La versione del bullo
(cartoline dalla Machosfera – 3)
di Mirko Giorgi
1. Se ti beccano mentre dai della mezza sega a un compagno che ti arriva all’ombelico, sei nei guai. Ti prendi del nazista e si apre un iter rieducativo intenso. Una purga etica che può farti svoltare.
Vediamo come.
Ti trascinano davanti al Gran Sinodo Disciplinare, e qui, dopo un noioso sermoncino di pedagogia inclusiva, tocca recitare il tuo atto di contrizione: provi rimorso, non avevi capito il peso simbolico delle parole, sei pronto a porgere scuse formali al nano di merda.
Uscito da lì, salti all’occhio.
Rientri in classe, si zittiscono tutti. Mai successo prima.
Molti ti schivano lo sguardo, alcuni fingono di leggere, altri ridacchiano in sordina. Non sai ancora se chiamarlo rispetto, timore o carisma.
Figo.
Sarà anche una brutta fama, ma è una vibra positiva.
È facile che ci ricaschi, e qui la cosa si complica: sei diventato un fenomeno da arginare e si mobilita la rete territoriale dei centri anti-violenza.
È scattata l’allerta rossa. Ora sprigioni un’aura disturbante, un magnetismo pericoloso. Nella tua mente si è attivato un bug, un picco dopaminico di autoaffermazione illusoria. Il primo di una lunga serie. Ti attraversa un pensiero: “sti buonisti di merda, invece di far casino per Gaza, vengono a rompere il cazzo a me.”
Nel quartiere ti squadrano, ti etichettano. Alcuni ti vedono già come un potenziale orco. Stranamente, la cosa non ti dispiace. Anzi. Stranamente, alcune fighette alfa cominciano a ronzarti attorno. Guarda, guarda. Genere afro-futurista, latex, anello al naso. Sempre gagliardamente seminude, incuranti del meteo.
Ieri erano un cazzo di miraggio. Oggi sono in prima fila quando dai spettacolo nei corridoi. Ti filmano mentre sottometti gli sfigati. Ridono, godono. Se la spassano proprio. Bella o brutta che sia, la cosa promette bene. È la conferma empirica della teoria che ti frulla in testa da giorni: fare lo stronzo paga. O fai paura, o fai pena. Così va il mondo.
Mentre incassi i primi applausi, in casa si fa buio.
I tuoi non sanno se essere più delusi da te o da loro stessi, più delusi dalla vita in generale o, peggio, dal loro ménage in particolare.
Hanno scelto il modello educativo sbagliato? O forse hanno sbagliato proprio a mettersi insieme? Te lo chiedi, se hai messo al mondo un idiota.
Li senti parlottare fino a tarda notte. Li rivedi tesi e cupi al mattino, con gli occhi cerchiati di nero e la tosse nervosa. Mah.
Sei un po’ preoccupato. Dispiaciuto, anche. Ma non troppo. In quei giorni tiratissimi, tra litigi infruttuosi e stomachevoli mutismi, scopri le delizie del sesso. Una meraviglia. Le lezioni di latino sono una parentesi vuota tra una fellatio e l’altra.
A scuola fai pena, ma sei diventato il gallo del pollaio.
Sei sbalordito di te stesso.
Cominci ad avvertire una sensazione persistente di dominanza percepita. C’hai l’occhio acceso. Zero inibizioni. Vai al massimo. Guardando gli schermi, capisci: sarà anche un pessimo esempio, il bullismo, ma se lo praticano anche i capi di stato, allora si chiama leadership.
Hai trovato una chiave, il tuo cervello gira a mille. Recuperi dati, meme, volti, discorsi che confermano la tesi. Ne trovi a bizzeffe. È un momento verità: l’innesco di una mutazione identitaria. Ancora non lo sai, ma stai migrando verso una versione migliore di te stesso. Un po’ più semplice. E bastarda. Quella che piace a noi.
A conti fatti, è un buon momento. Sei così potente che hai spaccato la scuola: un terzo ti ha bannato; l’altro è indeciso; l’ultimo ti followa alla grande. Hai una fanbase. Hai un profilo riconoscibile. Ma hai anche creato aspettative sinistre nell’opinione pubblica.
Si comincia col body shaming, si prosegue con le dinamiche di abuso e si finisce con un titolo di cronaca: “Liceo sotto shock. Lo chiamavano Frodo, ora piangono una vittima.”
Fa’ attenzione, perché puoi rimanere intrappolato in una profezia che si autoavvera. In molti campano sul tuo vissuto da delinquente, o se preferisci da villain.
C’è un esercito di esperti pronto a prenderti in custodia, e molti si aspettano il peggio da te, non il contrario. C’è chi saccheggia il tuo palmarès di stronzate e ci tira fuori un saggio, una canzonetta Trap, un TED Talk, una serie Netflix. Ben vengano: sono tutti crediti.
Senti di assomigliare a una maschera tanto temuta quanto seducente. Il tuo personaggio respinge e attrae. Come la violenza in genere. Molti ti detestano, ma qualcuno lo conquisti, anche se non lo ammetterà mai. Non è una brutta sensazione: se la vita è un contest, è meglio fare la parte del mascalzone che non avere una parte. L’indignazione che susciti in alcuni è solo una forma più elaborata di engagement. Dividi il pubblico. Dunque vivi.
Attenzione alle molestie verbali offline: se sei così scemo da farti beccare di nuovo, scivoli in una spirale di guai seri. Parte un’estenuante kermesse terapeutica che può impegnare tutta la famiglia, portandola rapidamente alla rovina, mediatica e non.
Infatti, l’autopsia emotiva del nucleo familiare può diventare nauseante e astiosa, riaprendo vecchi bubboni. Fino a riesumare gli scheletri chiusi in un armadio della casa al mare: “Mi hai fatto becco? Adesso il pupo te lo becchi tu”.
Come in un pulp anni novanta, la famiglia precipita in uno stallo alla messicana: nessuno ne esce vivo.
E allora, proprio come accade al nucleo della cellula fecondata (nel nostro caso, inseminata dall’odio accusatorio), la coppia genitoriale si spezza in due monadi. Non c’è più nessun “Noi”. Restano solo due particelle malferme: corpuscoli sconfitti e incattiviti.
La sacra famiglia svapora nella solitudine e nel rimpianto. Con un po’ di fortuna si scioglie in una brodaglia vergognosa di amplessi provvisori e macilenti, talvolta in incontri occasionali con partner sadici, che dopo una sveltina ti confidano che per scagionare il loro pargolo da una burla simile, hanno dovuto chiamare il rettore in persona.
Paradossalmente, l’unico che ne esce a testa alta sei tu: quel cialtrone che ha distrutto il suo nido per un paio di crudelissimi sfottò. La parabola evolutiva si è felicemente compiuta: dici che è meglio vivere in una dittatura che ti sei scelto e che rispecchia i tuoi valori, piuttosto che in una democrazia corrotta e decadente che li deride.
Bazzichi il Dark Web. Hai fiutato un’opportunità per migliorare la tua fitness nella savana algoritmica: agente del caos.
Ti diamo il benvenuto.
Ottima scelta abbandonare gli studi per fondare BSP, Body Supremacy Protocol, una community di odiatori longilinei, appassionati di biopolitica Lombrosiana.
Non è un’idea nuovissima. Ma una setta suprematista nanofobica a memoria d’uomo non s’era mai vista.
Proponete l’abbattimento controllato dei maschi bassi un metro e cinquanta? Niente male come delirio. Vi auguriamo il meglio.
2. Se non getti benzina sul fuoco, oggi non ti fuma nessuno. Sei trasparente. Nessuno ti nota, nessuno ti scrolla. C’è quella tipa di 4a che si è appena rifatta il seno. Una mastoplastica additiva. Si vanta spudoratamente. È così orgogliosa dell’esito clinico che vuole mostrarlo a tutta la scolaresca.
Se fosse legale, verrebbe a scuola direttamente in topless. Non lo dice a voce, ma i suoi selfie non mentono.
Ora che ha concluso la sua beauty routine identitaria, dice a tutti che ha fatto pace col proprio corpo. Finalmente lo specchio le rimanda il suo profilo di femmina ideale: una terza abbondante, su scollature profonde in salsa cafonal (come ama raccontarsi nei suoi reels più provocanti). Il mezzo è il messaggio, diceva quel filosofo. E qui, il segnale non è né debole, né disturbato: maglietta bagnata, capezzoli duri come nocciole, posa da Dolce & Gabbana.
Dicono che è gravissimo salutare la sua spettacolare campagna di marketing mammario con un commento birbone, tipo: “Davvero belle, vorrei conoscerle da vicino.”
Suona come un’aggressione sessuale in fase larvale? Non esageriamo. Se la tua compagna si presenta in classe conciata da milf, non sempre riesci a morderti la lingua. In ogni caso per lei è la conferma che l’intervento è andato a buon fine: mai stata così popolare nel branco. La ganza ha fatto centro, ha trasformato il liceo in un gorillaio del Congo: invidiata dalle femmine, contesa dai maschi. Come in un documentario sugli australopitechi.
Tutto rigorosamente Bio (a parte le tette).
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@bruno telleschi: sapresti indicarmi il maschile di “sgualdrina”?
Bruno, mi vuoi spiegare perché le donne dei bulli debbano necessariamente essere sgualdrine?
Dunque i bulli esistono ed hanno successo, anche con le donne. Non servono le prediche ma sarebbe più efficace umiliarli in pubblico, soprattutto di fronte alle loro sgualdrine.