Finale e Carbuta – 1

Una vita d’alpinismo – 113 – Finale e Carbuta – 1 (AG 1983-001)

Con l’inizio del 1983 la mia attività arrampicatoria subisce un sensibile cambiamento. Sempre più spesso trascorro i sabati e le domeniche con gli amici a scalare in falesia, come fosse un appuntamento fisso. Basta incertezze, ravanate per trovare i posti, esplorazioni. Tranne rare eccezioni, diamo preferenza a posti precisi, documentati, descritti nelle guide e, ovviamente, attrezzati. Anche a Finale si è cominciato a dotare di spit le vie più frequentate, per non parlare di quelle nuove.

La Locanda del Rio a Feglino, oggi
Giuliana Scaglioni in vetta al, Palon di Resy, 1 gennaio 1983

Raccontare queste uscite da weekend non avrebbe senso, caro lettore. Sarebbe un elenco di prestazioni, più o meno valide, più o meno ricercate, che con l’alpinismo non avrebbe più nulla a che fare. E nemmeno con il free climbing. E, come se non bastasse, nel mio caso anche molto noioso, perché di certo non ero nella posizione di produrre “exploit” sportivi di un certo peso, ormai appannaggio di gente ben più giovane e preparata di me.

Il passaggio fu graduale, perché comunque ci dedicavamo alle vie alla nostra portata con ogni tanto qualche punta oltre, ma non per l’arrampicata fine a se stessa su queste vie, bensì per poter essere più in forma e preparati per certi itinerari che avevamo ancora in mente, soprattutto nel Verdon e in Dolomiti.

Insomma, eravamo a metà del guado e intendevamo rimanerci…

In salita verso le due cascate del Pinter
Salendo a Punta Garda, val d’Ayas, 23 gennaio 1983, Walter Gandini e Ornella Antonioli

D’altra parte, in un racconto così lungo come Una vita d’alpinismo, fino ad ora completo di tutte le mie uscite facili e difficili, penso sarebbe un peccato troncare di netto. Mi è venuta così l’idea di pubblicare via via una tabella con tutte le vie da me salite, bene o male, con gli appunti originali. Questo elenco-stratagemma permette a me di rispettare la mia sete di precisione (che comunque maschera quanto di più retrivamente egocentrico mi è rimasto) e a voi di saltare a piè pari la lettura, perciò mi sembra un compromesso onorevole.

Volendo comunque raccontare qualcosa in più almeno al riguardo delle cose che mi ricordo di quel primo trimestre del 1983 e che ritengo meno noiose, ecco una breve rassegna.

Per la festività della Befana ero tornato alle Fate Nere con Anne-Lise, ma questa volta c’erano anche gli amici bolognesi Mirko Giorgi e Marco Piva. Andammo tutti assieme a salire quella delle due cascate del Pinter, sopra Champoluc, che l’anno prima avevamo tralasciato con Marco Bernardi. Ci sembrava meno impegnativa e in effetti lo risultò, anche se comunque la lontananza dagli impianti ne faceva e ne fa una salita comunque abbastanza considerevole.

La Cascata della Grand’Hoche (1a ascensione Franco Salino e Renzo Luzi, 1980)
Cascata della Grand’Hoche, Anne-Lise Rochat, 25 gennaio 1983
Cascata della Grand’Hoche, Alessandro Gogna, 25 gennaio 1983

Altra bellissima cascata, la feci con Anne-Lise sulla parete nord della Grand’Hoche, che si vede molto bene in alto a sinistra non appena si imbocca da Oulx la strada per Bardonecchia. Molto elegante, incassata in un canalone roccioso, era abbastanza facilmente raggiungibile dal rifugio Guido Rey, allora servito dagli impianti che partivano de Beaulard. Salimmo solo la parte interessante della cascata, fino alla cengia. Anzi, per questa tornammo comodamente al rifugio Rey, senza neppure sprofondare troppo nella neve.

Per ciò che riguarda Finale, trovai impegnativa la salita della via Payer al Paretone di Pianarella, come pure il Pilier della Concentrazione di Gian Carlo Grassi a Perti. Entrambe non mi riuscirono in libera: ma se per la seconda comunque qualche speranza di ripeterla bene l’avevo, per la prima non c’era proprio trippa per i gatti.

Alessandro Gogna scende dal Colletto di Nana, 29 gennaio 1983
Paolo Rosti sulla via dei Calcagni, Bric Pianarella, 5 febbraio 1983. Sotto, la cordata di Luca Santini e Stefano

Purtroppo in quel periodo ci fu una notizia che non ci fece per nulla piacere: la Locanda del Rio chiudeva. Era tutta sulle spalle della proprietaria, la famosa Scignôa. Il marito era sempre stato defilato, il figlio Gianni non aveva alcuna intenzione di farsi il culo che si faceva la madre, e alla fine vendettero il ristorante, tenendosi invece il resto della casa che oggi è adibito a B&B.

Giovanni Rosti su Yama (Placconata di Rian Cornei, Finale Ligure). 27 febbraio 1983.

Per noi quella decisione rasentava la tragedia: drammaticamente ci veniva a mancare una delle motivazioni più importanti, che non era solo quella del bere con gli amici a prezzo modico. C’era tutto il tema, e qui parlo a livello personale, del mio ritrovarmi ligure.

Da tanti anni ormai mancavo da Genova, per non parlare della mia beneamata campagna di Borgomaro in provincia di Imperia. Come ho già raccontato, la vendita della casa della nonna per acquistare una BMW nuova di zecca rosso fiammante era, è e rimarrà uno dei capitoli della mia vita dei quali ho da vergognarmi di più.

Paolo Rosti su Enrico IV a Monte Cucco, prima di togliersi la felpa. 11 marzo 1983.
Paolo Rosti su Enrico IV a Monte Cucco, a felpa tolta. 11 marzo 1983.
L’Osteria della Carbuta oggi. All’esterno, ha cambiato solo nome.

Sentivo che proprio il mio essere ligure si ribellava a quella scelta ed era responsabile della colpa che mi sentivo addosso. E d’altra parte, così tanti anni di distanza mi avevano fornito una visione ben chiara dei difetti che i liguri si portano dietro, beninteso assieme a qualche pregio. Questa visione crudele della condizione ligure (ristrettezza mentale, senso di superiorità, indolenza, parsimonia plateale) faceva a pugni con la mia nuova condizione di cittadino milanese. Ma allo stesso tempo mi raffrontavo con ciò che ero stato purtroppo capace di fare: quella svendita fu un buttare all’aria il forziere dei ricordi, fu sradicarmi nel peggiore dei modi. Ed era questa grande sensazione di disagio che mi spingeva a riallacciare, a trovare in qualcuno di loro liguri quella parte di buono che io per primo avevo tradito. Nella Scignôa avevo visto la forza e la vivacità di mia nonna. Bontà e generosità mascherate da quella dignità ligure che solo poche contadine potevano avere.

Avviammo una frenetica ricerca di un locale che rispondesse alle nostre esigenze: volevamo cordialità, amicizia, rispetto per questi matti di “scalatori”. Volevamo una famiglia ligure. E la trovammo all’Osteria della Carbuta.

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Finale e Carbuta – 1 ultima modifica: 2022-11-26T05:51:00+01:00 da GognaBlog

39 pensieri su “Finale e Carbuta – 1”

  1. 39
    Fabio Bertoncelli says:

    @ 36
     
    Di fronte all’invasione terronica e alla protervia dei polentoni di Milano 😉😉😉😉, io dirò:
    “Emiliani di tutta Italia, unitevi!”. 

  2. 38

    Mai avrei voluto sollevare questo inutile polverone su razze ed etnie. Ho conoscenze e frequentazioni con persone provenienti da moltissimi luoghi e mai mi sono sognato di farne differenze discriminatorie che non siano quelle personali che ricadono sotto le individuali caratteristiche.
    Se poi vogliamo sottilizzare sull’uso di certi termini, facciamolo pure ma che resti fine a se stesso,  please.
    In vita mia ho vissuto in molti posti diversi tra loro sparsi per l’Italia e il Nordafrica e tra le mie origini ho un tale miscuglio “etnico” da fare girare la testa, quindi figuriamoci se ho intenti razzisti.
    Restano vere le differenze tra i popoli ma solo generalizzando, poi ognuno scelga con chi andare d’accordo.  Totalmente in barba al politicamente corretto, di cui mi frega una beata fava, auguro a tutti una buona festa delle tartarughe d’acqua mista dolce-salata.

  3. 37
    Carlo says:

    Sign. Bertoncelli, punto 6 del post 33,  quindi a suo dire esiste la razza TERRONA e quella POLENTONA? 

  4. 36
    Cla says:

    Fabio Bertoncelli 33, aspettavo questa precisazione.
    Però : la Costituzione oramai è carta straccia e prossimamente sarà vietato l’… Etnismo! 

  5. 35
    Alberto Benassi says:

    GENOVESI sono sapiens italiani che vivono a Genova. punto

    Vivono a Genova da genovesi e non da spezzini che vivono a La Spezia. 
    Effigurati dai Napoletani, Milanesi, Camaioresi, Viareggini, ect.
    Questo per dire: evviva le diversità

  6. 34
    Fabio Bertoncelli says:

    Per amor di precisione, per rispetto del significato delle parole, in disprezzo del “politicamente corretto”, senza razzismo:
     
    1) Dal vocabolario Hoepli:
    Specie = 3 BIOL Gruppo sistematico fondamentale nella classificazione degli organismi, costituito da individui che hanno caratteristiche comuni che li distinguono da altri individui facenti parte dello stesso genere, e che sono in grado di incrociarsi tra loro dando prole feconda: la natura offre una grandissima varietà di s. animali.
    ‖ La specie umana, il genere umano.
     
    2) Dal vocabolario Hoepli:
    Razza = 2 ANTROP Gruppo umano contraddistinto da diversi caratteri fisici comuni, in larga misura ereditari: la r. caucasica, mongolicadiscriminazione di r.
     
    3) Dal vocabolario Hoepli:
    Etnia = ETNOL Raggruppamento umano che si contraddistingue per la presenza di caratteri razziali, culturali e linguistici comuni.
     
    4) L’Homo sapiens costituisce una specie e non una razza. A volte, in modo impreciso, si parla di “razza umana”.
     
    5) Di razza parla pure la Costituzione.
    Art3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
     
    6) Infine, se non esistessero le razze, non avrebbe senso parlare di razzismo.
     
    Tutto qui.
     
    P.S. Lo ribadisco: solo per rispetto della lingua. Se non rispettiamo il significato delle parole, alla fine non si capisce piú niente e nascono equivoci: uno dice una cosa e l’altro ne capisce un’altra.

  7. 33
    Carlo says:

    Mi pare abbiate perso il senso del limite etico e morale. Le razze umane non esistono più da quando i sapiens sono diventate l’unica RAZZA UMANA.
    Etnia va riferita ad una comunità di persone che condividono usi, costumi e cultura. 
    GENOVESI sono sapiens italiani che vivono a Genova. punto

  8. 32
    Cla says:

    Ho fatto il recinto delle galline, volevo prenderne 4 di etnia Ovaiola Livornese. 

  9. 31
    Cla says:

    Ho un cane. 
    Razza: canis lupus
    Etnia: Chihuahua.
    Giusto???
    No sbagliato!!! 

  10. 30

    È una questione di termini ma ci siamo capiti (spero).

  11. 29
    Massimo Bursi says:

    Siamo tutti di razza umana ma di diverse etnie. E’ corretto riferirsi alle etnie ed è meglio lasciare stare il concetto di razza. Il DNA dimostra un’unica razza.

  12. 28
  13. 27

    Le razze esistono eccome. Negarlo sarebbe inutile e ipocrita. Comunque le città portuali sono sempre state dei calderoni di razze. Da bambino ricordo persone di colore parlare il dialetto genovese come i cinesi che fabbricavano borse in pelle, quando al nord stranieri non ce n’erano. La stessa parola Gabibbo (cabibbu in dialetto) viene dall’arabo Habib che significa straniero. Ricordo anche che quando da ragazzino andai a Londra, lì vidi per la prima volta più miscugli razziali che a Genova. 
    Quando dico genovesi intendo genovesi, perché ci sono, nonostante a molti non piacciano.

  14. 26
    Cla says:

    Se poi i  genovesi dentro si comportano da genovesi anche quando sono a Milano, in Dolomiti, o in Patagonia, vuol dire che aimè, purtroppo le razze esistono, è inutile nascondercelo. 

  15. 25
    Cla says:

    Perché, a Genova ci sono ancora i genovesi???
    Ci sono: cinesi, indiani, pakistani, magrebini, neri africani, albanesi, rumeni, sudamericani, forse anche qualche inuit, ma genovesi pochini, forse è rimasto qualcosa in qualche ufficio pubblico, banca, assicurazioni e questi fanno poca differenza se i clienti sono milanesi, romani o palermitani. 
     

  16. 24
    Enrico Defilippi says:

    “Chi volta el cùu a Milan, il volta al pan” 

  17. 23

    21, non è corretto. Ai genovesi non stanno sui coglioni i milanesi ma questi ultimi si pongono in un modo che si presta ad approfittarne. Un milanese morto di fame (ci sono anche lì) se cala in liguria, automaticamente diventa ricco per come si atteggia e quindi: taac, se lo inculano.
    https://youtu.be/2W7sjjiC6rI

  18. 22

    21, non è corretto. Ai genovesi non stanno sui coglioni i milanesi ma questi ultimi si pongono in un modo che si presta ad approfittarne. Un milanese morto di fame (ci sono anche lì) se cala in liguria, automaticamente diventa ricco per come si atteggia e quindi: taac, se lo inculano. È colpa sua.
    https://youtu.be/2W7sjjiC6rI

  19. 21
  20. 20

    Ne vengo da un aperitivo nel centro storico di Genova dov’è pieno di Antica osteria ligure, Vecchia cantina genovese, e via discorrendo. Sono locali che hanno aperto pochi anni fa, eppure hanno questi nomi antichi. Eppure ai genovesi non è mai importato mostrare le loro tradizioni. Custodirle si, ma ostentarle mai. O sono di proprietà cinese oppure c’è stato un cambio epocale dovuto alla sempre più massiccia calata dei milanesi che quando entrano in un locale ligure si mettono da soli a 90 gradi. Logico che poi c’è chi ne approfitta. Se andate in un locale ligure specificate subito che non siete milanesi (anche se lo siete, intanto si vede lontano un kilometro) altrimenti il conto sarà decuplicato sicuramente. 

  21. 19
    Enri says:

    Per rimanere a Finale ed agli anni ricordati da Cominetti come non citare Mamy avvista e Lang in putrefaction riferiti rispettivamente alle verdoniane Papy on sight e L’ange en decomposition…

  22. 18
    Fabio Bertoncelli says:

    Io ricordo la Cascata Bonvin (da Jean-Marc Boivin) e la Cascata Ciucchinel (da Walter Cecchinel). E poi Picchiami sulle bolle a Sperlonga (da Pichenibule in Verdon).
     
    Ci fu anche un tentativo, subito abortito, di Via della Sentinella Beige sul Monte Giovo, nel marzo 1994. Il nome fu proposto durante la salita dal mio amico Pierluigi (scimmiottando la mitica Via della Sentinella Rossa sulla Brenva), ma il Beige, in quanto sacrilego, venne censurato all’istante dal sottoscritto.
     
    P.S. Il beige è il colore del macigno, tipica roccia sedimentaria dell’alto Appennino Settentrionale, dopo decenni di ossidazione all’aria. Invece nelle fratture recenti si presenta di un bel colore grigio, piú scuro del granito della parete ovest del Petit Dru.
    Sono pronto a scommettere che nessuno di voi, dolomitisti assatanati, ha mai arrampicato su quella roccia. Ebbene, sul Gendarme della Nuda, tra Appennino Reggiano e Lunigiana, esiste una via su macigno aperta da Nino Oppio.
    Sí, proprio quel Nino Oppio.

  23. 17

    C’è stata un epoca (seconda metà degli ’80) in cui era bello, perché dissacrante, sminuire nomi di vie famose, specie se francesi (aridaje col razzismo, ma vabbè) italianizzandole ironicamente. Ricordo: Pichenibulina, Pilier Pilon, 
    Miss k la pipì…
    Ma la più divertente era una falesia in un piccolo canyon nel monregalese: il Merdon!
    Chissà se esiste ancora?

  24. 16
    Matteo says:

    Stefano: “Io non ho parole”
     
    beh, c’è proprio da sperarlo…

  25. 15
    Alberto Benassi says:

    Fortunatamente i nomi sono poi stati accolti nella Guida dei Monti d’Italia (2003) e ora sono legato a tutti questi itinerari da un profondo affetto. Fanno parte della mia vita!

    Fabio sei un romantico. Di sicuro una qualità che manca alla classifica della coppa del mondo d’arrampicata. 

  26. 14
    Stefano says:

    Per esempio, che pensate della famigerata categoria dei commentatori del GognaBlog?  
     
    bravo Fabio, sei stato piu’ bravo di me, hai usato l’ironia… 
     

  27. 13
    Stefano says:

    cioè veramente?….
    Marcello inquini (perchè Marcello prende l’aereo una volta all’anno?),
    no Marcello non inquini volevo dire altro (il rigiratore di frittate, ben detto Marcello, ma intanto gli hai dato dell’inquinatore… ma perchè non sfoltiamo la popolazione del 99,9% così avremmo ancora meno inquinamento??? eh)
    Si ma parlare di milanesi, genovesi, liguri, campani è PERICOLOSAMENTE vicino al razzismo… cioè … te prego…
    Io non ho parole. Il perfetto stampino dell’uomo tanto caro alle elite tutti uguali e tutti schiavi e manipolati come burattini.
    Ps. Matteo ma perchè non mettere * alla fine di tutte le parole così non facciamo descriminazion* linguistic*, * dat* ch* c* siam* iniziam* a non usar* la Z (oddi* l’h* scritt*!!!!) poi  non usiamo la Y che è razzism* e anche la X. 
    Lo so non dovevo intervenire, il dialogo è tra Marcello e Matteo, ma il livello è andato talmente basso che non ho potuto trattenermi. 
    L’altro giorno vedo un video del Ceo dell’assicurazione Zurich che parla ad una platea di giovani… “eh perchè siete gli attori di questo DRAMMATICO MOMENTO!!” … (intendeva dire che la terra sta per morire… te prego..quando invece la sostanza è … io che comando via argomenti farlocchi vi faccio fare quello che voglio).
    Sta per morire la liberta’, uno stile di vita benestante diffuso per diventare solo prerogativa di pochi (liberta’ e stile di vita benestante) con la scusante farlocca del cambiamento climatico di origine antropica… la gente deve studiare di piu’ sociologia storia ed economia (non solo quella universitaria)… capirebbe meglio che tutte le componenti della societa’ sono in mutazione, sono cicliche e la natura umana non cambia (Pareto bene la rappresenta con l’istinto delle combinazioni (le elite) con la persistenza degli aggregati (il popolo)… per la cronaca se lo piglia in cul* il popolo… sempre). 
     

  28. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    “In ogni caso dare giudizi per categorie (i milanesi, i genovesi, le guide alpine, ecc.) è sbagliato e pericolosamente vicino al razzismo.”
     
    Per esempio, che pensate della famigerata categoria dei commentatori del GognaBlog?  😂😂😂
     

  29. 11
    Matteo says:

    Marcello, non volevo rigirare alcuna frittata, credimi e non volevo accusarti di inquinamento.
    Stavo solo provando a modificare un po’ il tuo ragionamento: non è necessario che un posto sia brutto per desiderare di cambiare, qualche volta.
    Peraltro non per tutti il brutto (o il bello) è lo stesso.
    E con ogni probabilità senza una Milano un genovese non potrebbe vivere come vivi tu.
     
    In ogni caso dare giudizi per categorie (i milanesi, i genovesi, le guide alpine, ecc.) è sbagliato e pericolosamente vicino al razzismo.

  30. 10
    Fabio Bertoncelli says:

    Sí, Alberto, per vivere l’avventura non è necessario andare in capo al mondo! Ti confesso che d’inverno molte montagne del mio Appennino (Giovo, Rondinaio, Rondinaio Lombardo, Cima dell’Altaretto, Corno alle Scale, M.Prado, Sassofratto, Alpe di Succiso, M.Alto, Alpe di Vallestrina, M.Scalocchio, ecc.) mi hanno regalato emozioni non molto dissimili a quelle provate sul Monte Bianco o sui Lyskamm.
    Ti confesso pure che, per quanto riguarda la Pietra di Bismantova, nei miei primi anni la consideravo erroneamente solo come una palestra di roccia: cosí mi era stato insegnato dai miei istruttori. Fu soltanto anni dopo che imparai ad apprezzarla per le sue opportunità di vivere belle avventure. In tal modo, con l’interesse rivolto non piú solo alle Dolomiti ma anche alla vecchia e cara Pietra, la frequentai in modo appassionato e potei finalmente salire da capocordata quelle vie che fino allora mi erano precluse (via Oppio, via Zuffa-Ruggiero, via Donato Zeni, via Montipò-Olmi, via dei Bolognesi, via Trebbi-Fogli-Avanzolini, via dei Modenesi, ecc.). 
    … … …
    In conclusione, le vie che proprio non mi piacciono sono quelle con troppa erba o alberi, oppure con chiodi ogni tre metri. Quando incominciai a scalare in Pietra la chiodatura era la metà della metà di quella attuale: si rischiava davvero la vita e il gioco era molto serio. Non mi piacciono neppure gli itinerari troppo corti; la mia mente si è plasmata su un dislivello minimo come quello di Bismantova: cento metri.
     
    Infine, ma non meno importante, detesto i nomi insulsi o triviali. La Signora del Tempo è un nome originale e stupendo. Invece La Signora del Tampax è volgarissimo (tu sai chi la chiamo cosí).
    Sul mio Appennino, nel corso di decenni, ho cercato di fare del mio meglio per denominare alcuni itinerari invernali in modo da accattivare l’interesse dell’alpinista classico: Sperone di Punta Sofia, Sperone Centrale e Canalone dei Bolognesi sulla parete E del Corno alle Scale; Canalone della Forcella e Via della Sentinella sul M.Giovo; Canalone a Zeta e Sperone dei Porci sul M.Prado, ecc. Fortunatamente i nomi sono poi stati accolti nella Guida dei Monti d’Italia (2003) e ora sono legato a tutti questi itinerari da un profondo affetto. Fanno parte della mia vita!

  31. 9

    Matteo, abile rigiratore di frittate, vado laggiù perché mi piace ed è il mio lavoro.
    Affronto il tema dell’inquinamento giornsliero in maniera che qui sarebbe lungo spiegare ma credo di inquinare veramente poco rispetto alla media.
    Su Milano e i milanesi purtroppo non riesco a pensare di meglio.

  32. 8
    Alberto Benassi says:

    Capisco quello che vuoi dire Fabio e per certi versi mi associo. Ma voglio anche dirti, anche se son certo che lo sai,  che spesso l’avventura è dietro l’angolo di casa. Perchè la differenza è come le fai le cose.

  33. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    Mi spiego meglio:
     
    1) Dal punto di vista toponomastico, lo Sperone Walker mi suscita suggestioni di cui non è assolutamente capace Convalescent SRL. Le mie parole volevano essere prima di tutto una battuta scherzosa nel paragonare il nome leggendario di Naso di Zmutt a quello di Superpanza.
     
    2) L’alpinismo è per me soprattutto un’avventura dello spirito.
    Il Naso di Zmutt è altro rispetto a un’arrampicata in falesia. Cosí come lo scialpinismo di Marcel Kurz è altro rispetto alle prestazioni sciistiche di Alberto Tomba. Cosí come le traversate oceaniche di Bill Tilmann sono altro rispetto a una regata sportiva.
    Ciò che conta per me è lo spirito. Di fronte alle grandi avventure provo ammirazione (e un poco di invidia); di fronte alla Via Pinco Palla non sento nulla.
    Da adolescente mi innamorai dell’alpinismo grazie anche al fascino dei racconti di Gaston Rébuffat e di Kurt Diemberger. Oggi, probabilmente, leggendo la classifica di Coppa del Mondo di arrampicata rimarrei indifferente e mi indirizzerei verso un’altra attività sportiva.
    N.B. Mi rendo conto, comunque, che le arrampicate dell’epoca di Grillo nulla hanno a che fare con le competizioni attuali. E capisco che ciascuno di noi ha il diritto di fare ciò che gli piace, per lo meno provarci.
     
    3) Per discutere di Hillary e Tenzing o delle aberrazioni attuali sull’Everest non è necessario averne raggiunto la vetta.
     
    Spero di avere chiarito.

  34. 6
    giovanni bonino says:

    Mi unisco alla ammirazione espressa Da Placido M. (commento 4) per Grillo ed i suoi amici, visto che sono fresco reduce da Grimonett (giusto sabato) a Finale, che ho personalmente trovato bella dura (anche perché parecchio consumata… ma a vedere come ci arrampicava su una cordata  di quarantenni svizzeri mi ha tolto qualsiasi alibi), per quanto arrancassi  prudentemente e faticosamente dietro al mio socio assai più abile (per quanto sia un vegliardo coetaneo: eravamo compagni di scuola).  Quanto alla un po’ ambigua osservazione (commento 1) sula diversa caratura  tra il Naso di Zmutt e Superpanza, mi viene da pensare che un valore dell’alpinismo e dell’arrampicata – come della vita –  è la  maturità, che ti permette di continuare ad arrampicare oltre i 60 in relativa sicurezza, su vie attrezzate, scegliendo  degli obiettivi proporzionati alle tue capacità ed al tuo allenamento. Direi che Alessandro Gogna mi sembra un esempio di equilibrio anche sotto questo profilo. 

  35. 5
    Matteo says:

    “Chi dice che Milano è bella mi deve spiegare perché i suoi abitanti appena possono si incolonnano per andarsene.”
    Bella domanda, difficile risposta.
    La ribalterei in: ma tu, vivendo nel posto più bello del mondo, vicino alle montagne più belle e alle più belle pareti del mondo, perché appena puoi vai in una ghiacciaia battuta dai peggio venti dall’altra parte del mondo? Inquinando la terra in una volta sola, peraltro, più di tutti i weekend dell’anno del milanese medio ?

  36. 4
    Placido Mastronzo says:

    Caro Bertoncelli (commento 1), sulla via della Superpanza non si trovano di certo le condizioni e i pericoli oggettivi dell’alta montagna, tuttavia ti garantisco che, se tu l’avessi ripetuta, avresti solo ammirazione per la visione e la bravura di Grillo, Simonetti e Croci.
    Prima conoscere, poi, eventualmente, sminuire.

  37. 3
    Alberto Benassi says:

    Più che degli sfigati direi  che sono dei fanatici del consumismo.
    Quanto ad essere una bella città, i gusti sono gusti.

  38. 2

    Le caratteristiche liguri di ristrettezza mentale, senso di superiorità, indolenza, parsimonia plateale, sono dei pregi impagabili di fronte alle peculiarità dei milanesi. Stiamo generalizzando, ovviamente, ma quella spocchia unita alla convinzione autoreferente di essere depositari dell’unico modo giusto di vivere, di sapere tutto dicendolo agli altri assieme a un’ operosità secondo me dannosa, li ho sempre trovati dannatamente insopportabili. Giuro che non esagero ma per me il milanese impersona lo sfigato per eccellenza, salvo rarissime eccezioni. E poi non ho mai capito come si possa vivere in un posto così brutto. Chi dice che Milano è bella mi deve spiegare perché i suoi abitanti appena possono si incolonnano per andarsene. Io associo Milano alla morte, e non esagero. 

  39. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Mi domando: “Ma questo Gogna, primo solitario sullo Sperone Walker nel 1968 a 22 anni (!) e primo salitore del Naso di Zmutt a 23 anni (!), perché mai nel 1983 si è dato a Convalescent SRL e a Superpanza?”.
     
    Il perché mi sarà sempre incomprensibile: come decifrare la scrittura cuneiforme. 
     
    P.S. Alessandro, a 22 e 23 anni eri matto?  😉😉😉

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