“Oggi l’alpinismo sta concludendo una sua tappa storica e non sappiamo dove ci condurrà la sua trasformazione…”.
Ettore Castiglioni e Gino Buscaini
di Silvia Metzeltin
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2023)
L’insofferenza per imposizioni ritenute ingiuste, il bisogno di autonomia e libertà anche fisica, il gusto di un impegno scelto in diversi campi. Cerco di ricordare, la memoria ricostruisce sempre, non fotocopia. Tuttavia, spero di riuscire ad attualizzare correttamente il mio pensiero e di saper rendere a distanza di anni il rapporto mio e di Gino Buscaini (1931-2002) con la figura di Ettore Castiglioni (1908-1944), che non abbiamo conosciuto di persona e solo per tramite di racconti altrui.
Ettore Castiglioni (a sinistra) in compagnia di uno dei suoi compagni di cordata prediletti, Bruno Detassis. Foto: Archivio Tutino.
Mi si presenta l’immagine 1962 del nostro arrivo al rifugio Castiglioni sulla Marmolada, bagnati fradici dopo una notte di temporali passata bivaccando nel camino di uscita della “Vinatzer-Castiglioni”, via sulla parete sud allora ambita e rinomata per le sue difficoltà. Credo di aver descritto a suo tempo la scena su “Le Alpi Venete”: in piedi sotto la grande fotografia di Castiglioni, lasciando pozzanghere di fango al nostro passaggio, desiderosi, che so, di una bevanda calda. Ma la cucina è chiusa, la sala di cui stavamo insudiciando il pavimento accetta solo dalle 18. Ricordo perfettamente il senso di complicità comprensiva che mi stava trasmettendo la fotografia. Negli anni successivi, con molta dedizione nostra al mondo delle Dolomiti, Ettore Castiglioni era poi diventato una figura di riferimento, in particolare dapprima per Gino Buscaini. Nella nostra cordata, nell’alpinismo e in seguito coniugale nella vita, stavamo mettendo in comune anche le nostre diversità individuali che si sono rivelate felicemente complementari. Gino era di grande abilità naturale sulla roccia, ma poco sportivo e detestava l’allenamento. Le molte ascensioni, pensandoci oggi, sono state per lui tappe di un percorso multiforme. Nell’alpinismo ha espresso soprattutto le sue predisposizioni artistiche, nella fotografia ripresa anche in parete e nei disegni. Poiché proveniva da formazione tecnica, specializzata per anni di carriera nell’Aeronautica Militare, aveva inoltre un occhio speciale per cogliere i dettagli, e un rigore responsabile nel valutarli. L’aereo non deve precipitare – l’alpinista che scala, neppure. Le descrizioni degli itinerari sulle montagne devono quindi essere le più precise possibili. E se possibile, verificate sul terreno. Così, l’incontro di Gino con Ettore Castiglioni non è avvenuto sulle sue vie che abbiamo ripetuto, ma nelle descrizioni che Castiglioni ne faceva. Lo aveva preso a modello, gli piaceva il suo stile stringato senza gli svolazzi letterari che andavano per la maggiore, che allora rendevano spesso un po’ fumose le relazioni pubblicate. Gino le voleva di precisione tecnica, con impostazione rinnovata anche nella valutazione delle difficoltà e, fra le Guide di itinerari disponibili in italiano prima della Seconda guerra mondiale, le “Castiglioni” eccellevano. E si capiva che molti degli itinerari descritti erano stati percorsi di persona. Castiglioni, sempre ben allenato, era certo a volte un po’ sommario nel precisare le difficoltà tecniche, operando medie del tipo “III grado con passi di V” e indicando il tutto di IV- (ma una nuova valutazione d’insieme delle difficoltà di un’ascensione era ancora da venire), e proprio da queste considerazioni Gino ne ha poi elaborato e applicato le prime versioni nelle proprie guide. Quando Gino, per combinazioni fortunate si è occupato professionalmente della collana “Guida dei Monti d’Italia” CAI-TCI, riuscendo a pubblicare otto volumi suoi e coordinare per trent’anni tutti gli altri volumi usciti, ha però incontrato anche un altro Castiglioni, oltre a quello delle relazioni stampate sui volumi di cui è stato l’autore nell’anteguerra.
Quando una passione diventa lavoro, dappertutto emergono ostacoli che non si erano considerati. Riassumiamoli per questo caso in “intralci di burocrazia”: c’erano già ai tempi di Castiglioni. Il quale Castiglioni, per fortuna degli alpinisti e della collana, scavalcò remore e lungaggini nell’ambito del CAI e del TCI presentando volumi già bell’e che pronti, mentre le Commissioni dovevano ancora decidere come e cosa pubblicare. Il rimando al colpo di mano coraggioso di Castiglioni, insomma a un piccolo “golpe” di iniziativa realizzatrice, è spesso stato per Gino un appiglio incoraggiante nei momenti in cui sono calate ombre burocratiche sulla collana. Quando Gino ha ripreso dopo trent’anni il rifacimento della Guida Castiglioni delle Dolomiti di Brenta per la collana CAI-TCI, con il rinnovamento ormai indispensabile, ha voluto espressamente che il nome di Castiglioni come autore rimanesse accanto al suo.
Ho pensato spesso che, a parte le differenze di estrazione sociale e di formazione, Castiglioni avrebbe desiderato in realtà seguire il lavoro per la collana “Guida dei Monti d’Italia”, quel lavoro che, oltre vent’anni dopo, in altra modalità ha intrapreso Gino. Mi viene tuttavia da supporre che la personalità di Castiglioni avesse sfaccettature diverse da quelle di Gino, certo filosofiche più tormentate, e probabilmente più distanti da vocazione artistica creativa, nonostante gli interessi coltivati nel proprio ambito culturale.
Il mio approccio alla figura di Castiglioni è stato invece, diciamo così, più in versione romantica, benché tutto sommato si trovi oggi meno sbiadito storicamente. Confesso di essere ormai satura di descrizioni di itinerari, che non consulto più nessuna relazione, che mi domando semplicemente se su un monte che mi piace riesco a individuare un itinerario che mi attira e per me accessibile. Come facevo da ragazzina. Mi rimangono invece “le Castiglioni” che ho salito, magari ricordando anche la sorpresa di qualche passo di V che non mi aspettavo, e tornano presenti i compagni di allora. Siccome però il mio alpinismo spazia in filoni diversi, Ettore Castiglioni mi riappare anche nelle parole che portano la sua firma.
L’alpinismo mi ha portato a studiare geologia, e penso di saper cogliere negli itinerari da lui descritti il riflesso dell’aver accompagnato il fratello geologo Bruno Castiglioni in molte esplorazioni. Riconosco dove i diversi modi di considerare le pietre e la costituzione delle montagne si sono intersecati felicemente. Per esempio, nelle Pale di San Martino. Oltre le Alpi, Castiglioni era interessato all’alpinismo extra-europeo e ha pure curato per “Alpinismo Italiano nel Mondo” le prime raccolte di resoconti delle spedizioni italiane. La sua esperienza personale si è, credo, limitata alla spedizione di Bonacossa nelle Ande Patagoniche, nel gruppo Fitz Roy-Cerro Torre. Ritengo che nel 1937 lui fosse comunque troppo giovane, e di passione alpinistica esclusiva prorompente, per confrontarsi con le implicazioni politiche e sociali di quegli anni, sia in Europa, sia in Argentina. Il Fitz Roy non era stato ancora scalato, Ettore scalpitava, ma i compagni non possedevano la sua esperienza tecnica di alto livello su roccia, necessaria per seguirlo nel tentare l’ascensione. Mi è stato confidato che rimpiangeva di non essersi trovato lì con il grande Bruno Detassis, perché con lui avrebbe potuto portare a casa la prima ascensione di quello splendido monte. Non dimentichiamo, però, che in quella spedizione venne individuato e raggiunto l’intaglio di cresta da cui è poi partita la conquista sommitale del Fitz Roy quasi vent’anni dopo, intaglio che da allora si chiama “Brecha de los italianos”. A me, oggi, viene da riflettere su una possibile illazione: Bruno Detassis era socialista – in una cordata alpinistica, questo non c’entrava di certo, ma chissà, forse nel 1937 per partecipare a una spedizione, sì. Castiglioni e Detassis: una cordata nel senso umano del termine. Sulla guida delle Alpi Gamiche, ho incontrato la data di una via aperta da loro, che corrisponde alla mia data di nascita. Bella casualità. Non mi sono invece mai addentrata in senso storico-politico nelle vicende per le quali Castiglioni è poi emerso nelle cronache dell’antifascismo. Della sua rischiosa attività di passatore coraggioso attraverso la frontiera tra la Valle D’Aosta e il Canton Vallese, mi sono fatta idee solo personali, che ovviamente valgono per quel che valgono.
Collego le sue azioni contro le disposizioni di legge, che potevano costargli la pelle come del resto è successo, non solo a motivazioni umanitarie che da sole non sarebbero state sufficienti, e forse neppure a convinzioni politiche precise, bensì al coraggio di prendere iniziative su responsabilità personale, anteponendo una giustizia morale alle ingiunzioni di regolamenti e decreti, per di più in tempo di guerra. Una rischiosa disobbedienza civile esemplare, per la quale penso che collocarne la memoria tra le azioni de “I giusti dell’umanità” non sia doveroso solo per la Storia e specifico per le vittime della persecuzione degli ebrei: ritengo che riproporla oggi sia doppiamente doveroso in senso molto più esteso, quando considero gli atteggiamenti di “servitù volontaria” dei tempi nostri. Nelle mie peregrinazioni letterarie, ho immaginato Castiglioni in fuga dal carcere di Sion dove gli svizzeri lo avevano rinchiuso, a scalarne le stesse mura di cinta come Farinet, il protagonista libertario del bel romanzo di Ferdinand Ramuz. Nel recupero della propria libertà e del proprio senso di giustizia contrario alla legge, Farinet fugge dal carcere ma va incontro alla morte sui suoi monti. Cosa poi pensasse o meditasse davvero Castiglioni, nelle sue scelte esistenziali, nel suo modo di considerare e sperimentare le tappe della passione alpinistica, non lo so. Non mi va di giocare a interpretazioni psicologiche intorno agli scomparsi: appartengono al mio mondo culturale anche se non li ho conosciuti da vivi. Il mio tentativo di avvicinarli e di capirli sta nella rispettosa ricerca di possibili convergenze e sintonie, al di là del contesto storico che li ha condizionati.
Alcune sintonie, in certo qual modo, con un Ettore Castiglioni le posso intuire. L’insofferenza per imposizioni ritenute ingiuste, il bisogno di autonomia e libertà anche fisica, il gusto di un impegno scelto in diversi campi. La selezione nei rapporti di amicizia. Non escludere il confronto con domande aperte, né con domande che pur già sappiamo senza risposta. Non escludere introspezioni, né verifiche scomode, né tensioni verso una trascendenza spirituale che possono albergare nel panteismo. Decidere con responsabilità personale le priorità da attribuire nella vita, accettando di poter commettere errori e di doverli pagare. Mi piace pensare che siano esistite persone che hanno cercato questi aspetti e valori nell’alpinismo e che tramite l’alpinismo li abbiano praticati. Mi piace pensare a consonanze fuori del tempo. Che sia esistito un personaggio come Ettore Castiglioni in quel mondo di “bellezza inutile” che ho scelto anch’io.
Oggi l’alpinismo sta concludendo una sua tappa storica e non sappiamo dove ci condurrà la sua trasformazione. Le personalità significative del passato possono parlarci ancora, ed è bene richiamarne l’importanza quand’anche fossero solo di nicchia; eppure temo che nella stessa nicchia sovente ci sia la tentazione di interpretarle, oltre le ricostruzioni storiche già di per sé lacunose, come allineate secondo tendenze del momento. Non mi garbano le biografie romanzate di una realtà ipotetica poiché, nel voler salvare il passato pur con le migliori intenzioni, applichiamo i nostri criteri attuali: non sapremo mai immedesimarci davvero nel contesto anche ideologico dei periodi che non abbiamo vissuto. Non mi garbano perché mi sembra che si commettano ingiustizie alla memoria, un peccato che si aggiunge a quello di una probabile incomprensione patita in vita. Possiamo solo salvare il rispetto. Non vedo il senso, per esempio, nel nostro mondo alpinistico, di voler confrontare un Castiglioni con un Preuss, o considerare le sue scalate secondo le regole sportive dell’arrampicata attuale. Anzi, proprio pensando a Ettore Castiglioni, a quello che sappiamo del suo alpinismo di ricerca personale e delle sue scelte, mi sembra che sarebbe più consono ricordarlo non applicando più il termine “etica” a regole sportive sulle chiodature in parete, bensì limitando il termine “etica” al comportamento morale praticato nei riguardi del prossimo, e non all’osservanza di regolamenti. Che anche nell’espressione gergale si chiarisca la differenza di significato e di valore tra i rischi di caduta in parete, accettati o meno, e i rischi impliciti nelle scelte che meritano di essere definite etiche. Non solo in montagna. Utile per chiarire anche l’astrazione del concetto di “rispetto per la montagna” tanto in voga mediatica, quando di rispetto ne abbiamo ben poco per il prossimo vivente e forse neppure in futuro per la sua memoria.
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Quando mi imbatto in questi dibattiti esce rafforzata la mia convinzione che gli alpinisti vadano considerati solo come alpinisti e basta. La loro vita individuale certo che incide sulle loro gesta alpinistiche ma va considerata solo in questi termini, senza trarne giudizi morali sull’alpinista. Infatti: cosa significa stare dalla parte giusta della storia? La risposta è soggettiva, nella testa del lettore e non dell’alpinista, quindi di apre un ventaglio teoricamente infinito di risposte. E, ammesso di arrivare a una risposta “oggettiva” sul punto precedente, perché mai l’esser stato o meno dalla parte giusta della storia fa aumentare o deprimere il valore delle imprese alpinistiche di tali alpinisti? Lasciamo le beghe del mondo lontano dalle pareti, altrimenti potremmo arrivare a sostenere che Tizio, solo perche’ morto da partigiano, è stato un alpinista più forte e più importante di Gervasutti o di Comici… Discorsi scivoloso che portano in cunicoli senza uscita, da cui è meglio stare completamente fuori
Ho letto con piacere e interesse l’articolo di Silvia Metzelin. Non sono uno storico e non mi addentro in questioni così delicate, avvenute in tempi così drammatici e lontani da me come quelli narrati. Ma ho apprezzato molto lo stile meditato dell’autrice, che evita giudizi affrettati, ci ricorda che stiamo parlando di una persona, e che nessuno, ma proprio nessuno, può dire con certezza “io al suo posto avrei fatto così”.
Non voglio aprire alcuna polemica, ma Castiglioni non è mai stato inserito nell’elenco dei Giusti tra le Nazioni, né nel 2016, né prima, né dopo. L’elenco è pubblico e basta digitare il suo nome per averne la conferma.
Io parlo solo per me (e mio padre e mio nonno). Io so perfettamente cosa avrei fatto. Come a 17 anni lo sapeva mio padre. Aver visto e vissuto gli anni del fascismo, prima del ’43 se vuoi, ti avrebbe fatto scegliere senza pensarci. Mio nonno paterno, nel ’21 era a Livorno, era corrispondente da Milano dell’Ordine Nuovo di Gramsci. Condannato a 5 anni dal Tribunale Speciale. Mai catturato. Cosa avrebbe scelto mio padre? Facile, no? Anche per me, solo ad aver avuto il mio di padre. Per tornare al tema, Castiglioni era un ricco borghese e gli unici due nomi conosciuti di quelli che avrebbe salvato sono di un ricco avvocato ebreo e di un altrettanto borghese economista e senatore del Regno anche lui piemontese… La parte giusta della Storia sarebbe stata scendere in Valpelline e combattere come Chanoux… Ma questo lo penso io e qualche esempio in famiglia, Filippo Maria Beltrami…
Marco, credo in tutto ciò che hai scritto.
Tuttavia, lascia che la figura di Ettore Castiglioni si conservi nella mia mente come quella di un uomo dalla parte giusta della Storia, anche se non combatté in battaglia come Vittorio Ratti e tantissimi altri.
P.S. Spesso, prima di giudicare, mi domando: “Io, al loro posto, che avrei fatto?”.
Matteo, 17.
Intanto l’età dei partigiani nel ’43 era in massima parte tra i 17 e i 23 anni, ed essere stati a forza nei Figli della Lupa o nei Balilla non è sinonimo di essere stati fascisti. Nel ’43 Castiglioni aveva 35 anni, sapeva perfettamente cosa era il fascismo e dal 1940 l’Italia era in guerra. In realtà colpisce l’altezzosità distaccata di Castiglioni che a gennaio 1943 (“Il giorno delle Mesules”) nella Milano sotto i bombardamenti: “Distruzioni e incendi mi lasciavano quasi indifferente, come cose già pienamente previste e scontate. Solo vedendo bruciare il Palazzo Silvestri in Corso Venezia provai una stretta al cuore e una profonda amarezza per la perdita di un gioiello artistico, che nessuno potrà mai sostituire” e pensa solo ad andarsene a gustare la casa di campagna a Tregnago.Forse non s’era accorto che c’era una guerra da ormai tre anni?
Davvero un forte spirito antifascista…
Fabio 16 Quattro.
Castiglioni è entrato nei “Giusti” dello Yad Vashem solo nel 2016, mentre il primo italiano ci è entrato nel 1964. Dei 700 e passa “Giusti” italiani il 99% è formato da perfetti sconosciuti (quindi è bastato proprio poco ma ben riconosciuto per entrarvi).
Se le “ricostruzioni” sono come quelle di Spiro Dalla Porta Xiadis che in un convegno disse che la Valmalenco era piena di centinaia e centinaia di nazifascisti, stiamo freschi… In Valmalenco c’erano due piccole guarnigioni (a Chiesa nel Gran Hotel Malenco e a Lanzada) di circa 5 uomini e qualche pattuglia (PATTUGLIA) tedesca più in alto nei valichi con la Svizzera più facilmente percorribili…
Come si costruisce un MITO… Anche se, ancor oggi, mi chiedo: perché Castiglioni?
Fabio, 16 Tre.
D’altra parte, pur avendo contattato tutti gli autori di articoli rivelazioni e biografie e spiegato loro i miei dubbi, non ho mai ricevuto una che sia una risposta, a parte quella di chi sta (ma ormai siamo all’uscita) girato un film su Ettore Castiglioni e che, letto un mio post su Mountcity.it ha pensato bene di chiedermi ragione delle mie affermazioni sottolineandomi per altro di non aver voluto, nel film, prendere una o l’altra “versione” per buone ma lasciando in qualche modo aperta la questione.
Non era meglio raccontarlo SOLO come un grande alpinista, un ottimo compilatore di guide, un pregiato disegnatore?
Fabio 16 Due.
Gli unici due nomi noti sono il ricco avvocato torinese Bier e Einaudi (che per altro nella sua monumentale bibliografia non cita mai chi salvò la vita sua e di sua moglie).
Come detto il nome di Castiglioni come emissario antifascista io non l’ho trovato da nessuna parte, in Italia e all’estero. Così come i nomi sul famoso foglietto che gli hanno trovato addosso (ma chi nel ’44 avrebbe tenuto nomi e indirizzi scritti di antifascisti o uomini dei Servizi inglesi o americani?) L’unico che lo ha sempre sostenuto suo nipote Saverio Tutino che però non ha mai dato accesso a TUTTI i diari dello zio. E se vogliamo, anche la ricostruzione (ricostruzione!) della sua fuga dall’Albergo Kulm lascia aperti una miriade di dubbi…
Fabio, 16. Uno.
Ma qualcuno ha letto davvero i libri tratti dai suoi diari?
Non vuole fare il partigiano per non fare il bandito (erano i nazisti a chiamare così i partigiani, vedi “Achtung banditen”) ; va a Milano a protestare con il CAI di Manaresi (fascista, sottosegretario alla guerra) perché non gli hanno ancora pubblicato una guida ; al Convegno su di lui (Salacina, 2007) si parla di un centinaio di profughi aiutati, ma M.A. Ferrari ne “Il vuoto alle spalle” parla di una decina…
Come dice Guccini:
Che dire a un tizio che ignora con arroganza la differenza tra prefetto/commissario prefettizio e podestà?
Gli si dice: “Informati su Wikipedia. È spiegato anche lí”.
Che dire a un tizio che ignora chi fu Emilio Comici e ne insinua un pessimo giudizio morale?
Gli si dice: “TACI“.
Che meraviglia, questi racconti!
Grazie, Silvia!
Ahahahah
Non credo che un Commissario Prefettizio fosse meno coinvolto con il regime di un Podestà.
Però lascio questi bizantinismi ai puri: a me non importa nulla.
È una citazione da wikipedia.
Rimanamgono questi turbamenti ideologici, roba da adolescenti ingrifati di verità a basso costo.
“Almeno l’abbiccí…”
Che pretese anche tu però da una pantegana! 🙄
Volendo imparare che uomo fu Emilio Comici, si leggano le innumerevoli testimonianze di chi lo frequentò e davvero lo conobbe.
Si eviterà cosí di scrivere “Comici fascista e podestà” ignorandone tutto il resto (cioè un’intera vita).
N.B. Comici fu commissario prefettizio (NON podestà!), checché ne scrivano Wikipedia e ratman. Almeno l’abbiccí…
Gli alpinisti forti del passato sono personaggi molto affascinanti e nel loro carisma rientra anche lo stile di vita in pianura e le loro frequentazioni, ma dobbiamo analizzare il tutto con il distacco dello storico, non con il pathos del tifoso. Il fatto che alcuni alpinisti hanno pagato con la vita il loro coinvolgimebnto nella Resistenza non li fa essere alpinisti né più forti né meno forti. Non ci deve essere correlazione altrimenti se ne innescano altre parallele (e magari in direzione inversa) su altri alpinisti. Esempio:ç Comici fu nominato Commissario Prefettizio (in parole semplici svolgeva il ruolo di sindaco, ma senza essere eletto) a Selva di Val Gardena. E’ probabile che si sia trattato di un premio per il lustro alla nazione grazie da lui arrecato grazie alle sue imprese in parete. Dobbiamo concludere che Comici è un individuo abbietto per questo favore che gli ha fatto il regime e quindi va cancellato dalla storia dell’alpinismo? Certo che no! E la sua importanza nella storia dell’alpinismo è presumibilmente superiore a quella di altri che hanno poi partecipato alla Resistenza e magari hanno perso la vita in quel frangente.
Ho già più volte esposto la mia tesi epr cui i valori trasversali e immateriali (come arte, cultura e sport) devono stare fuori dalla politca e anzi al di sopra. Aggiungo ovviamente la montagna, che io assimilo più a un ‘arte (per l’intensità della passione) che a uno sport.
Bene: gli alpinisti (per estensione tutti gli appassionati di montagna) non vanno suddivisi epr credo politico e neppure religioso. Gli alpinisti sono di tre categorie: forti (cioè molto talentuosi in montagna); medi (gente che frequenta intensamente la montagna, ma su livelli “medi!, per cui rimane nell’anonimato); scarsi (gente poco dotata oppure che frequenta pochissimo la montagna per passione tenue/inesistente, per cui non crescerà mai di livello tecnico). tutti e tre questi livelli hanno dignità di esistenza, ma ovviamente gli alpinisti forti attirano l’attenzione e gli studi storici. Limitiamoci a questa segmentazione, lasciando perdere se tizio è stato forte per i suoi ideali nobili oppure se caio ha dimostrato ideali talmente riprovevoli che alla fine lo disprezziamo anche come alpinista. anche perché le valutazioni in merito sono soggettive.
Vegetti, va bene l’appeasement con Crovella, ma vedi di non prenderne i difetti.
Nessuno ha parlato di Castiglioni partigiano, CLN o archivi vari, di sicuro però era antifascista e resistente a modo suo e Luigi Einaudi e famiglia li ha portati in Svizzera.
Quanto al tuo intervento #10, ribadisco che è storico che la maggior parte dei partigiani era stata fascista: un venti-venticinquenne del ’43 aveva conosciuto solo il fascismo, era stato figlio della lupa e poi balilla e magari aveva fatto a tempo a fare il militare.
A ben guardare, in realtà, non è un insulto e tantomeno uno sminuire, anzi. Richiede più convinzione, più determinazione e più forza d’animo riconoscere di aver di essere stati parte o almeno conniventi con la parte sbagliata, quella da combattere.
E’ merce rara, di cui si avrebbe invece molto bisogno…basta pensare alle posizioni su Israele oggi.
Marco, riconosciamo però che Castiglioni:
1) NON era un fascista, tanto meno militante;
2) era di idee antifasciste;
3) operò, con rischio mortale, per la fuga in Svizzera di ebrei e perseguitati;
4) morí proprio in conseguenza di quello.
ops, 13…
nel mio 11 si sono mischiate un po’ le cose, spero siano comunque comprensibili…
Sapete tutti che Crovella non mi è simpatico (eufemismo). Ma stavolta un pochettino di ragione gliela do: Castiglioni antifascista e “partigiano”? Ma uno straccio di prova che lo attesti? Solo i ricordi di Tutino (suo nipote).
Di Castiglioni non si parla nei saggi sulla Resistenza in Valle d’Aosta, non ne parla Emile Chanoux nei suoi corposi diari, non un cenno negli archivi del CLN o CVL, non una citazione tra i “Giusti tra le nazioni” fino al 2016, non una nelle carte di Einaudi o nella sua monumentale autobiografia, né nelle memorie e nei documenti delle missioni alleate in Italia, non un accenno nme Castiglioni stesso scrive, su al Berio con una dozzina di uomini a fare soldi, a contrabbandare fontina in Svizzera e passare il periodo turbolento. ei National Archives inglesi di Kew Gardens, desecretati.
Zero, mai una citazione, neppure di sfuggita, mai.
Quindi, ricordiamo Castiglioni come un grande alpinista, un ottimo scrittore di guide e diari, un pregevole disegnatore. Ma basta, per favore.
PS: i fantomatici biglietti trovatigli addosso da morto con dei nomi e degli indirizzi che però non risultano da nessuna parte… Ma davvero qualcuno crede che SE stesse agendo DAVVERO per il CLN avrebbe portato con sè i nomi dei contatti?
@ 10
Marco, concordo in toto.
Gli italiani erano fascisti. Ma non tutti gli italiani.
“I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo.” (Aldous Huxley)
Non conoscevo la storia di Ratti, ho letto di lui su dei cartelloni divulgativi lungo i sentieri didattici apposti dalla città di Lecco.
Il titolo che incuriosiva era :”Un grande alpinista morto in città” , e in effetti, dopo un lungo elenco di prime di grande valore, Ratti è morto in un conflitto a fuoco a Lecco quando la guerra era prossima alla fine.
6. Matteo scrive “Molti partigiani, se non tutti, erano stati fascisti, se non altro perché in Italia non si poteva non esserlo (si chiama dittatura per questo).”
Se non tutti? Ma dove te le inventi queste baggianate? Posso stilarti un elenco se vuoi, a cominciare da mio padre (e suo padre, mio nonno paterno) o dal mio pediatra, Alberto Mario Cavallotti. Ma non so se c’è abbastanza spazio.
Certamente Vittorio Ratti non fece ciò che fece per tornaconto personale.
Cadde in battaglia a Lecco il 26 aprile 1945, a 29 anni. Erano gli ultimi giorni di guerra.
Avrebbe potuto nascondersi per poi sventolare il bandierone e ottenere la qualifica di partigiano, come fecero tanti. Lui non lo fece.
Morí combattendo per liberare la patria.
L’alpinista è un inguaribile egocentrico individualista, altrimenti non riuscirebbe a dedicarsi con tanto puntiglio alla cosa che gli piace così tanto, ovvero l’andar in montagna,. Che è cosa che prende molto più tempo di quello delle uscite sul terreno: leggere, consultare cartine, informarsi, dialogare con altri, contattare i local per avere feedback sulle condizioni: tutto tempo “rubato” ad altri impegni, lavoro, famiglia ed eventuali interessi e coinvolgimenti politici. Questo meccanismo agisce a tutti i livelli tecnici (che sono frutto dei talenti naturali di ciascun alpinista), ma è tanto più intenso e profondo quanto più l’alpinista è “forte”, ovvero dotato di grande talento alpinistico.
Tornando al tema principale: salvo casi rarissimi (il già citato Mila) non c’è stato nessun eroismo durante il regime, così come non vanno considerati eroici gli alpinisti per il loto eventuale coinvolgimento nella Resistenza (o comportamenti paragonabili) né per il loro successivo impegno politico nei decenni successivi. In parete gli alpinisti sono tutti uguali da un punto di vista umano (discorso completamente diverso per il talento) e in particolare sono, anzi “siamo” (perché mi ci metto anche io), tutti dei gran egoisti, perfino sfacciati. Prendiamo atto della natura poco eletta degli alpinisti in generale e evitiamo conclusioni del tipo “X è o è stato un grande alpinista perché è/era mosso da ideali nobili e illuminati”. La correlazione NON esiste (se non per casi statisticamente eccezionali) e, anzi, l’alpinista in genere è caratterizzato da un egoismo viscerale e incorreggibile, che non è un certo elemento nobile né da ammirare. Ma se non ci fosse questo egoismo di fondo, quel singolo individuo non sarebbe o non sarebbe stato un “alpinista”.
Ma non c’è nessun livore in me, anche perché non sono un sostenitore del regime mussoliiano. dico solo di abbassare i torni trionfalistici sugli alpinisti di punta dei Trenta, vivendo nella sbornia che essendo grandi alpinisti, fossero al di fuori e soprattutto al di sapora della umane piccineria.
Gli alpinisti degli anni Trenta (cui mi sono riferito, visto che l’articolo si incentra su Castiglioni, ma il principio cale per qualsiasi epoca storica) erano “italiani” prima di essere alpinisti e quindi si sono comportati come la stragrande maggioranza degl9i italiani di quel periodo. Hanno cercato di farsi coinvolgere il meno possibile nel regime, ma non si sono messi a pestare i piedi al regime, altrimenti avrebbero dovuto rinunciare alle cose che a loro importavano di più, ovvero alpinismo/arrampicata e scrivere di montagna.
Sia durante il regime che dopo (= Resistenza) quello che anno espresso con i fatti non sono ideali più o meno adamantini, ma tornaconto personale. Io non sono scandalizzato dal prendere atto che sia così. E’ umano e gli alpinisti, prima ancora di essere alpinisti, sono esseri umani. L’idea che l’alpinista, specie se estremo, sia un superuomo che vive al di sopra della bassezze umane è un’idea tipicamente “fascista” nel senso storico del termine (ovvero al tempo del regime si sosteneva così per esigenze di propaganda), mentre gli alpinisti sono dei “semplici esseri umani come tutti gli altri, però con un difetto in più: gli alpinisti sono dei gran egoisti. Questo vale a qualsiasi livello tecnico ed anche storico. Lo erano nei Trenta, lo sono stati durante la Resistenza, e lo sono tutt’ora nelle nuove generazioni attuali (ovviamente).
“Quasi tutti gli Accademici degli anni Trenta (cioè contemporanei al regime) si sono cmq fatti immischiare.”
Per essere precisi questa frase dovrebbe essere “quasi tutti gli italiani degli anni trenta si sono cmq fatti immischiare” e quindi?
Molti partigiani, se non tutti, erano stati fascisti, se non altro perché in Italia non si poteva non esserlo (si chiama dittatura per questo).
Comunque la vita è un percorso e un mutamento continuo: non si nasce geneticamente fascisti o democratici, buoni o cattivi, ma lo si diventa.
Che tu consideri rischiare la pelle (e perderla!) per far scappare ebrei in Svizzera manifestazione di incomprimibile egoismo individualista, dimostra solo l’imbarazzante pochezza del tuo livore contro un’affermazione chiaramente antifascista.
Ho già ripetuto fino alla noia che non sono un nostalgico del regime mussoliniano, per cui metto i puntini sulle “i” per precisione storica e non per partigianeria ideologica.
Quasi tutti gli Accademici degli anni Trenta (cioè contemporanei al regime) si sono cmq fatti immischiare. Quanto meno NON si sono apertamente ribellati: Chi lo ha fatto (vedi Massimo Mila) ha trascorso anni in carcere anziché sulle pareti. Uno dei crucci esistenziali di Mila (che, proprio per l’interruzione alpinistica nei Trenta, verrà ammesso all’Accademico solo dopo la guerra), è stato proprio quello di trascorrere in carcere i “migliori” anni dal punto di vista della montagna.
Quasi tutti gli altri in qualche modo sono stati “inquinati” dal regime. Vi sono diverse fotografie del gruppo (compresi Castiglioni, Gervasutti e Cassin) in camicia nera nel salone di Palazzo Venezia a Roma, rricevuti dal Duce. Nel 1937 (cito a memoria, ma dovrebbe essere giusto) Castiglioni, Gervasutti e Boccalatte hanno sfilato a Roma nel corteo degli sportivi premiati con la medaglia d’oro per i loro meriti appunto sportivi (nel caso dei tre, le loto prime scalate in montagna), tutti in camicia nera e “salutando” il duce mentre gli passavano davanti.
Il motivo è che se ti ribellavi non ti permettevano di avvicinarti al confine (dive, al Nord, ci sono le montagne…) né tanto meno in terra straniera (es pareti francesi per Gervasutti). Nel caso di Castiglioni, autore dei primi mirabili volumi della GMI sulle Dolomiti, se avesse espresso apertamente i suoi (presunti) ideali antifascicsti, si sarebbe sognato tale incarico (il CAI era fasticizzato: non avrebbe certo incaricato un antifascista)..
Quindi tutto questo vs. visibilio estasiato per gli ideali espressi (sulla carta) dai valenti alpinisti dell’epoca va fortemente ridimensionato. Nella maggioranza dei casi la non ribellione al regime è da collegare a esigenze di tornaconto personale, ma alla fine fine non sono stati coerenti fino in fondo con le loro idee. Non fatevi ingannare dalla dinamica che ha poi portato alla tragica fine di Castiglioni: io non la considero manifestazione di vero antifascismo (alla Mila), ma di un incomprimibile egoismo individualista, che è “cosa” ben diversa.
La non piena presa di distanza dal regime nei Trenta vale per diversi altri alpinisti, anche per quelli che sono poi stati coinvolti nella Resistenza, quanto meno in ruoli organizzativi (Chabod) oppure che hanno agito in tal senso a livello individuale (Cassin). Per cui… cala trinchetto sull’adorare incondizionatamente l’antifascismo degli alpinisti…
Castiglioni anarchico. Grande!
Che le azioni di Ettore Castiglioni nascessero da profonde convinzioni morali e che queste convinzioni fondassero e si fondassero sulla pratica dell’alpinismo mi pare certo, ma che le sue convinzioni politiche non fossero non solo precise, ma anche profonde e meditate e mi pare un’illazione infondata:
“Perciò ho sempre sostenuto che il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza. L’alpinismo è libertà, è orgoglio ed esaltazione del proprio essere, del proprio io come individuo sovrano, della propria volontà come potenza dominante: il fascismo è ubbidienza, è disciplina, è annullamento della propria individualità nella pluralità e nella promiscuità amorfa della massa, è abdicazione alla propria volontà e sottomissione alla volontà altrui”
[Ettore Castiglioni]
Di lui restano tante bellissime vie: non ho mai trovato una Castiglioni- Detassis che non meritasse di essere salita e magari anche ripetuta!
Etica&Alpinismo
Forse le cose più pertinenti che ho letto sull’argomento.