la difficoltà, affronta il muro finale del ritorno a casa. Con un pendolo sui calzettoni fatti dalla moglie, irrompe nella sala del banchetto dove i froci falesisti come al solito gozzovigliano. Fingendosi un povero principiante e approfittando della loro ubriachezza, sale le vie togliendo gli spit uno a uno e infine sfida gli impostori a una gara. I proci falesisti verranno eliminati uno dopo l’altro e finiranno in un bagno di sangue. Il dodicesimo tiro vede finalmente la moglie e il capocordata insieme (elementare), ma mentre lei già si immagina di eccetera eccetera, lui è già col pensiero oltre le Colonne d’Ercole, dove si favoleggia ci siano delle pareti eccezionali.
Il tiro di uscita è drammatico. Lui è lì che indugia su un passetto, col pensiero già a Yosemite, e lei, un metro più giù che recita il famoso verso: “Omero vabbè, ma checcazzo, pe’ Cristoforo Colombo ancora ce ne vo’ de’ tempo!”.
– Eneide, altro magnifico viaggio immaginato da un bassaiolo per glorificare la discendenza divina di un presidente del CAI. Il protagonista sopravvive e sfugge all’incendio del Rifugio Margherita. Scappa dall’altra parte del capocordata dell’Odissea. Essendo imparentato con un Accademico del CAI, pensa che gli elementi non si rivolteranno contro di lui. Ma la montagna è severa e strappare una sufficienza è già un successo. Tempeste, naufragi, le peggio cose caratterizzano i primi tiri a piacere. Sbarco ignudo un po’ più giù del Mozzarellaro, più o meno all’Arenauta. Incontro con maga anche per lui (arrampicata plaisir). Ma la lotta con l’Alpe lo richiama al dovere. Grande delusione nello scoprire che nella futura città eterna ci sono solo palestre e una squallida cava nerastra a Ciampino (difficile da digerire). Duello con il local di turno per la supremazia. Il nostro, raccomandatissimo, vince e comincia a riempire di segnavia bianchi e rossi la strada che porterà l’Urbe all’Impero.
– Amleto. C’è della roccia marcia in Danimarca. Il principe è sempre in dubbio se salire o non salire. Resta con un friend del 5 in mano e continua a interrogarsi per tutta la stagione (non facile da interpretare). Il suicidio è evitabile traversando a destra fino alla sosta di Macbeth (attenzione però alle foreste che camminano).
– Faust. Dramma dell’uomo tedeschissimo che vende la sua anima a un diavolo di francese per fare il seibì a vista.
– Guerra e Pace. Si attende pazientemente che finisca l’assedio a Mosca. Appena si mette a nevicare si può andare alla sosta del Dottor Zivago, senza zivagare troppo sennò ci si ritrova sul difficile Centomila Gavette di Ghiaccio. Se si è fuori via si è sull’Idiota, e allora conviene guadagnare in fretta L’Arcipelago Gulag della Capanna Vallot. Se la temperatura scende c’è sempre Il Cappotto. Appena ritorna la primavera, scrollatevi di dosso I Demoni residui, attaccate subito Il Giardino dei Ciliegi e uscite in vetta per imponenti ma facili masse.
– Gli Arancini di Montalbano. Terminati i Vespri Siciliani, si comincia a vacabbuniàri pi calanne e lavanche pi trovari l’attaccu (difficile avere informazioni). Nel primo tiro ci si arraminchia su cazzuliddi unti e fitùsi fino a un muntarozzu dove si sosta. A destra di un evidente pirtùsu parte una fessura camurrusa, per vincere la quale occorre nzirtari i movimenti giusti. Poi, su placche ci si alza a zichi-zachi fino a jùnciri a un tirrazzinu pieno di zoddari fitusissimi. Allestiri una sosta senza scafazzarisi le dita e integrare con lazzu su cacioppu. L’acchianata si face verticale e occorre chiantare i chiovu, non facili. Appizzarisi per superare in artif. il tettuzzu sporgenti e accanzare la cima.
Sulla destra, il settore “Saggistica” si presenta intrigante, ma complicato, con molte vie di sinistra che spingono coi gomiti per stare più a sinistra delle altre.
Anche qui il ciarpame di qualche sprovveduto non manca, ma le vie sono generalmente belle e interessanti. Purtroppo, l’interdisciplinarietà galoppante ha fatto sì che gli itinerari una volta così ben netti e definiti oggi siano attraversati e intersecati da vie che inducono a volte nel completo smarrimento persino l’alpinista più esperto.
E’ vero che una via non è una fila di capitoli, ma qui si sta esagerando.
Prendiamo ad esempio una qualsiasi via sull’esistenza o meno di Dio. C’erano un paio di belle vie aperte da un certo Abelardo e da un Tommaso aquinate. Oggi si preferisce partire dalla via Big Bang, traversare alla sosta di Da Zero a Infinito, salire un tiro di Microbiologia, quello cogli appigli piccoli piccoli, perdere ogni certezza passando per la fessura di Goedel, farsi tutte le Placche della Metafisica sperando in dio, assaggiare il Tetto della Relatività e salire per facili encicliche alla vetta, evitando l’incerto Tiro di Pascal, aleatorio e sprotetto.
IL BRUTTO ANATROCKOLO
Dedicato ai più piccini (favola morfologica)
Guardava il figliolo giocare vicino al laghetto. Così, tutti i giorni. Da un sacco di tempo. Sconsolato, preso il coraggio a quattro mani, si rivolse alla moglie e mormorò: “Mama, quel bocia lì non sarà mai una cima!”.
Mamma Montagna rimase di sasso. Poi cominciò a singhiozzare e a tremare tutta, rovesciando un fiume di roccia e detriti sugli eleganti canaloni che ne ornavano le pendici.
Babbo Monte si pentì subito di quello sfogo e cercò di consolare la moglie, ma lei era un fiume in piena di lacrime e sfasciumi. Singhiozzando, la donna balbettò tra una scarica di sassi e l’altra: “Cosa sarà di lui, bel fiolìn. Non avrà un nome sulle cartine topografiche come lo hai avuto tu, il tu’ nono, e tutta la famegia da quando sem ussiti fora dal màr. Forse, se va bèn, resterà una quota qualunque. Che tristessa!”.
“Eh, sì, son preoccupato forte, cara mama” ammise Babbo Monte. “Doveva capitàr prima o poi, x’è la statistica. Ma lu proprio non se applica. Sempre lì, a giocar con laghetto, quel monazza de laghèto che tutti vegnon a far le foto perché è blu e i dice, belo il laghèto!, varda che colòr che ‘l g’ha, e i non sa che è tutta colpa del Vernel che ti usi quando fai il bucato… Son proprio preoccupa’, mama. Ho paura, tanta paura, che il fiolìn nostro non riussirà mai a farse una posissiòn solida, stabile. Che se dovrà accontentàr a far delle cosette, ad arrabbattarse, a piegarse a far la paretina a tempo determinato un po’ qua e un po’ là… Cara mama, son proprio demoralisa’. Ndove è che g’avemo sbajà? Ma poi, lu non parla quasi mai, sta lì muto. Gnente. Brutto mestièr, quello del genitòr.”
“Non ti conossevi qualcùn all’Ente Parco? Per farlo inserire almeno in un ‘Sentiero Natura’? Così, per cominciare. Tanti i fa i camerieri, anche all’estero. In un Sentiero Natura starebbe già meglio, o no? Oppure quel siòr del Dolomiti Superski, ricordi?, per fargli arrivar almeno uno skiliftino… Ah no, ancora meglio, babbo, ho trovato! Su quel bel teston che ‘l g’ha, non ce lo vedi un bel bivacco? No, eh?”.
“Son tempi duri, durissimi, mama”.
“Eppure”, insisteva lei, “el g’ha quel bel diedrìn, che se fosse ancora vivo il Greco…” “Sempre a far la civetta!” borbottò il marito.
“E quei due bei tetti” insisteva la moglie, “che nianca la sorella i g’ha così bei!”.
“Andiamo a parlàr col nonno” tagliò corto Babbo Monte, col magone nel cuore. “Lui è saggio e, nonostante l’altimetria avanzata, forse il vede più lontàn de noaltri”.
Il nonno se ne stava orgogliosamente per conto suo, senza nessuno fra le scatole, non più dritto e imponente come una volta, ma coricato e con un grosso gobbone sulla cresta, dove adesso passava – offesa! – una via ferrata.
Con chi gli chiedeva come si sentisse, il vecchio cominciava a lamentarsi, borbottando e scaricando qualche grigio pietrone. Era una litania quasi peggiore dei suoi interminabili racconti sulla prima guerra mondiale, durante i quali si infervorava e cominciava a manovrare enormi massi nella pietraia dicendo questi son gli italiani e questi sono i crucchi, l’inverno era terribile e scarsi gli approvvigionamenti. Ma adesso si scagliava contro dei tipi che – a suo dire – lo perseguitavano da millenni, ce l’avevano con lui, l’avevano preso di mira e in pratica lo avevano rovinato: “Signora Pioggia! Signor Gelo! Signor Vento! Messer Ghiaccio… Che siate maledetti, voi e quel distintivo che portate con tanta baldanza sul petto: “AGENTE ATMOSFERICO”, ma andate a remengo, ‘ssassini, vardate come mi avè ridoto, che per salirme sopra non gh’è rimasto niente de più difficil de la via normàl… E poi ‘sta ferratina de merda che se li piglio quelli che m’han ciodà e meso ‘e corde de fero… manca solo un bel pannolòn, magara de goretex, eh?…“.
Quando vide il figlio e la nuora avvicinarsi, il nonno tornò subito di buon umore. Gli piacevano le visite e quelle di Babbo Monte in particolare, perché ne era stato sempre molto orgoglioso, fin da piccolo.
Si rabbuiò un po’ quando capì che l’argomento era il nipotino. Non gli garbava più di tanto, mentre andava completamente matto per la nipotina: “Non g’avrà i tetti del fratèo, ma con tutti quei bombè e quegli svasi deliziosi, x’è un piccolo ca-po-la-vòr”.
Con grande attenzione, tuttavia, si dispose il nonno ad ascoltare le accorate parole di Babbo Monte, accompagnate dai flebili sospiri e dalle scarichette di sassi di Mamma Montagna. Quando il figlio ebbe terminato, il vecchio si rinchiuse per un attimo in un nuvolone scuro e minaccioso. “Lo vedi, e adesso?” piagnucolò la nuora, che conosceva le sfuriate del suocero.
Ma subito tornò a splendere il sole. “Dovete aver pasiensa” fu la sentenza. “El fiolo è un buon fiolo. Lo so, non g’ha voglia de studiàr, sta sempre a trastullarse, el g’ha la testa, anzi, il testùn, fra ‘e nuvole. Ma dovete darghe fiducia. Tanta fiducia, tanta che se non ce ne avete abbastanza, ve ne presto un po’ io, lo sapete che in tutti questi anni ne ho messa un po’ da parte, non si sa mai com’è nella vita.” “Dovete credere in lui”, proseguì. “Che non sarebbe mai diventato un ottomila el se sapeva già in partenza. Magari avete sperato in un quattromila, dite la verità! Ma voi leggete troppi libri e ve fate rincoglionìr da la television. No, è inutile farse illusioni. Oggi è già dura un tremila, figurarse! Ma dàmoghe tempo, ‘scolteme. Spettèm ‘sti do o tre miliòn de anni e vedarìa che el cambierà, che el se farà. E’ un bravo puteo. Non come la sorèa, ma niente da dìr. Ripeto, no, un tremila no, ma come dice il proverbio, nella piccola botte…”.
Babbo Monte e Mamma Montagna ringraziarono il nonno e si congedarono, con una nuova piccola speranza nel cuore. Bastava ‘spetare. Un ultimo singhiozzo della mamma fece venir giù un masso grande quanto un palazzo che andò a schiantarsi con grande rumore e fumera sul fondo valle. Ormai vicini a casa, la loro attenzione fu attirata da un brusìo che veniva dai pressi del laghetto.
“Cossa ghe s’è, babbo?” chiese ansiosa la mamma.
“Bòn, turisti, tanti. Però… che strano!”.
“Strano cossa?”.
“I me pare diversi dal solito”.
“Oh Madonna mia. Diversi?” “I scarpùn. No i g’ha i scarpùn coi ciodi o i scarpùn col Vibram. Mah, strano. Eppoi, varda come i x’è vestii. No i g’ha i pantaloni con lo sbuffo, alla zuava. Va bèn che la zacchetta de velluto non se porta più, ma per venìr a far la lotta con l’Alpe, ziobonìn, un po’ de decoro. I x’è cussì stretti quei pantalòn, che non so come i pode alzar la gamba, eppoi che colori, ma cossa è, il circo? Astu mai visto il circo a duemila metri? Strano. Molto strano.”.
“Marìa che scarpe che i g’ha! Varda varda! Ma i x’è strumenti de tortura che nianco a Venessia i si usava! E i fa tutta sta strada e i sale su sta merdazza de pietrai, e i suda e i fatica per poi farse male così ai pìe…”.
Mamma Montagna si apprestava a dedicarsi al quotidiano bucato col Vernel alle nuvole che cominciavano a pascolare lungo i suoi fianchi.
“Mama, vien qui! De corsa!” la chiamò Babbo Monte.
“Oh Madòna”.
“Casso, son io che non ci vedo più bene, o quei buffi tizi laggiù stan rampegando sul nostro fiolìn?”.
In breve il fiolìn, il putèo, fu sulla bocca di tutti e sotto mani e piedi dei più bravi. Bastarono due numeri di riviste specializzate e il bocia che giocava col laghetto era diventato una delle pareti di arrampicata più famose del mondo.
E vissero tutti felici e con tanti chiodi a espansione.
E PER FINIRE, UNA MODESTA PROPOSTA
Ujaa Ujaa Alalà = Scala delle difficoltà nelle risse in libera, graduata con numeri romani.
I = Elementare, cinque contro uno. L’uno scappa.
II = Occasionalmente, sempre cinque contro uno, si mettono le mani sull’avversario.
III = L’avversario comincia a essere grosso e abbastanza verticale e si è tre contro uno.
IV = L’avversario è verticale e offre pochi appigli. L’esposizione agli sganassoni aumenta.
V = Due contro uno.
VI = Uno contro uno. Il grado classico.
VII = Uno contro due, dei quali uno è strapiombante o liscio liscio.
VIII = Uno contro tre. Via di resistenza e continuità.
IX = Uno contro quattro. Appigli aleatori, appoggi quasi inesistenti. Utile un paradenti.
X = Uno contro cinque. L’uno scappa.
Quando si usano mezzi artificiali nell’aggressione, si applica la seguente scala:
A0 = si usano i capelli dell’avversario per superare i passaggi difficili.
A1 = si usano spranghe.
A2 = si usano ganci e gancetti.
A3 = l’avversario viene trapanato in più punti e si usano i suoi denti per la progressione.
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Addio Claudio, è stato un piacere e un onore dapprima leggerti e poi conoscerti. Grazie!