Chomo Lonzo

Nel 2005 una spedizione nazionale francese ha esplorato e salito due vette di oltre 7000 metri in Tibet.

Chomo Lonzo
di Yannick Graziani
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2006)

Per la prima volta nella mia esperienza, una spedizione in alta quota è interamente sponsorizzata. Questo rende così facile partire: tutto ciò che dobbiamo fare è presentarci a un orario prestabilito e salire su un aereo. Lo dobbiamo a Jean-Claude Marmier, nostro amico e presidente del Comitato himalayano della Fédération Française de la Montagne et de L’Escalade (FFME), e alla stessa FFME.

L’idea per una spedizione al Chomo Lonzo è nata nel 2003 e circa 15 alpinisti erano interessati al progetto, poi 10, e la squadra finisce per essere composta da otto. Parliamo molto prima di partire – incontri, cene, e-mail – e inventiamo un piano (piuttosto vago e flessibile, poiché le informazioni che abbiamo sulla montagna sono scarse) secondo cui scaleremo con i nostri soliti compagni: due squadre di tre e una squadra di due.

Il versante orientale delle tre vette del Chomo Lonzo

Il 14 aprile arriviamo al campo base. I portatori se ne sono andati, il tempo è bello e la neve dell’inverno è ancora sulle pareti esposte a settentrione. Durante i nostri incontri in Francia, ogni membro del team aveva suggerito idee su come arrampicare e quali percorsi potevano essere possibili. Io ho il sogno segreto di attraversare le tre vette del Chomo Lonzo, la montagna che rappresenta la dea degli uccelli per i tibetani, ma l’idea è ancora prematura.

Il giorno successivo, con previsioni meteo stabili, la nostra piccola squadra di tre decide di acclimatarsi. Il nostro team si basa sull’amicizia e sulla fiducia; ci conosciamo da cinque anni e ci siamo avvicinati sempre di più man mano che ogni spedizione si svolgeva.

Christian ha 41 anni, lavorava come ingegnere in tutto il mondo, ma ora è guida alpina a Chamonix. Vive con Karine, atleta di scialpinismo. Ha fatto molte spedizioni prima che le nostre strade si incrociassero e ha potuto condividere con noi la sua esperienza. È una persona testarda e adorabile.

Patrick, 35 anni, è un glaciologo che vive a Grenoble con sua moglie e tre figli. Lo prendiamo in giro dicendo che è il quarto bambino. Ha attraversato l’India in bicicletta all’età di 20 anni.

Quanto a me, vivo del mio mestiere di guida e risiedo a Chamonix; Kelly, una cittadina statunitense, vive con me da cinque anni. Trovo difficile descrivere me stesso. Sento di vivere gli estremi, anche se il mio ideale è la saggezza. Mi piacciono i miei opposti.

Il nostro team poco ortodosso ha trovato un punto d’incontro: l’alta montagna come passione e l’avventura in alta quota come ideale.

Versante occidentale del Chomolonzo e sua posizione rispetto al Makalu

Ci acclimatiamo in modo classico, mai troppo veloce. Esploriamo la cresta nord-est della vetta centrale fino a 6000 metri, ma le condizioni non sono favorevoli: troppa neve. La settimana dopo ci spostiamo sull’altro lato della montagna e scopriamo che la parete ovest ha molta meno neve rispetto alla gigantesca e difficile parete est. Anche se non vogliamo ammetterlo, i dadi sono stati lanciati e torneremo su questa parete. Lasciamo anche l’attrezzatura a 5600 metri.

Quando ti dirigi su una montagna del genere, devi controllare la parete che vuoi scalare per assicurarti che l’itinerario che hai scelto sia quello giusto. Sembra ovvio, ma lasciatemi spiegare. La scelta della linea determina anche lo stile e l’etica. Il nostro obiettivo è semplice: salire in stile alpino. Se il percorso è ben scelto, corrisponderà al livello tecnico e psicologico degli scalatori. La modestia e l’ambizione diventano così una coppia capricciosa, difficile da soddisfare, gestibile ma pericolosa.

All’inizio di maggio completiamo la prima salita della cima nord del Chomo Lonzo di 7199 metri per la cresta nord-ovest. Ora è il momento di recuperare le forze al campo base per il nostro prossimo progetto. Puntiamo alla vetta centrale di 7540 metri. Inizieremo ripetendo il nostro percorso sulla vetta nord per raggiungere l’intaglio tra le due vette; abbiamo lasciato i campi in attesa del nostro ritorno. Il vento che lassù soffia costante ci obbliga ad aspettare. Al campo base, la primavera è tornata. Ogni giorno vediamo marmotte dorate, aquile e cervi.

I dubbi sorgono mentre lasciamo l’erba per il mondo del ghiaccio e della roccia. A 6000 metri troviamo la nostra tenda VE-25 sopravvissuta molto bene al vento, ma il nostro campo 800 metri più in alto è scomparso, a sentire i più giovani Yann Bonneville e Aymeric Clouet che sono tornati da un tentativo sulla via pochi giorni fa. Dovremo portare su altra attrezzatura.

Il versante orientale dei Chomo Lonzo dal campo base francese. In un primo momento la spedizione ha tentato di salire la cresta nord-est del Chomo Lonzo centrale. Foto: Patrick Wagnon.

Abbiamo portato cibo a sufficienza per otto giorni. Raggiungiamo il campo 2 a 6800 metri dopo otto ore di intenso sforzo su un pendio di puro ghiaccio. I venti con raffiche fino a 100 chilometri orari si alzano improvvisamente nel pomeriggio e ci vogliono due ore per montare due tende. Mi sdraio in tendina per tenerla ferma con il mio peso mentre i miei amici la ancorano saldamente, ma ho paura di volare via. E che dire di quelli fuoti? I loro volti sono tutti gonfi per il vento e hanno le mani congelate. Il vento dura altre due ore e poi cessa all’imbrunire. Grande! Potremo dormire senza tutto il casino di fuori.

Sono trascorse sei settimane di spedizione e abbiamo esaurito gran parte delle nostre forze. I dubbi sorgono di nuovo e discutiamo dei nostri piani. Le previsioni del tempo ci rassicurano. Il vento dovrebbe smettere, ma non domani. Quindi decidiamo di riposare per un giorno. Andare avanti sarebbe uno spreco di energie considerando quello che ci aspetta. Christian ha le labbra di una bambola di silicone e io rido. Ma le labbra screpolate lo fanno soffrire enormemente. Dopo aver sentito il meteorologo, è ora che il medico gli porti un po’ di conforto con il telefono satellitare; consiglia un antidolorifico che abbiamo nella nostra piccola farmacia. Patrick ed io andiamo ad ancorare le nostre due corde alla rocciosa parete finale a 7000 metri. Tempesta e vento nel pomeriggio ci danno dentro come matti. Il nostro istinto ha avuto ragione e questa giornata di riposo ci dà forza da vendere.

Yannick Graziani e Christian Trommsdorff sui pendii ghiacciati del fianco nord-ovest del Chomo Lonzo Nord, a circa 6500 m. Foto: Patrick Wagnon.

Il quarto giorno è splendido. La vetta nord del Chomo Lonzo è vicina e la raggiungiamo velocemente. Ora abbiamo davanti una cresta piena di cornici: le porte dell’ignoto sono spalancate.

Qual è il valore di una vetta vergine? È anche possibile quantificare una montagna? Per lo scalatore d’alta quota ogni vetta è degna e gratificante, che sia già stata scalata o che nessuno ci abbia ancora messo piede. Solo l’avventura conta, e le montagne non apparterranno mai a nessuno o a qualcosa: un paese, un uomo, una religione. Portano una gioia straordinaria a chi le sale, tutto qui.

Scendiamo lungo la cresta verso il passo tra le due vette. Perdiamo 150 metri di dislivello su un chilometro. I pinnacoli bloccano la strada, ma troviamo un modo per superarli o aggirarli. Avvicinandoci al passo a 7050 metri, ci preoccupiamo quando ci rendiamo conto che la via alla vetta centrale inizia con una cresta rocciosa molto ripida di 100 metri. Prima di sistemarci per la notte al colle, proviamo a trovare un modo più semplice per aggirare questa barriera di granito. Vorremmo arrivare in vetta domani. Potrebbe essere possibile fare una doppia di 50 metri per raggiungere un’ipotetica linea di debolezza che potrebbe portarci più in alto sulla cresta, dove diventa più facile. Ma è tardi e il vento si sta alzando. È ora di allestire il nostro campo.

Trommsdorff in obliquo sulla ripida rampa per raggiungere la cresta nord (a 6800 m) del Chomo Lonzo Nord. Foto: Patrick Wagnon.

Non ci sarà nessun D-day il giorno successivo, solo D-meno-uno. Nonostante ci siamo impegnati al massimo, raggiungere la vetta sembra inconcepibile. Partiamo verso le 8.30 sotto le raffiche di neve e guadagniamo appena 100 metri di dislivello. Verso le 15 ridiscendiamo, assicurandoci che i nostri 100 metri di corde siano ben ancorati. Abbiamo tutte le ragioni per credere che il tempo sarà favorevole domani. Quando raggiungiamo le nostre piccole tende alla base della cresta, dobbiamo impiegare altre due ore per ancorarle correttamente perché le corde che avevamo usato ieri sera adesso sono fisse sopra di noi pronte per i nostri jumar.

Il sesto giorno della nostra scalata, intorno alle 10.30, saliamo le corde fino al loro punto più alto a 7150 metri. Siamo ormai a 400 metri dalla vetta. È spaventoso restare appesi alle corde con un vuoto di 2000 metri lungo la parete est sotto i nostri piedi! C’è ancora un tiro di 40 metri di roccia veramente dura per completare la ripida barriera. È verticale, completamente marcia e instabile. Questo punto cruciale ci richiede ancora un’altra ora e molto sudore freddo. Non si può neppure pensare di cadere a queste altezze, perciò occorre essere davvero concentrati.

La sezione successiva è più semplice, o diciamo semplicemente che è più “classica”; tuttavia richiede alcuni tiri in cordata. Adesso ci stiamo muovendo più velocemente. Christian conduce, la sua intuizione ed esperienza aiutano a trovare la strada giusta. Guadagniamo rapidamente quota e il Chomo Lonzo ci lascia entrare nei suoi passaggi segreti e nelle sue linee di debolezza ogni volta che ci troviamo di fronte a un ostacolo. Basterebbe solo un muro qualunque per fermarci, ma ogni torre può essere aggirata sul lato sinistro o destro. Fare la scelta giusta su tali opzioni è spesso la chiave del successo. Siamo nel bel mezzo di una giornata in cui nuvole scure iniziano a circondare l’Everest. Abbiamo solo una cosa in mente: essere veloci. Stiamo iniziando a sentirci stanchi per tutto lo sforzo e non abbiamo ingoiato cibo da questa mattina.

Graziani scende in doppia da un gendarme sulla via tra il colle e la Cima Centrale del Chomo Lonzo. Foto: Chistian Trommsdorff.

La cresta sembrava una linea retta dal colle, ma in realtà zigzaga, il che aumenta la sua lunghezza. Superiamo l’ultimo tratto difficile intorno alle 16, e ora dovremmo essere in grado di salire ancora più velocemente. Beviamo un po’ d’acqua sciolta. Siamo a 7400 metri e la vetta è davvero vicina, ma lo è anche la nostra deadline per tornare indietro. La tempesta inizia, vento e neve collaborano con violenza: siamo costretti a indossare gli occhiali e coprire i visi. Siamo legati a 25 metri di distanza l’uno dall’altro in questa tempesta furiosa e non possiamo nemmeno vederci. L’impegno è forte e lo sentiamo tutti. Gli occhiali s’incrostano di ghiaccio, non si vede più nulla. Cosa fare? Andare avanti o tornare? Ci fermiamo a parlarne. La vetta è troppo vicina, decidiamo di andare avanti. Christian si ferma 20 metri sotto la cima, e ha fatto circa 20 metri! Quando lo raggiungo, vedo che è ancorato a una singola vite da ghiaccio avvitata solo fino a metà alla base di una grande fessura. Il vento è un po’ più calmo ora, ma siamo molto preoccupati da ciò che ci aspetta. Eppure questo è l’unico modo per salire. Decido di provare. Non c’è modo di proteggere questo tiro, posso solo sperare nei miei attrezzi!

Sono le 18.45 quando Chris e io raggiungiamo la vetta. Patrick è a 100 metri di distanza, risparmia le forze per tornare indietro. Questo istante, questo momento rubato, appartiene a noi. Una squisita felicità ci invade. È tardi, è ora di tornare indietro velocemente. Sono le 19 quando iniziamo. In 15 minuti il tempo torna bello e splende il sole quando raggiungiamo Patrick! Scendiamo in corda doppia da ogni torre che abbiamo aggirato durante la salita. Non vediamo l’ora di perdere quanta più quota possibile prima che arrivi la notte. Accendiamo le pile frontali a 7300 metri. Il cielo è sereno e non c’è vento. Sappiamo che presto arriverà la luna piena e decidiamo di aspettarla. Sono quasi le 23 quando ci fermiamo sotto un grosso masso per sciogliere la neve. Riprendiamo quindi una lunga serie di estenuanti calate che ci portano al nostro campo alle 4 del mattino, dopo 20 ore di fatica. Accendiamo tutti i fornellini che abbiamo per sciogliere quanta più acqua possibile. Ci vorranno due ore per sciogliere solo due litri! Dobbiamo assolutamente dormire, ma prima è d’obbligo reidratarci per riprenderci. È sopravvivenza.

Dal colle tra la Cima Nord e la Cima Centrale del Chomo Lonzo verso la vetta di quest’ultima. Foto: Patrick Wagnon

Il settimo giorno, dopo un’intera settimana su questa salita, mi sveglio alle 8 del mattino, esco dalla tenda, sciolgo la neve e sgranocchio qualche biscotto mentre gli altri si preparano dentro. Per scendere, dobbiamo salire! La porta di uscita si trova a 7200 metri, attraverso la vetta nord. Alle 11 iniziamo la nostra discesa, prima salendo sulla vetta nord e poi calando in doppia fino a oltre i 6800 metri.

Raccogliamo lì l’attrezzatura di riserva e scendiamo le ultime doppie mentre il vento riprende a soffiare con violenza. Ci vogliono altre 15 doppie su ghiaccio ripido per raggiungere i 6000 metri, e sono le 20.00 prima di raggiungere un punto dove possiamo camminare senza corda. Abbiamo fretta di vedere l’erba e perdere quota, quindi continuiamo a scendere fino ai 5300 metri. Siamo stanchi morti e crolliamo a terra. Sono le 2 del mattino dell’ottavo giorno.

Quando raggiungiamo Kathmandu, pochi giorni dopo, oziamo e approfittiamo dello stile di vita nepalese prima di dirigerci verso l’Europa, il suo lusso, la sua disperazione e le sue contraddizioni.

Sommario
Area: Valle di Kangshung, Tibet
Ascensioni: prima salita del Chomo Lonzo Nord 7199 m per la cresta nord-ovest (1500 m, TD), Yannick Graziani, Christian Trommsdorff, Patrick Wagnon, 3-7 maggio 2005. Prima salita del Chomo Lonzo Central 7540 m via traversata dalla cima nord e cresta nord (ED), Graziani, Trommsdorff, Wagnon, 15-22 maggio 2005.

Una nota sull’autore
Yannick Graziani, 33 anni, ha raggiunto la vetta del Makalu da solo nel 2004 e nel 2002 ha effettuato la prima salita della parete sud-ovest del Chaukhamba II di 7070 metri in India.

Verso la vetta della Cima Nord. Foto: Patrick Wagnon.

Chomo Lonzo North
di Patrice Glairon-Rappaz
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2006)

Sono sdraiato nella mia tenda, ascolto musica dolce e sogno ad occhi aperti le nostre salite in questa fantastica spedizione. Domani inizieremo il nostro viaggio di ritorno a casa dopo due mesi in questa zona remota. Chiudo gli occhi e lascio che la mia mente vada alla deriva…

Per me e Stéphane Benoist, l’ascensione del Chago, una bellissima vetta di 6893 metri tra l’Everest e il Makalu, ha fornito la prima intensa esperienza della spedizione. Quando abbiamo raggiunto la crepaccia terminale eravamo entrambi mezzi assiderati. Venti davvero forti martellavano le vette intorno a noi quel giorno.

“Proviamo a superarla e poi decidiamo se continuare”, ha suggerito Stéphane.

Poche ore dopo stavamo ammirando gli incredibili panorami dalla vetta del Chago. Avevamo scalato una linea molto logica ma faticosa sulla parete nord-est e poi abbiamo seguito una linea aerea di cresta fino in cima. Eravamo circondati da alcune delle vette più prestigiose dell’Himalaya: Makalu, Baruntse, Ama Dablam, Nuptse, Lhotse e il lato Kangshung dell’Everest, meglio di qualsiasi cosa avessimo visto sulle cartoline!

Graziani in testa a c. 7150 m sullo sperone roccioso della Cima Centrale. Foto: Patrick Wagnon.

Ci siamo sentiti forti e il nostro entusiasmo sembrava indistruttibile. Avevamo avuto successo nella nostra prima scalata nella catena montuosa e potevo sentire la dolce e forte droga che scorre nel sangue ogni volta che si raggiunge una vetta. Avevamo fatto fatica a restare lì, ma quel test ora ci aveva reso più fiduciosi. Pochi minuti prima imprecavamo e soffrivamo per la stanchezza, ma subito dopo eravamo pronti per una salita ancora più dura. Quella era proprio una droga, e anche forte!

Sento un fischio fuori dalla tenda ed esco per vedere il nostro sirdar che mi fa cenno di scendere giù alla tenda principale per il pranzo. Siamo tutti riuniti al campo base tranne “i Rinnegati” che stanno ancora lottando in alto sulla montagna. L’ultima volta che li abbiamo sentiti, erano su un passo e diretti verso la cima principale del Chomo Lonzo.

1) via Graziani-Trommsdorff-Wagnon sul Chomo Lonzo Nord e Centrale; 2) via Benoist-Glairon-Rappaz sul Chomo Lonzo Nord. A) Chomo Lonzo Nord 7199 m; B) Chomo Lonzo Centrale /540 m; C) Chomo Lonzo Principale 7790 m. Foto: Patrick Wagnon.

Mentre ci sediamo e parliamo, siamo tutti d’accordo sul fatto che se raggiungeranno la vetta, la loro ascesa sarà sicuramente una delle vie più impegnative ed esposte mai scalate in Himalaya. Siamo tutti contenti di poter condividere la loro scalata “in diretta” attraverso il collegamento radio e di dare loro tutto il supporto possibile!

Una volta finito il pranzo, decido di tornare alla mia tenda e riprendere la storia di Shackleton da dove l’avevo interrotta l’ultima volta. Leggere delle sue avventure mi fa tornare la mente alla mia recente avventura…

La fine del nostro soggiorno si stava avvicinando e si prevedeva solo tempo ventoso e instabile. Steph e io non avevamo ancora scelto un’altra linea definita, ed eravamo a soli dieci giorni dal tornare a casa! Questa è stata una nuova esperienza per noi perché in altre spedizioni avevamo deciso i nostri obiettivi prima di partire da casa e avevamo potuto studiare da vicino il percorso. Questa volta l’approccio era diverso perché la montagna avrebbe deciso per noi, stabilendo le regole del gioco mentre salivamo. Avremmo dovuto adattarci e scegliere rapidamente quella che sembrava l’opzione migliore.

Stéphane Benoist lascia il luogo del primo bivacco. La parete ovest del Chomo Lonzo Principale 7790 m è sullo sfondo. Foto: Patrice Glairon-Rappaz.

Alla fine, Steph e io abbiamo scelto quella che sembrava una linea davvero interessante sulla parete ovest della vetta settentrionale del Chomo Lonzo. La notte della nostra partenza ha nevicato molto e nella nostra testa sono sorti di nuovo dei dubbi. C’erano sempre stati per tutto il tempo, ma finalmente eravamo riusciti a calmarli. E ora nevicava di nuovo. Le previsioni del tempo erano instabili e potevamo solo immaginare come saremmo stati martellati dagli spindrift che ora avrebbero certamente ricoperto la parete.

La sveglia suonò alle 3 del mattino e presto eravamo in viaggio, salendo su un campo di massi e poi su un pendio a lieve pendenza fino alla crepaccia terminale. Gli zaini erano pesanti e il ghiaccio era incredibilmente duro nella prima parte della via. Non ci eravamo ancora resi conto che sarebbe stato così per tutta la salita! Alle 9 del mattino avevamo già le caviglie in fiamme. Abbiamo raggiunto il canalone dopo un delicato tiro di misto. Un tiro piuttosto ripido con un tratto verticale ci ha portati all’inizio di una bellissima linea di ghiaccio, che abbiamo seguito per 10 lunghezze fino a 6800 metri. Era l’1.30 del mattino quando abbiamo trovato un posto dove sistemare il nostro bivacco su una spalla. Devastati da questa lunga e dolorosa giornata, ci siamo tuffati nella nostra tenda e siamo caduti in un sonno profondo non appena abbiamo poggiato il capo al suolo, dimenticando di mangiare e bere.

In una goulotte a 6500 m sulla parete ovest del Chomo Lonzo Nord. Foto: Patrice Glairon-Rappaz.

Così ci siamo svegliati tardi il giorno dopo e abbiamo bevuto, bevuto, bevuto e bevuto ancora un po’. Avevamo bisogno di reidratarci e nutrirci se speravamo di andare avanti.

Abbiamo ricominciato a muoverci intorno alle 13.00. Stavamo scalando pendii innevati, il che ha permesso alle caviglie di riposare finalmente un po’. Queste lunghezze ci hanno portato a una serie di emozionanti tiri di misto. Erano le otto di sera quando decidemmo di fermarci per la notte. Abbiamo montato la nostra tenda su un comodo masso piatto sospeso nel vuoto. Grande ambiente garantito! Mentre forti venti si alzavano durante quella notte, ci attraversò la testa il pensiero di essere spazzati via da quella roccia. Ma ancora una volta, il nostro peso è stato sufficiente per essere risparmiati.

L’incontro casuale, subito sotto alla cima del Chomo Lonzo Nord: da sinistra, Patrice Glairon-Rappaz, Christian Trommsdorff, Stéphane Benoist e Yannick Graziani. Il secondo e il quarto stanno salendo con l’autore della foto, il primo e il terzo stanno scendendo. Foto: Patrick Wagnon.

Al mattino mi sentivo assonnato e sapevo che avrei dovuto raccogliere tutte le energie rimaste in un corpo stanco per uscirne. Steph ha preso il comando fino alla cresta sommitale, che è apparsa molto più lunga e difficile di quanto avessimo sperato. Era più in forma e ho seguito la sua corda per i pendii innevati, intorno ai crepacci, su e sopra i seracchi e le sezioni rocciose. Sembrava che questa cresta non finisse mai. È difficile muoversi velocemente quando sei a 7000 metri. Bivaccammo per la terza volta 50 metri sotto la vetta in un luogo riparato.

Abbiamo dormito bene ma mi sentivo ancora completamente svuotato. Non dimenticherò mai quanto sia stato un incubo per me il primo tiro di quel giorno successivo. Abbiamo dovuto farci strada in una neve molto profonda e ci sentivamo come se non si potesse arrivare da nessuna parte. Il mio corpo non rispondeva affatto. Ho urlato a squarciagola per scuotermi. Ho dovuto andare più in profondità di me stesso di quanto avessi mai fatto per ogni singolo passo verso l’alto. Questo rimane uno dei momenti più difficili che ho vissuto come alpinista, e ancora oggi è difficile da analizzare.

Ero pieno di forza, da qualche parte dentro di me, ma non ne avevo accesso.

Ben presto, però, la neve sulla cresta si è fatta più solida, e poi ci siamo ritrovati sulla bellissima vetta settentrionale del Chomo Lonzo. Un momento indescrivibile di gioia condivisa.

La nostra discesa ha seguito la cresta nord-ovest che i Renegades avevano scalato poche settimane prima, quando hanno fatto la prima salita della vetta nord. Dopo qualche calata abbiamo incontrato i tre che erano impegnati nel loro tentativo alla vetta centrale. Vederli lì era surreale eppure così caloroso. Abbiamo pronunciato poche parole e ci siamo scambiati amichevoli abbracci. Patrick ci ha fatto delle foto. Erano felici per noi e li abbiamo incoraggiati per la loro continuazione.

Dopo una lunga serie di doppie abbiamo raggiunto il campo alto 6000 metri intorno alle 22.00. Adesso eravamo su un terreno sicuro.

Apro lentamente gli occhi e vedo il mio libro al mio fianco. Sono sdraiato nel profondo del mio saccopiuma. Non c’è niente di sbagliato in una bella siesta, soprattutto quando hai fatto sogni così belli!

Sommario
Area: Valle di Kangshung, Tibet
Ascensioni: Salita del Chago 6893 m per la parete nord-est alla cresta nord-ovest, Stéphane Benoist, Patrice Glairon-Rappaz, 25 aprile 2005. Nuova via (1100 m, ED M5+ WI4-5) sulla parete ovest del Chomo Lonzo Nord 7199 m, Glairon-Rappaz, Benoist, 13-16 maggio 2005.

Una nota sull’autore
Patrice Glairon-Rappaz, 35 anni, vive nel sud della Francia. La sua nuova via sulla parete nord del Thalay Sagar con Stéphane Benoist è stata pubblicata sull’American Alpine Journal 2004. Scrive: “Vorrei cogliere l’occasione per ringraziare Jean-Claude Marmier, presidente del Comitato Himalayano FFME, per il suo supporto illimitato“.

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Chomo Lonzo ultima modifica: 2020-11-26T05:57:13+01:00 da GognaBlog
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