Esplorazione arrampicatoria del Sud Italia
di Luigi Ferranti
con il contributo di Guido Mephisto Gravame
scritto nel 2014
Sono trascorsi oltre 30 anni dalla stampa di Mezzogiorno di Pietra e qualcuno in più dalla intraprendente e goliardica esplorazione alpinistica delle pareti del meridione d’Italia e delle isole da parte di quel manipolo di forti arrampicatori del nord, capitanato da Alessandro Gogna, che ruotavano attorno al movimento noto come Nuovo Mattino. Mossi dal desiderio di conoscere un territorio ignorato o sottovalutato dalla quasi totalità degli alpinisti, essi rivolsero la loro attenzione non solo alla dorsale appenninica, ma anche alle pareti che costellano le fasce costiere, dove aprirono numerose e difficili (fino al VII grado) vie nuove. Se la loro esplorazione fu superlativa in Sardegna e Sicilia, importanti risultati vennero anche raggiunti nell’Appennino meridionale, in Campania, Basilicata e Calabria.
Cos’era allora l’alpinismo nel sud Italia, e come si è sviluppato dopo il loro passaggio, e ancora che traccia questa esperienza ha lasciato negli alpinisti di oggi? Sarebbe apparentemente facile rispondere a queste domande sciorinando una serie di nomi e numeri, perché in verità coloro che si sono dedicati all’alpinismo nel sud non sono poi molti! Più interessante, secondo me, è provare a individuare le impressioni che tale “impresa” ha creato, se e come ha contribuito anche da noi a suggerire un modo nuovo di vedere e sognare le pareti.
Sebbene l’alpinismo nel sud non sia una pratica abituale, vero è che una tradizione alpinistica si era sviluppata e tramandata a partire dagli anni ’20 e fino a tutti gli anni ’60 del secolo scorso. Questa si era cristallizzata con la formazione del Gruppo Rocciatori in seno alla Sezione di Napoli del CAI; gruppo che volle prendere il nome di Lucertole Azzurre in ricordo del piccolo animale endemico dei Faraglioni di Capri, sui quali appicchi si svolgeva precipuamente la loro attività “casalinga”, prima di trasferirsi sulle più alte e severe – ma non diversamente alpinistiche – pareti delle Alpi. Questi baldi giovanotti erano assidui frequentatori degli scogli sul mare, praticavano una attività spensierata e comunque di ricerca, lontani dagli schemi un po’ asfittici dell’alpinismo ufficiale, e pronti a vivere stravaganti avventure su pareti di dubbio significato per il grande alpinismo. Negli anni ’60-’80, però, la loro attività prese a diradarsi, a testimoniare un lungo momento di stasi per l’alpinismo del sud.
D’altro canto un fenomeno, in parte compensatorio, fu in quegli anni l’allargamento delle esplorazioni sulla dorsale appenninica meridionale da parte di alpinisti non provenienti dalla cerchia delle Lucertole Azzurre partenopee. Un esempio per tutti sono gli eleganti pilastri del Monte Bulghéria, dove l’”emigrante al contrario” (lombardo di nascita, trapiantato a Celle di Bulghéria) Pino Tartagni aprì con Giancarlo Vassena alcune vie lunghe fino a 500 m con difficoltà di V+ e VI-. Queste iniziative rimasero però isolate e non riuscirono a far scuola, così come sporadiche e senza seguito rimasero alcune incursioni di alpinisti settentrionali e romani negli anni ’70.
Poi venne il Nuovo Mattino e calarono i giovani arrampicatori a metter per primi le mani sulla roccia di molte pareti del Mezzogiorno di Pietra, e soprattutto a esplorare il territorio suggerendo ai futuri appassionati itinerari su montagne impensate.
A freddo, mi sentirei di dire che anche il loro, nell’immediato, fu un passaggio sporadico. Il perché, probabilmente, risiede nell’alone di mistero e timore – direi a ragion veduta – che circonda i protagonisti di quelle avventure. Ricordo che, giovane entusiasta a fine anni ‘80, ascoltavo i miei istruttori – anche loro ormai svincolati da una concezione retorica e gerarchica dell’alpinismo, parlare con timore reverenziale e con una sorta di mitizzazione delle imprese di Gogna e compagni. Il libro era ormai esaurito, e chi lo aveva (in pratica solo le sezioni del CAI) lo custodiva come una reliquia. Non ci lasciammo scappare l’occasione, Antonino e io, mentre bighellonavamo per un mercatino ad Aosta, di comprarne una copia usata. Ovviamente se la aggiudicò lui, l’istruttore, e io dovetti accontentarmi di una fotocopia, e attendere vent’anni prima di un gentile regalo di Alessandro Gogna! Per tornare al tema principale, si fece qualche fuggevole apparizione e qualche avventurosa ripetizione delle vie più abbordabili (Colle Medoro, Punta Campanella), ma la maggior parte vennero messe in disparte, sia da noi in Campania che in Basilicata e Calabria. Anche le vie dei “vecchi” delle Lucertole Azzurre a Capri, riportate piuttosto acriticamente anche da Gogna, erano affrontate col timore reverenziale di una generazione più giovane, e la preoccupazione di affidarsi a chiodi smagriti dalla ruggine.
Negli ultimi due decenni, dunque, l’alpinismo al sud è proceduto in maniera zoppicante e sicuramente non ha attratto le masse. Questo c’era da aspettarselo, visto l’andazzo nazionale e probabilmente globale. È ben noto che la riduzione numerica degli alpinisti è stata coincidente con l’aumento esponenziale degli appassionati di arrampicata sportiva, un fenomeno che stava giusto per nascere al tempo di Mezzogiorno di Pietra, e che già dagli anni ’90 ha preso una sua strada separata – quella dell’impegno sportivo, appunto. E non è certamente un fatto da criticare, tenuto conto della semplicità e facilità di questa pratica, specialmente per i giovani, rispetto a quella dell’alpinismo. E con l’aggravante che, al sud, chi si mette in testa di fare alpinismo deve davvero avere qualche rotella in più fuori posto, considerando che le montagne vere, le Alpi, sono lontanissime, e che il mare intona da sempre il suo fascinoso canto di sirena ammaliatrice. Oggi le falesie sportive al sud sono tante, i praticanti sempre più numerosi, e, ironia della sorte, molti centri di arrampicata si sviluppano nei pressi di pareti dove corrono itinerari trad tracciati da Gogna e compagni oppure da alpinisti successivi: agli Alburni, a Capo Palinuro, in Penisola Sorrentina. Ma provate a chiedere ai fortissimi climber di chi siano quei chiodi arrugginiti e in quale contesto siano stati aperte quelle vie, e quasi sicuramente alzeranno le spalle o penseranno ad attempati signori in pantaloni di velluto e cappello di feltro!
Ma dunque, dopo Mezzogiorno di Pietra, l’alpinismo al sud è morto, anzi non è mai rinato? Questo non è del tutto veritiero. Semmai è divenuto ancora un pochino più elitario, non nel banale senso sociale, bensì come reale motivazione individuale, e per questo forse un pochino più autentico; ma alcune iniziative intraprese meritano senz’altro una riflessione. Dopo una lunga stasi durata circa 20 anni, periodo nel quale si affermava tumultuosamente l’arrampicata sportiva, a partire dall’inizio di questo secolo gli alpinisti sono tornati a rimettere sempre più frequentemente le mani sulla roccia.
Da un lato, in particolare nell’ambito dei rocciatori partenopei, legati a una radicata benché discontinua tradizione, si è cercato di recuperare e valorizzare le realizzazioni dell’alpinismo classico. Un personaggio di spicco nella riscoperta e nella tutela degli itinerari classici dei rocciatori napoletani è stato Francesco del Franco, che, partendo dalle poche e approssimative informazioni riportate nei bollettini sezionali, assieme ad altri appassionati partenopei, stabiesi e capresi, ha ritrovato e riattrezzato numerose vie aperte negli anni ’30 e ’40 a Capri, dettagliatamente descritte nel magistrale testo Alpinismo Classico nell’Isola di Capri. Sulla stessa linea di pensiero, ho provato a rimettere insieme le fila dell’esplorazione alpinistica del mezzogiorno d’Italia (fino al 2010) nel volume Appennino Meridionale, edito da TCI e CAI per la collana Guida dei Monti d’Italia. Certo, non tutti quelli itinerari storici sono consigliati e frequentati, ma alcuni di essi (per esempio, per rimanere a Capri, la Steger e le due vie di Castellano e compagni al Faraglione di terra, la De Crescenzo allo sperone del Castiglione) sono oggi ben riattrezzati nel rispetto della chiodatura originaria.
Allo stesso momento, è ripresa in maniera sempre più minuziosa l’esplorazione alpinistica delle pareti rimaste ancora inviolate (poche, ma anche perché poche sono le pareti). A del Franco si deve pure l’apertura di itinerari su pareti defilate, come la ‘A Via Nosta alla parete sud della Bandera del Faito (con Lello Girace e Immacolata Irma Benenato, V-, inverno 1993), che rappresenta l’itinerario alpinistico più lungo (250 m, ma al sud è un signor numero!) dei monti della Penisola Sorrentina; o, in cordata con chi scrive, la via diretta al Faraglione di Mezzo a Capri (V-, 1 maggio 2002), itinerario senz’altro più interessante (ma non ripetuto!) per scalare questo breve ma fascinoso scoglio. Nuove vie a Capri sono state aperte anche da rocciatori isolani o trapiantati, come la via dei Trogloditi (VI+/A0) sullo sperone est-sud-est del Monte Santa Maria, aperta il 15-16 giugno 2004 da Claudio Amitrano e dal bolognese, caprese d’adozione, Paolo Galli. Brevi ma interessanti itinerari sono state anche scovati dai rocciatori di Salerno e di Cava de’ Tirreni (Bottiglieri, Ciervo e altri) sulle pareti dei Lattari, degli Alburni, dei Picentini, però con attrezzatura in larga parte sportiva. Più a nord, nel massiccio del Matese, tre brevi ma interessanti vie alpinistiche (dal V al VI) sono state aperte dal climber locale Francesco Sorgente e dallo stesso Bottiglieri assieme a chi scrive, e sono oggi discretamente frequentate.
In Basilicata, figure di riferimento per l’alpinismo classico sono stati i potentini Paolo Santarsiere e Rocco Caldarola, che hanno compiuto una meticolosa ricerca di pareti improbabili, in maniera talora improvvisata e del tutto isolati dai circuiti alpinistici. Per primi hanno affrontato in maniera trad gli strapiombi della Falconara (E i deboli soffriranno, 280 m, VI+ e A1, 1993) e le placche di Serra delle Ciavole (V-, autunno 1994) nel massiccio del Pollino, in Calabria. Pure in quello stesso periodo cominciavano a farsi strada le avanguardie dell’alpinismo pugliese, come il salentino Fabio Minerba, che compie lodevoli imprese a Pietra Sant’Angelo (Salt Angel, con Mario Polito, 17 giugno 2001 e Via di Matteo, 16 luglio 2006), al Monte Sellaro, e alla stessa Falconara (la classicissima Via dello Spigolo, con Salvatore Giannuzzi, giugno 1998). Oggi, le pareti della Falconara sono costellate di vie tracciate da alpinisti pugliesi nel ventennio successivo, la stragrande maggioranza delle quali attrezzate in maniera sportiva; una di queste ha in maniera sconsiderata fagocitato la via E i deboli soffriranno. Speriamo che questo destino non tocchi ad altre vie classiche! Comunque il posto è incantevole e merita una visita, e la roccia è sicuramente entusiasmante.
Vista da lontano o di profilo, la parete ovest di Monte Alpi, rilievo isolato che spicca dal più ondulato paesaggio montano circostante a nord-ovest del gruppo del Pollino, suscita una certa perplessità all’occhio dell’alpinista duro e puro, in quanto tale parete è costituita da una serie di fasce rocciose intervallate da cenge erbose. Forse per questa scarsa attrattiva Gogna e compagni non hanno lasciato la loro firma su questi appicchi? Eppure, dalla base alla cima la parete è alta ben 700 m, sebbene solo i primi 3-400 m offrano la possibilità di una scalata continua. E poi, chi si infila attraverso le pieghe di questa parete proverà il piacere inusitato di ammirare da vicino (e persino adoperare come sosta!) la splendida sagoma dei pini loricati, endemismo dell’era glaciale preservato solo alle quote alte e nei recessi più inaccessibili…
Chi scrive, assieme a Rocco Caldarola, sono rimasti folgorati da questa parete, rimasta l’ultima significativa dell’Appennino meridionale senza itinerari diretti, dove hanno aperto le prime due vie verticali: via della Continuità (V+, 3 maggio e 29 settembre 2002) e Stellina dell’Alpi (VI-, 18 e 19 agosto 2007). La prima, con sviluppo di 340 m, è oggi uno degli itinerari più gettonati al sud (inclusa l’illustre presenza di membri accademici del CAI, nella persona di Francesco Leardi; vedi Annuario del CAAI, n. 2011). Facendo seguito, altri itinerari verticali sono stati aperti su questa parete: Rolling Stones (16 agosto 2007; VI+, Ermanno Morandi, Caterina Traerup, Francesco Cantisano e Nicola Propato), e Lisce d’Arpe (2012-2013, VI+, 15 tiri per 460 m di sviluppo, intuizione dell’abruzzese Cristiano Iurisci assieme a Caldarola e me; Sei qualcuno, sei Nessuno, dei pugliesi Luigi Cagnetta e Antonio Perta, 420 m, VII, terminata il 20 giugno 2012; tutte attendono ripetizione).
Nel più remoto cuore del Parco del Pollino, appena a est delle alte cime presidiate dai maestosi pini loricati, si incontrano una serie di rilievi rocciosi brulli e con pareti scoscese, sovente celate da profonde gole e con accessi difficoltosi: sono dette le Timpe, e hanno tutte una curiosa e attraente forma trapezoidale. Dopo le pionieristiche esplorazioni di Gogna e compagni, solo alla metà degli anni ‘2000 è ripresa la ricerca alpinistica da parte di una nuova generazione di appassionati pugliesi (in particolare a opera di Guido Gravame e compagni, e della fortissima cordata Cagnetta–Perta). A parte la già citata Timpa Falconara, i cui itinerari sono oggi molto frequentati data la facilità d’accesso e la buona protezione, merita un cenno l’attività su rilievi più appartati quali la Timpa di San Lorenzo, il Monte Sellaro e la Ovest di Timpa del Demanio. Su quest’ultima parete, dove già corre la dimenticata Via del Peperoncino (VII) di Savonitto e Gogna, Gravame & C. hanno aperto nell’ottobre-novembre 2008 la difficile Dyabolyka (360 m, VI+/A0).
Gravame, sulla sinistra della parete sud-ovest della Timpa di San Lorenzo, ha aperto tre itinerari notevoli: Etykanykhomakea (160 m, V+, A0, con Marilù Venneri, 28 ottobre 2006), Hyperthympa di sotto (120 m, VI+/A0, con Franz New, 5 maggio 2007) e Hyperthympa di sopra (150 m, VI- e A1, con lo stesso Franz New, 23 maggio 2007), NdA.
Sulla Falconara, si ricorda l’impegnativa (VIII) Luigi Cagnetta, purtroppo portata a termine alla fine del 2013, dopo la scomparsa del fidato compagno, dal solo Perta (con Manuel Varela); Perta, con Vito Peragine, nell’ottobre 2010 aveva già realizzato l’altrettanto impegnativa Via delle Tarantole a Pietra Sant’Angelo. È d’obbligo infine menzionare l’impresa del tarantino per adozione Giovanni Peruzzini (originario di Fano) che tra il 2008 e il 2009 apre con Alessandro Manià la via più lunga del sud Italia sulla Sud-ovest di Timpa San Lorenzo: Moto Perpetuo, 750 m, fino al VI+, A0, in 18 tiri!
(L’itinerario risolve il problema già affrontato da Gogna e Savonitto che cercarono una via sulla parete partendo dal fondo della gola: Peruzzini e Manià preferirono invece seguire la Cengia di Sant’Anna e dunque evitare il primo tratto, NdA).
Ancora più a sud in Calabria, la spinta propositiva di arrampicatori romani capeggiati da Luigi Filocamo e Bruno Vitale, ha creato un gruppo di appassionati locali (tra i quali i fratelli Vincenzo, Raffaele e Giuseppe Tassone) dediti alla chiodatura a spit ma anche alla ricerca di itinerari trad.
In questa breve rassegna degli orientamenti recenti dell’alpinismo meridionale merita attenzione l’attività invernale di concezione moderna. Le realizzazioni più importanti si sono avute sul versante molisano del massiccio del Matese, dove l’assidua esplorazione del massiccio da parte di alpinisti abruzzesi e napoletani ha prodotto l’apertura di un discreto numero di itinerari, alcuni di notevoli difficoltà, al Miletto (Diretta al Pandoro, TD+, Silvio Cataldo e Cristiano Iurisci, 2003; Oaterfall Gully e Monster Gully: TD+, Cristiano Iurisci e Luca Luciani, 2006; Balcanica, ED-, Giorgio Ferretti, 2006) e alla Gallinola (Becco di Gallinola, TD-, Cristiano Iurisci e Nicola Carusi, 2008; Papergully e Gallygully, TD+, Cristiano Iurisci e io, 2009). Oltre a queste, una citazione particolare merita l’apertura di vie di misto moderno (dry tooling), a opera di Ferretti, Riccardo Quaranta e compagni, sulla parete della Grotta delle Ciaòle a partire dal 2007.
In Basilicata, sui versanti nord del Monte Alpi e Monte Sirino, diverse vie di misto con difficoltà contenute sono state aperte a partire dagli anni ’90 dai tarantini Francesco D’Ippolito e Mario Lotta. In seguito, i versanti nord di Monte Alpi e Sirino sono stati esplorati a tappeto dall’altro tarantino Aldo Pavone, dai baresi Graziano Montel, Mario Polito e Guido Gravame, dal moranese Mimmo Ippolito (si segnala in particolare la via dei Moschettieri sulla parete ovest di Monte Alpi, 500 m, 80° e IV+, aperta da Montel, Massimiliano Ingaldo, Peragine e Polito nel marzo 2003).
Itinerari esplorativi sono stati anche aperti da alpinisti lucani e campani sui versanti nord del Monte Cervati (Questione Meridionale, TD+, Iurisci, Rino Iubatti, Caldarola, Ippolito e io, 2012) e del Monte Volturino. Alpinisti calabresi, pugliesi e campani hanno inoltre setacciato, aprendo facili ma lunghi itinerari, il versante meridionale del massiccio del Pollino (parete ovest del Pollino e sud di Serra Dolcedorme). Merita menzione il gigantesco versante sud di Serra Dolcedorme, dove il martinese Nino Abbracciavento con Simonetta Seclì e Clodomiro Lisi scala nel 2005 la lunga Gendarmi di Pietra (1400 m, 55°), con una bella variante in uscita di Mimmo Ippolito nel 2009 (La Scaletta di Mimmo, 70°, III). Ancora su questa parete, la via di Pietra Colonna (via di Massimo Gallo, Fabio Spataro e Vincenzo Malfone, 12 settembre 2004) è salita d’inverno, 26 dicembre 2004 (1400 m, 60°) dallo stesso Gallo con Giuseppe De Luca). Su questa, con Caldarola, ho aperto (2009) una variante (80°). Sono proprio i grandi massicci lucani e calabresi che hanno catalizzato l’attenzione degli alpinisti negli anni più recenti, e offrono la possibilità di una rapida evoluzione nell’immediato futuro.
A conclusione di queste brevi tracce di sviluppo alpinistico, qualche riflessione. Anzitutto viene da chiedersi perché, nonostante negli ultimi decenni siano state riprese le vie classiche, non sono state più seguite le vie dei ragazzi del Nuovo Mattino. Anzi, coloro che si sono dedicati all’alpinismo di ricerca, hanno preferito aprire nuove vie, anche di difficoltà e sviluppo comparabile. Come accennato sopra, questo può essere in parte dovuto all’aurea di timore che avvolge le vie di cotanti nomi dell’alpinismo. Un’altra ragione può essere, per alcuni, l’ignoranza e la difficoltà di rinvenire gli itinerari di trenta e più anni fa. Ma mi è gradito pensare che un motivo ben più importante stia nella voglia, una generazione dopo, di tracciare linee nuove come una personale avventura nella parete. Forse questo, per ricollegarmi a uno dei quesiti posti all’inizio, è il messaggio più importante rimasto dai tempi del Nuovo Mattino: per alcuni, che sanno, in maniera conscia, per molti, che non conoscono quelle imprese, come personale anelito all’avventura.
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Ringrazio Pietre e Nevi del sud …fedeli compagne nelle lunghe trasferte di lavoro… tanto per non perdere il vizio… 🙂
Madonna santa che prurito alle mani…chissà se arriverò mai a farmelo passare!