Gita avventurosa (e pericolosetta…) al bivacco Gervasutti

Gita avventurosa (e pericolosetta…) al bivacco Gervasutti
di Giuliano Bosco

Siamo a inizio settembre, sta per concludersi la stagione estiva. Quest’anno mi sono concentrato sulle Alpi Liguri, complice la prima estate con Carla in pensione e conseguente prolungato soggiorno a Loano. Ho sgambettato per i monti Ravinet, Carmo, Saccarello, Mongioie e Pizzo d’Ormea sfuggendo al tedio dell’ombrellone. Montagne serie, erte, impegnative (a volte… “pungenti”… di rovi…), spesso con panorami “mare e monti” molto belli. Però mi mancano le grandi cime piemontesi e valdostane. Il mio amico Massimo mi manda la foto della sua bella gita al rifugio Boccalatte in val Ferret. Dopo la conclusione della gestione affidata al grande Franco Perlotto, è diventato un bivacco in quanto sempre meno cordate si avventurano sulla Sud delle Jorrasses a causa dei cambiamenti climatici e del conseguente aumento di pericolosità dell’itinerario. Ricordo che anni fa avevo quasi combinato la salita. Poi la tragedia del seracco che si portò via le vite di 8 alpinisti mi fece cambiare idea.

Il bivacco Gervasutti. Foto: nssmag.com.

Sulle prime sono tentato anch’io di seguire le orme dell’amico, non essendoci mai stato al Boccalatte. Ma combinazione vuole che ai primi di settembre riceva La Rivista del CAI la quale dedica un bell’articolo ai bivacchi. Nel pezzo dedicato all’evoluzione di queste strutture non custodite, si arriva a parlare del bivacco Gervasutti e della sua particolare forma “tubolare”. Ricordo le polemiche quando lo inaugurarono: “puristi” contro “innovatori”.

Io parteggiavo per i primi in quanto mi sembrava un altro caso di “design fuori contesto” dopo quello del nuovo rifugio Gonella al quale, in fase di costruzione, (e prima di sapere quale forma dovesse assumere) avevo contribuito con una piccola donazione. A struttura ultimata mi lamentai con la mia Sezione CAI di Torino comproprietaria del rifugio con la sezione UGET del CAI, sempre di Torino. Ricordo che avevo anche segnalato un possibile rischio legato al fatto che il retro della struttura presentava uno spazio tra il rifugio e la parete rocciosa che sicuramente si sarebbe riempito di neve in inverno, la quale ghiacciando e aumentando di volume avrebbe potuto compromettere la stabilità della struttura. Mi avevano risposto che il design era stato concepito proprio per superare le classiche strutture “a baita” e che, riguardo alla mia segnalazione sui possibili rischi strutturali, non c’era di che preoccuparsi.

Tornando all’articolo della Rivista si dice che il bivacco del Freboudze, realizzato sempre nell’omonimo vallone dove poi è stato montato il “siluro” del Gervasutti, era stato il primo installato in maniera permanente sulle Alpi nel lontano 1925 (in realtà fu il secondo, a pochi giorni dall’inaugurazione del bivacco Adolfo Hess all’Estellette, NdR). La storia dei bivacchi installati in questo vallone laterale della Val Ferret prosegue con la posa nel 1949 da parte della SUCAI (la sottosezione universitaria del CAI Torino) di un altro bivacco in legno e lamiera collocato nello stesso luogo dove poi venne montato l’attuale “fusoliera”. Tale manufatto, denominato “capanna Gervasutti”, fu danneggiata da cadute di seracchi e venne ristrutturata nel 1961, ma i deterioramenti continuarono fino a renderla inutilizzabile. Nel 2013 “la capanna” venne rimpiazzata dall’attuale avveniristica struttura progettata dagli architetti Luca Gentilcore e Stefano Testa. Anche il nome venne un po’ cambiato, in quanto da “capanna” diventò “bivacco” mantenendo sempre l’intestazione al forte alpinista friulano di nascita, ma torinese di adozione.

Il “Freboudze” rimase invece al suo posto 600 metri più in basso, fino ad alcuni anni fa quando venne prelevato con un elicottero e trasportato al Museo Nazionale della Montagna di Torino.

Tornando all’articolo della Rivista si dice che tale “invenzione” (quella dei bivacchi) la si doveva ad alcuni Accademici torinesi tra cui i fratelli Ravelli che ne costruirono a decine nella loro officina subalpina. Il mio ricordo dei Ravelli è legato allo storico negozio di articoli per l’alpinismo di corso Ferrucci a Torino dove Franceso Ravelli (detto Cichin), valentissimo alpinista dell’epoca, ti accoglieva sempre in giacca e cravatta nel suo bel negozio con le pareti in legno.

Il bivacco Gervasutti. Foto: nssmag.com.

Apprendo dal bel libro I bivacchi delle Alpi di Luca Gibello, che questa arditissima struttura rappresentò una vera e propria rivoluzione nell’architettura alpina. Venne costruito con tecnica “modulare” e assemblato e montato sul posto in una sola giornata di lavoro (una roba tipo… la TAV…). Sempre su questo libro, che dedica numerose pagine al “Gervasutti”, si dice che anche la rivista di architettura Domus dedicò una copertina a questa struttura. Chi fosse interessato agli aspetti architetturali del “Gervasutti” può leggersi questo interessante articolo, sul sito web di Domus.

Tra le altre cose pare che una prima idea, poi abbandonata, fosse quella di utilizzare… un pezzo di fusoliera di un aereo dismesso. Vero futurismo applicato all’architettura alpina. Nell’articolo si dice anche che, in realtà, i giorni necessari per montare il tutto in quota furono due. Ah, beh… se sono due… allora ci hanno messo un sacco di tempo. Ironia a parte, apprendo che il nome tecnico della struttura è LEAP che sta per Living, Ecological, Alpine, Pod e che è stato concepito per essere poi replicato in altre zone alpine… e non. Si riprende in questo modo l’impostazione dei fratelli Ravelli e si comprende quanto furono innovativi.

Un’ultima “venale” osservazione. Tutta questa tecnologia non è stata proprio gratuita. Il costo finale fu di 200.000 € (nel 2011…) e immagino che possa aver creato qualche “mal di pancia” a chi a ha deciso la sua costruzione.

La copertina del libro I bivacchi delle Alpi

Quindi in omaggio alla storia (e al “campanile”…), decido per il “Gervasutti”.
Il tempo è abbastanza incerto. Sole e pioggia si alternano in giornate non adatte ad inoltrarsi nei valloni della Val Ferret. Ma un sabato di fine settembre il meteo presenta disco solare giallo per tutta la giornata e quindi posso partire con i preparativi dopo aver ottenuto il “via libera” da parte di Carla. Ottenerlo non è stato semplice in quanto i fine settimana sono, di norma, dedicati alla famiglia. Questo da quando la pensione mi permetteva di muovermi durante la settimana senza togliere spazi alla famiglia nei week end. Ma adesso che siamo entrambi “quiescienziati” questi schemi qualche volta si possono pure modificare.

Preparo il sacco cercando di non dare troppo nell’occhio con l’attrezzatura (kit da ferrata, qualche moschettone, cordini, casco e ramponi). Ovviamente vengo subito “beccato” e apostrofato con un “ma dove vai con tutta quella ferraglia? Stai attento che sei vecchiotto…”. Io le avevo detto che sarei andato “solo” fino ad un bivacco, ma devo confessare che per arrivarci c’è una “piccola ferrata” per la quale bisogna attrezzarsi.

Sabato, sveglia alle 4, orario da gita di skialp primaverile. Mi spaventa il numero chiuso all’imbocco della Val Ferret. Dopo circa 200 auto la sbarra si abbassa e tanti saluti. Tocca aspettare la navetta, ma la prima passa alle 7.40. Troppo tardi per i miei gusti. Voglio partire presto, visto che la gita si presenta di un certo impegno. Alle 6.30 passo la sbarra e mentre percorro al buio la valle mi chiedo se sia stata proprio opportuna sta levataccia. Forse sono l’unico che si è fatto il problema della sbarra abbassata già al mattino presto. Giunto al parcheggio di Lavachey scorgo altre anime in pena che vagano nella semioscurità alla ricerca del totem dove pagare il parcheggio. Già, perché sia in Val Ferret che in Veny si può sostare solo nei parcheggi a pagamento. Chi lascia l’auto lungo la strada viene sanzionato.

Uscendo dal tepore dell’auto trovo una temperatura di 7 gradi che non sono tanti per essere il 27 di settembre. Spero di poter pagare con il cellulare, in quanto… mi sono accorto al casello di Aosta di aver dimenticato a casa il portafoglio. Per fortuna con lo smartphone posso esibire la patente se mi dovessero fermare le forze dell’ordine, pagare l’autostrada e (per fortuna) anche il parcheggio. Causa tremori da freddo sbaglio un paio di volte il numero della targa, ma poi lo azzecco e sistemo la faccenda.

Mi cambio e perdo un bel po’ di tempo a cercare una delle due nuove ginocchiere, per le mie giunture cigolanti, che mi sono comprato qualche giorno prima in un negozio di cinesi all’incredibile prezzo di 7,50 € ma, accidenti, ne trovavo una sola. Dopo averla cercata in lungo e in largo al semibuio del mattino presto, mi convinco di averla dimenticata a casa pure lei come il portafoglio. Calzo la ginocchiera residua sul ginocchio sinistro (il più malandato) e parto alle 7. Prima di avviarmi preparo un foglietto per dire… chi sono e quali sono i miei contatti telefonici. Me lo metto in tasca, non si sa mai, essendo il portafoglio a casa…

Dopo una cinquantina di metri vedo sulla sinistra della strada un ponte sulla Dora. Controllo la traccia sul cellulare e vedo che il percorso prevede l’attraversamento proprio di quel ponte. Lo passo e mi aspetto di trovare dall’altra parte un bel sentiero evidente. Nulla. Inizio a “ravanare” alla ricerca del tracciato e mentre vago con l’occhio fisso sul display del telefono, inciampo in una radice e cado rovinosamente a terra producendo la scheggiatura al display e una sbucciatura al ginocchio, ovviamente quello senza ginocchiera. Impreco. Alla fine, anche grazie alla traccia gpx, trovo la partenza del sentiero. Peccato che spesso si interrompa dando l’idea di un percorso assai poco frequentato. E ti credo. Era successo che la traccia che seguivo era quella del percorso vecchio. La traccia che mi ero scaricato da Gulliver (la più recente tra le 4 presenti) faceva riferimento al vecchio tracciato. Forse era stata prodotta da qualche malcapitato che come me si era trovato a percorrere il vecchio sentiero.

A gita conclusa ho provveduto a segnalare la cosa ai tipi di Gulliver i quali, gentilmente, hanno provveduto ad eliminare i tracciati che facevano riferimento al vecchio percorso non allineati con la descrizione dell’itinerario. La gita continua, quindi, seguendo il vecchio itinerario che prevede di risalire una crestina morenica del ghiacciaio di Freboudze e, ad un certo punto, di scenderla e di attraversare il sottostante torrente con acque di fusione. Già la discesa della morena non è stata affatto piacevole in quanto, in assenza di sentiero, si è svolta strisciando in discesa con quella parte della schiena che cambia nome… ma la vera avventura è stata l’attraversamento del torrente che definire “impetuoso” è fargli un piacevole complimento. Individuo un posto che sembra “meno peggio” di altri e mi barcameno tra una pietra scivolosa e l’altra puntellandomi con i bastoncini e arrivando circa a metà torrente fino a quando perdo l’equilibrio ed entro con metà di una gamba nell’acqua estraendola subito, ma ormai “la rinfrescata” è presa.

Proseguo con lo scarpone zuppo d’acqua che mi tiene compagnia con il suo “cicic-ciciac”. Mi ritrovo a traversare una pietraia dove teoricamente dovrebbe passare l’itinerario, ma dove non vedo tracce di passaggi. Proseguo traversando il vallone fino a quando scorgo due umani che risalgono il vallone un po’ a destra di dove sono io e qualche centinaio di metri più in alto. Allora il sentiero è là! E infatti dopo poco approdo su una bella traccia. Quella che mi aspettavo di trovare per una meta importante come il Gervasutti. Proseguo decisamente più rilassato e mi godo il panorama. Il meteo è “spaziale” e il panorama “siderale”. Tra tutto il ben di Dio che si può vedere spicca come una gemma in uno scrigno la Est delle Jorasses. Stupenda. Penso al “Fortissimo” che l’ha salita nel 1942 insieme con Giuseppe Gagliardone e anche ad Andrea Giorda che l’ha ripetuta nel 2003 con Massimo Giuliberti.

Ricordo che quando Andrea mise a segno la prestigiosissima ripetizione, eravamo entrambi alle dipendenze della SEAT Pagine Gialle di Torino, azienda che dopo qualche anno andò “a baracca an aria” grazie alla “finanza creativa” e ad una privatizzazione senza scrupoli. Ero alla macchinetta del caffè al 3° piano di via Mezzenile (come l’Uja di Mezzenile nelle storiche Valli di Lanzo) quando arrivò “il ripetitore”, il quale mi disse che qualche giorno prima aveva salito la mitica via di Gervasutti. Per poco il bicchiere del caffè non mi cadeva di mano. La salita contava un numero di ripetizioni che stavano nelle dita di una mano. Parliamo di una via eccezionale, una delle imprese più celebri ed impegnative del grandissimo alpinista “friulano-torinese” il quale, tra l’altro, si sobbarcò i 600 metri di dislivello che separano il luogo dove era montato il vecchio bivacco del Freboudze, utilizzato dai primi salitori, dall’attuale supermoderno bivacco.

Adesso questo “scudo di pietra” era lì davanti a me e facevo fatica a togliergli gli occhi di dosso per proseguire nel mio cammino.

Le Grandes Jorasses con la formidabile parete est

Ma la vita (e la gita…) continua e arrivo ad affrontare un tratto di sentiero molto ripido che prelude alla prima ferrata, dove si stanno imbragando le due persone che mi precedevano sul sentiero. Sono una ragazza e un ragazzo bresciani molto simpatici. Mentre ci prepariamo parliamo (ovviamente) di montagne. Lei è salita la settimana scorsa sul Rocciamelone dalla Val di Susa e le è piaciuto molto. Io le racconto un po’ di aneddoti sul “Roccia” dove sono stato diverse volte. Loro mi parlano delle montagne lombarde, del Cannone dell’Adamello e di come 200 alpini lo portarono, nel 1917, alla quota di 3200 metri a prezzo di enormi fatiche e viaggiando di notte per paura dei ricognitori austriaci. Gli dico che mi riprometto di andarlo a visitare e, vedendoli partire, li saluto con un “ci vediamo su”. Dopo poco sono pronto anch’io e quindi attraverso senza problemi il torrente che è alla base della ferrata (sempre con il mio scarpone “fresco”).

Sull’altra sponda del corso d’acqua noto una fune arrotolata per terra, ma non ci faccio troppo caso. Osservo invece la ferrata il cui primo tratto si presenta decisamente ripido, quasi verticale. Inizio a salire e dopo una ventina di metri arrivo ad un tratto dove il cavo è decisamente malridotto. La guaina esterna è tutta rovinata e lascia scoperto il cavo d’acciaio il quale mi pare che avesse pure qualche trefolo rotto. Cerco di non tirare troppo il cavo in quelle condizioni, anche se la verticalità del salto roccioso mi costringe ad usarlo. Per fortuna più in alto la situazione migliora e posso quindi completare in tranquillità il primo tratto attrezzato. Al di sopra il sentiero riprende, ma dopo poco si spegne in una zona di pietraie dove passa il percorso. I segnavia gialli sono piuttosto scarsi, ma ci sono un po’ di ometti che aiutano ad orientarsi in quel mare di pietra. Alcuni tratti del tracciato passano su rocce montonate con a valle salti di alcuni metri dove potrebbe essere assai spiacevole scivolare.

Forse qualche cavo di sicurezza potrebbe valer la pena di metterlo, specie pensando a chi deve scendere, magari, nella nebbia o (peggio ancora) sotto la pioggia. Ma si tratta pur sempre di un itinerario alpinistico e chi lo percorre dovrebbe sapersela cavare. Arrivo alla seconda ferrata, molto più breve e meno ripida della prima e anche in migliori condizioni. All’uscita due signori gentilmente aspettano che io arrivi per iniziare la discesa. Si tratta di un istruttore del CAI di Biella e di una gentile signora polacca. Ricordando il mio calvario mattutino chiedo loro se cortesemente mi aspettano 10 minuti alla base della ferrata per poi scendere con loro.

Il bivacco è veramente spettacolare sia fuori che dentro, ma soprattutto fuori. Lo sbalzo nel vuoto è da brividi mentre la serigrafia della parte iniziale della “canna” da “maglione di montagna” è veramente azzeccata. Onestamente devo ammettere che la mia posizione da “purista” di qualche anno addietro “vacilla” alla visione di questo gioiello di tecnologia alpina.

Ritrovo i due ragazzi bresciani con i quali ci facciamo reciprocamente un po’ di foto.

La parte anteriore del bivacco Gervasutti con il suo originale “jacquard”
I ragazzi bresciani, Giulia e Francesco
L’autore del racconto

Entro nel bivacco e osservo la modernissima impostazione della struttura interna suddivisa in due zone. Quella anteriore ha nel vano di ingresso una sorta di “centrale di comando”, composta da tastiera e da un display che pare serva a comandare le luci del bivacco alimentate da alcuni pannelli fotovoltaici posizionati all’esterno. Segue la zona pranzo chiusa al fondo da un vero “pezzo forte”. Una enorme vetrata circolare occupa l’intera parete anteriore dalla quale si può godere di una vista mozzafiato sulla parte terminale del ghiacciaio di Freboudze e sulla sottostante Val Ferret.

La vista “da astronave” dal finestrone anteriore

Nella parte posteriore c’è la “zona notte” con due file di letti a castello posizionate sulle pareti laterali. Tutto molto moderno e razionale oltre che perfettamente in ordine.

La “zona notte” del bivacco Gervasutti.

Una porta laterale, posizionata sulla parete opposta a quella di entrata, permette di accedere ad un pianerottolo metallico dal quale si può contemplare uno stupendo panorama di alta montagna dove troneggia il Monte Greuvetta, teatro di grandi imprese da parte del torinese Ugo Manera.

Panorama dalla porta laterale del bivacco. Sulla destra le Petites Jorasses.

Mentre guardo dall’esterno l’avveniristica struttura del bivacco vedo che non c’è nessun ancoraggio tra le pareti esterne del “siluro” e il salto roccioso davanti alla quale è stato installato, dove sono presenti alcuni fittoni metallici inutilizzati. Mi è tornata in mente l’osservazione che avevo fatto anni fa per il Gonella. Anche qui c’è spazio tra la parete e il fondo del bivacco che in inverno si riempirà di neve che poi ghiaccerà. Personalmente mi sentirei più tranquillo se dai fittoni partissero dei cavi d’acciaio ancorati con delle belle golfare alla struttura del bivacco. Anche considerando la storia di danneggiamenti naturali delle “capanne” che lo hanno preceduto e la particolare posizione della struttura “a sbalzo” sul precipizio…

Proverò anche in questo caso a segnalare la cosa al CAI Torino. Vedremo cosa mi risponderanno (se mi risponderanno…).

La parte posteriore del bivacco che sfiora la parete rocciosa con i fittoni metallici inutilizzati

Avrei tanto voluto fermarmi un po’ di più al bivacco, mangiare un boccone, riposarmi un poco, ma ho fretta di scendere per raggiungere le due cortesi persone che hanno accettato di darmi due dritte per evitarmi l’avventuroso approccio mattutino.

Saluto i bresciani, ma prima di calarmi sulle corde fisse ci presentiamo. Scopro che i due ragazzi si chiamano Giulia e Francesco. Per memorizzarli associo il nome della ragazza al mio e quello del ragazzo al santo protettore nazionale. Poi gli dico che ho intenzione di scrivere un pezzo sulla gita odierna e gli chiedo se hanno qualcosa in contrario a che metta nell’articolo la loro foto e i loro nomi. Ottenuto il loro (divertito) assenso abbandono la scena (a malincuore…) e ridiscendo veloce la ferrata, alla base della quale trovo le due gentili persone che mi aspettano. Insieme arriviamo fino alle corde fisse dove ho modo di “apprezzare” la parte delle stesse ammalorate. È noto che un tratto attrezzato come quello, percorso in discesa, produce delle sollecitazioni sugli ancoraggi certamente superiori rispetto alla salita e questo aumenta anche la pericolosità di questi tratti rovinati. Tra l’altro, le condizioni delle corde fisse possono ferire le mani di chi sta scendendo. Per fortuna indosso dei guanti da ferrata, ma non è affatto detto che tutti li abbiano nel sacco.

Comunque arrivo al termine e mi trovo davanti un torrente assai più impetuoso rispetto a quello che avevo attraversato all’andata. Il disgelo pomeridiano ha ingrossato di parecchio il corso d’acqua e vedo che qualche “anima buona” ha raccolto quel cavo raggomitolato che avevo notato al mattino e lo ha teso sopra il torrente realizzando una sorta di corrimano, il quale non impedisce di bagnarsi entrambi i piedi ma evita almeno di essere trascinati via dalla corrente piuttosto forte. Mentre attraverso il torrente vedo la signora polacca che tiene una mano sull’ancoraggio della corda invitandomi ad attraversare velocemente il corso d’acqua.

Quando la raggiungo scopro il motivo di quella strana posizione. L’ancoraggio della fune è costituito da un perno in ferro filettato piantato nella pietra dove viene infilato un anello metallico (non filettato…) presente al capo della fune. Nessun dispositivo (anche solo un banale bullone) che impedisca all’anello di uscire dalla precaria sede. Solo… le mani provvidenziali di qualche persona buona, come nel mio caso è stata la gentile signora polacca. Onestamente devo dire che per avere un “aiuto” di quel tipo è certamente meglio non averlo. Le criticità di questo precario corrimano si sprecano a cominciare dal fatto che non sia permanente. È certo, infatti, che, in primis, “l’anima buona” che ha posizionato il cavo non ha potuto avvalersene. A questo segue la considerazione che non è sempre detto che ci sia questa “anima buona”. Magari chi scende prima trova il torrente ancora guadabile senza problemi e quindi non lo posiziona. Oppure… proprio non passa nessuno prima. Alla lista delle criticità segue l’esiguità del cavo in questione che mi appare simile ai fili in cui si stende la biancheria. Se a questa lista di problemi si aggiunge il precario ancoraggio prima descritto si ottiene un concentrato di criticità veramente unico.

Comunque per fortuna non è successo nulla e mentre mi tolgo l’imbrago i miei due compagni di discesa già pronti mi salutano. L’istruttore CAI mi mostra il percorso del sentiero che si mantiene tutto sulla sinistra orografica del vallone. Quindi nessun attraversamento dell’impetuoso torrente di fusione che mi aveva “piacevolmente intrattenuto” la mattina. Ringrazio della “dritta” e saluto augurando ad entrambi buona discesa. Appena pronto mi avvio anch’io percorrendo a ritroso il ripidissimo percorso che porta alla ferrata. Tutto il sentiero si presenta ottimamente tracciato e con tanti bei segnavia circolari gialli. Certo che… lungo un sentiero con una traccia così evidente i segnavia potrebbero anche essere di meno, mentre nella parte alta del percorso dove la traccia non esiste ne servirebbero un pochino di più.

I segnavia gialli che indicano il percorso per il Gervasutti.

Comunque scendo senza il minimo problema e arrivo al termine del sentiero dove trovo un bel ponticello metallico che permette di attraversare la Dora in sicurezza “depositandomi” sulla strada asfaltata. E sì che avevo letto del ponte metallico mentre quello che avevo attraversato al mattino aveva il fondo in legno. Ricordo che avevo pensato “era metallico… adesso lo avranno ricoperto in legno”…

Il ponticello metallico che attraversa la Dora

Mi incammino sulla strada asfaltata che seguo per circa un chilometro prima di arrivare al parcheggio di Lavachey e alla fine della gita.

All’arrivo apro la portiera lato passeggero per cambiarmi e scorgo tra il sedile e la portiera… la mia ginocchiera missing. Mi godo uno dei momenti migliori di ogni gita e cioè la “levata” di scarponi e calze con successiva passeggiatina rilassante sul prato erboso davanti alla vettura.
Un po’ di stretching per evitare i crampi alla guida e via verso casa.

Gli scarponi “sofferenti” al termine della gita
La ginocchiera “missing”

Quando arrivo a Torino sono piuttosto turbato al pensiero delle condizioni precarie e di usura dei materiali trovati lungo il percorso e decido di segnalare la cosa alle Guide di Courmayeur, in quanto l’istruttore del CAI di Biella che avevo incontrato mi aveva detto che la manutenzione delle opere in loco di norma è di competenza delle Guide locali. In realtà, a seguito di successivo approfondimento, non sono molto sicuro che il nuovo sentiero, con i relativi materiali lì presenti, sia stato tracciato dalle Guide di “Curma” in quanto potrebbe anche essere che se ne sia occupato il CAI di Torino nell’ambito della realizzazione del nuovo bivacco.

Comunque mando la mia segnalazione alla Società Guide Alpine di Courmayeur, la quale molto velocemente mi risponde ricordandomi che la gita in questione rientra tra i “percorsi alpinistici”. Indago un po’ in rete e scopro che i percorsi definiti “alpinistici” vengono frequentati “a rischio e pericolo” di chi li percorre. Una riflessione. Mi chiedo se sia giusto trattare le attrezzature come quelle presenti nel sentiero che porta al Gervasutti alla stregua del materiale che si può trovare su una via di arrampicata come chiodi tradizionali o spit, cordini, fettucce, maillon rapide, ecc. E’ noto che una via quasi mai viene manutenuta da chi l’ha aperta. Questo con alcune importanti eccezioni come nel caso del mai dimenticato Fiorenzo Michelin da Villar Pellice, che regolarmente controllava e sistemava le moltissime vie da lui aperte nel pinerolese. Tra l’altro, mi sembra di ricordare che fu proprio durante una di queste manutenzioni che accadde l’incidente che gli fu fatale.

Non sarebbe forse opportuno che chi attrezza un percorso con tratti assimilabili ad una “ferrata” si occupasse anche del periodico controllo e, se necessario, della manutenzione del suddetto materiale?

Da una parte c’è la giusta considerazione di non agevolare troppo percorsi che per la loro natura alpinistica vanno considerati alla stregua di normali vie di arrampicata e quindi non facilitati artificialmente, ma dall’altra bisogna fare i conti con il tema “sicurezza”. C’è da considerare che i percorritori di questi itinerari possono essere indotti a pensare che i materiali presenti siano “intrinsecamente sicuri” in quanto assimilati ad una via ferrata la quale, di norma, viene periodicamente controllata e manutenuta.

In sintesi, la questione è se sia giusto “addomesticare” la montagna ancor più di quanto lo sia già oppure se è opportuno lasciare le cose come stanno affidando ai percorritori la valutazione sulla bontà o meno dei materiali che trovano sul percorso. Io parteggio per il primo scenario, in quanto penso che anche se questi itinerari vengono definiti “alpinistici”, nella realtà sarebbero da considerare gite escursionistiche di elevata difficoltà con tratti attrezzati. Tracciati di questo tipo possono venire percorsi anche da persone che possono non avere capacità alpinistiche “classiche” (ne ho visti diversi che salivano il tratto ammalorato senza neanche l’imbrago…) e quindi mi sembra giusto che questi soggetti non vengano esposti a troppi rischi a causa di materiali deteriorati i malsicuri.

Non penso certo ad una regolamentazione per legge. In Italia abbiamo già una “bulimia legislativa” che non mi sembra il caso di assecondare, anche perché non mi risulta che questa materia sia oggetto di leggi specifiche neanche negli altri paesi alpini europei. Penso piuttosto a far rientrare queste situazioni nell’ambito delle “linee guida” per la realizzazione di vie ferrate che mi risulta sia redatta dal CAI e che sicuramente fornisce indicazioni che riguardano la manutenzione dei tracciati ferrati.

Una via di mezzo tra l’approccio “garantista” e quello “wilderness” potrebbe essere almeno quello di provvedere a collocare opportuna segnalazione che riporti indicazioni tipo “Tratto attrezzato, ma non manutenuto, che viene salito a rischio e pericolo di chi lo percorre”.

E poi c’è la “soluzione alpinistica pura” e cioè quella di rimuovere le corde fisse sostituendole con quei simpatici fittoni ritorti oppure con dei moschettoni non asportabili che permettono di avanzare in modalità “conserva protetta”. Tale soluzione è stata recentemente applicata sulla via normale per l’Argentera. Esistono, però, alcune controindicazioni a questo modo di operare:

  • non permette di affrontare l’itinerario in solitaria se non a prezzo di manovre non accessibili ai più;
  • richiede necessariamente di portarsi la corda, visto che quelle fisse non ci sono più;
  • richiede necessariamente di scendere in doppia facendo attenzione a non scendere sulla crapa di chi sale, come è capitato al sottoscritto sul Dente dove un tedesco si calò sul pollice destro della mia mano con i suoi scarponi (almeno avesse calzato le varappe…), procurandomi un danno fisico mica da ridere, anche considerando che la maldestra calata avvenne sull’ultimo canapone della via…
  • ma soprattutto rende inaccessibile l’itinerario anche ai gruppi che non hanno conoscenze di progressione in cordata e, aspetto non banale, non dispongono di una corda.

In sintesi, la soluzione “rimozione corde fisse” produce un “filtro” che riduce in maniera significativa il numero dei salitori. Volendo (ma proprio “volendo”), la si può applicare in itinerari tipo l’Argentera che non coinvolgono troppo strutture fisse, anche se i rifugi di appoggio alla salita principale non faranno i saliti di gioia… la vedo assai difficile in tracciati che conducono a rifugi gestiti per ovvi motivi legati alla drastica riduzione dei clienti in grado di raggiungere la struttura.

Come si dice in questi casi, “ai posteri l’ardua sentenza”.

Gita avventurosa (e pericolosetta…) al bivacco Gervasutti ultima modifica: 2026-01-13T05:11:00+01:00 da GognaBlog

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23 pensieri su “Gita avventurosa (e pericolosetta…) al bivacco Gervasutti”

  1. La mia solidarietà (anche anagrafica, temo) e simpatia a Giuliano. Scagli la prima pietra chi non ha sbagliato anche clamorosamente un sentiero o una via (prima del GPS). Il racconto dell’ascensione al bivacco Gervasutti (con buona pace della impaziente Stefania, che per la sua urgenza espressiva salta addirittura le sillabe), nella mia modesta interpretazione, è il pretesto per gli aneddoti che così tanti trovano noiosi. Ma lo sarebbe di gran lunga di più una drammaticamente accurata relazione della ascensione … di una ferrata, che non è il racconto di una  solitaria invernale di Divine Providence.   A me è piaciuto.

  2. La mia simpatica solidarietà – anche, probabilmente, anagrafica – a Giuliano Bosco.  Scagli la prima pietra chi – specie prima dell’era dei GPS – non ha mai sbagliato clamorosamente un sentiero o una via. Mi sembra, poi, che i deprecati “aneddoti personali” – con buona pace della giovane Stefania (tanto veloce  che nella sua urgenza espressiva  “vola” persino le sillabe) – siano l’elemento che dà senso  alla narrazione, nella quale la descrizione del percorso di per sé mi sembra costituire l’innocente pretesto  per le divagazioni.  Temo che sarebbe di gran lunga più noiosa una drammaticamente accurata “relazione di ascensione” dedicata ad una ferrata, che non è certo appassionante come il racconto di una solitaria invernale di Divine Providence; mentre d’altra parte, se uno avesse mai bisogno di sapere come raggiungere il bivacco Gervasutti, sarebbe certamente più prudente consultare una relazione. 

  3. Racconto noioso e pieno di aneddoti personali che rendono l articolo troppo lungo e monoto.

  4. @19 “(p.s.: ma come si fa a non sapere dove inizia il sentiero ?)”
    Concordo … 🤷🏻‍♂️

  5. Racconto a tratti divertente, in altri teatrale, in altri noioso. In diversi esagerato. È una gita, non la vicina parete delle P.te Jorasses! Da farsi con cautela. Fine (p.s.: ma come si fa a non sapere dove inizia il sentiero ?)
     

  6. Appunto. Nel caleidoscopio di testi molto diversi fra loro ci sono quelli che piacciono a una schiera di lettori e altri che piacciono a lettori dai gusti diametralmente opposti. Il lettore oggi insoddisfatto basta che aspetti e arriverà di sicuro un altro articolo che gli piacerà.

  7. Il Gogna, in puro stile giornalistico, non pubblica solo articoli di suo gusto o in linea con le proprie idee, dando massimo spazio all’espressione.

  8. Il récit d’ascensione, per sua stessa natura, è un genera letterario egoriferito. Il récit non riguarda solo descrizioni di ascensioni di “alta qualità e impegno”, ma anche il racconto di qualsiasi giornata in montagna. Cmq ogni testo viene valutato prima di metterlo on line e, se Gogna non ritenesse opportuno pubblicarlo, di certo non lo inserirebbe in programmazione. Ovvio che ogni lettore elabora la “sua” valutazione di qualsiasi testo, ma… de gustibus non est disputandun (come per la forma dei bivacchi…).

  9. Non ne ho a male signora Grazia. Anche perché non l’ho fatto certo io l’ardito paragone.
    Un cordiale saluto.

  10. Il Signor Bosco non ne avrà a male, ma non mi sento di paragonare il metadiario di Alessandro con nessun altro racconto, men che meno quello offerto in questo articolo.

    Non lo trovo per nulla variegato, ma semplicemente farcito di mille considerazioni strettamente personali con un unico tema: il Signor Bosco.

  11. Gentile sig. Cominetti, 
    non capisco bene cosa c’entri la battutina sulle “i” e sulle “o” con il modo di esprimere le proprie (sacrosante) opinioni su un manufatto come il bivacco Gervasutti. Mi sembrano due temi piuttosto slegati tra loro, ma forse mi sbaglio. Capita, anche abbastanza spesso. Comunque, se le può interessare, la mia battutina non era costruita ad arte ma è venuta fuori casualmente dalla rilettura della parola scritta in modo errato. Molte volte mi capita di fare degli errori che trasformano completamente il senso di una parola. Questo caso è uno di quelli. Relativamente “all’aria che tira in una certa Torino” anche qui paleso difficoltà di comprensione (forse l’età che avanza non aiuta …). Effettivamente in alcune giornate tira un’ariaccia che arriva dalla Val di Susa e si sente di più in alcune strade piuttosto che in altre. Ad esempio in corso Matteotti quando si svolta da via XX Settembre si viene colpiti in piena faccia da questo vento valligiano e non si vede l’ora si svoltare in corso Re Umberto per sottrarsi alle gelide folate. Forse è questa quella “certa Torino” a cui allude …
    La ringrazio molto per aver apprezzato il mio racconto e il paragone con il Metadiario del Master in Commander mi inorgoglisce come se fossi riuscito a salire la Kosterlitz dove invece rimango miseramente ancorato a pochi centimetri da terra.
    Un caro saluto.

  12. Sig. Bosco, so che c’è modo e modo per esprimere lo stesso concetto, però se lei mi fa la battutina che mette la i al posto della o in focalizziamo, mi cadono le braccia. Dev’essere l’aria che tira in una “certa” Torino, facciamocene tutti una ragione.
     
    Restando in tema, devo dire che invece io ho apprezzato molto il suo racconto per quanto è noioso e egoriferito. Sono caratteristiche che apprezzo davvero. Sto dicendo sul serio. È una lettura confortevole, come il metadiario di Alessandro, in cui si esce continuamente dal tema. Anzi, un tema non c’è perché ce ne sono tanti e diversi tra loro. Certi argomenti non interessano nessuno ma questi ultimi sono cosi vari e numerosi che il modo di apprezzarli prima o poi si trova.

  13. Focalizziamo (stavo per sostituire per errore la prima “o” con una “i”. Brrrrividiii …🙃). Però come si usa dire “c’é modo e modo”.

  14. Per fortuna l’itinerario in questione è in quello stato. Non fosse così ci sarebbe la coda di turisti che salgono per vedere quello strano rifugio.
    Nelle mie considerazioni maleducate, così definite dal sucaiano sabaudo Sotutomì, ho dato per scontato, ma qui lo dico, che dal punto di vista energetico e funzionale, l’edificio è sicuramente molto valido. Resta però il fatto che esteticamente è molto invasivo e per questo fastidioso. Da architetti che lavorano per il Cai mi sarei aspettato, non solo io, qualcosa di decisamente più sobrio. L’espressione “fa cagare” ritenuta offensiva dal nostro, sintetizza questo concetto. Focalizzate?

  15. Grazia, ovviamente è asettico, oggettivo e fattuale quello che Crovella ritiene essere d’accordo o funzionale a quello che lui scrive.
    Il resto è falso, infondato, frutto di incapacità di comprendere o di ignoranza e stupidamente woke.

  16. Carlo, dove hai trovato un tono asettico? Il racconto è pieno zeppo di considerazioni e fatti personali, aspetto che lo rende un po’ pesante da leggere.

  17. Bel ricordo del Boccalatte, Monzino e rifugio Bonatti che ho frequentato diverse volte quando andavo a planpincieux.

  18. ” i fine settimana sono, di norma, dedicati alla famiglia. Questo da quando la pensione mi permetteva di muovermi durante la settimana senza togliere spazi alla famiglia nei week end. Ma adesso che siamo entrambi “quiescienziati” questi schemi qualche volta si possono pure modificare.” 
    Idem.
    Nel mio piccolo alcuni anni fa ho osservato il percorso per il bivacco Gervasutti dai pendii erbosi sul versante sinistro orografico della val Ferret e ho deciso di…rinunciare. Alcuni amici che ci sono saliti mi hanno parlato di ambiente grandioso.

  19. Ringrazio Giuliano Bosco per il tono cronachistico e asettico del suo racconto: ha dimostrato che si può parlare del “famigerato” Bivacco Gervasutti anche senza sconfinare nella maleducazione e nelle offese. Per quanto riguarda i due temi da lui sollevati, come mia opinione personale ritengo che il primo (itinerario ecc) sia anche conseguenza dell’eccesso iniziale di frenesia innescatosi per “voler vedere” a tutti i costi il bivacco, allora appena ricostruito. Lo strombazzamento che ne fecero un po’ tutti, compresi i numerosissimi articoli apparsi praticamente ovunque, ha consolidato l’idea che sia un diritto indiscutibile per chiunque quello di andarlo a vedere “a tutti i costi”, cioè in sicurezza garantita. Invece era e resta un itinerario di alta montagna, che va affrontato con la giusta esperienza e la capacità di decodificare il terreno, nonché lo stato di usura dei vari ammennicoli ecc ecc ecc. In ogni caso, bene ha fatto Bosco a inviare la sua segnalazione alla Società delle Guide di Curma, che mi par di capire gli abbia risposto in tempi rapidi e con cognizione di causa. 
    Sul quesito connesso allo spazio retrostante e rischio che esso si riempia di neve, non mi avventuro a fornire risposte tecniche: se lo desiderano, ci penseranno i miei consoci che vantano adeguate specializzazioni in materia. Mi limito a confermare che, anche qui, bene ha fatto Bosco a sollevare il tema sempre con apprezzabile tono pacato. I miei consoci ,che si occupano egregiamente del bivacco, hanno sicuramente verificato tutte le situazioni fin dall’inizio, ma sono convinto che, per scrupolo, al seguito della segnalazione di Bosco faranno ulteriori controlli e, immagino, gli  relazioneranno il risultato di tali controlli.

  20. Enri, pensa a un cartello laddove vie, sentieri, strade, ponti e infrastrutture italiane non sono manutenuti: avremmo cartelli dappertutto! 

  21. Racconto potenzialmente bello ma alla fine un po’ noioso. L’autore, mi è sembrato,  non perda occasione per dire a Gulliver cosa deve pubblicare, a coloro che hanno progettato il bivacco cosa non funziona nella progettazione (lascerei il tema a geologi e ingegneri civili, se l’autore è geologo o ingegnere civile sono interessato a leggere le sue motivazioni, immagino che chi ha progettato e realizzato il bivacco qualche ragionamento sui carichi di neve lo abbia fatto), alle guide di Courmayeur come mantengono i sentieri, al fatto che un percorso di una escursione abbia troppi bolli in una zona e troppo pochi nell’altra, che le corde fisse siano logore, che sia un bene che ci sia la ferrata ma forse no, meglio anelli fissi per fare conserva (!), che il corrimano per attraversare il torrente funzioni solo se vi è una buon’anima…. Ma non sarebbe stato meglio raccontare il bello di una gita in un posto magnifico e stop, senza ansia di dover dire a qualcuno cosa non va della gita stessa? Oppure godersi la gita senza il bisogno di scriverne il racconto?
    Detto tutto questo, l’escursione al Gervasutti è una escursione impegnativa (è una escursione, non è nè una gita nè una salita alpinistica) e l’unica cosa sensata da fare di tutte quelle dette nel racconto e vista l’alta frequentazione in Val Ferret sarebbe mettere un bel cartello all’inizio del sentiero seganalando che il percorso presenta rischi, non è manutenuto e stop.
    Poi al Gervasutti, al Boccalatte al Monzino ci si è sempre andati anche senza ponti in ferro, senza corde fisse, senza bolli. Se qualcuno piu che legittimamante preferisce non avere a che fare con torrenti, canaletti erbosi e roccette può andare al rifugio Bonatti che sta proprio di fronte.
     
     

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