Ci sembra che in questo caso, come da regole democratiche, occorra davvero prendere posizione. Il video qui riproposto è imperdibile, ma è rivolto soprattutto agli indecisi. Seguono le considerazioni dell’avvocato Francesco Saladini.
Il barbatrucco del referendum
(senza autore riconosciuto)
Referendum sulla giustizia: sì o no?
di Francesco Saladini
Il 22 e 23 marzo 2026 si vota su un’innocua riforma della giustizia penale o sulla sorte della nostra Costituzione?
La Costituzione è la Carta fondamentale della Repubblica scritta ottant’anni fa non solo dalle sinistre ma da liberali, repubblicani e democristiani, cioè dagli ‘azzurri’, dai ‘moderati’ e dai centristi di oggi.
E’ la Carta che ha permesso all’Italia di superare decenni di crisi economiche e di scontri sociali, di terrorismo e di mafie.
E’ una delle Costituzioni più avanzate al mondo perché con un complesso equilibrio tra i poteri fondamentali – Parlamento, Governo, Magistratura – e figure e istituti di garanzia – Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Corte dei Conti – struttura lo Stato di diritto, il sistema che garantisce la partecipazione e il benessere di tutti i cittadini e non solo della maggioranza del momento.
La riforma della giustizia sottoposta a referendum incide a fondo sull’ordinamento della Magistratura, uno dei pilastri che reggono la potente ma delicata costruzione dello Stato di diritto, e va dunque esaminata e discussa per comprenderne ragioni, obiettivi ed effetti.
Un primo rilievo è che la riforma tocca solo la giustizia penale, cioè i Pubblici Ministeri che indagano sui reati e i Giudici chiamati ad assolvere o condannare e non si occupa affatto delle carenze e dei ritardi né della giustizia civile, con processi che durano in media più di sette anni, né di quella amministrativa.
Una seconda notazione è che la riforma giunge dopo trent’anni di scontro sempre più duro tra il potere politico e la magistratura accusata d’indagarne gli illeciti per motivi di parte o di partito.
L’accusa è ingiusta, perché da Mani pulite a oggi Procure e Giudici hanno colpito a sinistra come a destra, indagando o processando tra molti altri Chiara Appendino, Antonio Bassolino, Sergio Chiamparino, Bettino Craxi, Michele Emiliano, Piero Fassino, Primo Greganti, Matteo Renzi.
I trenta procedimenti contro Silvio Berlusconi conclusi con una sola condanna, l’assoluzione di Matteo Salvini nel processo Open Arms e il recentissimo proscioglimento dei militanti di Casa Pound indagati per apologia del fascismo confermano che le toghe non hanno colore e che se singoli giudici e corti penali possono sbagliare o essere prevenuti, i tre gradi di giudizio previsti dalla Costituzione garantiscono i cittadini contro errori e soprusi.
Un terzo rilievo è che la riforma toglie ai Pubblici Ministeri la possibilità di passare alle funzioni giudicanti, essenza stessa dell’essere magistrati, annullandone l’autorevolezza e il prestigio.
L’insieme di queste osservazioni permette di supporre che il vero obiettivo della riforma sia impedire il controllo penale dell’azione politica fin qui attuato dalla magistratura.
E la supposizione acquista consistenza se si esamina la riforma nei suoi diversi aspetti.
La separazione delle carriere non cambia il rapporto tra Giudici e PM
Alla base della separazione sta la tesi che essere uniti ai Pubblici Ministeri nella stessa carriera impedisce ai Giudici dei processi penali di comportarsi come terzi, cioè imparzialmente, rispetto a PM e imputati.
Ma è una tesi infondata.
Anzitutto sul piano normativo perché i PM, uniti ai Giudici nella stessa magistratura, hanno come loro l’obbligo di perseguire la giustizia.
A differenza degli avvocati che possono tenere nascoste le prove negative per i loro assistiti, i PM devono raccogliere, esibire e considerare anche le prove a favore degli imputati e se non lo fanno commettono reato, rischiando di andare essi stessi sotto processo.
Ma è soprattutto alla prova dei fatti che quella tesi non regge.
Dopo il concorso e i diciotto mesi da Uditore il magistrato interessato a combattere il crimine sul territorio dirigendo le indagini, raccogliendo le prove e sostenendo l’accusa nel processo, sceglie la carriera di Pubblico Ministero, mentre il magistrato più portato a valutare le prove, ascoltare gli argomenti di accusa e difesa e giudicare sull’innocenza o colpevolezza dell’imputato segue la carriera di Giudice.
Nella stragrande maggioranza dei casi i magistrati esercitano le funzioni che hanno scelto, di P.M. o di Giudice, per tutta la vita.
Solo meno di un magistrato su dieci chiede infatti il passaggio dall’una all’altra funzione, mentre l’altro novanta per cento resta per tutta la vita nella carriera scelta all’inizio.
D’altro canto, non esistono in misura statisticamente apprezzabile casi nei quali sia stato accertato tra PM e Giudice un vincolo di amicizia, di comunanza ideologica, di camerateria politica o di corruzione personale che abbia portato l’uno o l’altro ad agire illegalmente a favore o contro il soggetto indagato o imputato.
La separazione delle carriere non rende più veloce ed efficiente il sistema giustizia
I presentatori affermano che la riforma renderà i processi penali più rapidi e Giudici e PM più efficienti nelle rispettive funzioni, ma non spiegano perché e come ciò accadrebbe.
I ritardi e il malfunzionamento del sistema giustizia dipendono dall’insufficienza del personale (mancano migliaia di Magistrati, cancellieri e altri ausiliari) e dall’arretratezza delle dotazioni tecniche, deficienze che non vengono risolte separando le scarse forze a disposizione.
Ci sono certamente, come in tutte le amministrazioni dello Stato, Magistrati meno capaci o negligenti, ma non è dividendo in due il CSM e assegnando a un organo separato la funzione disciplinare che questi soggetti diverranno miracolosamente responsabili ed efficienti.
La riforma appesantisce il funzionamento della giustizia penale
La separazione delle carriere renderà inevitabilmente più aspri i rapporti tra PM e Giudici, con conseguente aumento del contenzioso tra loro e ulteriore rallentamento dei tempi processuali.
Esclusi dalla possibilità di esercitare funzioni giurisdizionali e quindi ridotti a poliziotti dell’accusa, i PM si troveranno poi in stato di inferiorità sociale e processuale rispetto agli avvocati difensori, professionisti tanto più preparati (e pagati) quanto più grave è il crimine contestato ai loro assistiti.
D’altra parte, l’istituzione di due distinti Consigli superiori della Magistratura invece d’uno solo e la creazione d’una autonoma Alta Corte disciplinare comporteranno un notevole aggravio burocratico ed economico che toglierà risorse a personale e dotazioni.
Dunque con la riforma la giustizia penale, già imbrigliata da minuziose regole procedurali e da tempi di prescrizione spesso più brevi dei tempi dei processi, si squilibrerà ulteriormente a favore degli imputati.
Il risultato sarà un aumento dei colpevoli in libertà e una conseguente diminuzione della sicurezza nel Paese.
Con la riforma la politica assume il controllo della magistratura
L’articolo 104 della Costituzione detta che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni alto potere“.
Lo stesso articolo istituisce il Consiglio Superiore della Magistratura stabilendo che sia composto per due terzi da membri ‘togati’ eletti dai magistrati e per un terzo da membri ‘laici’, professori di diritto e avvocati nominati dal Parlamento in seduta comune.
L’articolo 105 della Costituzione indica nel Consiglio Superiore della magistratura l’organismo di autogoverno dei magistrati, dettando che ad esso spettano “le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati“.,
Com’è noto, la riforma spacca in due il corpo della magistratura separando le carriere di PM e giudici e istituendo per essi due separati CSM, crea un organismo del tutto nuovo per giudicarne le infrazioni disciplinari, stabilisce che tutti i membri dei tre nuovi organismi non vengano più eletti, dai magistrati o dal Parlamento, ma tirati a sorte.
Voluto per eliminare l’influenza delle correnti nell’elezione della componente togata degli organi d’autogoverno della magistratura, il sorteggio è una follia antidemocratica e un inganno politico.
Una follia perché l’essenza stessa della democrazia è che il rappresentante venga scelto dal rappresentato, il governante dal governato.
Fuori di questo schema si va alla monarchia per diritto divino, alla dittatura poliziesca o all’anarchia.
Nessun cittadino sano di mente accetterebbe che i parlamentari chiamati a rappresentarlo fossero tirati a sorte tra tutti i cinquanta milioni di italiani e nessun parlamentare che la scelta del capo del governo forse affidata a una lotteria.
Che sia questo o no lo scopo della riforma, imporre ai magistrati di sorteggiare i loro rappresentanti nei nuovi organismi significa precipitare la magistratura nel caos.
Il sorteggio è poi e comunque un inganno perché i ‘togati’ dei due CSM andrebbero tirati a sorte tra tutti i circa novemila magistrati in servizio e quelli della Corte disciplinare tra le centinaia che lavorano o hanno lavorato in Cassazione, mentre i ‘laici’ verrebbero sorteggiati su una lista ristretta di legali e docenti approvata dal Parlamento e in modo predominante dalla sua maggioranza.
E’ evidente che i membri togati, scelti a caso nella massa a prescindere dall’interesse al ruolo e dalla capacità d’espletarlo, slegati tra loro e soprattutto non responsabili di fronte alla base che NON li ha eletti, non avrebbero alcuna possibilità di fronteggiare i membri laici nelle decisioni su assegnazioni, promozioni, trasferimenti e procedimenti disciplinari.
La componente laica dei nuovi CSM e dell’Alta Corte disciplinare, minoritaria nel numero, diverrebbe sostanzialmente maggioritaria quanto a forza decisionale.
La politica dei partiti, preclusa ai magistrati, dominerebbe così direttamente i loro organi d’autogoverno.
Ma non basta, perché la riforma cancella sia per i PM che per i Giudici il diritto, riconosciuto a tutti gli altri cittadini, di ricorrere in Cassazione contro i provvedimenti disciplinari chiesti nei loro confronti dal Ministro della giustizia e irrogati dall’Alta Corte, costringendoli ad appellarsi alla stessa autorità che li ha censurati.
Quanti magistrati saranno disposti d’ora in avanti a indagare gli illeciti e le eventuali violenze del potere politico ed esecutivo sapendo che lo stesso potere, sostanzialmente maggioritario nei nuovi organismi, potrà ostacolare la loro carriera, trasferirli e censurarli disciplinarmente?
E’ chiaro a questo punto che l’effetto voluto o no della riforma sarebbe la subordinazione del potere giudiziario a quello politico e dunque lo scardinamento del principio-base dello Stato di diritto, la separazione paritaria dei poteri.
Va nello stesso senso l’esplicita previsione che a questa riforma segua a breve l’introduzione del Premierato col conseguente svuotamento dei poteri del Presidente della Repubblica che della Costituzione è garante.
Ma possono avere il medesimo effetto di stravolgimento della Costituzione i progetti di legge depositati in Parlamento per abolire l’obbligatorietà dell’azione penale prevista dall’articolo 112 della nostra Carta fondamentale, col rischio che la maggioranza politica e quindi l’Esecutivo del momento usino questa abolizione per evitare ogni controllo.
Ridurre il peso della Magistratura e rafforzare l’Esecutivo esautorando le figure e gli istituti di garanzia significa da sempre andare verso la dittatura.
Ammesso che non sia questo l’obiettivo della maggioranza politica che ha proposto la riforma, stravolgere la Costituzione rendendo possibile quell’obiettivo a una futura maggioranza di destra o di sinistra sarebbe da sprovveduti senza memoria.
Comunque si voti alle elezioni politiche e amministrative, e tanto più se non si vota perché la politica ci ha disgustato ma vogliamo continuare a essere liberi, al referendum è indispensabile dire No alla riforma per salvare la Costituzione e la Repubblica.
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Dipende da cosa si intende per “contromano”. Cosa ne sapete di cosa pensano gli imprenditori e del loro mood post referendum? io ci parlo, quotidianamente, con gli imprenditori. Certo non con TUTTI e meno cher mai con il Presidente di Confindustria. ma con una bella fettina sì. E il feedback delle chiacchierate con loro dell’ultima settimana è confluito in quello che sto scrivendo… cioè “se il popolo italiano non vuole che si cambi neppure una virgola, allora non mi resta che cambiare io, cioè spostare l’azienda fuori dall’Italia”. O in subordine, rimettersi a “puntare i piedi” nei confronti delle decisioni governative, per difendere gli interessi di categoria…
Sarà forse del tutto casuale ma ricordo che l’annuncio ufficiale della vendita di Repubblica ai greci è stato diffuso proprio nel pomeriggio del lunedì del referendum… Elkann se ne sta andando, cari amici. Ormai in Italia ha solo più: il 65% di Juventus SpA, il 20 circa di Ferrari SpA (Ferrari tutta, non solo la squadra corse di F1, che a mio parere sarà la prossima dismissione) e il 25% circa di CNH (trattori) e gli stabilimenti Stellantis ex FCA (a loro volta ex FIAT), mezzi vuoti e sottoutilizzati . Venduto prospetticamente tutto questo, non gli resta che vendere le sue ville sulla collina torinese e non lo vedremo mai più di persona. E i suoi dipendenti italiani? Saranno un problema d9i competenza dei nuovi proprietari (in genere stranieri9 delle sue ex aziende… pensate forse che indiani o greci terranno qui PER SEMPRE le ex aziende Agnelli? Se se ne va l’erede del principale gruppo industriale italiano, cosa pensate che pensino singoli imprenditori che hanno una sola azienda?
Crovella, qui non c’è traccia di emotività, tutti ti stanno portando prove (da fonti reali, non da supposizioni) che sei tu a guidare contromano in autostrada, non gli altri. Dai cerca di elaborare il lutto e rilassati un po’.
Ma prego! continuate a crogiolarvi nelle vs idee prive di collegamento con la realtà e assisterete alla continui (e non vietabile) uscita delle aziende dall’Italia. ovvio che lo “strappo” di Confindustria ha un motivo tecnico per chiaro e inerente al contenuto del DL Fisco, ma sono abbastanza convinco che sia un pretesto per sfogare l’irritazione degli imprenditori verso il governo che, a livello di campagna elettorale dei suo rappresentanti, ha compiuto talmente tanto autogol che alla fine il SI ha perso…
Continuate a sbagliare a voler affrontare tematiche “emotive e “psicologiche” come se fossero fenomeni fisici e quindi analizzabili con approccio scientifico. Siamo in un campo dell’esistenza completamente diverso. Io parlo con una fetta di imprenditori, fetta piccola (rispetto al totale del mondo imprenditoriale) ma rappresentativa del sentiment oggi dominante: vi assicuro che la “voglia di andarsene” che esisteva eccome anche prima, ha subito un’accelerazione post risultato referendario. A parte le scelte strategiche di traslocare, gli imprenditori dicono “AHi sì, non si vuole cambiare? Beh allora adesso non cediamo più nemmeno millimetro!” E difatti vedi lo “strappo”. con ci c5r4edete perché non ci sono dati scientifici che confermino questa tesi? Basta aspettare e registrerete che le prossime mosse nonché l’atteggiamento complessivo del mondo imprenditoriale (Confindustria in primis) saranno molto rigide e della seria “battiamo cassa”.
Eccerto meno diritti e più bastonate.
“Manca la controprova alla mia tesi”
Beh, qualche volta riesci a dire qualcosa di corretto…
Lo “strappo” di sabato di Confindustria ha un motivo ben preciso, e non c’entra una mazza col referendum, ma col cosiddetto “programma transizione 5.0”, che il governo continua a fare e disfare, disorientando gli imprenditori che si trovano continuamente presi in contropiede. Lo strappo è arrivato sabato a seguito di una decisione presa dal Governo proprio il giorno prima (venerdì).
Si veda: Confindustria ora è molto arrabbiata col governo (fonte: ilpost.it).
Eh, ma la cosa più importante era la riforma della magistratura…
…mmmh…c’è anche una insofferenza degli imptenditori per un eccesso di diritto del lavoro… troppa burocrazia e troppe cause… criticità tipicamente italiana…
Cmq ho scritto più volte che sostengo anche io che il trend di aziende italiane in uscita ha radici lontane, 25-30 anni almeno. Ma il problema è che non si registrano importanti “ritorni” ne’ interruzione nelle uscite. Non sarà un’emorragia, ma uno stillicidio sì. Sul medio-lungo termine il problema sarà grave. Non mi preoccupo per me, ma per le giovani generazioni.
Le aziende italiane se ne stanno andando da decenni, c’era ancora il Silvio al governo quando il fenomeno è diventato importante e lei lo lega all’esito di un referendum che riguardava una rivincita della casta politica sulla magistratura?
Alle aziende interessa un basso costo dell’energia, la certezza di avere ritorno dagli investimenti, la velocità della pubblica amministrazione, una tassazione equa.
L’unica riforma riguardante la legge che interessa a chi produce riguarda la velocità del giudizio.
Tutte cose che questo governo ha evitato in quattro anni anche solo di nominare.
Più che ridicolo in effetti è tragico.
Ridicolo è invece chi NON riesce a collegare i fenomeni. Manca la controprova alla mia tesi, ma sulla mossa di Confindustria la tempistica la dice lunga. Confindustria NON ha protestato PRIMA del referendum (sempre con riferimento allo stesso DL Fisco) perché confidava nella vittoria del SI (come prima mossa di una lunga stagione di cambiamenti del modello socio-politico-economico). Post referendum gli imprenditori prendono atto che qui cambiamenti da loro auspicati NON si faranno più (o cmq NON si faranno nei prossimi 10-20 e forse 30 anni…) e ora stanno correndo ai ripari…
Crovella il disagio di Confindustria è dovuto alle misure economiche di Giorgetti, conseguenti alla situazione internazionale creata dal Trump, il mito per voi destri italiani.
Capisco voler mettere tutto in conto al referendum, ma esiste la soglia del ridicolo.
Tra l’altro: in Veneto il SI ha vinto col 58%, confermandosi terra di “imprenditori”.
Così da ieri sera (28.03) gira la voce di Zaia nuovo Ministro dell’Industria (Urso spostato al Turismo): possibile che non vediate proprio che tutto ciò “non è casuale”?
E che ciò tutto deriva dalla vittoria del NO, per la quale tra l’altro c’è stato un notevole contributo della CGIL…
Evidentemente gli imprenditori si stanno muovendo per chiedere alcune “cose” in cambio della mancata vittoria del SI… quindi gli imprenditori (di cui conosco profondamente la “psicologia”) in questo momento stanno frignando eccome…
Non è vero: ben altri soggetti stanno frignando e a livelli di importanza molto superiori del mio. I lettori attenti dei quotidiani o dei notiziari avranno sicuramente registrato che ieri la Confindustria è andata a batter cassa al Governo, affermando che Dl Fiscale è “penalizzante” per le imprese. Non è casuale che tale strappo della Confindustria (che è il sindacato degli imprenditori) sia conseguente di pochi gg al risulto referendario. Evidentemente l’ampio mondo degli i prenditori auspicava la vittoria del SI, non tanto sul quesito tecnico specifico, ma come primo tassello di una lunga stagione di progressivi cambiamenti del modello socio-politico-economico.
Respinta questo auspicio per la vittoria del NO, gli imprenditori si sono resi conto che in Italia NON cambierà mai la situazione in essere, che non è giudicata ottimale dagli imprenditori stessi (troppi costi di sistema, troppe vischiosità burocratiche, troppo “diritto del lavoro” penalizzante per le imprese ecc ecc ecc). Ergo gli imprendigori stanno frignando già (come mi aspettavo) e stanno battendo cassa, chiedendo, almeno in termini fiscali, situazioni che tengano maggiormente in conto le loro esigenze. Sono convinto che in caso di vittoria del SI, la richiesta di ieri di Confindustria non ci sarebbe stata…
Non ci va un genio a capire che, sotto alla richiesta di ieri da parte di Confindustria, c’è un messaggio del tipo: “O tenete maggiormente in conto le nostre esigenze, o sarà inevitabile che le imprese si sposteranno alla ricerca di modelli socio-politici-economici meno penalizzanti di quello italiano e l’Italia resterà senza lavoro…”.
A buon intenditor…
Crovella, fino a prova contraria sei l’unico che sta frignano dalle ore 17 (+ o -) di lunedì scorso.
https://www.ilgiornale.it/news/politica/litalia-che-produce-approva-riforma-s-vale-met-pil-2642945.html
L’ambiente imprenditoriale vedeva (er vedrebbe ancora) in questo SI il primo cambiamento di una lunga stagione di cambiamenti, dove forse si sarebbe arrtivati (cone mosse future) anche allo snellimento dei problemi del funzionamento della giustizia… ma ben altre sono le richieste del mondo imprenditoriale. Se continuate a NON tenerne conto, gli imprenditori delocalizzano o si disimpegnano dall’Italia. E il lavoro se ne va… inutile frignare eprché l’indice della produzione industriale cala da 36 mesi (in realtà 32 cali e 4 aumenti mensili). I motivi di tale trend negativo sono tantissimi, ma certo è compreso anche lo spostamento di attività industriali via dall’Italia: l’azienda che fino al mese scorso, lavorando in Italia, contribuiva al calcolo della produzione industriale italiana, magari da questo mese è fuori dall’Italia e quindi il suo output NON contribuisce più all’indice statistico nazionale. Più chiaro di così… Bastonatale e bastonateli gli imprenditori e li spingete ad andarsene (giusto o sbagliato come la pensano)… Spiegatemi, quando le aziende italiane saranno tutte “via”, come pensate di “mangiare”…
A parte che il link che hai messo NON funziona (hai dimenticato la ‘l’ finale di “.html”), l’articolo è costruito sull’assunto che la riforma della magistratura che è stata rifiutata con il referendum servisse a velocizzare e a dare “tempi certi” alla giustizia.
Assunto che non corrisponde a verità.
Ormai stiamo girando a vuoto, perché ripetiamo solo più cose già dette. Mi permetto un ultimo spunto: suggerisco (sotto) il link di un articolo a chi intende approfondire la tesi (mia, ma non solo mia…) che le aree dove ha vinto chiaramente il SI sono quelle a maggior caratura imprenditorial-industriale. In altre parole gli “imprenditori” hanno votato SI perché auspicavano che iniziasse la famosa stagione dei profondi cambiamenti del modello Italia (NON solo limitati al tema giustizia). E io aggiungo che gli imprenditori hanno votato SI con la mia stessa logica, ovvero nonostante i già citati errori nella campagna elettorale, i personaggi imbarazzanti e i tecnicismi della specifica proposta non particolarmente “trasparenti”. Evidentemente per gli imprenditori era (e resta) più importante iniziare a cambiare il modello socio-politico-economico e continuano a esser disposti a pagare i prezzi dei difetti citati.
La cosa interessante dell’articolo è che l’autore ha verificato che il PIL aggregato di tutte queste aree del SI “cuba” per circa il 50% del PIL nazionale. Ora se, provocatoriamente a tavolino, ipotizziamo che tutte le aziende industriali di tali aree si sposteranno lontano dall’Italia, il PIL nazionale si dimezzerà (circa) e l’Italia diventerà un “deserto” produttivo. Più chiaro di così…
https://www.ilgiornale.it/news/politica/litalia-che-produce-approva-riforma-s-vale-met-pil-2642945.htm