Atterraggio in vetta al Monte Bianco

150 piloti di parapendio hanno realizzato il loro sogno: atterrare in cima al Monte Bianco.

Atterraggio in vetta al Monte Bianco
a cura di rocktheoutdoor.com
(pubblicato su rocktheoutdoor.com il 27 giugno 2019)

Mentre gli atleti del Red Bull X-Alps soffrivano il caldo nel sud della Francia, non riuscendo nemmeno a tenere il volo, 150 parapendii, decollati da Plan Praz, sono atterrati sulla cima del Monte Bianco.

Rock the Outdoor ha raccolto testimonianze di questa giornata che rimarranno memorabili negli annali del volo libero.

Da leggere assolutamente, lo sfogo di Antoine Girard molto arrabbiato di fronte ai piloti che hanno rischiato la vita quel giorno: “Il mio sfogo non è per incolpare alcuni piloti ma per allertare. Voglio solo che i piloti siano consapevoli dei rischi in modo che possano stimarli».

Foto: Stéphane Boulenger
Foto: Bertrand Chol
Foto: Roland Wacogne

Plafond a oltre 5500 metri!
Il giorno del 26 giugno era stato annunciato torrido. Alcuni hanno cercato di “coprire la vicenda” nei giorni precedenti per evitare l’afflusso eccessivo a Plan Praz, ma soprattutto in cima al Monte Bianco. Ma, secondo i rapporti, sono stati 300 i piloti che si sono ritrovati là. Per chi non è esperto di voli in alta quota si è trattato di sfruttare l’occasione delle condizioni eccezionali previste, e per i piloti preparati di cercare di raggiungere con questo mitico volo la vetta del Monte Bianco e, perché no, di atterrarvi.

Prudenti o meno, addestrati o poco meno, circa 150 piloti sono atterrati sulla cresta. Certo, alcuni hanno avuto delle difficoltà, ma la vetta a fine pomeriggio era seriamente congestionata (vedi i voli dichiarati al CFD).

Una giornata eccezionale, magica… ma alcuni piloti erano lontani dall’immaginare tutti i rischi che correvano posandosi sul vertice. Molti se ne sono resi conto atterrando e decollando miseramente. Non è perché ci muoviamo bene su un pendio erboso che sapremo padroneggiare l’altro universo, quello delle alte montagne. Per atterrare così in alto è necessario essere attrezzati e avere esperienza d’alta montagna. Fortunatamente per loro c’erano anche istruttori e guide di alta montagna…

Qui sotto il volo di Denis Cortella, Max Jeanpierre (Kortel Design) e Julien Serré. Denis ha posato perché era equipaggiato e aveva un equipaggiamento  piuttosto leggero e facile mentre Max è rimasto in aria perché volava con un’ala e una selletta (imbracatura, NdR) da competizione.

Qui sotto, il volo di Nicolas Plain

L’atterraggio in cima al Monte Bianco di Ludovic Maitre

L’atterraggio è rischioso. E riuscire a ripartire ancor più
L’atterraggio in alta quota non è da prendere alla leggera. Già, devi sapere come posare correttamente su un ripido pendio. E saper valutare i rischi di atterraggio sulla neve (molle, ghiacciata…). Solo gli esperti possono fare queste valutazioni. Deploriamo la morte di un pilota che, secondo il Dauphiné Libéré, ha sbagliato il decollo e sarebbe poi atterrato sul versante italiano troppo basso sul ghiaccio. Porgiamo le nostre condoglianze alla sua famiglia e ai suoi cari.

E, una volta atterrati, se le condizioni non consentono il decollo, il rientro può essere fatto solo a piedi: da qui l’obbligo di essere attrezzati (scarponi da montagna, vestiti pesanti, coperta di sopravvivenza, acqua, barre energetiche….). Abbiamo visto un pilota calpestare la neve in infradito ma, in verità, era molto ben equipaggiato (le aveva portate per scattare una foto in relazione al grave problema del riscaldamento globale – guarda il video di Nicolas Plain che tratta questo argomento di seguito). Ma quanti piloti erano davvero ben equipaggiati?

L’atterraggio in cima al Monte Bianco di Lawrence Olry
Lawrence, 29 anni, è di Labaroche (vicino a Colmar 68). Pratica da 10 anni ed è istruttore presso la scuola Cumulus (Oderen 68) da 4 anni.
https://www.facebook.com/100008265076256/videos/2419540571664755/

Roland Wacogne, che vive nell’Eure (vedi il suo volo), sapeva delle condizioni previste e dalla Normandia ha fatto il viaggio apposta. Ha tratto la seguente lezione: “Non atterrare lassù a meno che non sei sicuro di poter decollare di nuovo”. Pensavo di non poterlo fare. Con l’altitudine, la fatica, l’ala da competizione pensavo di non poterlo fare. Grazie a chi mi ha aiutato, senza di loro me la sarei vista brutta perché non ero attrezzato per tornare giù a piedi“.

A causa della mancanza di vento, molti piloti hanno avuto difficoltà a decollare, essendo la neve un nuovo parametro da tenere in considerazione. Fortunatamente hanno potuto beneficiare dell’aiuto di una dozzina di piloti professionisti che hanno aspettato il decollo di tutti i piloti prima di fare il loro turno: “Ero esausto ma ho preparato bene la vela, e quando ero quasi pronto, Michel Cervelin, un noto istruttore in Marocco, mi ha aiutato. Questo mi ha rassicurato molto, soprattutto dopo aver visto uno o due che avevano abortito il loro gonfiaggio”, testimonia José Rouzaud“Quindi sapevo che se ci fosse stato qualcosa mi avrebbe fermato.’È ben montata’, Michel mi ha detto, ‘hai una vela bellissima, vai ora!’. Sono decollato davvero bene!(vedi la sua storia sotto)”. José ha preferito non ritardare: “Non sono andato in giro a perdere tempo, ho fumato una sigaretta, ho dato della coca cola a qualcuno che era stanco, sapevo che non avrei dovuto aspettare troppo a lungo. A questa quota, se le condizioni sono buone, devi andare”.

Immaginiamo infatti che molti piloti abbiano attinto molto dal proprio capitale mentale: decidersi, salire, immaginare una buona rotta, gestire un volo in alta quota (relax, respirare…) e concentrarsi per garantire un atterraggio corretto e non troppo male davanti alla tribuna degli spettatori… Come esserne sicuri in quella insolita situazione, magari dopo aver esaurito tutte le tue riserve psichiche?

Simon Adam, Cousinet Sylvain, Théo Bouniol con Antoine Girard (in giallo), il registratore di altitudine in parapendio (oltre 8000 m in Himalaya). Foto: Théo Bouniol (giacca OZONE)

Il volo sul Monte Bianco non è un volo banale
Il volo sul Monte Bianco è riservato a piloti ben addestrati, con sufficiente esperienza in alta montagna (in volo e a piedi). Chiunque in quell’occasione avesse fatto quel volo per la prima volta, oggi ne è certamente consapevole.

Alain, sorpreso dalla disinformazione e incapacità di alcuni piloti in questo tipo di volo, ci ha inviato questo messaggio: “Il volo è stato facile quindi non un’impresa, ma credo che sarebbe bene scrivere un articolo completo senza polemiche sulla prevenzione dei pericoli in questo tipo di volo: attrezzatura da utilizzare nel caso in cui sia impossibile riprendere il decollo, preparazione fisica minima da avere, se non altro per rimanere lucidi dopo diverse ore trascorse a più di 4000 m di quota. Sono rimasto sbalordito nel vedere i piloti lanciarsi molto bassi sul versante italiano in un’area che sembrava impegnativa, virare in ogni direzione in 50 nella termica e con un pilotaggio approssimativo.

Poi c’è stato quel drammatico incidente (vedi l’articolo su Dauphiné Libéré) di quel pilota che era troppo in basso e che è scivolato sul ghiaccio: certo, in questi casi, come sempre, si dice ‘non deve succedere mai più’… Se facessimo di tutto per evitare che accada di nuovo, forse eviteremmo le tragedie e i divieti che sono già all’orizzonte; e forse daremmo un’immagine più seria della nostra attività“.

Certo occorre scriverne, ma nulla sostituirà uno stage con istruttori di guide di alta montagna per adeguare i piloti a questo tipo di volo (es. Cime et CielAlpwind…)

Comunque in seguito è stato vietato il volo intorno al Monte Bianco (luglio e agosto), per non interferire con i servizi di emergenza durante il periodo estivo.

Lo sfogo di Antoine Girard
Troppi pochi piloti erano consapevoli del pericolo, un vero miracolo che ci fosse una sola morte (che è già troppo).

Sono atterrato in cima al Monte Bianco 4810 m, il tetto d’Europa, con tanti amici e parte della famiglia dei piloti! Giornata fantastica che, per me, è stata rovinata da tante persone incoscienti; troppo stress a vederli e rischiare così tanto le loro vite.

Ho una certa esperienza dovuta al mio passato nella gestione del parapendio in quota e dell’alpinismo. Ho imparato molte cose lì attraverso le mie diverse spedizioni. Ecco cosa mi ha davvero spaventato.

Il primo problema è l’ipossia: ti senti subito Superman e il tuo livello di pensiero è al minimo (un po’ come per l’alcol). Il processo decisionale della ragione è fortemente compromesso. Risultato: gli atterraggi sono catastrofici. Non parlo di chi ha craterizzato la neve sul tratto piano sommitale, o di chi è atterrato con il vento o di chi è rotolato nella neve.

Parlo solo di chi si è messo davvero in pericolo, di chi ha mancato l’atterraggio in cima e che, invece di andare a cercare la termica che sale a 5500 m per provare ad atterrare di nuovo correttamente, ha preso la decisione di atterrare a tutti i costi! All’improvviso si sono schiantati a 10, 30 o 50 metri, anche 100 m, sotto la vetta in mezzo ai crepacci su pendii ripidi e senza alcuna attrezzatura o esperienza alpina! Devono la loro vita solo al fatto che la neve era particolarmente soffice per impedire loro di scivolare.

Sotto la vetta… con qualche centimetro in meno di neve o un po’ meno consistente, sarebbero morti tutti!

La neve era perfetta ma non era possibile conoscerla prima dell’atterraggio.

Molti sono rimasti paralizzati una volta atterrati, impossibile muoversi o risalire senza rischiare di cadere su quel pendio. Fortunatamente le guide erano in cima e hanno trascorso diverse ore a fare i soccorsi a rischio della loro vita.

Non metto in causa coloro che hanno avuto la presenza di spirito di scendere a terra 50 m più in basso sulla cresta sud che era senza rischi. La foto parla da sola…

Atterrare in cima a tutti i costi ha perdonato molto questa volta, ma è abbastanza raro in montagna.

Una volta arrivato, devi ancora essere in grado di decollare di nuovo! Credo che più del 50% dei piloti non fosse consapevole della difficoltà di decollare a quasi 5000 metri.

È difficile correre a 5000 metri e ancora più duro con la neve morbida. Per ovviare al problema, è necessario o avere un margine sufficiente di abilità tecnica in parapendio con attrezzatura adeguata (vela e imbrago leggero che consente di essere molto più reattivi), o avere l’attrezzatura e avere le capacità per scendere a piedi.

La fase di decollo è stata cruciale per molti piloti, molti avevano bisogno di assistenza per arrivare al decollo e altri se la sono cavata con nient’altro che un miracolo gettandosi nel vuoto. Non parlo di chi ha fatto due o tre tentativi prima di decollare in sicurezza, ma di chi si è buttato nel vuoto senza alcun controllo. Ne ho visti diversi, le vele completamente storte, buttarsi sui ripidi pendii… Ancora una volta sono state le guide a limitare i danni andando a cercare gli incoscienti per aiutarli a decollare.

Non lasciatevi ingannare dalle immagini, il lato rassicurante! La maggior parte dei piloti era sia preparata con attrezzature adeguate sia aveva un margine di livello per essere sicuri. Nessuno dei piloti che abbiamo visto in ciabatte e pantaloncini in cima aveva volato con quel materiale! Avevano quella roba per scattare foto a denuncia del riscaldamento globale (se fosse stato più facile, si sarebbero portati anche l’ombrellone e l’asciugamano!)

Antoine Girard sta approcciando la vetta del Monte Bianco

La maggior parte dei piloti aveva il livello o l’attrezzatura necessaria ma un buon terzo non c’entrava nulla in cima al Monte Bianco e, soprattutto, troppi piloti erano ignari dei rischi reali. Alla fine è andato tutto molto meglio di quanto si poteva pensare: un unico incidente mortale. Ma è un incidente di troppo che mi rattrista profondamente. Le conseguenze della giornata avrebbero potuto essere molto più pesanti.
Sono contro tutti i divieti e, di conseguenza, non posso sostenere la scelta di vietare le pose sul Monte Bianco… Sono per la consapevolezza di ciascuno con una consapevole responsabilità personale. Ma, sinceramente, quando vedo l’ignoranza di tanti piloti, mi spavento e capisco questo divieto. È triste vietare una cosa così bella a causa di una minoranza di piloti. Forse dobbiamo lavorare di più sulla prevenzione? Non lo so, ma l’atterraggio a tutti i costi di troppi piloti mi fa venire i brividi.

Nella mia ultima spedizione, il volo sull’Aconcagua 6962 m, volevo atterrare in cima. Alla fine non l’ho fatto perché sentivo che il mio margine di sicurezza era troppo basso.

Eppure quella vetta è ampia, piatta e i decolli possibili da tutti i lati. Rispetto all’atterraggio di molti piloti sul Monte Bianco, avevo un margine più che comodo! Ma dovremmo rischiare la nostra vita per il nostro ego? Bisogna essere davvero egoisti! Cosa pensare dei soccorritori che rischiano anche loro, delle famiglie che avranno ferite irreparabili?
Questa giornata che avrebbe dovuto essere puro piacere oltre che una festa di parapendio è stata segnata dal cattivo comportamento di troppi piloti. Mi dispiace, ma mi sento in dovere di pubblicare questo sfogo.

Cercherò di dimenticare tutto questo e continuerò a trasmettere bellissime immagini di questa giornata perché è stata comunque una giornata magica.
Molti amici e alcuni piloti a me sconosciuti hanno rinunciato all’atterraggio, si sono ascoltati bene; sono loro ad aver avuto ragione, sono loro quelli che diventeranno vecchi piloti. Altri in cima erano stressati per aver capito il rischio, per aver avuto quella consapevolezza che spesso ci tiene in vita. Sono questi rari comportamenti che mi hanno leggermente rassicurato sul fatto che  non siamo governati esclusivamente dall’ego. Almeno non tutti! Buoni voli a tutti – Antoine Girard

Il racconto di un giovane pilota: Théo Bouniol
(Théo Bouniol, 21 anni, ha iniziato a fare parapendio 6 anni fa)

Decollo alle 11.40 in testa al gruppo per evitare difficoltà a salire. Salita molto veloce perché bastano pochi minuti per raggiungere il limite a 3160 m. Qualche minuto di attesa per vedere le decisioni che stavano prendendo gli altri e pensare a cosa avremmo fatto…

E andiamo, prima passaggio sul Mont Lachat dove facciamo quota  a 3070 m per poi saltare sulla cresta di Bionnasay fino a 3700 m. I primi piloti vanno in Italia sulle pareti meridionali. Io, su consiglio di mio padre, mi astengo e vado a fare un magnifico giro sui Dômes de Miage.

Ritorno alla cresta di Bionnassay dove faccio sosta. Là, alla radio, sento che in Italia, sulle pareti meridionali, si arriva a 4700 m. Mi dico che sarebbe troppo stupido essere arrivato a tanto e non arrivare in vetta. Mi imbarco dunque verso l’ignoto con una certa apprensione e un grande pensiero per Hélène Ménoni (che è stata la mia istruttrice di parapendio al liceo morta in parapendio nel 2015, con anche l’obiettivo di fare il Monte Bianco).

Dopo un lungo passaggio in termica, salgo lentamente a 5038 m, solo per superare i 5000 m. Non sapevo ancora se sarei riuscito ado atterrare, ma la cinquantina di piloti che erano già lì mi hanno permesso di prendere la decisione.

Ed eccomi alle 14.30 sul Monte Bianco, il tetto d’Europa, con una sensazione di immensa gioia. Complimenti, foto e discussioni… non ho impiegato troppo tempo a decollare perché il vento era forte, la neve era un po’ troppo morbida e si faceva sentire la fatica della quota. Segue lo splash più lungo che abbia mai preso: 50 minuti dalla vetta del Monte Bianco attraverso l’Aiguille du Midi, per tornare finalmente nella valle dell’Arve e atterrare a Chedde. Dopo che l’intera squadra è arrivata, ho dovuto pagare da bere perché ero il più giovane del gruppo. Una splendida giornata condivisa con persone fantastiche in condizioni ideali. Penso che questo “scippo” rimarrà nella mia memoria per sempre.

Il racconto di Noé Devey
La giornata era promettente, nessuno aveva dubbi sulle condizioni della giornata. C’erano anche persone provenienti da tutta la Francia che si sono prese qualche giorno per godersi quella giornata.
https://www.facebook.com/100006610115610/videos/2462704133959900/

Decollando all’inizio della finestra, ho provato a seguire Rémi Bourdelle del Team Chamonix con cui avevo programmato il percorso e la giornata. Si è lanciato con il suo Enzo 3 dopo il Génépi dove sono stati falciati tutti, unico punto basso della giornata. Una volta ripreso dal lato svizzero, è la gara di chi fa il plafond più alto. Scelgo di prendere solo le termiche più generose per non perdere tempo e, in neanche 45 minuti, eccoci sotto il Monte Bianco pronti a fare il grande plafond e ad atterrare direttamente in cima al Monte Bianco dove mi aspettava Rémi.

Una volta lassù, è euforia. La mancanza di ossigeno mi esaurisce dopo 10 passi nella neve.
Abbraccio il mio amico così felice di essere lì. Mi è stato persino offerto un sorso di Heineken (un po’ calduccio, bisogna dire).

Un attimo di contemplazione e vado con Rémi a cercare una persona che era atterrata un po’ in basso sul versante sud. Una volta risaliti, i piloti hanno ripreso a decollare, non senza difficoltà a causa della mancanza di vento.

Alla fine trascorro 3-4 ore in cima ad aiutare le persone a stendere le vele e controllare i decolli. Quando ormai ci sono solo una dozzina di piloti che sono in grado di decollare da soli, mi lancio sulla parete nord seguendo il mio amico Rémi che mi aspetta mentre fa waggas sul Dôme du Goûter.

Un finale molto tranquillo e contemplativo del volo dove mi occupo di asciugare le mie scarpe da ginnastica bagnate fino all’atterraggio a Savoy (Chamonix). Un’esperienza che rimarrà nella mia memoria.

Il volo in parapendio di José Rouzaud sul Monte Bianco (il suo primo da Plan Praz)

Volo in parapendio sul Monte Bianco di Didier Alain

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Atterraggio in vetta al Monte Bianco ultima modifica: 2020-12-21T05:37:29+01:00 da GognaBlog

16 pensieri su “Atterraggio in vetta al Monte Bianco”

  1. 16
    Fabio says:

    Beh… se ho capito bene la folla è stata indotta dalle più uniche che rare condizioni meteo….. un po’ come in marmolada dopo la prima nevicata. Per il resto non ho mai visto dei grossi assembramenti di parapendio, tra l’altro mi dicono i praticanti che sia uno sport in recessione

  2. 15
    albert says:

    I migliori assembramenti piccoli o affollati,  in montagna..sono quelli che si forma(va)no..spontaneamente. Escursionisti, alpinisti, sciatori..partiti indipendentemente e da diverse direzioni o paesani e colleghi che si davano appuntamento attuando il car sharing.Nel mio diario impubblicabile ho raccolto diversi raccontini.

  3. 14
    Roberto Pasini says:

    Il bisogno di condividere esperienze in presa diretta e di appartenere ad una comunità in molti è fortissimo. Vi ricordate le famose uscite in 200 del nostro Crovella prima che si chiudesse nell’eremo ? Anche se gli educati sabaudi non gridavano e vociavano e venivano preventivamente cateterizzati per non lasciare nulla dai colori vivaci e impropri sulla candida neve (scherzo Carlo, non ti arrabbiare). Oltre alla libertà di movimento, la limitazione dei rapporti sociali è proprio una delle cose che produce più reazioni avverse ai provvedimenti anti-Covid, come vediamo in questi giorni. E’ qualcosa di contrario ad un orientamento umano molto forte. Ho usato l’aggettivo blasfemo per dire che viola l’idea che alcuni hanno, secondo la quale arrivare in cima ad una montagna importante dovrebbe essere un’esperienza intima, difficile da condividere in un gruppo di 150, ma anche questa è solo una delle tante visioni verticali. 
     

  4. 13
    Alberto Benassi says:

    L’unione fa la forza, il gruppo fa sicurezza.
    Una FALSA sicurezza,  l’ha sempre fatto.

  5. 12
    Matteo says:

    Io la penso un po’ come il buon Pasini, credo.
    Il parapendio, il volo in montagna mi sembra un’attività bellissima e affascinante.
    L’atterraggio in cima la Bianco una prova notevole di abilità, controllo del mezzo, capacità tecnica. Da ammirare, e per i praticanti un’impresa.
    Farlo in 150 mi pare senza un perché (entrare nel guinness dei primati?), incomprensibile.
    Farlo senza sapere bene cosa si fa, senza sapere dove si sta andando e come cavarsela in quell’ambiente, solo perché ci vanno gli altri e confidando nel gruppo mi pare semplicemente da idioti.
    Ma temo che in qualsiasi attività ci sia un bel po’ di gente che fa le cose solo perché c’è il gruppo, per esserci e/o per filmarsi…

  6. 11
    Alberto Benassi says:

    c’è sempre un pò di follia alla base delle innovazioni, delle imprese, di qualcosa che rompe gli schemi. Si può non condividere da un punto di vista dei rischi che ci si assume a fare un’atteraggio in vetta al Bianco, ma di blasfemo non ci vedo nulla.
    E’un’ulteriore passo in avanti nel voler alzare l’asticella, nel bisogno di voler fare qualcosa di diverso.
    L’importante è essere consapevoli a cosa si può andare incontro. Ecco questo non so se tutti lo erano.

  7. 10
    Alberto Benassi says:

    Persino il Fatto, una volta quotidiano “alternativo” e oggi bollettino governativo, utilizza stereotipi scontati

    meglio non potevi dire.
    UNA DELUSIONE.
    Oramai anche loro fanno parte di quel potere che tanto volevano combattere.

  8. 9
    Roberto Pasini says:

    Dal loro punto di vista si è trattato di una grande impresa, individuale e collettiva. Le foto dimostrano la gioa e il senso di comunità di persone che condividono passione e abilità tecnica. Il fatto di averlo fatto insieme non è secondario: “senso di appartenenza”. A qualcuno, che ama un certo andare in montagna (io sono tra quelli) appare una follia e quasi un gesto blasfemo. Ogni volta,tuttavia, mi faccio un sacco di domande. Su cosa si basa una supposta gerarchia di “visioni verticali” ? Non c’è dietro anche questa “visione verticale” tanta umanità ? Una valutazione severa non assomiglia un po’ a quel giudizio sommario corrente tra i “normali” che accomuna tutti i praticanti della montagna come irresponsabili narcisisti che corrono rischi inutili e affollano luoghi che andrebbero lasciati in pace ? Mi ha molto colpito l’articolo del Fatto Quotidiano riportato oggi da MG a proposito dello scialpinismo in tempo di Covid. Persino il Fatto, una volta quotidiano “alternativo” e oggi bollettino governativo, utilizza stereotipi scontati. Non ho trovato per ora risposte soddisfacenti alle mie domande. Temo dovrò convivere col dubbio e con altre tribu’ evitando con cura i giorni e i luoghi di possibili incroci, anche se ogni giorno diventa sempre più difficile. 

  9. 8
    Carlo R. says:

    Ogni cosa si distingue per come la si fa; questa è una grande ammucchiata che sminuisce l’impresa stessa.  

  10. 7
    albert says:

    Altra impresa : nei pressi o anche  dentro   i loculi del   il Sacrario Caduti al monte Grappa, attualmente ben innevato, praticanti  si scatenano con gli snow board dopo essere arrivati con Suv o Quad cingolato o motoslitte o semplice auto catenata.Lo riporta la cronaca locale di varie testate  giornalistiche..con immancabili polemiche.La  frequentazione del Sacrario richiede il rispetto di alcune norme,comunicate con cartelli ma lo snow board non lo avevano previsto.Non e’ne’vietato ne’permesso….nel silenzio della legge, si fa.. si fa..  si fa… a capoccia..Poter fare : ha due significati..dal punto di vista tecnicopratico o dal punto di vista dei regolamenti e non sempre l’uno si accorda con  l’altro.

  11. 6
    palms says:

    Probabile che io manchi di romanticismo: ma perfino alla Posta sotto casa, se vedo 150 persone in fila, torno un altro giorno.

  12. 5
    TORE says:

    da ex pilota di parapendio non posso che ammirare queste fantastiche immagini di volo…da alpinista un pò meno
    tutto ciò mi riporta all’estate del 1989 quando con mio fratello e il Cippo affrontammo tante salite nel gruppo del Bianco avvalendoci sia per l’avvicinamento che per la discesa del parapendio ;certo le vele di quei tempi erano più dei lenzuoli che delle ale perfette come queste ma ci permisero di fare belle cose
    un ricordo particolare è quello del volo dai Grand Montets all’attacco della Americana ai Drus con atterraggio da paura su quel piccolo spazio dove tutti bivaccano e dove tutti si sono svegliati sorpresi del nostro arrivo , salita della via e ritorno a Chamonix con il parapendio
    veramente un avventura di quei tempi

  13. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Insomma, la solita ammucchiata.

  14. 3
    Carlo Crovella says:

    Belinate megagalattiche. Prendendo nota di cose come questa esco rafforzato nella mia convinzione: “Più montagna per pochi”

  15. 2

    Niente di nuovo. Provo le stesse sensazioni quando vedo una via ferrata dolomitica affollata a ferragosto. La maggior parte si muove nella più totale inconsapevolezza  e ogni tanto ci scappa il morto. Comunque (per fortuna) sempre meno incidenti rispetto al numero di incoscienti in circolazione .

  16. 1
    albert says:

    Sembra  che ci sia una vocazione, localizzata  in quella  regione, a suscitar dispute.Viaggiano  sugli schermi e sul web gli spot di:    Trentino,  Sudtyrol,Friuli,Val  d’Aosta  ,  Veneto ,  Calabria ..Slovenia…ecc. Immancabili e obbligatorie le riprese col drone.
    Almeno lavorano gli esperti di  telecamera , montaggio, colonna e commento sonoro,marketing. Gli spettatori inghiottono acquolina.Intanto si restringono le maglie degli spostamenti..muta il virus..crescono i dubbi sui vaccini..chi vorrebbe  attuare  le iniziative proposte  negli spot, dovra’prima consultarsi con un legale interprete dei decreti? Alcuni han deciso senza tante remore di partire prima delle date  “cancello “per la loro casa di Cortina..ma in caso avverso riusciranno a ritornare in citta’??

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