Diavoli famosi e affreschi nascosti

Diavoli famosi e affreschi nascosti
(nella Real Chiesa di San Lorenzo, a Torino)
di Elisa Creaidee
(pubblicato su atourinturin.com il 26 gennaio 2016)

Una delle chiese più conosciute della città di Torino è la Real Chiesa di San Lorenzo.
Siamo esattamente in Piazza Castello, a due passi dal Palazzo Reale, di fronte a Palazzo Madama.
Vedete una cupola gialla svettare nello skyline della piazza? Ok. Quella è la cupola della chiesa, realizzata da Guarino Guarini, lo stesso della cupola della Sindone.
Vedete la cupola, ma non vedete la chiesa, pur consapevoli che deve essere esattamente sotto ad essa. Tranquilli, è tutto normale: smettete pure di cercare, perché questa chiesa è senza facciata! O meglio: Guarini l’aveva disegnata e progettata, ma non è stata realizzata per non andare a modificare l’armonia simmetrica di tutta la piazza.

L’esterno della chiesa su piazza Castello. Foto: Claudio Cavallero.

Ora… Dovete sapere che ci sono tre cose impresse a fuoco nel DNA di Torino: l’amore smodato per le armonie simmetriche, l’abitudine alla linearità perpendicolare delle strade e l’odio profondo per tutto ciò che sia definibile “grattacielo” (ossia qualsiasi edificio che sia più alto di 5 piani e che non si chiami “Mole Antonelliana”).
Quando Guarini progettò la Chiesa di San Lorenzo, la Mole era ben lontana dall’essere minimamente concepita, ma il suo progetto completo di facciata avrebbe minato il punto 1 delle tre regole auree:  la simmetria armoniosa della piazza sarebbe stata irrimediabilmente intaccata… E una chiesa è pur sempre una chiesa anche senza facciata! Quindi “Guarini facci la cupola, ma ci teniamo la porticina che c’è già!”
Infatti una porta già c’era, ed è la porta che c’è ancora, che dà accesso dalla via Palazzo di Città a quella che era l’antica Cappella Ducale di Santa Maria ad Presepae che poi cambiò dedicazione a Madonna della Neve.
Parliamone, facendo un balzo nel tempo e nello spazio.

Siamo in Francia nel 1557 ed Emanuele Filiberto I di Savoia, detto Testa di Ferro, e suo cugino Filippo II di Spagna stanno combattendo la battaglia di San Quintino.
Si erano fatti una promessa: “Se vinciamo la battaglia, facciamo una chiesa ciascuno dedicandola al santo patrono del giorno della vittoria”.
Il 10 di agosto la battaglia viene vinta: le chiese devono essere dedicate a San Lorenzo!
Filippo II, rientrato in Spagna felice come non mai, non si limita a erigere una chiesa, ma fa direttamente un intero monastero: il monastero di San Lorenzo de El Escorial (una “discretissima” struttura a circa 50 km da Madrid, dichiarata Patrimonio dell’Unesco nel 1984).
Il Testa di Ferro invece aspetta qualche anno – prima deve sbrigare un po’ di questioni per il trattato di pace di Cateau-Cambrésis e farsi restituire alcuni territori dal re spagnolo – ma quando torna a Torino nel 1562 fa ristrutturare la Cappella Ducale e ne cambia la dedicazione in favore di San Lorenzo(Sì, tutto qui!)
Nel 1578, con l’arrivo a Torino della Sacra Sindone (che in questa cappella vedrà la sua prima ostensione torinese), viene nuovamente cambiata la dedicazione: Santa Maria Addolorata.

L’interno

Oggi la Cappella Ducale costituisce una sorta di “atrio” di ingresso per la vera e propria chiesa, a cui iniziò a lavorare Ascanio Vitozzi nel 1634. Il progetto definitivo si compì però per mano di Guarino Guarini che vi lavorò dal 1668 fino al 1680, quando lui stesso (era un padre Teatino) celebrò la Santa Messa di inaugurazione.

Far progettare una chiesa ad un uomo di chiesa significa trovare con ogni probabilità simbolismi in ogni dove! La Chiesa di San Lorenzo ne è un perfetto esempio!
Il fatto poi che Guarino Guarini fosse anche astronomo, ricercatore e sperimentatore, ha contribuito molto alla sua voglia di stupire usando l’architettura come mezzo per avvicinare i fedeli e far crescere negli animi la tendenza alla ricerca del divino.
In tutta l’architettura della chiesa ci sono molti richiami al numero 4 (numero degli evangelisti e degli elementi) e, ancora di più, al numero 8 (numero del giorno perfetto, del giorno infinito, della rinascita), oltre ad un fortissimo ed elaborato uso della luce, altro elemento simbolico che rappresenta l’Assoluto e il Divino, e con cui Guarini ha ricreato un percorso di ascesa spirituale.

Al primo sguardo la chiesa, pur mostrandosi ricca, risulta cupa, buia e opprimente; nella sua parte più bassa non presenta finestre ed è prevalentemente decorata con marmi dai colori scuri.
E’ una metafora della vita terrena dell’uomo, tetra, fatta di sofferenze e angosce, e Guarini con un meticoloso uso dell’architettura offre al fedele entrato in chiesa una “via di fuga”: l’elevazione spirituale verso la ricerca della luce e del Divino, accompagnato dai circa 400 volti angelici – uno differente dall’altro – che sono rappresentati nelle sculture, negli affreschi, negli stucchi che decorano l’intera chiesa.

La cupola a costoloni sotto alla verticale del centro.

La pianta quadrata della chiesa, è resa ottagonale da quattro cappelle poste in corrispondenza dei vertici.
Le cappelle radiali, non avendo finestre, sono prive di qualsiasi illuminazione.
Hanno però una particolarità: al di sopra di ciascuna di esse è raffigurata una stella con al centro un oculo, un foro nella volta totalmente inutile in apparenza. Un altro oculo risulta posto sulla parte frontale di ogni cappella.
Ed eccoci al miracolo, che si compie solo nei giorni degli Equinozi d’Autunno e di Primavera: in quei giorni la luce solare entra nella chiesa secondo una precisa angolatura e un fascio di questa colpisce la parte frontale della cappella a lato dell’altare maggiore. Quel fascio di luce, penetrando nel foro del muro, si riversa oltre l’altro oculo posto sulla volta della cappella, che appare così miracolosamente illuminata.
Stupiti ed estasiati da questo prodigio, gli sguardi vanno dritti a cercare la fonte della luce, e trovando il soffitto illuminato al di là del foro, scoprono un affresco nascosto oltre il muro: Dio Padre benedicente dipinto là dove nessuno lo potrebbe vedere altrimenti.
Solo due delle quattro cappelle radiali offrono questo miracolo di luce: attraverso le volte delle altre cappelle non arrivano fasci di luce e non ci sono quindi neppure affreschi nascosti.
Ovviamente non è un caso, ma frutto dell’ingegno e dello studio del Guarini, che aveva l’intenzione di stupire e sorprendere, di catturare l’attenzione e convogliarla verso quei messaggi di fede a cui aveva dedicato la propria vita.

Ovviamente il miracolo degli Equinozi non poteva essere l’unico invito ai fedeli: durante il resto dell’anno un altro invito doveva essere presente e costante, e Guarini scelse ancora la luce per tracciare i suoi disegni.

Alzando un poco lo sguardo rispetto alle cappelle radiali si incontrano le prime 4 finestre, poste in corrispondenza dei punti cardinali, e i quattro affreschi rappresentanti gli evangelisti con i loro simboli.
Salendo ancora un poco e giungendo alla base della cupola si trova una galleria su cui s’affacciano 8 finestre ovali. Da questa fila di finestre parte l’incredibile struttura a costoloni intrecciati – una vera e propria sfida per l’architettura del tempo – che crea una stella ad otto punte al centro della quale si delinea un perfetto ottagono regolare.
Altre 8 finestre più piccole ai vertici dell’ottagono ed altre più piccole e vicine creano l’immagine di un fiore che si staglia nell’architettura sempre più luminosa man mano che si sale fino alla sommità della lanterna. Il numero 8 compare e si ripete fino al vertice, la fine dell’ascesa spirituale, ad accompagnare il fedele nella sua rinascita alla nuova vita illuminata.

La cupola a costoloni

La cupola di luce riserva però anche un particolare che la rende suggestiva tappa dei percorsi sulla Torino Misteriosa e Torino Magica: le finestre più grandi della cupola, viste in una certa angolazione, creano l’immagine di volti demoniaci con lo sguardo minaccioso rivolto proprio verso l’osservatore.
Un caso? Assolutamente no, a detta degli studiosi.
Anche qui il Guarini ha voluto imprimere un suo insegnamento: non ci può essere infinito bene senza che del male lo renda tale, e chi cerca di elevarsi certamente conoscerà momenti di dubbio e tentazione durante il percorso; solo chi saprà andare al di là delle illusioni e volgerà lo sguardo fiducioso alla Luce, riuscirà a ritrovarla anche dove la vita è più buia e tenebrosa.
E’ infatti riabbassando lo sguardo che si ritorna alla “cupa quotidianità” da cui era iniziato il percorso, ma lì, al centro della pavimentazione della chiesa, posta perfettamente in asse con il vertice della cupola, si trova di nuovo il simbolo della luce divina ormai scoperta e conosciuta, rappresentato da una stella ad 8 punte realizzata in marmo bianco e circondata da marmo rosso. Anche nel buio e nella miserevole vita quotidiana possiamo trovare la luce che squarcia le tenebre e che rassicurandoci, sempre ci accompagna.

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Diavoli famosi e affreschi nascosti ultima modifica: 2023-01-19T04:26:00+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Diavoli famosi e affreschi nascosti”

  1. 2
    luciano pellegrini says:

    Brava Elisa Creaidee.

  2. 1
    lorenzo merlo says:

    “Anche qui il Guarini ha voluto imprimere un suo insegnamento: non ci può essere infinito bene senza che del male lo renda tale, e chi cerca di elevarsi certamente conoscerà momenti di dubbio e tentazione durante il percorso; solo chi saprà andare al di là delle illusioni e volgerà lo sguardo fiducioso alla Luce, riuscirà a ritrovarla anche dove la vita è più buia e tenebrosa.”
    Parole intellettualmente comprensibili nel loro significato, ma facilmente vuote per chi non ha modo di esprimere la medesima verità attraverso una propria, ricreata espressione.
    È un campione del capire non conta nulla ricreare è necessario.
     
    “Anche nel buio e nella miserevole vita quotidiana possiamo trovare la luce che squarcia le tenebre e che rassicurandoci, sempre ci accompagna.”
    Un altro campione. Fa riferimento ad un ente esterno. Ma quella luce si accende a mezzo di consapevolezze incarnate in noi. È la fede in noi stessi, quella che genera forza in qualunque contesto e che permette di riconoscere che non siamo altro che emissari di una vita che non è nostra. Quella che mostra l’effimero del mondo.

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