Discese

Discese
di Piero Pagliani

Guerre, IA, decadenza. E poi alpinismo. Non so se continuare a studiare le reti neurali artificiali per capire cosa non va (per l’uomo) della IA, pensare alla politica (cosa che mi deprime sempre di più), o prendere una tregua e scrivere di alpinismo. Ma sì, scriverò un po’ di alpinismo, per cercare di ricordare qualcosa che l’IA non riuscirebbe a scovare perché è iscritto in neuroni naturali, anche se ogni tanto cercano di scappare.

La mia cara amica Germana Maiolatesi (in assoluto una delle migliori alpiniste del dopoguerra, con un curriculum impressionante) nel suo libro Una storia d’amore e avventura (Ricerche&Redazioni, 2020) scrive che per prepararci all’obiettivo principe della settimana dolomitica di quell’anno, il 1997, cioè lo Spigolo Cassin alla Torre Trieste in Civetta, andammo a ripetere la via dei Fachiri alla Cima Scotoni.

Sulla via dei Fachiri alla Cima Scotoni. Foto: Claudio Betetto.

Io non mi ricordo che ci fosse un piano così organizzato. Forse me lo sono scordato, o forse Germana non me lo comunicò e se lo tenne nella sua razionale mente di ingegnera.

Fatto sta che poco dopo il nostro arrivo a Colle Santa Lucia ci trovammo veramente sulla mitica via dei Fachiri.

Constatammo subito che era vero che per contare i chiodi, in ogni tiro bastavano e avanzavano le dita di una mano. Arrivai in cima al Pulpito del Fachiro con la corda che dalla sosta saliva libera (o al più forse passava in un rinvio messo da me). D’altra parte la corda dritta come quella dei fachiri pare fosse stata l’ispirazione per il nome della via.

Sulla parte superiore della via dei Fachiri alla Cima Scotoni. Foto: Claudio Betetto.

Ad ogni modo quel tiro è divertente e non impegnativo. Il bello arrivava dopo. Procedevamo a rigoroso comando alternato. Con Germana non si poteva fare i furbi.

E com’è come non è, a me toccò l’inizio del famoso traverso ma a Germana toccò finirlo superando il tratto più duro, che percorse senza fare una piega e felice di avermi mollato lo zaino che ci passavamo a ogni cambio.

Sopra di duro ce n’era per tutti e due, ma solo per qualche tiro. Il giudizio di Germana una volta ritornati al laghetto del Lagazuoi fu: “Una via per il curriculum. Ma non è tutta ‘sta roba che si dice”.

In effetti la vicina via degli Scoiattoli è più continua, anche se più chiodata benché non esageratamente. Ma la Fachiri ha avuto una storia particolare. I primi ripetitori non la trovarono facile. E non erano alpinisti domenicali che passavano di lì per caso.

La famosa traversata della via dei Fachiri alla Cima Scotoni. Foto: Claudio Betetto.

Aperta nell’inverno nel 1972 dal fortissimo Enzo Cozzolino con le scarpe da ginnastica, assieme a Flavio Ghio, ero a Misurina quando Alziro Molin e Aldino Anghileri partirono per cercare di farne la prima ripetizione. Non mi ricordo l’anno, però ricordo che Aldino aveva portato ad Alziro delle scarpette d’arrampicata per convincerlo che con quelle ai piedi era tutta un’altra musica. Ma arrivati a un certo punto della via rinunciarono per la roccia friabile. Così mi disse Alziro.

Eppure Alziro era un liberista fuori classe e Aldino aveva grandi capacità atletiche e tecniche. Assieme, nel 1967, avevano aperto lo Spigolo della Su Alto, con Ignazio Piussi, Ernesto Panzeri e Guerrino Carboni. Una linea che impressionò George Livanos mentre apriva nel 1951 la sua leggendaria via al diedro della Su Alto con Robert Gabriel:

Il Pulpito dei Fachiri sulla via dei Fachiri alla Cima Scotoni. Foto: Claudio Betetto.

«Di fronte a noi, lo spaventoso profilo dello spigolo nord-ovest illuminato dalla luna, piomba nell’ombra nera. “Dì un po’. Ti vedi su un affare del genere?”. “Ci stavo proprio pensando e mi dava il mal di testa solo a guardarlo”. Che si tratti di una via del futuro, quando la nostra Su Alto costituirà solamente un itinerario di allenamento per mediocri rocciatori? (Alfonso Bernardi, La Grande Civetta, Zanichelli, 1971)».

La prima ripetizione dello Spigolo fu l’anno seguente, appannaggio di Alessandro Gogna, dei fratelli Antonio e Gianni Rusconi e di Gianni Calcagno. Ora nessuno la può più ripetere perché lo spigolo è crollato quasi interamente nel 2013. Dalla mia casa di Colle vedo con tristezza quell’immane ferita: Alziro, il mio ammirato maestro d’arrampicata, se ne è andato, il suo “Spigolo” se ne è andato… Così vanno le cose.

Ordunque, essendo le mie capacità arrampicatorie ordini di grandezza minori di quelle di Alziro e Aldino, come mai la Fachiri mi impegnò meno della Scoiattoli, che invece era business as usual per gente come loro?

Da sinistra, Cima Tosa e Crozzon di Brenta sulla cui parete est-nord-est si svolge la via delle Guide

La roccia non era più così friabile? Certo tra l’apertura e la nostra ripetizione, 25 anni dopo, era stata ripulita e le guide ormai ci accompagnavano i clienti evoluti.

Ero più allenato sulla Fachiri rispetto alla Scoiattoli? Non lo so ma non credo che c’entri perché il mio giudizio sulle due vie è condiviso da molti. O forse era un ostacolo psicologico che avvolgeva la via nei primi anni Settanta? Mah. L’alpinismo ogni tanto è un mistero. E poi ci sono le “giornate no” per tutti, anche per i grandi. E sia Alziro che Aldino lo erano.

La prima ripetizione fu così opera di altre cordate di forti alpinisti: Franco Perlotto, Renato Casarotto e i fratelli Bruno e Giorgio De Donà, nel 1977. Poi toccò al formidabile romano Pierluigi Bini fare la prima solitaria. Era l’anno seguente.

Manrico Dell’Agnola sulla via Cassin alla Torre Trieste

Accanto al laghetto del Lagazuoi c’era una tenda con una coppia che ci aveva seguiti col binocolo durante tutta la salita ed era eccitata di incontrarci (quel giorno sulla Sud della Scotoni eravamo stati solo noi due). Ci volevano a cena con loro, ma stava imbrunendo e oltretutto incominciava a piovere. Ringraziammo e scendemmo a valle.

Quindi quella fu, a quanto pare, la via di rodaggio.
Qualche giorno dopo eravamo al rifugio Vazzoler davanti alla prima colazione in ora antelucana con pensieri che ondeggiavano tra burro e marmellata e Spigolo Cassin alla Trieste.

La via fu impegnativa ma senza momenti di particolare stress, anche perché l’arrampicata era molto bella. Capitò a me il tiro che nella parte inferiore arriva al tetto passando lungo una parete gialla un po’ friabile. Me lo ricordo come il punto più impegnativo toccato a me, anche se tecnicamente altri lo superano. In realtà non so cosa combinai (ci sono delle varianti) perché pochi anni dopo in un tentativo alla Carlesso, terminato alla seconda cengia per il maltempo, mi trovai sotto al tetto senza nemmeno accorgermene, tanto che pensavo che la famosa parete gialla dovesse ancora arrivare.

La Torre Trieste dalla Cima Busazza con la Forcella e il Camino Cozzi. Foto: Rivista mensile del CAI, 1994

Germana nel suo libro scrive che nel tratto superiore della via (quella che inizia alla seconda cengia) sbagliai un tiro finendo su roccia più difficile. Io non mi ricordo e mi sembra strano dato che lassù o si passa dove era passato Cassin o si va a cercare guai. Ma tutto può essere e io, come ho detto, i miei neuroni e i loro stati di equilibrio ogni tanto li devo snidare. E di Germana mi fido.

La salita fu di notevole soddisfazione (la parte superiore è un’ode all’arrampicata) e giungemmo in cima verso le 16, in tempo per scendere a valle con tutta comodità. Ma con la discesa le cose cambiarono.

Non eravamo mai stati sulla Torre. Sapevamo di dover cercare il “camino Cozzi” per scendere con la prima doppia e io avevo in testa una fotografia con la didascalia “La Torre Trieste dalla Busazza con la Forcella e il Camino Cozzi” che illustrava un articolo di Manrico Dell’Agnola del 1994 per la Rivista del CAI. Se guardate la foto capite perché, ancorché molto perplesso, mi misi a cercare un ancoraggio per scendere nella smisurata gola che si vede in centro. Capii ben presto che era insensato pensare di scendere di lì (e pensare che Cozzi da lì fosse salito nel 1910) e girando di qua e di là, per puro caso trovammo l’ancoraggio per calarci nell’agognato camino che nella foto in questione può essere individuato sulla destra, se si ha immaginazione o ci si è già stati.

Tra ombra e sole lo Spigolo Cassin della Torre Trieste. Foto: Manrico Dell’Agnola.

Al problema foto si era aggiunto un problema più serio: la nebbia. Fittissima. Non si vedeva a un metro dal naso. Era difficile individuare gli ancoraggi delle doppie. Bisognava aspettare una folata di vento (rarissima) e poi aguzzare la vista.

La discesa dalla Torre Trieste come si sa è bella lunga e, se non la si conosce, nemmeno così immediata da individuare. Qualcuno sostiene che sia la più difficile delle Dolomiti. Non so dire, comunque in Dolomiti avevo trovato una discesa paragonabile come lunghezza al Crozzon di Brenta, anche se di altro tipo. Avevo proposto ai compagni, coi quali avevo fatto la superclassica Via delle Guide, di passare la notte al bivacco Castiglioni, su in cima, ma mi dissero che avevano già prenotato i letti al Brentei. Arrivammo però così tardi che il vecchio venerando Detassis aveva giustamente dato i nostri letti ad altri e dovemmo accontentarci dei tavolacci. Tra gli amici c’era Marco Della Santa, Ragno di Lecco e magnifico alpinista. Una persona deliziosa. Troppo forte per stargli davanti, era un piacere seguirlo. Spesso il venerdì pomeriggio uscivo dal lavoro a Milano, non passavo per casa e andavo direttamente ai Resinelli. A volte d’estate aspettavo che Marco finisse col suo lavoro di prestinè (fornaio) e andavamo a scalare fino al tramonto. Le sue mani erano forti e sapevano di pane. Scomparve troppo presto sulle rocce del Nibbio, di fronte a casa sua, in Grigna.

Il tracciato della via Cassin alla Torre Trieste

Anni dopo anche la discesa dalla Punta Grohmann non fu tanto banale. Ero salito con Umberto Kerer, un amico di Colle Santa Lucia di contagiosa simpatia, lungo la divertente (e lunga) via Harrer, che io chiamavo “la via del nazistone” (Heinrich Harrer era membro delle SS ma per fortuna sua quando scoppiò la guerra si trovava in India e fu internato dagli inglesi. Fuggito, passò i famosi “sette anni in Tibet”. E così non si macchiò di colpe).

Sulla cima, che era innevata e immersa nella nebbia, una giovane coppia, salita per la via Dimai, faceva uno spuntino, appoggiata serafica alla croce di vetta. Dicemmo ai due ragazzi che era meglio scappare giù in fretta perché stava per arrivare il temporale. Ci guardarono sbalorditi: “Che fretta c’è? Con un paio di doppie siamo giù”.
“Un paio di doppie?!?!”, si mise a ridere Umberto. “Veniteci dietro che è meglio!”.

In salita non avevo avuto problemi a trovare la via, pur se un po’ arzigogola, ma nella discesa lattiginosa mi affidai al senso di orientamento di Umberto: scendi di qui, cerca il chiodo di là, sali su quella guglia, gira dietro a quest’altra. Io eseguivo e la coppia seguiva e dopo diverse calate riuscimmo a raggiungere la forcella tra la Grohmann e le Cinque Dita. Appena imboccato il canalone che porta ai prati sopra il Passo Sella i tuoni si fecero frequenti e sui prati finalmente il temporale scoppiò, bello e deciso. Fortuna per quella coppia di averci incontrati.

La parete est della Punta Grohmann

La discesa dalla Trieste è più lunga e con più doppie anche se non più complicata. Se ci si vede. Con la nebbia era un continuo aspettare, cercare a tentoni, girovagare.

Fatto sta che dai e dai arrivò il buio. Ci colse che eravamo su un minuscolo poggio.
“Non mi va di bivaccare qui, en plein air”, dissi a Germana.

Il bivacco comunque ormai era certo. Per fortuna avevo avvertito mia moglie che quella notte per una volta tanto avrei potuto bivaccare. In realtà non era nostra intenzione, ma così fu.

Germana inforcata la pila frontale si mise a zigzagare sulla parete, slegata. “Germana, per l’amor di Dio stattene ferma!”.

Il gruppo del Sassolungo da est. Da sinistra, Sassopiatto, Dente, Cima Pian de’ Sass, Punta Grohmann, Punta delle Cinque Dita, Spallone del Sassolungo.

Lì la roccia non era un gran che compatta. Trovai un piccolo mugo che puntava verso il basso. Sul ramo più grande feci un nodo Prusik, poi battei un chiodo che mi sembrava affidabile e collegai il tutto. Lanciai una doppia dentro la gola sottostante e, accesa la pila frontale, iniziai a calarmi in un ambiente affascinante e inquietante. Dopo circa 20 metri trovai un terrazzino largo un metro e lungo tre o quattro sovrastato, un metro e mezzo sopra, da un tetto di uguali dimensioni. Non era male. Avvisai Germana di raggiungermi. Una volta arrivata le chiesi di non ritirare la corda. Ci ancorammo ad alcuni chiodi e ci preparammo per la notte dentro le coperte spaziali. La mia, vetusta, si spezzò subito in due parti. Germana generosamente mi diede la sua e, più piccolina, si avvolse nei miei due pezzi. Mi sa che è per questo che lei si ricorda di aver avuto freddo e io no.

Verso mezzanotte in fondovalle apparvero dei bagliori. “Che cosa è?”, mi chiese Germana.
“Non so. Forse i fuochi d’artificio di una festa ad Agordo o Taibon”.

Erano i fuochi d’artificio per festeggiare noi: montò un temporale che si poteva leggere tanto erano fitti i lampi. Nella gola ogni tuono riecheggiava in un enorme rimbombo.

E i fulmini danzavano davvero. Il tetto ci faceva stare in relativa sicurezza, il fondo di quel piccolo riparo non era umido e quindi la corrente sarebbe passata all’esterno. L’importante era stare rannicchiati all’interno e non mezzi dentro e mezzi fuori. Almeno, così dicevano i manuali.

Tutto finisce e anche quel temporale finì. Approfittai dell’acqua che colava dalla roccia per riempire la borraccia e la mattina offrii a Germana una colazione a base di acqua piovana e biscotti.

Risalimmo lungo la corda. A un metro dal mugo un chiodo indicava la penultima doppia. Era nero, di notte non lo avremmo mai potuto vedere.

Arrivammo velocemente al canalone sassoso di salita. Cercai lo zaino che avevo lasciato la mattina prima dietro a un masso. Non c’era più e non lo ritrovai da nessuna parte. Probabilmente era divallato con l’acqua durante il temporale. Cose che capitano.

La discesa dalla Punta Grohmann

Quella sera in pizzeria a Colle io e Germana sentivamo delle scosse alle dita ogni volta che prendevamo le posate. Cercammo ingenuamente sotto il tavolo per vedere se c’erano fili scoperti. Il problema era un altro: non avevamo più la pelle dei polpastrelli. Il giorno prima ci avevamo veramente dato dentro.

Con Germana mi sono sempre trovato bene. Non solo perché in montagna era bravissima, ma perché ci trovavamo d’accordo pressoché su tutto, dalla politica ai gusti musicali (suonava il piano). Anche se si discuteva, perché con lei si discute anche quando si è d’accordo.

Forse scriverò di altri momenti passati in montagna con questa straordinaria alpinista, alcuni veramente divertenti.

Quando la depressione per gli scritti di politica esigerà una tregua da ricercare tra i ricordi. O quando lo esigerà la fatica di concentrarsi per portare a termine quelli di matematica.

Di cui non parlerò qui, perché con le reti neurali non si tratta di ascendere vette ma di discendere in valli di equilibrio. Tutta un’altra storia.

Discese ultima modifica: 2026-07-09T05:04:00+02:00 da GognaBlog

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10 pensieri su “Discese”

  1. Bello bello il racconto. E poi ritrovarci la via del nazistone e la non banale discesa dalla Grohmann mi ha suscitato un moto di orgoglio. La percorsi nello scorso millennio con Francesco: ce la cavammo egregiamente, sebbene fossimo due pischelli.

  2. “Come giustamente si racconta l’ascensione non finisce in vetta ma quando si hanno i piedi sotto al tavolino.”

    Kammerlander scrisse un libro proprio su questo punto, “Discesa al Successo”.

  3. Il tracciato della Cassin alla Trieste fino a quattro tiri sopra la seconda cengia è completamente sbagliato. 

  4. Bello questo focus sulle discese.

    In discesa spesso ci si complica la vita , e in più si è stanchi , quindi meno attenti.

  5. Come giustamente si racconta l’ascensione non finisce in vetta ma quando si hanno i piedi sotto al tavolino. Le discese spesso rivelano sorprese.  Ho fatto diverse delle discese qui raccontate , alcune piu volte, come dalla Torre Trieste e dal Crozzon di Brenta. Ma forse le più avventurose le ho vissute nel gruppo del Bianco. Due scendendo dall’Auguille Noire dopo aver salito la cresta sud e sceso per la normale, e  la Ratti-Vitali rifatta tutta a doppie per poi scendere con dei gran giri tra crepi e seracchi il Freney e uscire dalla Brogliatta.  Un’altra bella tortuosa scendendo dalla Punta Bosio (Piccolo Mont Gruetta) dopo la via Barthassat/Emery. Non proprio divertente fu la discesa dalla Cima Grande sotto al temporale e una bella grandinata, un freddo becco e fulmini che picchiavano ovunque. Quando si dice non è la tua ora. Uno spasso invece dalla Midì in funivia dopo lo sperone Frendo rimirando la via appena salita.

  6. Bravo Piero, la tua ostinazione e il tuo coraggio hanno sempre dato buoni risultati!

  7. Le discese ardite.
    Cosí cantava Lucio Battisti nel 1972. 
    Ma poi c’erano le risalite, su nel cielo aperto.
     
    Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, eh?

  8. Ne ho fatta solo una di quelle elencate, non la ricordo difficile nè lunga, ma ricordo che al Vazzoler stava in bella mostra un anellone che aveva ceduto su quelle calate. Per il resto davvero un bel racconto, un bello spaccato di alpinismo schietto. 

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