Metadiario – 315 – Elettra (AG 2025-001)
Nei primi cinque mesi del 2025, anche a causa dei numerosi e importanti avvenimenti d’altro tipo, ho limitato la mia attività arrampicatoria alle sole uscite in falesia. A parte qualche eccezione, tutte si sono svolte nell’ambito della “Chat arrampicata”, a volte in compagnia numerosa a volte no, ma quasi sempre con Lutz Kuehn, Paolo Fedrigoni, Angelo Carraro, Livio Sposito, Salvatore Bragantini, Paola Santambrogio, Cristiano Gennaro, Ferdinando Viganò, Gabriella Russo, Silvia Erzegovesi, Lorenzo Molinari e Stefano Romanengo.
Come al solito la scelta delle falesie di volta in volta era determinata dal meteo, ma ad ogni modo Civate, Galbiate, Pillori, Guardamonte, Casazza, Panoramica di Mergozzo, Predore, Valle dell’Opol erano le più gettonate. Ci furono puntate anche alla Valletta e al Cervinibbio (Val d’Ossola), Montestrutto (Settimo Vittone), Valgua (Val Seriana) e Corna 23 in Val Sabbia. Ci fu una piccola eccezione il 2 febbraio quando andai con Matteo Pellegrini alla Roda del Canal (Val d’Adige) per la via Zig-zag e via del Baffo. Con Salvatore e Stefano avevamo preso anche l’abitudine di andare a scalare, non più di una volta alla settimana e quando in genere era brutto tempo, nei locali del Solid Climbing Club a Buccinasco (MI).
La prima metà di febbraio
Aspettavo con grande apprensione la prima metà di febbraio: grandi cose dovevano accadere, precisamente quattro.
L’evento più importante in senso assoluto era la prevista nascita di Elettra, ovviamente in data incerta. Il secondo era la vendita del 65% delle quote di Montana S.p.A. ad un fondo internazionale, fatto che praticamente costituiva la mia pensione… Il terzo era la prevista registrazione della puntata di Geo, dove Elena avrebbe chiacchierato in veste di consulente ambientale con la conduttrice Sveva Sagramola: dal punto di vista carrieristico, una grande occasione per mia figlia. In ultimo c’era il quarto evento, la partecipazione di Alessandra Joan Thiele (la nostra “nipote”) nientemeno che al Festival di Sanremo.

La kermesse di questo festival francamente non mi aveva mai eccitato più di tanto. Senza voler essere spocchioso, giudicavo e giudico quel tipo di musica abbastanza lontano dalle mie corde. Certo, c’erano state negli anni delle eccezioni di qualità, sia nelle canzoni che nei protagonisti. Ma, tutto sommato, ciò che non riesco a sopportare della cosiddetta “canzone italiana” è l’uso obbligatorio dell’orchestra. Solo le band “ospiti”, come ad esempio i Depeche Mode nel 2024, potevano esibirsi evitando il complesso orchestrale. Joan Thiele spaccò letteralmente lo schermo in tutte le serate, non solo a giudizio nostro. Eco è un pezzo intelligente, impegnato, musicalmente valido con ben poche concessioni alla facilità di ascolto superficiale. Con queste caratteristiche, Joan non poteva certo vincere in quella sede: infatti il suo 22° posto fu salutato con grande entusiasmo generale, lei in prima linea. Ci avrebbe pensato poi il mercato a ristabilire i valori. Per Joan quella volta fu il “botto”, e da quel momento volò sempre più in alto. Ciò che ora è importante è che lei conservi la sua genuinità e la sua maturità artistica e umana, in mezzo ai grandi pericoli che la fama e il successo in genere ti mettono accanto come sgradevoli compagni incantatori.
Elettra
Il primo giorno del 2025 scrissi a Petra questo messaggio:
“Buongiorno Petrina e buon quell’anno del quale, anche se già conosciamo almeno uno degli eventi che lo caratterizzeranno, non sappiamo ancora nulla… Ma una serena attesa di tutto ciò che succederà fa parte del saper vivere e quindi condividere tutto con le persone amate e preferite”. Concludevo il whatsapp con un motto (in latino inventato lì per lì) Per serena ad amoena con il quale, facendo il verso a Per aspera ad astra, volevo sottolineare che “serenità” e “gioie” fossero le cose più augurabili in un anno nuovo.
In gennaio era stato deciso dai genitori il nome della nascitura: Elettra. Dilagarono i soliti commenti di parenti e amici, per lo più dichiaratamente positivi. Chi stava semplicemente all’assonanza con “elettrica” ne vedeva positivamente l’energia, la scintilla, la forza vitale. Chi era attratto dal carattere mitologico di quel nome faceva riferimento a Elettra, figlia di Agamennone e Clitennestra, quindi la vedeva protagonista delle tragedie di Sofocle ed Euripide, simbolo di memoria, vendetta, fedeltà al padre e di un dolore che non si spegne… In campo astronomico Elettra è una stella dell’ammasso delle Pleiadi (visibile a occhio nudo) perciò richiama luce, distanza, orientamento.
Tra i moderatamente negativi c’era chi ricordava la figura, non da tutti così amata e un po’ controversa anche se pop, esuberante e moderna, di Elettra Lamborghini. I più ferrati in psicologia erano catturati dallo junghiano “complesso di Elettra”, la versione femminile del complesso di Edipo.
In ogni caso tutti d’accordo sul fatto che quel nome evocasse figure intense, irrequiete, non addomesticabili.
Venne creato da Ruggero Pietromarchi (il padre) il gruppo whatsapp “Loving Elettra”: di questo facevano e fanno tuttora parte solo i parenti, madrina, padrino, più qualche amico/a. Spiccava la bisnonna Giuppi (nonna di Ruggero), ma anche il fatto che i nonni fossero ben otto (quattro consanguinei e quattro “acquisiti”).
Tra i primissimi messaggi figurò quello di Ruggero che ritraeva Petra che si recava in ospedale in tram… Alle 16.24 del 7 febbraio lo stesso Ruggero ci avvisò che verso le ore 18 sarebbe partita l’induzione con una prima mandata di gel, seguita da una seconda a mezzanotte.
Petra va a partorire in tram (video).
Nessuno di noi dormiva. Alle ore 1.19 dell’8 febbraio scrissi a tutti:
“Tifare per qualcosa è amore cieco e a senso unico. Questa notte è ancora più cieco del solito, ma tutti assieme ci è più facile vivere quest’attesa d’amore. Crediamo tutti nella nostra guida, quella che ci porterà fuori da questo tunnel che ci fa sentire vivi. Una vita sempre più nuova, la nostra, che ha nome Elettra”.
A fine mattinata anche Guya ed io raggiungemmo gli altri all’ospedale San Giuseppe. Stazionavamo in corridoio sfidando anche qualche lieve malumore degli addetti. Fino a che ecco apparire l’infermiera di riferimento… Perciò, alle 14, ecco il messaggio liberatorio, quello di nonna Bibi: “Ore 13.53 è nata Elettra!! Stanno tutti benone (e i nonni presenti sono svenuti!!!)”. Dopo circa due ore ci fu concesso di affollarci nella stanza: il presepe mostrava una mamma sorridente e, in apparenza, per nulla provata. Dopo di che l’attenzione andava diritta alla neonata, con grandi esclamazioni di meraviglia, un’adorazione che coronava la lunga attesa adrenalinica. Elettra riposava tranquilla: la vedevamo bellissima.
Nei giorni immediatamente seguenti avemmo modo di guardarla con più calma, ormai a casa. Nei rari momenti in cui apriva gli occhi vedemmo che li aveva azzurri. Un colore del tutto estraneo a quello degli occhi dei genitori e di ben tre nonni. Solo la siciliana nonna Fabrizia (la mamma di Ruggero) li ha azzurri! Subito fantasticammo sulle radici normanne di Elettra…
Elettra asciugata dopo il bagnetto (video).
E continuo a sbadigliare! (video).
Mi hanno messo un berretto azzurro di lana (video).
La gioia nostra era davvero al culmine, pieni di riconoscenza la guardavamo come se non la meritassimo. Sentivo la grande ricchezza e l’infinita grazia di ciò che ci era stato donato. Spiavamo il primo accenno di sorriso, che Petra ci assicurava aver già visto. A commento di una foto in cui sembrava proprio che sorridesse, il 17 febbraio scrissi:
“Elettra ci ricorda che, dopo le funzioni essenziali di mangiare e dormire, sorridere è il primo moto spontaneo di un essere umano (le nipoti dei genovesi arrivano sempre un po’ in ritardo, ma lei ha fatto eccezione…)”.

Altro messaggio carino fu quello del 22 febbraio, come l’avesse scritto lei: “Oggi compio due settimane! E ho deciso di andare al mare con papà e mamma: mi piace fare la nanna davanti al camino!”.
Commentai, facendo riferimento al mio ben noto amore/odio per la popolazione ligure: “A due settimane già in Liguria? Ahiahiahi…”. Risposta di Bibi: “Dici che si contagia subito?”. E Ferdinando (il padrino): “Aroma di focaccia appena sfornata, la futura memoria proustiana di Elettra”. Subito seguito da Fabrizia: “E le arancine? i cannoli? la cassata…? Mi raccomando, eh! Diamole le informazioni giuste a questa pupina!”.
Tra la ridda di telefonate di quei giorni ne ricordo una in particolare, la conversazione che avemmo Marina Sorbini ed io: mi colpì l’energia con cui lei lodava la “forza e la serenità di Petra”. Osservazione acuta, perché davvero in precedenza non avremmo potuto neppure immaginare quanto Petra ci apparisse “perfetta” nel suo nuovo ruolo.
L’ammirazione segnò il suo culmine il 17 marzo, quando Petra passò con stile la teoria della patente! Erano state cinque settimane in cui era successo di tutto e quella si è permessa di superare alla prima un esame stra-temuto dalla maggioranza di chi aspira a guidare un’auto. Ruggero commentò: “Quindi ora con il foglio rosa la si può preparare alla pratica per poter scarrozzare verso infiniti orizzonti”.
Adoravamo figlia, mamma e pure il padre, proprio come si trattasse di una Sagrada Família.

Lo stato di eccitazione portava ciascuno di noi a riflettere. Nel mio caso avevo un ritornello: “Non ripetere come nonno gli errori a suo tempo compiuti come padre”, seguito dal dubbio “ma sono stati veramente errori?”. Era ovvio che, come nonno, non potevo riprendere gli “eventuali” errori fatti come padre, ma era altrettanto evidente che il pericolo di sovrastima e di aspettative in eccesso era comunque presente, certo da non sottovalutare.
Sarò capace di amarla senza caricarla di contenuti miei? Sarò capace di insegnarle solo ciò che non mi è stato inquinato da alcuna frustrazione? Sono all’altezza di questa sfida? Riuscirò a vedere ciò che sarà lei ad insegnarmi? Perché Elettra è la mia occasione per apprezzare appieno il presente.
Vent’anni al rifugio Casera Ditta
Erano anni che non sentivo e non vedevo l’amico Adriano Roncali che dal 2005 ad oggi aveva sempre custodito il rifugio Casera Ditta tra mille peripezie economiche, affettive e fisiche. Ebbe l’idea di festeggiare con un po’ di amici questa ricorrenza speciale e lo fece il 5 e 6 aprile, riservando il rifugio solo ai cosiddetti “pochi intimi”. Gli chiesi il permesso di invitare due dei “Supremi”, vale a dire Luca Calvi e Gianfranco il Nonno Valagussa, poi proposi questo bel progettino a mia figlia Elena, tanto per farle conoscere i miei amici e i modi che noi abbiamo di festeggiare (qualcuno li potrebbe definire “barbari”).
Elena, Luca ed io partimmo da Milano la mattina del 5 aprile e viaggiammo quasi senza sosta fino alla Falesia di Erto, dove ci aspettava il Nonno. Fatti tre tiri assieme a Elena, ci spostammo a Erto nuova per pranzo ed eventualmente per incontrare Mauro Corona. Questi era nel suo studio-laboratorio, ma non si faceva vedere. Dopo un lauto pasto nel ristorante vicino, terminato a suon di grappini, finalmente fummo ricevuti da quella che ormai è una vera e propria star. Mauro ci accolse con il consueto entusiasmo e passammo due buone orette a cianciare nel suo studio. Cercai di farlo intervenire alla festa di Adriano: di questo lui sapeva già, ma non aveva evidentemente intenzione di “tirarsi nero”, dunque evitava le occasioni in cui quel risultato finale era praticamente certo. Ci abbracciammo con grande affetto.
Verso le 17 riuscimmo a partire e, lasciate le auto al nuovo posteggio, scendemmo fin quasi al fondo valle per il per me nuovo sentiero per la Casera. Lì ci aspettavano Adriano, l’ex socio Guido Faoro e tre loro amici. Fu un reincontro pieno di emozioni per tutti. Elena, Luca e il Nonno avevano ben compreso quanto per noi fosse importante riabbracciarci. E quando un’emozione è davvero forte si è come a teatro, quando attori e spettatori sono la stessa cosa. Le battute, gli aneddoti e i racconti furono il condimento serale a una cena che non scambierei con nessun’altra. Andammo avanti fino all’una di notte, dopo decine di assaggi di alcolici fatti in casa e fabbricazione continua di sigarette prodotte da due volonterosi con cartine, tabacco ed erba buona.
Guido (a sinistra) e Adriano (video).
E al mattino dopo stavamo tutti benissimo, cosa da non credere. La festa vera e propria era quel giorno e ce la godemmo con amici come Luca Vallata e altri. Elena fece il viaggio di ritorno con Luca Calvi e il Nonno, mentre io andai a dormire da Luca Visentini a Claut, perché il giorno dopo avevo un impegno con Manolo, che avrei dovuto raggiungere a Transacqua. Chiacchierare con Luca e con Claudia è sempre stato un piacere, e anche questa volta non ci sarebbe stata eccezione.
Punta Manara
C’è chi scrive i propri ricordi e riflessioni su un’escursione non banale come la salita al bivacco Gervasutti sotto alla parete est delle Grandes Jorasses e c’è chi, come me, giudica ormai “avventurosa” una breve passeggiata sopra il mare di Punta Manara. Era il 24 aprile e Guya ed io eravamo reduci da un bellissimo soggiorno a Dosso (Levanto) a casa di Bibi: giornate dedicate pressoché totalmente a Elettra. Mamma Petra si poté concedere solo una lezione pratica presso la locale Scuola di guida, per il resto poppate, passeggiate, sonni interrotti più volte nella notte. Al servizio di Elettra in qualche modo eravamo tutti, Andrea, Elena, Guya ed io compresi.
Sulla strada per Dosso (Levanto) nonna Bibi cerca di far addormentare Elettra (video).
Anche io cerco di farla addormentare (video).
Elena aveva voglia di muoversi, così decidemmo di fare una gita con Guya a Punta Manara. Al fondo di quel promontorio c’è una falesia con qualche itinerario di arrampicata, così portammo anche corda e materiale.
Con l’auto da Sestri Levante salimmo alla frazione Ginestra. Avevamo appena iniziato a camminare che, invece di seguire le istruzioni del sito zenaclimbing.com, invece di scendere verso Riva Trigoso per poi quasi subito prendere un sentiero che avrebbe attraversato più o meno in piano, passando per Casa dei Preposti, tutto il versante sud-orientale del promontorio fino alla Punta, scelsi di seguire il sentiero più facile ed evidente che ci avrebbe portati alla Torre Saracena, quindi ben più in alto. Giunti sotto alla torre, Guya si rifiutò di salire i gradini viscidi che invece portarono Elena e me ai ruderi della cosiddetta Torre Saracena, più o meno a 150 m sul mare. Mapy, un programma che da tempo ho scaricato sul mio smartphone, mi faceva vedere un sentierino che scendeva a ovest ma che poco dopo sembrava collegarsi con quello che invece avevamo scartato. Sulla carta, quindi, l’unica possibilità che avevamo di raggiungere la Punta Manara vera e propria.
Cominciammo a scendere per l’esile traccia, la quale ben presto si rivelò un percorso impervio soprattutto per una piccola frana da cui era stato interessato. Nessun segnale, nessuna manutenzione. Un punto in particolare ci impegnò molto, per offrire sostegno a Guya, visto che comunque una caduta lì avrebbe potuto avere conseguenze molto spiacevoli. Superato il mauvais pas e un rudere quasi del tutto ricoperto di vegetazione, ci accingemmo a scendere, ora sul versante orientale, per raggiungere l’altro sentiero. In quella incontrammo un ragazzo che era partito da solo da Riva Trigoso e che quindi aveva percorso proprio il sentiero da noi ignorato. Aveva i pantaloni corti e le gambe letteralmente sbucciate e graffiate. Alla nostra domanda di come fosse quel sentiero, fece una smorfia e ne diede un giudizio poco incoraggiante. Gli dissi che era vicino alla Torre Saracena, gli bastava ancora un cinque-sette minuti di salita e il passaggio della piccola frana.
Ormai dubitavo che avremmo mai potuto scalare quel pomeriggio. Incrociato finalmente il sentiero voluto, lì abbastanza pianeggiante e immerso nel bosco, con Guya arrivammo fino ad un punto in cui il panorama finalmente si apriva, lasciando capire che mancavano almeno una settantina di metri di dislivello al mare e che il tracciato era veramente pessimo. Le suggerii di aspettarci lì, anche perché minacciava pioggia. Lasciati con lei anche corda, imbraghi e moschettoni, Elena ed io scendemmo per una traccia molto franosa fino a guadagnare i blocchi di pietra che costituiscono Punta Manara. Data un’occhiata agli itinerari di arrampicata, risalimmo in fretta e furia perché stava cominciando a piovere. Per fortuna furono solo poche gocce e quando ci ricongiungemmo con Guya sembrava proprio che avesse smesso.
A quel punto riprendemmo il cammino lungo il sentiero che speravamo fosse più in buono stato di quanto lasciato capire da quel ragazzo: speranza presto vanificata da una continua serie di saliscendi su traccia appena accennata, del tutto sconnessa e spesso danneggiata da piccole frane. Il pericolo di farsi male se si cadeva era sensibile. Guya cominciava ad essere un po’ stanca e francamente ne avevamo tutti abbastanza di quel terreno d’avventura. Verso la fine il percorso migliorò un poco, anche se invaso dai rovi, fino a che diventò buono quando raggiungemmo la mulattiera che saliva da Riva Trigoso. Al bivio in effetti era sistemato un cartello che avvertiva della pericolosità di quel sentiero. In breve fummo a Ginestra e quindi all’auto. Andammo a Sestri a concederci una buona birra in un bar di fronte alla stazione ferroviaria. Guya ed io saremmo tornati a casa a Milano, mentre Elena sarebbe ritornata a Levanto con il treno.
Le scarpette
Nell’ambito delle giornate passate a Pietramurata in occasione del Festival di Trento, andai a scalare finalmente su vie più lunghe dei soliti monotiri. Il 1° maggio ero con Marco Furlani a San Paolo per salire una combinazione di Gioia e Felicità + Via degli Amici, mentre il 3 maggio stessa parete ma combinazione Via degli Amici + Gioia e Felicità. Ma la giornata più particolare fu quella del 2 maggio, quando Marco ed io andammo alla Parete di Pezol assieme a Enrico Camanni e moglie Gabriella. Avevamo appena deciso quale via salire (Sole d’inverno) quando in piena incredulità mi accorsi di aver dimenticato le scarpette in macchina. Marco mi convinse a scalare ugualmente con le scarpe da trekking, ma intanto si legò con Gabriella. Enrico mi offrì di andare alternati, e naturalmente sarebbe stato il primo di turno a indossare le sue scarpette (che in effetti erano del mio stesso numero). E così facemmo, debbo dire senza grandi problemi…
Il battesimo
Guya ed io lasciammo Pietramurata e i Furlani la mattina del 5 maggio. Da Rovereto guidai per autostrade fino a Cesena e da lì, con la superstrada E45, fino a Pieve Santo Stefano. La giornata era abbastanza grigia, i luoghi stupendi. Dopo una lunga strada solitaria, negli ultimi chilometri priva di asfalto, avevamo appuntamento alle 13 al posteggio sotto all’Eremo di Cerbaiolo, un antico monastero/romitorio con chiesa e strutture religiose.
Dopo qualche minuto di attesa ecco apparire la figura di padre Claudio Ciccillo. Di lui avevamo tanto sentito parlare ed eravamo curiosi di vederlo finalmente, di avere occasione di parlare con lui quanto meno per il tempo necessario al viaggio da lì a Capalbio. Luca Pietromarchi e la moglie Silvia lo avevano convinto ad assumersi il compito di battezzare Elettra. Lo volevano fortemente Petra e Ruggero.

Padre Claudio ci spiegò che lui, affiliato alla Fraternità di San Damiano di Ravenna, assieme ad alcuni volontari locali, era impegnato nella vita eremitica e nella cura dell’eremo. Questo complesso religioso monastico comprendente chiesa, chiostro, refettorio e celle, nel corso dei secoli aveva funzionato come monastero, romitorio ed eremo. Fondato nel 706 d.C. come monastero dai Benedettini, fu poi donato ai Francescani nel 1216, che lo abitarono per molti secoli. Dopo la soppressione dei Francescani nel 1783 divenne parrocchia, poi nel XX secolo fu danneggiato e infine restaurato. Oggi fa parte della Via di Francesco, il percorso di pellegrinaggio che collega i luoghi legati a San Francesco d’Assisi.

Il compito di padre Claudio era dunque quello di curarne la vita spirituale e l’accoglienza, soprattutto nei confronti dei pellegrini e visitatori sulla Via di Francesco.
Ma presto i nostri discorsi virarono nella direzione che favoriva una reciproca conoscenza, al di là delle nostre occupazioni terrene. Ebbi modo di apprezzare la competenza e la semplicità di quell’uomo, favorite da un’intelligenza aperta e accogliente. Ad un certo punto saltò fuori che ero amico di Mauro Corona: Claudio mi pregò di contattarlo, perché avrebbe tanto voluto invitarlo all’Eremo per qualche giorno di meditazione. Se succederà, vorrei esserci.
Verso le 16.30 arrivammo a Capalbio, a casa Pietromarchi. Attualmente ci vive solo la bisnonna Giuppi, ma il complesso della Ferriera (XV secolo) è davvero enorme e stupendo. Il giardino intorno alla Ferriera ha i colori e le forme delle piante diffuse nella campagna maremmana, dunque querce da sughero, lecci, cipressi, pini giganteggiano mescolati alle delicate essenze di una grande quantità di fiori.
Arrivarono, entrambe da Roma ma separate, mia figlia Elena e Virginia, la sorella di Ruggero. La prima era nella capitale per le sue apparizioni televisive, la seconda come inviata di Al Jazeera per l’elezione del papa.

L’accoglienza Pietromarchi, merito soprattutto dell’eleganza e del gusto di Silvia, fu degna dell’ambiente. Tra stupore e ammirazione fummo condotti alle rispettive stanze. Sera con aperitivo, cena e chiacchiere di fronte al camino in una sala spettacolare. Dopo la colazione del mattino ci fu la preparazione di Elettra, manco fosse la regina di Saba, fino ad arrivare alla cerimonia delle 11 presso la Cappella di Sant’Antonio, che è parte integrante della Ferriera.
Dopo la serena attesa di altri parenti convitati, la funzione iniziò. Padre Claudio battezzò Elettra con una bottiglietta che conteneva acqua del fiume Giordano. Ma non fu questa la cosa più speciale. Fu indimenticabile la sua omelia, con disarmante semplicità ci è entrata prepotente nel cuore con contenuti che di dolce avevano solo la forma. Alla fine, quando si trattò di uscire dalla cappella, abbracciando padre Claudio io piangevo. E non ero il solo di una quarantina di persone.
Il pranzo a self-service nel giardino riportò per terra gli spiriti. In seguito Bibi così ringraziò: “Famiglia… che bello! Un ringraziamento particolare a nonna Giuppi che silenziosamente ed instancabilmente ha curato ogni particolare, realizzando per Elettra una cerimonia indimenticabile e piena di amore. E un grazie speciale anche al resto del “Pietromarchi team” che ha accolto a braccia spalancate tutta l’armata Brancaleone e ci ha fatto conoscere lo stupendo padre Claudio!”.
Venne l’ora della partenza. Guya ed io tornammo a Milano assieme a Elena.

Conferenze e convegni importanti
Il 10 gennaio presenziai alla presentazione della spedizione biellese all’Annapurna, il cui obiettivo era la prima ripetizione della via dei Polacchi allo sperone nord-ovest, ovvero di quell’itinerario del quale proprio il biellese Guido Machetto aveva concepito la prima ascensione nel lontano 1973. Mi stupì la quantità di gente assiepata in quella sala, di certo Andrea Formagnana e Pietro Sella avevano fatto un ottimo lavoro di organizzazione.
Grande successo di pubblico ebbe al Festival di Trento (1 maggio) la presentazione della storia della Sud della Marmolada: da un’idea di Luca Calvi (il deus ex machina) e con la conduzione di Tatiana Bertera si realizzò una serata con molti tra i più importanti protagonisti ancora viventi. Come tempi si andò un po’ lunghi, ma ci fu perdonato dal pubblico, incantato dall’excursus storico di circa 125 anni. Cito in ordine sparso Maurizio Giordani, Matthias Auer, Federica Mingolla, Manolo, Matteo Della Bordella, Rolando Larcher, Igor Koller, nonché Dante Dal Bon (custode del rifugio Falier).
Ci fu un feeling immediato quando con vivo piacere conobbi Mathias, il fratello di Hansjörg Auer, grande alpinista pure lui. Il giorno dopo, fu meno spettacolare ma probabilmente più denso ancora di contenuti il convegno organizzato dal Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM) sul “Senso del limite”. Assieme a me erano relatori Carlo Alberto Pinelli e Franco Michieli, con Marco Blatto moderatore. Il 12 maggio tenni la mia ormai annuale lezione di storia dell’alpinismo ai corsi riuniti della SEM. Il 15 maggio ancora a Biella per la presentazione della Guida dei Sentieri del Biellese. Organizzata da Lorenzo Pozzo della Fondazione Biellezza, anche quella serata mi stupì per la favolosa partecipazione della gente, che si accalcava anche fuori dal comunque non certo piccolo locale del Lanificio Maurizio Sella. Il 29 maggio lezione alla SEM di Milano, assieme a Enrico Camanni, sulla Montagna Sacra.

Nonostante la lieve apprensione per la mia prevista colecistectomia laparoscopica del giorno dopo, la serata fu ricca di emozioni, nella curiosità di un pubblico pronto a recepire il suggerimento di un qualche limite.
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Placido, sono le tue abbreviazioni a non essere espresse in italiano!!
Grazia, “artiste e artisti” è perfettamente grammaticale, non viola nessuna regola e non “maltratta” nessuna lingua.
Se mi gira, lo abbrevio in “artist*”.
Non ho altro da aggiungere.
Placido, volevo ricordarti che il termine “artisti” in italiano comprende sia gli uomini che le donne e che non c’è bisogno di maltrattare una lingua per mostrare che non si maltrattano gli umani.
A giudicare da video e foto postate, mi sa che il mitico “nonno” l’abbiamo perso!
Buona fortuna, Elettra!
Gentile Grazia al #40: per quanto riguarda i piccoli, innocui, odiatissimi, asterischi, posso solo dire che la comprensibilità di un testo dipende anche da chi lo legge. Nel mio commento #39 è (per me, ovviamente) evidente che “artist*” è semplicemente l’abbreviazione di “artiste e artisti”, niente di più e niente di meno.
A latere, spero tu sia indulgente verso la mia durezza di comprendonio se mi permetto di chiederti: perché mi hai fatto notare che nel tuo commento non usi asterischi?
Bertoncelli. Cartesio 4.0 : Posto ergo sum.
“[…] ma tu esisti perché gli altri ti vedono e ti riconoscono.”
Ma pensa te! Sui testi di filosofia non l’avevo imparato…
😀 😀 😀
Caro Enri, perché è un grande piacere essere visto da milioni di persone in diretta, a prescindere dai soldi. Qualcuno ti insultera’,qualcuno ti ammirerà, qualcuno trepiderà per te, qualcuno ti augurerà di essere punito per la tua “follia”….non importa…cuoricini o pollici versi…ma tu esisti perché gli altri ti vedono e ti riconoscono. Magari anche se non salì slegato un grattacielo ripreso dalle telecamere, ma anche solo se fai una gita con gli amici, una bevuta o una mangiata insieme e poi posti davanti a una platea di sconosciuti cosa hai mangiato quel giorno.Milioni e milioni di selfie, di ritratti, di foto, spesso tutte uguali o simili, destinate a sparire nel grande buco della rete. Esisto se stai sul palcoscenico, anche piccolo, di paese e di paesello. Ci siamo dentro un po’ tutti, non solo gli Honnold. Pochi si sottraggono alla tentazione. Fai quello che devi fare e vivi nascostamente diceva la saggezza antica. Non è facile oggi, la pressione della società dello spettacolo è capillare, arriva giù giù fino in fondo alla scala sociale, figurarsi ai livelli alti.
Anche se non è l’articolo giusto per fare questo commento (magari Gogna ne pubblicherà uno specifico) la domanda è: ma allora perchè hai accettato per 500k $? Ne avevi bisogno? Boh….
Leggetevi Spiderman di Alain Robert, se non lo avete letto. Anche se non siete climber… Ne rimarrete cambiati alla fine. Prefazione del suo ortopedico compresa, molto significativa.
Per me Honnold è uno fuoriclasse stratosferico allo stesso modo di Alain. Preferirei non si infilasse in ste buffonate. Soldi per vivere penso ne avrebbe comunque. Ma vabbè, la vita è sua e giustamente ne fa quello che vuole….
Condivido, purtroppo il mondo musicale è pieno di artisti che, privi del primo requisito, puntano tutto sul secondo, spesso riuscendoci. E per questo credo che ci sia chi confonde i due aspetti e ritiene che chi è già dotato artisticamente non debba “abbassarsi” (secondo loro) ad utilizzare il secondo.
Placido, non ho espresso ciò che hai scritto tu e neanche usato gli asterischi che rendono meno comprensibile il testo!
Mi sembra giunto il momento di dedicarsi a un altro interessante articolo!
Esempi di artist* che “non hanno bisogno di spogliarsi sempre”, come la citata Annalisa, non spostano la questione di un millimetro: ogni artista SCEGLIE come esprimersi e non esiste un unico modo di essere artist* CREDIBILI. Talento e immagine non sono in competizione e possono benissimo coesistere.
Certamente ci sono anche artisti di poco talento che puntano tutto sull’immagine (e quindi sono poco CREDIBILI), ma se succede che “un corpo scoperto svii molto l’attenzione dai talenti personali” mi viene da dire che la responsabilità dello sviamento è anche in chi guarda.
L’idea che una donna, per essere presa sul serio, debba continuamente dimostrare di non “usare” troppo (e poi QUANTO è troppo?) il corpo… beh, non mi sembra molto avanzata.
Ciao Placido,
sinceramente penso che un corpo scoperto svii molto l’attenzione dai talenti personali e può diventare identificativo fino alle derive della Vanoni, di Patti Pravo o più banalmente di Baglioni.
Certo che può mostrare le gambe, ma a me piacerebbe che non fosse un must.
Guarda Annalisa: non ha bisogno di spogliarsi sempre.
In ogni caso, nessun giudizio, solo osservazioni.
Non capisco le critiche rivolte a Joan Thiele, secondo cui ella non avrebbe bisogno di mostrare le gambe.
Personalmente mi sembra una posizione giudicante e velatamente moralistica, ma in generale mi sembra di poter dire che un’artista (anche senza apostrofo), specialmente nell’ambito della musica pop, non è obbligata ad usare solo la voce per esprimersi. Ci sono tantissimi cantanti che pur avendo talento e voce da vendere (Bowie, Prince, …) hanno puntato molto anche sull’aspetto fisico/esteriore.
Se Joan Thiele “mostra le gambe” questo non sminuisce certo le sue capacità e il suo talento.
Mi correggo : ha detto che ha preso una cifra “piccola in modo imbarazzante” rispetto ad altri atleti, senza dare numeri. Dicono 500.000 dollari. Quindi un po’ si è lamentato che la concorrenza rischia meno e guadagna di più. Effettivamente…nel mondo dell’intrattenimento gli arrampicatori sono sottopagati e la CGIL non fa niente.
Mi riferisco ai miti della storia che godevano di una protezione del privato decisamente maggiore e che loro stessi proteggevano con grande attenzione. Non c’è eroe per il suo cameriere e non c’è grande uomo o donna visto dal buco della serratura: al di la’ del ruolo e del personaggi gli uomini sono uomini e non dei, anche se con il buco della serratura oggi un po’ si esagera, a mio parere, sia chi sta da un lato del buco e si esibisce e chi guarda dall’altro. Stiamo diventando un grande Only Fans o Grande Fratello. A proposito di miti:,Honnold ha detto che ha ricevuto una cifra “imbarazzante” per il suo numero. Bravo, sincero e senza ipocrisie. Non c’è trucco e non c’è inganno signori…su il sipario.
A quali personaggi mitologici ti riferisci? Se parli in maniera generale, direi che tutti fossero caratterizzati da vizi puramente umani e che l’alone di mistero che li avvolge concorre a renderli più affascinanti e meritevoli di rispetto.
Grazia. Le mie considerazioni sono di ordine generale e non riguardano il caso specifico. Ognuno si regola come ritiene più opportuno nella condivisione on-line di cose personali o che riguardano altre persone. Certamente oggi le barriere tra pubblico e privato si sono allentate sia per personaggi pubblici che per persone “normali” . Certamente se così fosse stato anche in passato alcuni personaggi mitologici visti nella loro intimità quotidiana sarebbero stati meno adamantini ma forse più umani.
Rolando, sono andata a cercarmi un paio di canzoni della tua St. Vincent e mi par proprio che il suo stile si discosti da quello di Joan, a dimostrazione del tuo pour parler.
Buonasera Roberto,
grazie per il tuo contributo: ritengo che il fenomeno in questione sia noto e che le ragioni di Alessandro le conosca solo lui e va bene così.
Noi, come al solito, non possiamo che far chiacchiere da bar astenendoci rigorosamente dal conferire etichette.
Grazia. Il fenomeno è chiamato in gergo “social sharing” e può sfociare, soprattutto negli adolescenti, in quello che è chiamato “over sharing”, che puoi osservare direttamente ogni volta che vai in luogo frequentato da ragazzi con punte veramente inquietanti, vedi Crans Montana. Un fenomeno che porta a trascurare i rischi collegati, dal furto di identità agli usi impropri. I “vantaggi” sono evidentemente percepiti come superiori ai rischi. Se fai una ricerchina con ChatGPT, che è molto brava a fare i riassuntini, ti dirà che gli studi finora fatti hanno individuato le seguenti leve motivazionali che stanno alla base di questo comportamento sociale antico ma oggi fortemente potenziato dai social: validazione e autostima, costruzione dell’identità, bisogno di connessione (effetto tribù) Documentazione ossessivo compulsiva, Gratificazione Biochimica (rilascio di Dopamina) Pressione sociale….Di solito se ne parla a proposito dei ragazzi, spesso con valutazioni negative e moralistiche, “sentenze” appunto, ma nessuno ne è esente, compresi noi adulti. Anche qui un puo’ essere utile un po’ di consapevolezza, che induce sempre un certo equilibrio nei comportamenti, in attesa di vedere come va a finire.
Ciao Matteo,
in parte ha risposto Roberto, che ringrazio. In parte ho già scritto nel mio commento che i bimbi andrebbero protetti.
Rolando, non conosco St. Vincent e mi chiedo se saresti in grado di ripetere le cose che hai scritto al cospetto di Joan.
Grazia al 18,
Joan Thiele è una furbona ed ha praticamente clonato St. Vincent, cantautrice di successo negli Stati Uniti. La differenza è che St. Vincent suona davvero la chitarra, ha una gran voce ed è originale mentre Joan usa la chitarra solo per coprire le mutande, non suona la chitarra e quanto alla voce …. mah, forse piacerà a Cominetti ma non so se sia da rallegrarsene.
https://nelsonvillefest.org/wp-content/uploads/2021/03/vincent.jpg
Benvenuta Elettra! Complimenti a Petra e tutti voi!
La condivisione con modalità diverse di fotografie e ricordi privati legati a gioie e dolori e’ un fatto antico, forse connesso alla natura sociale della nostra specie. E’ qualcosa che ci distingue come umani: ricordate i ricordi “impiantati” e le foto dei replicanti evoluti in “Blade Runner”? La novità degli ultimi trent’anni, da quando esiste la rete, è la condivisione fuori dall’ambito ristretto del proprio gruppo. Si tratta di un fenomeno trasversale che è particolarmente intenso e continuo, quasi quotidiano, nelle generazioni più giovani ma è diffuso anche tra generazioni che appartengono all’epoca analogica. È un fenomeno duraturo? Una nuova normalità nella gestione dei rapporti tra pubblico e privato, tra pudore e condivisione? E’ la fine del privato? Quali conseguenze potrà avere su individui e società? E’ troppo presto ancora per rispondere in modo convincente a queste domande. Anche gli studi in merito sono pochi. Certo il fenomeno colpisce chi è cresciuto in epoche caratterizzate da altri comportamenti sociali rispetto alla barriera pubblico/privato. Anche su questo ai posteri l’ardua sentenza, anche se forse non di sentenza si tratta, ma di comprensione di come siamo fatti e di come ci evolviamo come individui e come specie.
Grazia e Luciano, io non vi capisco, perché mai un nonno non dovrebbe mostrare le foto della nipotina? Che male ne potrebbe derivare? In che modo perverso e devastante potrebbero mai essere usate le foto di una neonata?
Va bene l’ossessione per la privacy e la protezione dei minori, ma mi sembra che qui si esageri un po’…
GRAZIA COMMENTO 18
Se oltre alla voce un’artista ha anche un bel fisico, ha piacere di mostrarlo anche con abiti succinti. PENSO CHE E’UNA SEDUZIONE PER PROCURARSI PIU’ AMMIRATORI. Per i bambini e neonati, è possibile pubblicare foto sui social, ma con importanti cautele legali ed etiche: è necessario il consenso di entrambi i genitori (per i minori di 14 anni). Però mette in mostra i minori a rischi legati alla privacy e all’uso improprio delle immagini da parte di malintenzionati. Si consiglia di oscurare il volto e limitare la visibilità solo ad amici stretti. Esempio è la notizia che viene ripetuta giornalmente sulla FAMIGLIA NEL BOSCO, (PALMOLI CH). IL VISO DEI BAMBINI NON VIENE MAI MOSTRATA.
Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia…
Barry, l’altavia (ormai ex, considerati i vari tratti franati e non più giustamente ripristinati) non passa per casera Ditta ma per la Val Chialedina.
@11 C’era uno Sky runner che partito da Sappada doveva compiere un record percorrendo l’alta via 6 dei Silenzi. Lo abbiamo aspettato al rifugio Semenza per tutta la stagione, ma chi saprà mai che tendenze avesse poveraccio…
A proposito di famiglie e battesimi: se, come mi pare di capire, Elettra è la prima nipotina, mi raccomando di tenere in massimo conto la vestina usata per la cerimonia. Noi (intendo mia moglie ed io) per i battesimi degli otto nipoti e nipotine che il Signore ha voliro darci siamo riusciti a recuperare la vestina che era stata usata per il battesimo della loro bisnonna e che, come succede spesso in questi casi, era stata “messa da parte” dalla solita vecchia zia. La stessa cosa è stata fatta, sul nostro esempio, da cognati e cognate assortite per i loro nipoti/nipotine. La vestina, ovviamente lavata a riparata non so quante volte, è oggi conservata in una bella cassa di legno con una targa d’argento con i nomi e le dati di tutti quelli/e che la hanno usata, nell’attesa della nuova generazione. ne é risultato un legame familiare bellissimo.
Un joli bébé. Je lui souhaite une belle vie !
Come sempre, un gustoso racconto!
Anch’io mi chiedo perchè Joan tenga le gambe sempre così scoperte.
Non sono d’accordo con la pubblicazione delle foto della piccola, ritenendo che i bambini dovrebbero rimanere sempre protetti. Per di più, una volta in rete, le foto possono essere usate in qualunque modo.
E allora auguri e complimenti ad Alessandro per la bella nipotina!
E peccato che non sia potuto scendere alla falesia di Punta Manara, avrebbe trovato tiri ed una arenaria spettacolare, ma ci potrà sempre ritornare.
Mi offro volentieri come guida sperando di non perdermi come mi è capitato una volta nella parte iniziale, dove ci sono le fasce con gli ulivi pieni di rovi.
Ma una volta arrivati è uno spettacolo, e non tanto tempo fa’ con la mia socia, fra un tiro e l’altro, abbiamo potuto ammirare la danza di due delfini abbastanza vicini agli scogli.
Il prezzo che paghiamo per una cultura caratterizzata da vivacità, coinvolgimento emotivo, esplicitazione dei sentimenti, una certa dose di seduttivita’personale, qualità che nel mondo sono il nostro marchio di fabbrica, e’ un certo eclettismo, una certa confusione tra pubblico e privato, tra persona e ruolo, tra famiglia e società. Un mettere un po’ tutto insieme in un calderone surriscaldato. Così anche l’esercizio di una funzione alberghiera può diventare un’occasione di propaganda e di presa di posizione. Personalmente preferisco essere cresciuto qui che non in una cultura fredda, anaffettiva, fondata su nette separazioni e anche una certa ipocrisia, tuttavia ogni tanto potrebbe giovare ricordare il motto della cultura popolare longobarda: pasticcere fai il tuo mestiere. Magari gioverebbe alla qualità della vita sociale, senza perdere calore e colore.
Bertoncelli #11, secondo me hai appena URLATO che ebrei, ungheresi e terroni sono razzisti e neofascisti…
Caro Alessandro, goditi la tua meravigliosa nipotina.
Purtroppo il tempo “fugge, et non s’arresta una hora”.
Per fortuna c’è il primo conquistatore dello Sperone Walker in solitaria che si commuove fino alle lacrime per l’omelia.
Curiosità: che avrà detto padre Claudio?
Ed è pure capace di illuminare gli agnostici?
@ 11
Forse saranno benvenuti?
Sul cartello non c’è scritto nulla contro:
Comunisti, gentaglia tipo pol pot, Mao, stalin
Terriristi islamici
Ayatollah vari
Interessante
PROSSIMAMENTE SUI NOSTRI CARTELLI:
1) VIETATO L’INGRESSO AGLI UNGHERESI E AI TERRONI.
2) VIETATO L’INGRESSO AI CANI E AGLI EBREI.
3) VIETATO L’INGRESSO A CHI PARE A ME, A SECONDA DI COME MI GIRA OGGI.
La civiltà avanza. Olé.
E invece è proprio bene che tu lo sappia: non sei benvenuto.
Però è un rifugio e quindi puoi comunque entrare.
Rilevante differenza di caratura morale, tutt’altro che ipocrisia.
Appunto.
La decisione è tua.
Disquisizione da leguleio. Se mi dicono che non sono simpatico, è un modo ipocrita di dirmi che non mi vogliono. Non mi turbo minimamente, ma almeno dicano le cose papale papale. Ma cmq trattasi di discorsi teorici, tanto se entro e mi bevo una birra in silenzio, non sapranno mai nulla di me.
Il cartello del rifugio dice “Razzisti sovranisti neofascisti NON SIETE BENVENUTI”.
Quindi l’ingresso non è vietato a nessuno, ma semplicemente si esplicita la visione di chi gestisce il rifugio, e si rimette a chi legge la decisione di entrare o meno.
Johan Thiele ha una bella voce e non avrebbe bisogno di esibirsi in mutande, ma contenta lei….
Vedi storia tra David Crosby e Jene Simmons dei Kiss.
Sul rifugio invece devo concordare con Crovella. Tutte quelle scritte, anche sulle magliette, le trovo bigotte e fuori luogo, tanto più trattandosi di un rifugio.
Ogni esercente può scegliere se ospitare o rifiutare determinate categorie di clienti. In realtà per legge non potrebbe farlo, ma riconosco le preferenze individuali e quindi le concedo anche a chi ha un locale pubblico. Conosco locali che non fanno entrare i bambini oppure i cani. Non mi scandalizza, aprioristicamente, se i gestori di quel rifugio non vogliono i “neofascisti” (categoria cmq dalla formulazione veramente obsoleta: il solo uso denota una mentalità storicamente vecchia, da secolo scorso, prassi da “Villa Alzheimer” come dico io ironicamente). Tutto ciò al di là dei diritti di ciascuno di entrare in ogni locale pubblico. Inoltre un conto è se entro e mi metto a fare apertamente discorsi “hilteriani” (abitudine che cmq non mi appartiene), un altro è se entro, chiedo una birra e ma la gusto in silenzio. Che fanno? Chiedono la tessera elettorale ai clienti prima di farli entrare? Mi pare ridicolo. In ogni caso ognuno farà poi i conti con le sue scelte: chi non vuole i cani nel suo bar/ristorante, rinuncerà ai clienti possessori di cani ecc ecc. Guardandomi in giro e verificando i numeri dei sondaggi, se un esercente rifiuta, per scelta politica, di far entrare nel suo locale chi vota a destra, si taglia via una bella fetta di fatturato. Mmmmm, dubito: i commercianti (non solo di gestori dei locali pubblici) normalmente chiacchierano con tutti, fa parte del loro lavoro.
Joan Thiele ha delle gambe pazzesche.
E Crovella alla Casera Ditta non è voluto veni? (Cit.)
Punta Manara è certamente uno dei luoghi più belli e selvaggi della Riviera Ligure. Il luogo qui descritto è conosciuto come “Manara beach” per i climber local. Sono alcuni anni che non vado ma ci sono stato molte volte, in inverno con la tramontana che spazza il mare, in estate con il caldo e le spine dei rovi che ti infiammano la pelle e le cicale lungo tutto il sentiero. Sentiero che spero rimanga mal tracciato, mal tenuto e mal segnalato in modo che rimangano pochi quelli che hanno voglia di percorrerlo. Non ho idea di come sia lo stato della chiodatura delle vie, penso pessimo. Suggestivo il Dado, enorme blocco con onde garantite. Le vie sono su roccia molto compatta, slavata e con deposito di salino…. Se volete passare una piacevole giornata di arrampicata, lasciate perdere. Se volete scoprire uno dei (tanti) angoli selvaggi della riviera di Levante e farvi insultare dalla vostra fidanzata alla quale avete promesso una splendida giornata di sole e mare, allora è il posto che fa per voi.