Lo sci alpino è stata una delle attività che meglio ha espresso le tensioni della modernità: dominio e velocità. Cosa fare ora che tutto sta diventando un cumulo di macerie? Sicuramente è necessario drizzare le antenne, visto che, invece di accettare la fine di un modello di turismo distruttivo, si sta cercando di rianimare un cadavere con progetti ulteriormente mortiferi per le nostre montagne.
DNR (da non rianimare)
(l’accanimento terapeutico sulle cicatrici del turismo invernale)
di Martina Demichela
(pubblicato su Nunatak n. 75, inverno 2024-2025)
Foto: tranne diversa menzione, sono di Marco Zorzanello, tratte da Maurizio Dematteis, Fine stagione, in The Passenger. Alpi, Iperborea, Milano, 2024.
Puntuali come le pubblicità dei cinepanettoni, verso la fine di novembre, sui quotidiani locali e nazionali, iniziano a uscire articoli che danno voce alle preoccupazioni di enti pubblici e privati per le imminenti “stagioni sciistiche”. Ogni anno sembra il primo in cui, per pura casualità, la neve non si fa vedere sulle Alpi.
Il primo inverno “secco” sull’arco alpino è stato registrato nel 1981, e da allora le nevicate sono progressivamente diminuite. Molte stazioni sciistiche che si trovavano al di sotto dei 2000 metri di altezza sono state abbandonate, lasciando innumerevoli cicatrici.
In Italia gli impianti abbandonati sono circa 300, quasi tutti a bassa quota, dove la neve è oramai un lontano ricordo. Nonostante questo continuano a essere presentati nuovi progetti, che non solo devasterebbero nuovi territori, ma sarebbero anche impossibili da innevare artificialmente visto il generale innalzamento delle temperature.
Quest’inverno, per permettere le competizioni di alto livello, se le sono inventate tutte. Basti pensare che per la tappa di Coppa del mondo che si è svolta a Bormio il 28 e il 29 dicembre 2024, la neve è stata prodotta a Santa Caterina Valfurva e poi trasportata in loco per chilometri con i camion. Anche in Francia per la Coppa del mondo di Biathlon la neve artificiale è stata prodotta altrove e poi trasportata sulle piste con i camion, lì però quantomeno non sono mancate le proteste.
In questo contesto desolante dove evidentemente si cerca di rianimare un morto, come dicevo, non mancano progetti mastodontici e distruttivi. “Avvicinare la montagna” è il piano strategico che minaccia l’Alpe Devero proposto dalla provincia di VCO (Verbano Cusio Ossola) e da quattro Comuni della zona. 43 milioni di euro sarebbero a carico della spesa pubblica e 30 da investitori privati. Un faraonico comprensorio che comprenderebbe il potenziamento degli impianti a fune, nuove piste, strutture edilizie e diverse infrastrutture. Nel dicembre del 2022 è giunta notizia che i promotori hanno abbandonato il piano strategico che non ha superato la Valutazione ambientale strategica (VAS), ma la minaccia non è sventata. Gli imprenditori e gli amministratori pubblici hanno cambiato strategia, riproponendo i vari interventi uno alla volta, cercando autorizzazioni locali che esulano dal VAS. Parlando di numeri, si tratterebbe di 160.000 metri cubi d’acqua per l’innevamento artificiale, 9.000 metri quadri di nuove superfici costruite, 772.000 metri quadri di parcheggi e 444.000 metri quadri di territorio consumato per nuove piste da sci e mountain bike.
Anche nelle valli bergamasche rischia di consumarsi un nuovo assalto alle Alpi. Il piano prevede decine di milioni di euro di fondi pubblici destinati a impianti di risalita e di innevamento artificiale. Un progetto vecchio trent’anni il cui scopo è un collegamento, che creerebbe un unico comprensorio unendo due stazioni sciistiche: quella di Lizzola, frazione del Comune di Valbondione, dotata al momento di quattro seggiovie e 20 chilometri di piste, e quella di Colere, che dispone di tre seggiovie e di una cabinovia sostituita e ristrutturata a fine 2023. Il collegamento avverrebbe tramite due impianti di risalita e un tunnel lungo 450 metri scavato attraverso il Pizzo di Petto, montagna al confine tra le due valli. I promotori del progetto e gli amministratori locali, come i sindaci dei Comuni di Valbondione e di Colere, presentano il progetto come un modo per arrestare lo spopolamento della valle e rilanciare turismo ed economia locale.
Nemmeno il Monte San Primo, in provincia di Como, con la sua vetta che raggiunge i 1652 metri, si salva: gli enti locali vorrebbero ripristinare l’attività sciistica, chiusa da tempo per assenza di condizioni ambientali e sostenibilità economica. Nuovi impianti di risalita, innevamento programmato, nuove strade e parcheggi, nonché la realizzazione di nuovi tapis-roulant, il tutto finanziato con 5 milioni di euro di soldi pubblici. A 1100 metri di quota, in una località che, stante le caratteristiche geografiche e la realtà climatica in divenire, non può più garantire le condizioni atte alla permanenza della neve al suolo.
In Valle d’Aosta sono alcuni anni che avanza il progetto per collegare con impianti a fune il Cervino e il Rosa, da Zermatt ad Alagna in aree ora protette nel Vallone delle Cime Bianche. Si tratterebbe solo di una rete utile al collegamento degli impianti, per creare un maxi-comprensorio sciistico, dato che la zona non è funzionale alla costruzione di piste da sci, se ne parla dal 2015. Nonostante i numerosi comitati nati a difesa della zona, le amministrazioni locali e gli investitori privati insistono su questo impattante progetto che andrebbe a colpire un territorio importante per la sua biodiversità, con praterie alpine, laghi e torbiere, habitat di animali come i gipeti e le pernici.
Per tenersi aggiornarti su tutti gli obbrobri proposti, consiglio la consultazione del sito funivie.org, dove, con toni sensazionalistici, vengono esposti al pubblico progetti nuovi e non.
Ma tornando un po’ indietro, guardando al passato, dove nasce tutto questo? Dove nasce lo sci alpino? Lo sci alpino ha una storia recente, nonché intrinsecamente intrecciata con la modernità. Nel 1894 Sir Arthur Conan Doyle, celebre autore di Sherlock Holmes, si trovava in montagna in Svizzera dove la moglie malata veniva curata in un sanatorio di montagna. Insieme ai fratelli Tobias e Johann Branger che aveva assunto in precedenza per imparare a sciare, compie la traversata Davos-Arosa sopra un paio di sci. La grandiosa narrazione dell’impresa, pubblicata sul popolare mensile londinese The Strand Magazine, ha un valore simbolico fondamentale: in contrapposizione con il rigido costume vittoriano, viene raccontata al grande pubblico un’avventura dal sapore veloce e spericolato.
Nella seconda parte del XIX secolo questa nuova disciplina si era già affermata come attività sportiva: attorno al 1860 sono attestate delle competizioni di discesa a Le Porte negli Stati Uniti e nel 1864 l’albergatore Johannes Bedrutt a Saint Moritz apre al pubblico la sua struttura anche in inverno.
Durante i primi anni del Novecento questo nuovo sport si diffonde rapidamente, contrapponendo alla fatica della salita l’ebbrezza della discesa. Lo sci alpino rientra a pieno nei parametri richiesti dai sogni della modernità. La rapidità con cui si può scendere un pendio dominando la natura ricorda tanto le emozioni di velocità e di conquista trasmesse dai primi aerei e dalle prime automobili. Da una parte ci sono ancora le imprese che mantengono la postura dell’alpinismo ottocentesco: nel 1935 viene salita la parete nord delle Grandes Jorasses e il Petit Dru, sul Monte Bianco, nel 1937 avviene la prima salita della parete nord-est del Pizzo Badile e nel 1938, dopo vari disastrosi tentativi, si compie anche la prima ascensione della parete nord dell’Eiger. Dall’altra parte lo sci alpino affermava valori opposti, ma il punto di partenza era essenzialmente il medesimo. La montagna apparteneva all’uomo, il quale poteva farne ciò che voleva: poteva essere luogo di sofferenza o di divertimento, ma in ogni caso era terreno di conquista e, dove possibile, di messa a profitto.
Grazie alle innovazioni tecnologiche, lo sci alpino e le sue infrastrutture fanno un salto di qualità in termini di diffusione e accessibilità, ampliando l’indotto del turismo della montagna.
C’è chi vede tra le vallate intonse montagne d’oro, l’organizzazione fordista del lavoro esce dalla fabbrica e anche il tempo libero dei lavoratori viene disciplinato: vengono costruite città in alta quota come Sestrière, progettata a immagine e somiglianza della fabbrica Fiat del Lingotto.
Questi sogni di gloria hanno però avuto vita breve: la neve non c’è più e all’inizio dell’articolo ho citato soltanto alcune delle strategie messe in atto per tentare di rianimare un morto. Quasi ovunque si vedono immagini di piste da sci che attraversano paesaggi tutto fuorché innevati, lingue di neve in mezzo a terra brulla e fanghiglia. Temperature che fluttuano e neve artificiale hanno portato anche qualche incidente e uno in particolare è salito agli onori delle cronache. Nei primi giorni di gennaio 2025 a Cortina una valanga di neve artificiale si è staccata da una pista e si è riversata su quella sottostante. Detto questo, a mali estremi, estremi rimedi. Le soluzioni alternative per mantenere in vita questo sport sono sempre più grottesche. Girano con insistenza pubblicità di materiali che riprodurrebbero perfettamente una pista da sci ovviando al problema della neve, le aziende che più spingono questi prodotti sono Neve-plast Freeski e Geoski. Consiglio vivamente di andare a curiosare nei loro siti per capire quanto è tragicomica la loro pubblicità che, grazie a questi materiali plastici, promette le medesime sensazioni di una sciata sulla neve e garantisce di poterlo fare 365 giorni all’anno a ogni latitudine. Infatti sono già utilizzati in alcuni Paesi come il Marocco e Dubai.
Cercando di tirare un po’ le somme di un articolo che riassume solo alcune brutture che sono sotto gli occhi di tutti, io penso che tutto ciò che riguarda l’indotto dello sci alpino faccia parte di tutte quelle macerie che mi auspico veder crollare.
Sottolineo che il mio non è un giudizio morale su chi dopo aver passato tutta la settimana a lavorare desidera passare un weekend sulla neve, ma penso sia necessario avere ben chiaro chi sono coloro che hanno le mani sporche di sangue: amministrazioni comunali e imprenditori che senza alcun ritegno continuano martoriare le montagne che, un po’ esauste, talvolta crollano anche su se stesse. La mancanza di neve, per quanto tangibile e reale, penso sia un falso problema. È tutto ciò che ci sta intorno che non deve più appartenere al mondo che desideriamo e che sogniamo. Montagne libere dal profitto, e dai vezzi dell’uomo, luoghi in cui vivere e prosperare in simbiosi con le stagioni e lo scorrere del tempo.
Ora non voglio dire che nel mondo che vorremmo dovremo appendere gli sci al chiodo o usarli sono per fatiche necessarie: il divertimento e la gioia saranno comunque una parte fondamentale, nel rispetto però di tutto ciò che ci circonda. Magari sogghignando un po’ quando vedremo le tristi cattedrali nel deserto sparire sotto i colpi del tempo. E siccome in alta quota sono spesso proprio i montanari i primi ad aggrapparsi a economie e a stili di vita che non sono più sostenibili, è necessario pensare a qualcos’altro, a partire da chi in montagna ci vive. Senza riproporre un impossibile ritorno al passato, ma magari riprendendo dal passato quel sapere che ha permesso per secoli di vivere nelle terre alte senza trasformarle in un deserto di rovine.
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Proprio a proposito, nel frattempo…
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/04/20/sci-comelico-pusteria-tar-boccia-ambientalisti-cabinovie-piste/7959009/
@45. Alberto, è arrogante chi tenta (invano) di aprire gli occhi e il cervello a quanti sono fermi agli anni 70, o chi persevera con un modello di sviluppo che è ormai insostenibile economicamente e ambientalmente?
@ 41
2) lo sci è una attività produttiva e come tale sta in piedi se economicamente produttiva
Ottimo.
Che ci pensino gli imprenditori privati , senza il denaro pubblico, visto che è redditizia.
Qui nella mia valle invece progettano impianti con 50.000.000 di euro pubblici.
…..tocchiamo sempre di più il fondo, chiamola ignoranza, però non ci basta, vogliamo andare sempre oltre, ai posteri l’ardua sentenza.
Curioso che diventi sinistramente sinistroso chi semplicemente riflette su centinaia di milioni di spesa pubblica che vengono e forse verranno gettati al vento per inseguire un modello di sviluppo del territorio che non regge più. E non regge più non perché ci sono dei brutti e cattivi ma semplicemente per cambio del clima. Se non ci fossero prebende pubbliche e favori locali, nessun privato si sognerebbe mai di fare certi investimenti. È evidente e lapalissiano.
Quelli che se ne lamentano, sono gli stessi che inveiscono contro la spesa pubblica in quanto tale e i suoi presunti sprechi. Qui però faccio o è pretendono che si perseveri in progetti fallimentari giusto perché gli e’ partito l’embolo e fare i conti gli suona sinistramente sinistroso. Il mondo è strano
Alberto?
Mmmhhh, mi puzza.
Quest’Alberto mi puzza proprio.
(Cit. Sergente Lo Russo)
Di fronte alla fede, la realtà nulla può
@44 Luciano Regattin
Commento che trasuda arroganza e razzismo di chi vuole imporre una visione unilaterale di rinumcia e di decriscita a chi negli anni in montagna ha migliorato la propria vita- Lo sci nin moroirà spariranno prima le idee di farl sparire di strampalate persone che odiano il piacere altrui
@41 Nicola Vanotti
“Quanti fanno fatica a capire un testo scrittoPartendo dalla lettura, il risultato dell’Italia è che il 35% degli adulti – più di uno su tre – ha punteggio di 0 oppure 1 su cinque. Concretamente, chi è al livello zero “è in grado di comprendere, al massimo, frasi brevi e semplici”, mentre al livello uno “è in grado di comprendere testi brevi ed elenchi organizzati, quando le informazioni sono indicate chiaramente, e può individuare informazioni specifiche e identificare collegamenti rilevanti all’interno di un testo”.
https://www.fanpage.it/politica/gli-italiani-sono-tra-i-peggiori-in-europa-per-comprensione-del-testo-e-matematica-dice-locse/
Per il resto, commento che trasuda ignoranza in modo preoccupante.
Tra un po’ anche trombare diventerà una specialità olimpica. Se poi gli atleti si alleneranno con le vostre mogli non preoccupatevi: ” è uno sport e va rispettato!”
Se Berbenno a 370 m. di quota è montagna allora le città di Potenza, Matera, Enna e Caltanissetta sono ancora più montagna. Magari la Demichela scrive proprio da lì?
Dove abita chi scrive questo articlo ?
Che ci sia meno neve oggi di qiando ho iniziato a sciare da bambono negli anni 80 è ovvio, ma stracciare le palle con questo discorso contro lo sci a priori è fastidioso per tanti motivi:
1) lo sci è uno sport e come tale va rispettato
2) lo sci è una attività produttiva e come tale sta in piedi se economicamente produttiva
(se non fosse perclo sci e pa zona franca Livigno oggi sarebbe un allevamento di pecore da montagna abitato da Neanderthal)
3) lasciate stare i discorsi ecologisti sul rispetto della montagna visto che sono ridicoli (se chiudessimo oggi gli impianti fra 5 anni li ci sarebbe il bosco, mentre abbiamo riempito il fondovalle di capannoni vuoti che saranno li ancora per 200anni)
Non so scrivete questi articoli perché siete integralisti o paraculi.
Venite qui a vivere in montagna, prendetevi una delle tante baite abbandonate, coltivatevi l’orto, tagliate la legna per la stufa e per scrivere usate la macchina da scrivere.
Forse allora avreste la credibilita e un po di rispetto da, chi come me, è NATO e VIVE in MONTAGNA.
BERBENNO – Sondrio
https://www.sherpa-gate.com/altrispazi/crisi-dello-sci/
In estrema sintesi, l’alternativa viene presentata come
arcaici bucolici ideologici disfattisti pessimisti incuranti delle genti che dell’economia creata dallo sci campano (e anzi godrebbero a vederli affamati)
vs
realisti pragmatici (non emancipati dalla brama di profitto, beati loro, auguri…) che invece basta guardare all’innevamento alla data di oggi (inizio Aprile: quanto può restare sciabile questa neve con le temperature incipienti? quanto afflusso può garantire ormai? quanta neve c’era a dicembre e Gennaio in quelle stesse località?…) che invece tengono all’economia montana.
Putroppo non si può che ribadire che le decine di stazioni non più attive non sono tali perché qualche disfattista le ha disfatte vandalizzandole, ma semplicemente perché non possono più funzionare per assenza di neve (che, a parte le conseguenze per il prelievo dell’acqua necessaria, al di sopra di certe temperature non può comunque essere prodotta artificialmente…): quella era economia, erano posti di lavoro: sono spariti non per fantomatiche ideologie ma per (tristissimi, drammatici, questo sì) fatti, circostanze fisiche, oggettive. Le stesse che sono destinate ed estendersi, purtroppo.
Non preparare l’alternativa a qualcosa che viene inevitabilmente a mancare, nonostante il pietoso tentativo di coprirsi gli occhi e non volerlo vedere, che vantaggi porta e a chi? Questo si che è, per definizione, sfuggendo dalla realtà, Ideologico e utopistico (e, proprio in relazione alle prospettive economiche, “criminale”)
E già questo è proprio una brutta storia. Alcuni son contenti e realizzati, altri si fanno sfruttare. Altri ancora con la scusa di difenderli, ci si fanno tondi. Un certo Charles Darwin sembra abbia detto “Il lavoro nobilità l’uomo” , e certo vallo a dire a quelli che raccattano i pomodori e i meloni sotto lo stellone per un’intera giornata ad una paga da miseria. Altri, “prega et labora” , qualcun’altro “chi non lavora, non fa l’amore” .
Sto in una terra che qualcuno chiama alta nell alto bellunese dove per ogni nuovo bimbo nato ci sono tre anziani e non che trapassano ed è la media anche di altre zone di montagna limitrofe…qua di fianco propongono 100000€ per RI-abitare in zone dove non campi neanche se fai lo scultore-scrittore-poeta-guida alpina-malgaro e pastore assieme, hai strade in-decenti(vedi SagronMis per es) detto questo mi auguro comunque ci siano molti giovani che si mettano in corsa e in gioco per concorrervi ,ma quando leggo;
:”io penso che tutto ciò che riguarda l’indotto dello sci alpino faccia parte di tutte quelle macerie che mi auspico veder crollare.”
e penso alle migliaia di famiglie legate a quell indotto mi cadono pure a me a slavina.
Non basta avere lamentazioni o sogni di montagne 800centesche ma proposte alternative.
Comunque le uniche mani sporche di sangue viste erano le mie quando tiravo lamine a mano e stanco mi scappava il pollicione…bei tempi!
@34
Tasto dolente, solo Amazon, Leonardo e Unipol.
Ora mi informo
@33
È quello che accadrà ineluttabilmente: le persone normalmente tendono ad accettare compromessi al ribasso per il quieto vivere che spesso è il sopravvivere.
Figurati che per campare molti accettano l’idea di andare a lavorare
Ma voi vedè che Ratman ha un bel pacchetto di azioni della ITALCEMENTI…?!?!?
@32. Stringi stringi, il succo del tuo ameno discorso è “avanti tutta con la cementificazione”. Punti di vista.
La prospettiva arcadica o utopica del discorso ecologista lo incapretta ad una extraterritorialita argomentativa alla quale si può volgere solo uno sguardo sentimentale, una attenzione e comprensione pietosa.
A quello che certamente è un abuso predatorio del territorio montano – quella della predazuone è l’unica modalità conosciuta dagli esseri animali – si oppone una sorta di moralità ispirata da un generico amore per la terr, moralità che, per la sua generica inconcludenza, al più seduce perdigiorno che si sentono emancipati dalla brama di profitto.
“Ma noi 60/70enni non c’è ne siamo accorti allora, anzi ci sembrava tutto bello, comodo e moderno.”
Cla, a quanto pare molti di noi non vedono (o rifiutano di vedere) la realtà anche adesso…
tipo Rik:
“le Nord di Grandes Jorasses, Eiger, Badile…tuttora quasi o per nulla addomesticate da infrastrutture”
sulla Cassin ci sono le soste a spit e non ho mai visto tanta spazzatura alpinistica come sulla Heckmair all’Eiger!
Mi sono fermato a “Saint” Moritz. Andava tutto bene, lì mi sono precipitati i coglioni a terra, generando una slavina di proporzioni epiche.
No ma davvero? Il tuo non è un giudizio morale? 🙂
No ma davvero? Il tuo non è un giudizio morale? 🙂
@26.
“Da una parte ci sono ancora le imprese che mantengono la postura dell’alpinismo ottocentesco”,”Dall’altra parte lo sci alpino affermava valori opposti”,”La montagna (…) poteva essere luogo di sofferenza o di divertimento, ma in ogni caso era terreno di conquista e, dove possibile, di messa a profitto.”
Dove vedi la cantonata? Forse c’è, ma nella mancata comprensione del testo?
Ma chi è costei che si permette di mettere a paragone lo sci alpino, un’attività puramente sportiva (che pure occasionalmente pratico – pur prediligendo lo scialpinismo – senza eccessivi sensi di colpa), con l’apertura delle vie alle Nord di Grandes Jorasses, Eiger, Badile, vie alpinistiche difficili e di rilievo anche oggi, e tuttora quasi o per nulla addomesticate da infrastrutture? Non vi è alcuna analogia di sorta, né nella pratica, né nelle ragioni. Concordo nel sottolineare i problemi di sostenibilità e ambientali, ma il furore ideologico porta sempre a prendere delle grosse cantonate… come quella evidenziata.
Si può “sospendere il giudizio’ sulla storia della cosiddetta “monocoltura dello sci”, sull’opportunità di puntare tutto sulla medesima per lo “sviluppo” economico della montagna, su quel modello di “divertimento” di masse di cittadini. Quel che non si potrebbe discutere sono i fatti: le decine di stazioni di bassa quota realizzate quando la neve c’era sono state abbandonate per il semplice fatto (…) che non ce n’è più (e questo varrà sempre più e sempre più in alto). Tentare di negare la realtà (e per conseguenza sprecare ingenti quantità di soldi pubblici, causando pure insensati danni all’ambiente) attiene semplicemente alla (tanto diffusa quanto misconosciuta) follia ed è, sostanzialmente se non formalmente, criminale. L.
Nel collegamento che si vuole fare tra Colere e lizzola la quota lo permette ed è anche in una zona molto nevosa basta osservarla anche in questi giorni…. avanti con il collegamento
Vivamente consigliato
” I vandali in casa” di Antonio Cederna.
Scritto negli anni ’50
Lo sto leggendo ora.
Sono passati 70 anni ma stessi problemi, stesso sistema, stessi scempio, stesse persone che li facevano.
Ma noi 60/70enni non c’è ne siamo accorti allora, anzi ci sembrava tutto bello, comodo e moderno.
Fabio capisco e ti quoto infatti non si capisce per quale motivo non ci siano obblighi contrattuali per disfare manufatti deturpanti e inutilizzati di fine vita sciistica.
Sui soldi pubblici la vedo spalmata anch’io ovunque la manolonga…
Ma il mio alla Verdone vuol essere un quesito sulle tre righe dell’ autrice ; ma quando mai in passato si e vista e vissuta in montagna una vita idilliaca amena e bucolica descritta lì? Quando si disboscava tutto?Quando c’erano fottii di miniere tutte a norma? Quando si faceva la guerra in trincea o di mina?O la fame?E si svuotavano mezzi paesi per le Meriche…altro che simbiosi.
4@Alessandro no! non sei l’unico.
I grandi animali che gli servivano
Bertoncelli : non sono d’accordo allo sputtanamento di tutto, ma tu devi guardare un po’ più lontano.
L’homo sapiens fino a 15mila anni fa era cacciatore, poi ha sterminato tutti i grandi carnivori che gli servivano e ai posteri ha lasciato…di diventare allevatori e contadini per sopravvivere. Contadini che ai giorni nostri se non avessero i contributi di Pantalone dovrebbero fare pagare frutta e verdura 10 euro/kilo per sopravvivere. Così come il giornaliero che dovrebbe costare 300euro per non dover vivere di contributi.
I contributi di Pantalone sono spalmati un po’ su tutti noi, inconsapevolmente.
Alla Verdone… “in che ssensoo?’
Posso pretendere che almeno gli impianti di risalita dismessi siano smantellati e non lasciati ad arrugginire sino alla fine dei secoli? È il minimo!
Posso pretendere che le stazioni sciistiche non sopravvivano piú grazie ai soldi di Pantalone? È il minimo!
Montagne libere dal profitto, e dai vezzi dell’uomo, luoghi in cui vivere e prosperare in simbiosi con le stagioni e lo scorrere del tempo.
Alla Verdone…”in che ssensoo?”
Quest’anno, di ritorno da una escursione alpinista, mi sono imbattuta in una colonna di automobili, tutte di targa polacca (ne ho contate a centinaia) che riempivano la strada tra Cles e Campo Carlomagno. Audi, Jaguar, Range Rover, tutte con portasci sul tetto, tutte cariche di “turisti della discesa”. La neve bellissima del Grosté, i parchi per lo snowboard, le discoteche in Val Nambino e gli aprés ski al Patascoss: uno spaccato di un mondo che non mi appartiene, con il quale di tanto in tanto mi trovo a condividere spazi – come una seggiovia, un parcheggio. Uno sguardo, comunque, tra noi antitetico rispetto alla fruizione della montagna, alla neve (quest’anno, abbondante e molto soffice), e all’ecosistema. Sicuramente spendono di piú loro con i suv e la loro settimana bianca che io che arrivo in macchina col panino nello zaino, e uso gli impianti solo come avvicinamento. Fa riflettere.
Le tue attuali preferenze potrebbero non esser più disponibili ai tuoi nipoti.
Occhio che troppi abeti ….rendono ebeti
Preferisco sciare in mezzo le abeti ispirando gli essenze di abeti piuttosto che stare seduto a leggere dei articoli stupiti e ignoranti a proposito della montania
Viva lo sci !
Propongo di ASFALTARE e CEMENTIFICARE tutte le montagne e tutte le valli delle Dolomiti, allo scopo di livellare i dossi e incentivare cosí lo sci di pista.
Spessore minimo dello strato: 50 centimetri.
D’altra parte, anche ai baracconi tutto è in relazione col godimento epidermico e con gli incassi.
A chi frega del resto? A chi frega del mondo che lasceremo ai posteri?
Godi e incassa!
Articolo pessimo…molto di moda per i”giornalai”total green e contro un economia che per la gente di montagna è ancora al top.( basta vedere i numeri delle ultime tre stagioni)
@8
Lo sviluppo è proprio quello da me descritto: sacrificare risorse ambientali per migliorare le proprie condizioni.
Il progresso, invece, è quello di capire il limite e la sostenibilità di questo sviluppo.
Non so cosa intendi un orgoglioso missino per sviluppo
Perfettamente d’accordo. Le località di montagna che hanno avuto la lungimiranza di non puntare tutto e solo sullo sci, oggi non si preoccupano affatto del suo (temporaneo o definitivo) declino. Le altre dovrebbero fare qualche riflessione, prima di accanirsi ancora con una scelta senza futuro.
Encomiabile l’opera di riproporre articoli di questo taglio con una certa sistematicità. Ma c’è davvero bisogno di tale ripetizione? Ovvero la gente non ci è arrivata da sola a capire queste cose? E’ ben vero che… “repetita juventus” (lo dicavano ad alto Gradimento, bei tempi…). Probabilmente chi NON ha ancora capito questi contenuti, probabilmente non li capirà mai. O perché non ci arriva proprio o perché non VUOLE capirli. Peccato.
Perfettamente d’accordo sull’articolo, infatti sono un oppositore allo scempio del Pizzo di Petto, che vedo da casa mia. E, udite udite, io sono di Destra, dai tempi del MSI, invito quindi ad evitare di classificare la difesa dell’ambiente come battaglia della sinistra: è solo questione di buon senso vs vil denaro (lo sviluppo è tutt’altra cosa).
A me pare che la soluzione si sia trovata: da tanta neve per tutti a poca per chi può permettersela.
Ai montanari non cambia nulla, anzi, lavorano meno e guadagnano di più.
L’ambiente??…. Lo abbiamo mandato irreversibilmente mandato a fan culo con lo sviluppo. All’inizio “””forse””” senza saperlo, ora facendo i venerdì per il futuro andando a Londra a far la manifestazione mangiando un panino americano o guardando al telefono gli orsi bianchi su isole di ghiaccio
La “liberazione dal profitto” trasloca un’argomentazione ragionevole – l’inutilita della costruzione di impianti inutilizzabili – nel mondo delle solite fantasie massimaliste degli hippy di tutti i tempi; fate l’amore non fate la guerra.
Non condivido affatto il disfattismo dell’autore di questo articolo. Risuona molto di un presagio sinistro o sinistroide della solita mentalità disfattista che una certa cultura pessinistra vorrebbe trasmettere.
Con la neve artificiale si riesce ad ovviare ad inverni con scarse precipitazioni nevose. Vi sono poi stazioni sciistiche tipo Campo Imperatore o molte altre del Nord Italia che anche senza neve artificiale continuano a garantire inverni ricchi di neve da Novembre a Maggio.
Prima di scrivere certe cose, giusto per destare interesse nei lettori poco informati, rifletterei di più sulle conseguenze di tale disfattismo, ed anche sulle conseguenze economiche di tali articoli sulle comunità montane e sull’economia del nostro paese.
Tutte argomentazioni sensate e condivisibili ma rimane il problema che non possiamo tornare al passato per ciò che è stato lo sci alpino (giusto) e pretendiamo da altri (i montanari) che tornino al passato (passato di sacrifici e povertà) e continuare ad abitare le terre altre. E tutto per poter far tornare le montagne a essere il giardino incontaminato dei cittadini, che hanno già stuprato in maniera irreversibile pianura e collina.
Non sono per l’accanimento e imporrei la demolizione di ogni struttura inutilizzata ma, nell’ambiente, questa discussione che seguo da tempo, è polarizzata alla moda di ogni tema politico. Non ho la soluzione, so solo che arroccarsi tra puristi montani o gente che campa di sci, non genera soluzioni né tantomeno velocizza il processo.
Non è forse ora di mantenere le proprie idee ma provando a vestire anche i panni dell’altro? (o sono l’unico che pensa che dipingerli come assassini con le mani sporche di sangue non sia un buon modo per ragionarci assieme? )
Il giornalista è una giornalista e di sicuro ha scalato più montagne di quelle che hai visto tu.
Orribile articolo di chin odia lo sci e gli sciatori. Vergognoso….l’articolo e il giornalista, che non è mai uscito di casa se non per i cortei no global.
Ottimo articolo, ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire