Dal Milione di Marco Polo ai diari di viaggio di Cristoforo Colombo non passano solo più di due secoli, ma la distanza tra pre-modernità e modernità. Nel mondo del primo i luoghi non si misurano in chilometri ma in tempo vissuto. L’esperienza del viaggio è un esercizio di adattamento e ascolto, non una conquista.
È il corpo del viaggiatore a tracciare il percorso, metro dopo metro. Con Colombo, tutto cambia: lo spazio diventa calcolo, lo sguardo si fa astratto, la mappa precede il territorio. E il mondo diventa un oggetto da misurare. E dominare.
Da Marco Polo a Cristoforo Colombo
(nascita del mondo moderno)
di Franco Farinelli
(pubblicato su MicroMega 5/2025)
Il mondo di Marco Polo
Ancora oggi nella lingua italiana il termine “divisare”, sebbene alquanto ricercato, significa stabilire, disegnare, esaminare minutamente ovvero inventare, dividere ma anche rappresentare in vista di una decisione. Il titolo originario del testo di Marco Polo che da poco meno di un millennio chiamiamo Il Milione, dal soprannome del suo autore, era appunto Le devisement du monde, termine evidentemente in bilico tra l’osservare e il distinguere, lo scorgere e allo stesso tempo il frazionare: insomma tra il vedere e il fare a pezzi. Ma anche spartire ed esporre con ordine. Inseminare, rendersi conto.
Il testo racconta il viaggio a cavallo di Marco, di suo padre Niccolò e di suo zio Maffeo, nell’ultimo quarto del Duecento, da Venezia alla Cina lungo quella che ancora oggi è nota come la “via della Seta”: strada lunga e pericolosa sebbene già allora nota da secoli, e lungo la quale ogni giorno si presenta ai Polo in forma diversa la necessità di correggere l’itinerario. Un viaggio comunque senza nessuna fretta, e scandito da frequenti soste, non sempre brevi.
A Canpiciou, (l’odierna Zhangye, di qua dal fiume Giallo, passato il deserto del Taklamakan dove di notte si sentono risuonare voci di fantasmi), per esempio, il soggiorno dura un anno intero, per ragioni che Marco non ritiene opportuno riferire. Altre volte riferire è impossibile, a motivo di incantamenti che anche per sette giornate di fila mutano il giorno in notte e impediscono così la vista, costringendo all’immobilità, cioè alla sospensione del cammino. Il mondo di Marco si compone così di luoghi, ed è governato non soltanto dall’assenza dello spazio, ma anche del tempo così come noi moderni li intendiamo: ogni luogo è tale appunto perché ha la propria misura oltre che la propria natura, la propria particolare logica, e al tempo di Marco non esiste ancora, nemmeno in Occidente, nessuno standard metrico, nessuna possibilità di ridurre la complessità e diversità del mondo a un unico codice o regola come il modello spaziale, invece, in epoca moderna pretende e riesce.
Le cose del mondo stanno per Marco l’un l’altra in proporzione, si misurano a vicenda, come accade ancora oggi alle fattezze della Terra se rappresentate su un globo. Come dire che si trattava allora di una visione del mondo molto meno discosta di quel che oggi si può pensare da una visione autenticamente globale (il che, per inciso, potrebbe indurre a interessanti riflessioni circa la natura di quel che adesso si pensa essere la globalizzazione).
Ancora oggi è questione aperta e molto ingarbugliata, se nel loro andare i Polo si servissero di mappe, e nel caso di quali, se occidentali o cinesi. A meno di non essere un messaggero o un soldato, nel Medioevo il problema della velocità in genere non esiste, e l’attività dei mercanti si fonda sulla segretezza delle relazioni e delle mete piuttosto che sulla rapidità del cammino: il mondo è ancora oltremodo grande e smisurato, i deserti, le foreste, le montagne non hanno ancora lunghezza, cioè estensione metrica, ma hanno soltanto durata, corrispondono al tempo del loro effettivo, pratico percorso e non a misure astratte, e soltanto l’alternarsi della notte e del dì e delle stagioni scandisce il trascorrere dei mesi.
Marco parla tutti i linguaggi, pratica tutti gli idiomi dei paesi attraversati: il turco degli uiguri che vivono nell’attuale regione del Xinjiang, il turco che parlano i mongoli, il persiano arabizzato.
Le cose di cui il mondo si compone non hanno ancora misura, e il mondo stesso non ha ancora direzioni astratte (quelle che noi chiamiamo punti cardinali, riferite ai corpi celesti), ma solo quelle naturali stabilite dal corso dei venti da cui prendono il nome: si avanza verso greco oppure verso tramontana od ostro, a segno dell’immediata coincidenza tra esperienza e modello del mondo, e della assoluta e diretta dipendenza di questo da quella.
È una strada lunga e pericolosa, che bisogna adattare ogni giorno a vicende locali come guerre e inondazioni e agli imprevisti di natura personale o politica. La sosta nei caravanserragli consente, alla sera, di apprendere lingue e costumi, racconti e informazioni.
Proprio perché le contrade e le regioni non hanno estensione ma soltanto durata, i luoghi e le giornate finiscono col divenire la stessa cosa, coincidono nell’esperienza del cammino e servono da reciproca misura. Il metro del mondo non ha ancora nulla di astratto o di standard, ma nella sua relatività obbedisce in maniera immediata alla concreta faccia della Terra e alle condizioni naturali che la governano: procedere d’inverno è tutt’altra cosa che procedere d’estate, e in funzione della natura del terreno il mezzo di locomozione varia in continuazione.
Dalle fonti trecentesche si apprende che per arrivare dalla Crimea alla Cina (a circa seimila chilometri di distanza) un mercante impiegava allora circa nove mesi, così suddivisi in relazione alla natura del suolo: 115 giorni con somari someggiati, 75 a cavallo, 50 con cammelli, 25 con carri trainati da buoi, 9 per via d’acqua.
A causa della neve, della pioggia e delle grandi inondazioni, per il loro ritorno in Cina (quello con Marco è il secondo viaggio dei fratelli Niccolò e Maffeo) i Polo impiegano tre anni e mezzo. E in fin dei conti va loro bene: se il mondo si compone di luoghi, cioè di parti discontinue, eterogenee, anisotropiche (non voltate, cioè, nella stessa direzione) non è affatto detto che il ritorno avvenga, anzi (e si badi che sono proprio l’eterogeneità e l’anisotropismo dei luoghi a garantire il valore di scambio delle merci che da essi originano).
Così funzionava il vecchio mondo. Lo confessa, in un manoscritto inedito del Milione, lo stesso Marco: se avesse mai pensato che sarebbe tornato indietro, scrive, avrebbe di certo ricordato molte più cose.
Eppure in Mongolia, all’interno dell’impero del Gran Khan, Marco fa in tempo ad apprezzare i vantaggi dell’ordinamento destinato anche da noi, in epoca moderna, a rivoluzionare il funzionamento del mondo: lo yam, il sistema postale dell’impero, una rete di stazioni per messaggeri che dalla capitale Canbaluc (l’odierna Pechino) s’irraggiano per tutto il regno a intervalli fissi di 25 miglia l’una dall’altra, in dipendenza dalla quale è disposta una rete ancora più fitta, con stazioni minori per il cambio della cavalcatura discoste l’un l’altra soltanto cinque miglia. È il dominio della linearità e perciò della rapidità e dell’equivalenza delle parti, l’unico esempio di struttura spaziale (o almeno protospaziale) che Marco descrive. La stessa che di lì a qualche decennio avrebbe iniziato a fondare in Europa e anche nella nostra penisola, con la prima nascita degli Stati territoriali centralizzati, il regime della modernità.
Detto così sembra quasi un assurdo: il Milione come descrizione, tra l’altro, del congegno territoriale, di marca orientale, alla base dell’assetto occidentale che è ancora il nostro.
La mossa fondamentale della modernità
Soltanto nella relazione del terzo viaggio di Cristoforo Colombo, dunque alla fine del Quattrocento, compare l’espressione “nuovo mondo”. E soltanto verso la fine dei suoi giorni, nel corso della quarta spedizione, Colombo sarà colto dal dubbio che la terra dov’è approdato non sia la Cina di Marco Polo, il favoloso Catai in cerca del quale era partito.
Una volta tanto i libri di storia dicono la verità: a differenza, anzi all’opposto di Marco Polo, Colombo ha un unico problema, tornare indietro il prima possibile. Per questo cerca il Levante andando verso Ponente. I suoi calcoli sono sbagliati, ma quel che li giustifica è la sistematica riduzione, impensabile per Marco, della realtà a complesso di rapporti tra grandezze spaziali e temporali del tutto convenzionali (l’ora, la lega, il miglio), imposta dal fatto che quel che preme è qualcosa di completamente estraneo, anzi opposto, alla logica e alla cultura dei Polo: la velocità, cioè il rapporto astratto tra quantità astratte.
Come si legge, ad esempio, nel diario di bordo del primo viaggio di Colombo sotto la data del 22 gennaio 1492: «Indi proseguì a nord, quarta di nord-est per lo spazio di sei ampollette, che saranno state altre 18 miglia». E così via.
I rapporti cadono tutti all’interno di un ambito altrettanto astratto, non più individuato, come per Polo, dal nome dei venti che sono stabili anche se allo stesso tempo effimeri, cioè intermittenti, ma dalla geometria invece fissa, cioè immutabile, dei punti cardinali. Le piccole ampolle in questione sono clessidre piene di sabbia che, svuotandosi, segnano il trascorrere del tempo: ognuna vale mezz’ora. E “spazio” qui significa intervallo temporale, che però viene immediatamente tradotto in misura metrica, in estensione spaziale appunto.
Nel caso di Colombo, insomma, la rappresentazione geografica già precede il mondo, lo spazio ha già ricompreso e assorbito tutti i luoghi, per lo stesso viaggiatore la mappa anticipa nel corso del cammino la natura e le fattezze di quel che esiste, fino a prefigurarne l’esistenza.
E non soltanto perché nel suo caso si tratta di distanze marine e non terrestri. Basta leggere quanto riportato nel diario di bordo sotto la data del 25 settembre. Sia Colombo sia Martín Pinzón, il comandante della Pinta, sono ormai convinti di essere vicini alla terra, perché ambedue hanno «trovato dipinte certe isole in quelle acque», verosimilmente sulla carta dell’oceano preparata da Paolo Dal Pozzo Toscanelli, il più elusivo e misterioso dei cosmografi moderni, e da questi trasmessa a Colombo in copia.
Nel mondo di Colombo, dominato dall’astrazione spazio-temporale, le cose posseggono anzitutto e principalmente estensione: nella relazione del suo ultimo viaggio viene spiegato, ad esempio, che le miniere d’oro di Beragua «si stendono lo spazio di venti giornate a ponente e si trovano ad eguale distanza dal Polo e dalla linea equinoziale (quella che oggi chiamiamo equatoriale)».
Nel mondo di Marco, invece, proprio perché non esiste né l’astrazione spaziale né quella temporale, le cose non si (e)stendono ma si limitano ancora a durare. Per Colombo, come per Tolomeo, lo “spazio” significa l’intervallo tra un nodo e l’altro dell’astratto reticolo dei meridiani e dei paralleli, suppone perciò la proiezione, dunque la carta, non la superficie terrestre ma già la sua immagine, o meglio la faccia della Terra come risulta dalla sua mappa.
Sicché le cose stanno esattamente all’opposto di quel che ancora oggi nelle nostre scuole viene insegnato: l’effetto funzionale dell’impresa di Colombo non fu quello di rendere sferica l’immagine della Terra che prima si supponeva piatta, ma esattamente, al contrario, di trasformare tutta la Terra, da sferica che era e si credeva, in una gigantesca, piatta tavola. Colombo, insomma, come protagonista della prima decisiva mossa da cui l’intera modernità trae origine: la qual cosa coincide appieno con ciò che a scuola da piccoli ci hanno insegnato, anche se le motivazioni sono opposte.
Così, senza la sua impresa, senza cioè il formidabile anticipo della mappa rispetto al territorio, diventa impossibile comprendere la natura del Leviatano, dello Stato moderno territoriale centralizzato. Qualcosa che al tempo di Marco Polo, e specialmente a Venezia, è del tutto inconcepibile. A quel tempo la natura del modello del mondo è ancora decisamente opposta a quella spaziale, è invece invariabilmente ricorsiva, consiste cioè del reciproco annidamento di ogni cosa all’interno dell’altra: il mare contiene la terra, la terra contiene le città, le città contengono gli abitanti.
Per Colombo, invece, lo spazio non esiste senza che le cose siano tra loro distinte attraverso un intervallo lineare riconducibile a un distanziamento. E’ questa la mossa fondamentale della modernità.
Al contrario, la veneziana basilica di San Marco si compone, ad esempio, di una moschea che al proprio interno contiene una chiesa cristiana che per dimensioni è la più grande del mondo; la chiesa di San Nicola a Bari, all’estremo opposto del Golfo di Venezia, si compone di una chiesa ortodossa contenuta dentro una chiesa cattolica; e tra le due il riminese Tempio Malatestiano dell’Alberti consiste di una chiesa cristiana all’interno di un tempio pagano; mentre i torricini del Palazzo Ducale di Urbino sono dei minareti, venendo il Laurana, l’autore del progetto, dalla costa orientale dell’Adriatico. La vita delle forme è mobile, insegnava Henri Focillon. Ma la mobilità delle forme si sviluppa attraverso quella degli esseri umani, che al tempo di Marco, prima di quella che Foucault ha chiamato la moderna “grande chiusura” prodotta dalle grandi formazioni statali, era maggiore di quella di oggi.
Nascita del soggetto moderno
La formazione dello Stato territoriale centralizzato, come lo chiamava Carl Schmitt, segna tra Quattro e Cinquecento la crisi del soggetto mobile. Ed è sintomatico che tra le prime città a risentirne sia proprio Venezia, città, anzi Stato anfibio per genesi, ambivalente anzi ancipite perché dotato di due nature, una di terra e una di mare.
Lo Stato moderno rappresenta il trionfo di Firenze e la definitiva crisi di Venezia, si costituisce e diffonde attraverso uno sguardo in cui quello di Marco non può affatto riconoscersi: uno sguardo alla base dell’omologia, ancora oggi fondamentale, tra i princìpi della continuità, dell’omogeneità e dell’isotropismo che per Euclide reggono la natura geometrica dell’estensione e la natura della moderna territorialità statale che deriva dalla prospettiva lineare, secondo la quale l’occhio non può arrestarsi durante il fulmineo tragitto verso il punto di fuga; deve essere, inoltre, in ogni momento impostato alla stessa maniera sulla rettilinearità e sulla velocità; dev’essere infine sempre orientato nella stessa direzione. In virtù di tale omologica relazione tra sguardo disincorporato e corpo statale, il modello prospettico si riconfigura come una vera e propria “chiusura operazionale”, per dirla con i termini delle teorie autopoietiche, vale a dire assume il carattere di una circolare concatenazione di processi che nell’insieme costituiscono un complesso autocalcolante di soggetto e oggetto, in grado di acquistare coerenza attraverso il suo proprio operare in senso metrico, cioè spaziale, e non attraverso l’intervento di stimoli esterni: quegli stimoli che, all’origine, proprio il dispositivo semichiuso del brunelleschiano fiorentino Portico dello Spedale degli Innocenti (la prima struttura prospettica, dunque spaziale in senso moderno) ha il compito di eliminare.
E si comprende in tal modo la ragione per cui Pippo Brunelleschi, come lo chiamavano gli amici, scelga la struttura perticata per annunciare la nuova regola destinata nel corso dei secoli a governare la realtà: il mondo intero esiste per essere ridotto a un unico spazio, a un numero limitato di metriche, tendenzialmente a una sola.
Il prezzo di tale inaudito artificio è uno soltanto ma decisivo, inconcepibile per Marco Polo ma programmaticamente esibito dal Portico: l’immobilità del soggetto stesso, chiamato in tal modo per la prima volta a decidere, da fermo, se credere alla vista o al tatto, che dicono cose l’una opposta all’altra a proposito delle stesse forme.
In tal modo nasce il soggetto moderno, che a Pavel Florenskij sembrerà, appunto a motivo della sua costitutiva immobilità, «paralizzato perché avvelenato con il curaro». E con il soggetto moderno nasce, per contrasto, anche l’oggetto, che è semplicemente quel che gli si oppone frontalmente e non è dotato di anima. Tra di essi, l’intervallo spaziale che un unico semplice sguardo consente in un battibaleno di controllare, di ridurre a ragione.
Si edifica così il primo segmento del moderno territorio, termine ambiguo quant’altri mai perché in esso terra e terrore, indistinguibilmente connessi, diventano la stessa cosa: nasce insomma in tal modo la modernità. Le cui condizioni di esercizio sono programmaticamente opposte a quelle precedenti, che valevano per Marco.
Non soltanto sotto il Portico il soggetto è immobile e sottoposto a coercizione, ma deve guardare per forza quello che ha di fronte e deve farlo immediatamente, senza poter scegliere tempo e modo attraverso la sospensione o la rimozione, durante l’atto, dello sguardo.
Si tratta di condizioni esattamente opposte a quelle sistematicamente esperite dai Polo, soggetto collettivo composto da un figlio, un padre e uno zio, nel corso dei loro viaggi.
La solitudine ovvero l’individualità del soggetto prospettico segna, invece, l’autentico avvento della modernità, rappresenta, nel linguaggio di Marcel Gauchet, la forma della fine della società religiosa ovvero olistica, il compimento del passaggio dall’unità ontologica in cui Dio e mondo sono la stessa inscindibile cosa all’espressione della trascendenza, della definitiva dualità tra questo e quello.
Marco e i suoi parenti vivono, al contrario, ancora all’interno di quella che per sant’Agostino era la “città pellegrina”, animata dal regime d’equivalenza tra le cose e gli esseri viventi, dalla loro compenetrazione, dall’intima dialettica, insomma tra civitas e urbs, vale a dire tra complesso di soggetti e insieme dei manufatti di cui la città si costituisce.
Sotto il Portico degli Innocenti per la prima volta la polis, la città nel senso appunto politico del termine, si mostra invece programmaticamente scissa: da un lato la componente umana, dall’altro quella materiale da cui essa dipende.
Inizia così a profilarsi la moderna città spaziale, fondata sulla separazione, sulla programmatica distanza tra elemento materiale ed elemento umano, distanza ontologicamente irriducibile proprio in quanto, paradossalmente, risulta linearmente misurabile con la massima precisione.
E’ sotto il Portico degli Innocenti che per la prima volta la polis si riproduce consapevolmente attraverso il controllo esercitato dalla forma dell’urbs sulla natura della civitas singolarmente esperita, si manifesta il programmatico comando della materiale forma urbana sulla capacità di manipolazione simbolica dei cittadini.
Ma Marco Polo non conoscerà mai il mondo che in tal modo nasce a Firenze, e che è ancora il nostro: il suo, proprio perché per natura mobilissimo, si fonda ancora sulla consapevolezza delle differenze, sulla strutturale coscienza delle diversità, sull’idea di conoscenza come processo prima fisico che mentale, e comunque programmaticamente aleatorio, in nessun caso predeterminabile.
Vi è una grande lezione nel racconto di Ramusio, secondo il quale al loro ritorno a Venezia i Polo appaiono in tutto e per tutto mongoli, e non soltanto a causa del loro abbigliamento e del tempo intercorso dalla loro partenza. Nessuno sul momento li riconosce.
E’ davvero difficile, per chiunque, dire se siano davvero gli stessi partiti 24 anni prima. Di fatto lo sono e non lo sono. Decisivo resta il contrasto che si evidenzia, anche in una città mercantile come Venezia, tra la mobilità dei soggetti e il riconoscimento civico, tra la durata dell’assenza e l’appartenenza alla comunità. Sarà, sempre secondo il Ramusio, la vista del tesoro di gemme nascoste e custodite all’interno dei loro mantelli a farli riammettere senza incertezze all’interno del consorzio cittadino. A decretare il loro riconoscimento politico nel senso proprio del termine, secondo cioè il divisamento che ancora oggi è il nostro.
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Pur avendo letto con minuziosa attenzione il testo, non ho compreso le differenze di cui parla l’autore: pure oggi al ritorno da un viaggio prolungato, il viaggiatore appare diverso, non solo per le sue diverse vesti, ma anche per la luce diversa che lo pervade.