La filosofia del rischio nell’alpinismo. L’accumulo, i campanelli d’allarme e la ciclicità.
Broad Peak, 2026: dove finisce l’autonomia?
di Yuri Vladimirovich Koshelenko *
(traduzione dal russo di Luca Calvi)
Il rischio nell’alpinismo non è una grandezza statica. Si comporta come l’entropia in un sistema chiuso, tendendo ad aumentare se non gestito in maniera attiva.
Il 30 luglio 2026 una valanga sul pendio tra campo 2 e campo 3 (a circa 6600 m) ha causato la morte di tutte e dieci le persone che quella mattina si erano messe in marcia per scalare il Broad Peak, compreso Nirmal Nims Purja, leader di uno dei principali operatori commerciali dell’Himalaya.
Analisi tecnica: dopo una lunga tempesta di neve, vento e neve smossa dal vento, probabilità di lastroni di neve sul versante con pendenza di 30–40 gradi.
Cosa possiamo e cosa non possiamo dire…
Non abbiamo accesso a ciò che è stato discusso al campo la mattina del 30 luglio.
Affermare qualcosa di definitivo significa speculare. Piangiamo le persone che hanno perso la vita e porgiamo le nostre condoglianze ai loro cari.
Dalla tragedia, però, si può trarre una lezione di altro tipo, esaminando la modalità stessa con cui hanno agito.
L’autonomia come condizione per l’ascolto
Una cordata da due o da tre persone che procede in stile alpino ha il diritto di tornare indietro in qualsiasi momento, il diritto di ritirarsi, il diritto di prendersi una pausa. Non è necessario rendere conto a nessuno così come non è necessario informare nessuno. Questo diritto non è un privilegio: è la condizione necessaria per poter ascoltare la montagna.
Una spedizione commerciale su un Ottomila è organizzata in modo completamente diverso.
Una grande squadra (guide e clienti) parte subito dopo la tempesta, approfittando di una finestra meteorologica favorevole. Sono sincronizzati dalla logistica comune: un unico permesso di scalata, un unico operatore, un unico orario di partenza.
Sono sincronizzati a livello finanziario: i clienti hanno pagato per date precise. I giorni in montagna costano. Un ritardo è una perdita.
Sono sincronizzati a livello psicologico: ogni partecipante ha atteso questo giorno, si è preparato per mesi, vi ha riposto la propria fiducia. Dire «non ci andiamo perché non mi piace l’aspetto che ha il pendio» non è solo una decisione personale. Significa deludere dieci persone, significa violare il contratto.
In una struttura del genere, la decisione di «prendere una pausa», ovvero la decisione di individuare una minaccia, non è più solo personale. Essa prevede infatti di fermare non solo se stessi, ma anche le aspettative altrui, i soldi altrui, i programmi di vita altrui.
La domanda giusta è: il modello moderno di spedizione commerciale lascia spazio, in generale, a una qualche modalità per ascoltare e sentire la montagna?
L’accumulo del rischio: una catena di errori
Il rischio non cresce in modo lineare. Cresce piuttosto come una catena.
Un singolo piccolo errore come un nodo non sufficientemente controllato, un passo affrettato, un leggero malessere ignorato, non porta al fallimento, ma riduce semplicemente il margine di sicurezza del sistema. Questo rimane integro, ma già un po’ più debole.
L’errore successivo aumenta questa debolezza, e così via. Ognuno di questi errori è di per sé gestibile, ma la loro somma crea le condizioni per cui il sistema arriva a trovarsi in uno stato di guasto latente. Funziona ancora, ma solo fino a un certo punto. Basta un piccolo evento come un brusco cambiamento di temperatura, di direzione del vento, uno spasmo muscolare o un leggero cedimento perché la catena si spezzi.
Questo accumulo è proprio l’aumento dell’entropia.
Nella scuola sovietica di alpinismo si è sviluppato un concetto che non ha un equivalente preciso in Occidente. Lo chiamavamo «i campanelli d’allarme», piccoli sottili segnali che la montagna invia quando il sistema è sovraccarico.
Un sasso che cade, un’improvvisa raffica di vento, uno strano rumore della neve sotto i piedi, un piccolo infortunio, l’attrezzatura dimenticata, un momento di involontario smarrimento da parte di un compagno.
Gli alpinisti occidentali a volte li chiamano «i fantasmi della via», ovvero la sensazione che ci sia qualcosa che non va anche se non riesci a definirlo.
Questo non è misticismo, bensì interpretazione delle informazioni.
La montagna è un sistema complesso. Trasmette informazioni sul proprio stato attraverso una molteplicità di canali: la stabilità della neve si percepisce dal modo in cui scricchiola sotto i piedi, la pressione dell’aria si avverte nella testa e nel petto, le condizioni della roccia si leggono dall’attrito, lo stato d’animo del compagno si percepisce dal ritmo del respiro, dal modo in cui tiene la corda.
Un alpinista esperto legge queste informazioni a livello inconscio…
Ignorare quei sottili segnali è la strada sicura verso il punto in cui un piccolo evento innesca una reazione a catena irreversibile.
Torniamo alla tragedia da cui siamo partiti
Quello che è successo sul Broad Peak non è un caso in cui qualcuno abbia ignorato i «campanelli d’allarme».
È un caso in cui la struttura stessa esclude la possibilità di ascoltarli.
Una spedizione commerciale su un Ottomila non è alpinismo. È una scalata trasformata in logistica, in un servizio per il consumo, in un programma che è più forte della voce della vetta.
In una struttura del genere è più difficile sentire i segnali di pericolo, perché notare quei segnali e rifletterci significa mandare all’aria non solo il proprio piano, ma anche quelli degli altri. Significa perdere non solo i propri soldi, ma anche quelli dei clienti, deludere le persone che hanno atteso questo giorno per mesi.
Non si tratta di un fallimento personale, ma di un fallimento sistemico.
Forse il motivo per cui ritengo che il modello dell’alpinismo commerciale sia intrinsecamente pericoloso risiede proprio in questi schemi di corsa di massa verso una finestra meteorologica favorevole.
Questa tragedia mi ha ricordato il 1996 sull’Everest…
Non solo perché i partecipanti molto probabilmente erano persone prive di competenze relative al sistema e non perché le guide siano meno esperte, bensì semplicemente per il fatto che avevano un’esperienza diversa. L’esperienza delle guide commerciali non deriva dal saper prendere decisioni in condizioni di incertezza, ma dalla preparazione standardizzata di itinerari predisposti con corde di sicurezza e campi per i clienti su itinerari classici e, apparentemente, sicuri per definizione…
La struttura di una spedizione commerciale esclude l’autonomia e senza autonomia è impossibile ascoltare la montagna. È impossibile prendersi una pausa, rallentare il ritmo, sfuggire all’accumularsi di errori…
Alla fin della fiera la domanda non è: «Come faccio a scalare di più e sempre più in alto?». No, la domanda è: «Come faccio a scalare con più sensibilità e saggezza?».
La montagna è altro. Qualcosa di assolutamente indifferente ai nostri desideri, alle nostre ambizioni, ai nostri programmi personali. Vive secondo leggi che non sanno nulla dei nostri piani.
Il vero rispetto per la montagna significa saperla rispettare al punto da essere pronti a fare un passo indietro, perché, per quanto possa sembrare paradossale, proprio questo rispetto e questa disponibilità a fare un passo indietro sono ciò che dà il diritto di tornare.
La tragedia del Broad Peak
a cura della Redazione
Il 30 luglio 2026, sul Broad Peak 8051 m, nel Karakorum pakistano, una gigantesca valanga ha travolto un gruppo internazionale di alpinisti tra Campo 2 e Campo 3, a circa 6500–7000 metri di quota. L’incidente ha provocato la morte di dieci alpinisti, sei dei quali nepalesi.
Le vittime:
Nirmal Nims Purja — Nepal/Regno Unito
Pur Bahadur “Yukta” Gurung — Nepal
Kili Pemba Sherpa “Kilu” — Nepal
Nima Sherpa — Nepal
Nawang Thindu Sherpa — Nepal
Gyalu Sherpa — Nepal
Mallory Geis — Stati Uniti
Nadhira Ahmed Abdullah Al Harthy — Oman
Sohail Sakhi — Pakistan
Wang Zhong — Cina
Purja, 43 anni, era il più noto del gruppo: nel 2019 aveva stabilito il celebre record di salita dei 14 Ottomila in poco più di sei mesi.
La valanga si è verificata mentre gli alpinisti stavano salendo verso la vetta; i dati dei dispositivi di localizzazione indicano che alcuni sono stati trascinati per centinaia di metri lungo il pendio.
Le condizioni meteorologiche hanno impedito inizialmente l’impiego continuativo degli elicotteri e reso estremamente rischioso il recupero. Nei giorni successivi squadre nepalesi e pakistane sono riuscite a recuperare progressivamente otto dei dieci corpi.
La tragedia è stata una delle più gravi nella storia recente del Karakorum e ha colpito una spedizione commerciale composta da alpinisti di Nepal, Pakistan, Oman, Cina, Stati Uniti e Regno Unito.

L’autore
a cura della Redazione
Yuri Vladimirovich Koshelenko *(Юрий Владимирович Кошеленко), nato a Rostov sul Don il 23 settembre 1963, è uno dei più importanti alpinisti russi della generazione post-sovietica. Iniziò ad arrampicare nel 1982-83, mentre studiava all’Istituto di Economia di Rostov, e dal 1993 fece parte della squadra nazionale russa. Ha compiuto oltre 100 ascensioni, circa metà delle quali di V-VI categoria di difficoltà; altre fonti russe più recenti parlano di oltre 200 ascensioni complessive. È stato più volte campione russo in diverse specialità e ha ottenuto il titolo di Maestro dello Sport di classe internazionale.
Koshelenko è soprattutto un alpinista tecnico e specialista delle grandi pareti, più che un semplice collezionista di ottomila. La sua carriera è caratterizzata da prime ascensioni, pareti molto lunghe e difficili e stile alpino, spesso su montagne remote. La collaborazione con Babanov sul Nuptse East rappresenta il vertice della sua carriera internazionale e una delle grandi imprese dell’alpinismo himalayano dei primi anni 2000.
È interessante anche che Koshelenko, oltre all’alpinismo, si sia dedicato negli ultimi anni alla pittura: nel 2023 raccontò che una delle sue spedizioni era stata finanziata proprio attraverso la vendita di un suo dipinto.
Le sue salite più importanti
Caucaso e Asia centrale – negli anni ’80 e ’90 costruì la sua reputazione sulle grandi pareti del Caucaso, del Pamir-Alai e del Turkestan, con numerose salite di V-VI categoria.
Great Trango Tower, Pakistan – 1999: con Alexander Odintsov, Ivan Samoilenko e Igor Potankin realizzò sulla parete nord-ovest la nuova via The Russian Way, con uno sviluppo di 2675 m, una delle grandi imprese dell’alpinismo russo sulle pareti del Karakorum.
Lhotse Middle, Nepal – 2001: Koshelenko fu tra i primi alpinisti a raggiungere la cima del Lhotse Middle 8372 m, durante la storica spedizione russa che realizzò la prima ascensione della vetta.
Shkhelda, Caucaso – 2001: insieme a Viktor Bobok effettuò la prima salita della parete nord della Seconda Cima Occidentale dello Shkhelda, a circa 4310 m, una parete di 1700 m affrontata in inverno.
Nuptse East, Nepal – 2003: questa è probabilmente la sua impresa più famosa. In cordata con Valery Babanov realizzò la prima ascensione del Nuptse East 7804 m lungo il pilastro sud-est, aprendo la via Moonlight Sonata, circa 2400-2500 m di sviluppo, con difficoltà estreme su roccia, ghiaccio e misto. L’impresa valse loro il Piolet d’Or 2003.
Rolwaling Kang Shar, Nepal – 2023: a quasi 60 anni continuava l’attività alpinistica di alto livello; con Aleksei Lonchinsky realizzò la prima salita del Rolwaling Kang Shar 6645 m, per la cresta sud-est.
Vajrayogini, Zanskar – 2024: partecipò alla prima ascensione di questa vetta di 6218 m, per parete nord-est e cresta nord-ovest.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Quando ho letto la parola “autonomia” pensavo fosse più legato al fatto che le spedizioni erano 3 o 4 e di fatto sembra che le altre siano andati dietro al Guru senza prendere una posizione propria. Comunque chi ha rinunciato in quei giorni c’è stato. https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/26_agosto_17/mattia-conte-avvocato-e-alpinista-sul-k2-il-giorno-della-tragedia-del-broad-peak-mi-salvai-perche-ero-stanco-e-decisi-di-non-e322a378-213b-4ab0-8209-53b0535c0xlk.shtml
Cosa aggiungere al interrogativo? Praticamente nulla! Quando non ascolti vocine , segnali e ti affidi ad una finestra- calendario come è ben descritto alla fine conti o i soldi o le bare…
I clienti, per definizione, si affidano alle loro guide. Tra l’altro, le spedizioni costano un’enormità.
Per avere maggiori probabilità di una scelta corretta non bisognerebbe farsi fuorviare dalla spinta del denaro in ballo. Ma quanti ne hanno la forza?
Un bella disamima. Da leggere e meditare. Grazie della condivisione.
Che cosa è successo?
1) Nei giorni precedenti c’erano state copiose nevicate.
2) Al ritorno del bel tempo alcuni alpinisti (guide e clienti) hanno deciso di attendere l’assestamento della neve. Altri non l’hanno fatto: o non hanno voluto (le guide) o forse non erano consapevoli del rischio (i clienti).
3) Una grande valanga è caduta a causa della neve non ancora assestata.
Cosí è.
Pace alla loro anima.
Analisi quasi perfetta e competente dal punto di vista alpinistico di sicurezza.
Le implicazioni come guide e agenzia sono molteplici e forse uno come Nims non includeva cause di rinuncia e relativi rimborsi nei suoi contratti. Lo dico alla luce del suo modo di presentarsi, e probabilmente di essere. Uno cosi: ex gurka, con successo commerciale in alpinismo e di conseguenza presso il suo pubblico (clienti e curiosi vari), doveva gestire una pressione non indifferente. Non basta essere forti sulle cime. Inoltre lo stesso aveva avuto diverse denunce per tentati abusi sessuali verso molte (pare 17) clienti femmine essendo di conseguenza stato scaricato dai suoi principali sponsor.
Certo che tutto questo le valanghe non lo sapevano, ma una rinuncia avrebbe rappresentato un ulteriore insuccesso che uno come lui (oltre alla sua squadra), per com’era fatto, ripeto, non poteva permettersi.
Infine so per esperienza personale che gli Sherpa sono degli inguaribili fatalisti e di certo non fanno valutazioni sul rischio da valanga da corsi Aineva. Il successo alpinistico di Nims non poteva obbligatoriamente corrispondere a una grande esperienza sulla sicurezza. Poteva cioè essergli andata sempre bene per culo.
Per carità, sotto le valanghe ci finiscono anche le guide più esperte e di lungo corso, ma come ribadito spesso da Alberto Paleari: ti salvi solo se ne hai una paura fottuta. Se sei costretto a fare l’eroe a tutti i costi, vai avanti finché non viene giù tutto. A volte.